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Violeta Parra Archive

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1. Violeta Parra. Lo scandalo dell’eccedenza

Ricordo di Violeta nel centenario, Rodrigo Elgueta

Ricordo di Violeta attaccato in via del Guasto a Bologna nel centenario, di Rodrigo Elgueta

Sento sempre più persone che cercano di ripararsi dal brutto che dilaga senza chiudersi al mondo, ma vivendo in cerca e ritagliandosi luminosi angoli di resistenza. La volgarità, mancanza d’amore, incombe, pronta a fagocitarci nei suoi subdoli automatismi, ma c’è chi continua a risponderle coltivando memoria e umanità, percorrendo lunghi o brevi cammini all’insegna dell’incontro: al di fuori degli spazi eterodiretti si vanno cucendo comunità differenti o campi di appartenenza dove ci è dato riconoscere la nostra risonanza più profonda. Pian piano ritroviamo la parola perduta, nella forma che ci è più congeniale e ci schiudiamo a quello che Violeta chiamava “il miracolo del contatto”. Dalla prima volta che ho conosciuto Sofie della Vanth, mi è rimasta impressa una sua definizione secondo cui il patriarcato neoliberista è un sistema fondato sulla disconnessione, sulla perdita del legame, sull’incapacità di vedere le corrispondenze. È la mortificazione del contatto che ci precipita in quella sensazione di perenne scarsità che genera le brame voraci del capitalismo: la separazione, la connessione recisa. Contatto è il contrario di tutto questo: è “la condizione di lasciarsi toccare e di toccare a nostra volta. La premessa del contatto è il mostrarsi con tutto ciò che è, con gli aspetti che consideriamo brutti, con le impossibilità, con lo splendore, la genialità, l’irripetibile diversità e bellezza unica, al di là dei giudizi” (1)

Violeta, “aspra e sincera”. Radicata nella terra e controcorrente – o, meglio, onestamente aderente al suo personale flusso – in un’epoca in cui le donne che non vivevano sottomesse erano rarissime, in Sudamerica e non solo. Il suo innato senso della giustizia la spingeva a contestare: non si indignava passiva, Violeta faceva, inarrestabile. “Chitarra lavoratrice, dal profumo di primavera”, come le diceva Victor Jara in Manifiesto la canzone dove il cantautore esplicita la sua poetica che è poi quella della Nueva Canción Chilena che in Violeta trovò  la propria coraggiosa iniziatrice. “Viola vulcanica”, uno dei tanti appellativi che le rivolge il fratello maggiore, Nicanor, in quel poema d’amore struggente e celebrazione della vita che è la Difesa di Violeta Parra, scritta dopo la morte della sorella.

Violeta y Angel Parra

Violeta y Angel Parra

“Con mia mamma c’era sempre qualcosa da fare: firmare una pratica, mandare un vaglia, mandare un telegramma, scrivere una poesia, sbattere i materassi, pulire la casa, aprire le finestre… c’era una gran attività”, così la ricorda il figlio Ángel in Viola Chilensis. E il quotidiano non aveva nulla di ordinario con lei, permeato com’era di arte e di accuratezza, bellezza e premura. Colori  suoni parole. Nulla di ermetico, ma piuttosto la volontà di svelarsi al mondo, carica di dolore e di un’arcaica innocenza. Manipolare la terra e reinventarla, per raccontare se stessa, il suo paese dalla parte dei dimenticati e l’identità sudamericana che rimaneva fuori dai circuiti accademici: “L’ondata di tristezza è già molto lontana. Quando arriva il lavoro, arriva anche l’allegria. Che meraviglia il lavoro! La forza mi cresce e la vita mi sembra più bella”, scrive all’amato Gilbert Favre in una lettera raccolta dalla figlia Isabel nel libro Mayor de Violeta Parra (pp. 125-126).

Senza maschere in una società maschilista e conservatrice, Violeta viveva esposta: vulnerabile lottatrice, con buona pace di chi vuole incapsulare in un’unica definizione una donna-pianeta, luce e ombra, sovraesposizione e mistero. “La única violeta que nació de una parra”, così ha detto Daniel Viglietti nel concerto che ha fatto a Barcellona venerdì scorso, il 7 aprile, durante il festival Barnsants quest’anno dedicato proprio al centenario della Viola: “l’unica violetta nata da una vite rampicante”. Un accostamento che sa di “verde selva”, con già dentro la fragilità meravigliosa delle tinte più intense e la ricerca forsennata della luce, l’orgoglio senza padroni della bellezza selvatica e il bisogno degli altri.

-          Se dovesse scegliere fra tutte le sue arti – poesia, musica, pittura, tessitura – quale sceglierebbe? –, le chiede una giornalista durante un’intervista del 1964 in Europa (Francia o Svizzera). Violeta si ferma per un attimo di dipingere e con voce dolce e ferma le risponde: “Sceglierei di restare con la gente. È la gente che mi fa fare tutte queste cose”

Madre affettuosa e madre che abbandonava, come la descrive, in un bel documentario alieno da inutili celebrazioni agiografiche, la sua biografa Mónica Echevarría, che le attribuisce anche grandi responsabilità nella fine della piccola Rosita Clara, la figlia più piccola morta di pochi mesi nel 1954, che Violeta aveva in pratica affidato alle cure del secondogenito Ángel, di soli undici anni, dovendo partire per l’Europa.

Javiera

Javiera

Sempre qui, ascoltiamo la nipote Javiera parlarne con sensibilità e acume, pur non avendola conosciuta personalmente: “Sento che lei era un po’ come Giovanna D’Arco: le canzoni le arrivavano, le arrivavano le arpilleras, le arrivavano le sculture e lei sentiva che doveva farlo, doveva lasciare i suoi figli piccoli, negli anni Sessanta, per andarsene al festival della canzone in Polonia. Erano cose difficili, soprattutto con zero soldi, madre, in un mondo machista. Però questo sentire era più forte di tutto: dare ciò che aveva da dare.”

Qui sta lo scandalo dell’eccedenza, che aiuta a spiegare le rimozioni, gli equivoci e le riduzioni che la Viola nazionale ha dovuto patire dopo il suo suicidio, nel 1967. E che ancora serpeggiano in chi vuole a tutti i costi spiegarla, nella pretesa di averla compresa. Violeta sfugge, perché eccede. Ed eccede per via dell’ingorgo, sbocco mancato del suo io ricco e profondo in un contesto angusto. L’intoppo.

Questa, appunto, l’etimologia di scandalo: ostacolo, inciampo, impedimento. Intoppo.

Il suo genio stava nel mettere la sua unicità al servizio del popolo cileno, sfruttato e senza voce, per farne racconto universale. Immersa nella connessione profonda: brodo ancestrale di lancinanti offese mai vendicate e di corpi allacciati nell’estasi del godimento.

“Praticamente davanti a tutto il vicinato, e alla luce dell’azzurro più azzurro dell’azzurro, ho ricevuto da lui un bacio. Non di uomo: di leone famelico era quel bacio [...] Mi fece male quel bacio e mi fecero male tutti quelli che ho ricevuto dopo, che mi hanno portato a letto tre volte, per approfondire la conoscenza di quel leone” 

Violeta en la carpa de la Reína

Violeta en la carpa de la Reína

La tragedia sta nell’evidenza dell’inconciliabilità che a un certo punto la sopraffece: il collasso del sogno che si alimentava nella sua attività incessante, nel suo andare. La sua Carpa troppo vuota delle persone che le restituivano quella trama d’amore in cui solo poteva alimentare la sua arte.

“Santito, mi sono fatta 1200 chilometri in un giorno per farti una sorpresa. E ora me ne torno in Cile per restarci solo pochi giorni. Sono fatta così. I fatti parlano più chiaro delle parole.” (2)

Gracias a la vida que me ha dado tanto / Me ha dado la marcha de mis pies cansados

I tuoi piedi stanchi per aver camminato a lungo, sì, Violeta: hai percorso le campagne del tuo paese a raccoglier canti, come fiori. Hai salvato così un patrimonio che sarebbe caduto nell’oblio, vittima dell’intellettualismo imperialista e della mania di discriminare che porta a rimuovere l’arte popolare dalla “cultura che conta”: scarpinavi fino a paesini sperduti a cercare cantrici e cantori per ascoltare le loro canzoni, registrarle e trascriverle.

È il fratello Nicanor, presenza decisiva nella sua formazione, a convincerla a partire per le campagne. Dei nove fratelli minori, tutti musicanti fin da piccoli, figli di una sarta, che non sapeva scrivere ma sapeva cantare, e di un maestro di musica, Nicanor aveva intravisto ben presto nella terzogenita qualcosa di eccezionale: l’aveva fatta andare da lui a Santiago, quando lei aveva solo 15 anni. Violeta era partita, con la sua chitarra. Lì aveva frequentato la scuola, fino a 17 anni, e conosciuto amici intellettuali a casa del fratello, che si accingeva a diventare una delle voci più significative della poesia cilena.

Sono una cilena

che non è mai andata a scuola

che preferiva il giardino

per afferrare le farfalle.

 

Per strada cantavo

come un povero uccello perduto […]

 

È mio fratello che mi ha fatto

conoscere la musica

è mio fratello che mi ha detto

bisogna lavorare l’argilla.

Nicanor

Nicanor

Scriveva in Écoute moi, petit, una poesia in francese, scritta quando era a Parigi.

Come aveva fatto fin da bambina coi suoi fratelli, nella regione natale del Bío Bío, per guadagnare qualche spicciolo in modo da aiutare la madre, a Santiago Violeta si esibiva nei bar, facendo musica popolare per lo più importata dalla Spagna. Quella musica però non le bastava, non era la sua, non era lei. E allora ascolta il consiglio di Nicanor e parte, alla ricerca della tradizione più vera: di villaggio in villaggio, con uno di quegli enormi vecchi registratori, pesantissimi. I contadini la accolgono offrendole le empanadas, la cazuela, le sopaipillas, con “quell’amore che esiste tra la gente povera”.

Anche Miguel Letelier, musicista e compositore cileno, se la ricorda in versione recopiladora, quando arrivava all’università con il suo registratore di dieci chili e il suo quaderno di appunti  per portare all’Instituto de Investigación folclorica i brani raccolti. Quelle canzoni Violeta iniziò a farle passare anche per radio. Una rivoluzione stava accadendo. Un giorno, racconta Miguel, arrivando in università la sentì suonare con attorno un gruppo di una quindicina di persone e rimase folgorato. “È la mia ultima composizione”, gli disse Violeta, El gavilán. “Lamore che distrugge quasi sempre e non sempre costruisce”. Solo chitarra e voce, non c’era una parte scritta. “Devi registrarla”, le disse Miguel. Finì che lo fece lui: si chiusero in casa per una settimana, lei cantava e lui scriveva – difficilissimo perché ogni volta, racconta, la cantava diversa, cambiando una nota di qua, una di là. Istintivamente Violeta usciva dalle armonie tipiche del folklore, introducendo una nota estranea, che produceva un effetto di tensione, di malessere: nel Gavilán usava armonie di quarta, un intervallo dissonante, per simboleggiare la bugia del falco-amante. Blocchi sonori che si succedono. Intuizioni musicali che si ritrovano in Stravinsky e Debussy, compositori che lei non aveva mai sentito, portandola ben oltre il folklore, che tuttavia mai tradisce. E tutto questo le era arrivato smarcandosi dalle maglie severe dell’accademia. Quanta sordità? Quante critiche cieche a quella voce così dolce e tagliente da lasciar intravedere le proprie cartilagini?

“Io credo che Violeta Parra abbia il dono, il genio poetico, e abbia la freschezza, la spontaneità, la sincerità, la naturalezza della grande poesia che tiene radici fortissime e veraci nella terra e in una tradizione orale: era un’artigiana della lingua e al tempo stesso aveva la libertà per afferrare questa tradizione e darle lei stessa un sigillo assolutamente personale. È la perfetta sintesi di una poetessa geniale, unica, individuale, ma profondamente radicata in una tradizione” (3)

Intensità. Dove arriva Violeta l’atmosfera si raddensa, non esistono possibilità di rarefazione e anche l’ironia diventa sarcasmo. Eppure sa anche essere aria.

Ancora nell’intervista europea, frammento prezioso per come ci sfiora delicatamente con una potenza perdurante, Violeta sta facendo una maschera con dei pezzi di cartone, ha un vestito campestre, con delle pezze colorate e le maniche a sbuffo, glielo ha confezionato la mamma con degli scampoli di tenda che conservava da quando era piccola, perché non avevano mai soldi.  Si rivolge all’intervistatrice:

-          Per esempio, per fare questa (…) io penso a te. Ti guardo un po’, senza che tu mi veda, per non disturbarti… Mi piace lavorare a memoria.

-          E come fa quando vede una persona per poco tempo? Riesce a captarla?

-          Quando sento qualcuno che è gentile, sensibile… non riesco a rimanermene tranquilla: devo fare qualcosa per… vedi, non riesco a spiegarlo…

-          Semplicemente fare. Le emozioni fluiscono nelle mani.

-          Sì, proprio questo.

 

Contra la guerra

Contra la guerra

Poi Violeta spiega la sua arpillera Contra la guerra (4): sono i personaggi che amano la pace. La prima è lei stessa, vestita di viola, come il suo nome, poi un amico argentino, un’amica cilena, un’india cilena. I fiori di ogni personaggio sono la sua anima, i fucili la morte.

“Tutti i contadini in Cile vivono poveri e io non posso restarmene indifferente, sono arrabbiata per questa situazione ed è per questo che ho fatto quest’opera che si chiama La rivolta dei contadini”.

 L’elfa si fa strega ispirata, quando l’amica con cui sta parlando mentre dipinge, le chiede se vuole mangiare qualcosa. “Non ho fame. Mi sono già nutrita con la tua anima”.

Ci nutriamo dell’anima di donne e uomini che alimentano il nostro naturale fulgore e ci aiutano a immetterci nell’infinito flusso. Da alcuni anni certe donne mi sono venute incontro, sul filo del canto, e io le ho accolte: Lhasa de Sela, Camille Claudel, Violeta. Altre le sento vicine, forse in arrivo. Questa permeabilità è il timido corollario del riattivarsi delle connessioni che violentemente, per millenni, sono state recise. Non esiste proprietà privata nell’arte, che è libera circolazione di un amore totale: siamo cassa di risonanza di un antico racconto che aspetta di essere riportato alla luce e magari ascoltato da chi non ha nessuna intenzione di cedere.

 

(1) Sofie della Vanth, Il conflitto fra le donne – Esplorazione di un tabù sulla traccia del suo dono, Macerata, Simple, 2013, p. 135.

(2) Isabel Parra, Libro mayor de Violeta Parra, p. 129.

(3)  Cristián Warken, scrittore, intervistato in Viola chilensis, 9° minuto circa.

(4) Qui nell’interpretazione che ne ha dato pochi giorni fa Jorge Montealegre: Il messaggio pacifista di Violeta 50 anni dopo

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Racconto di TERRA: il Cile dei Mapuche

[continua]

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Muriel

Ho rivisto Muriel dopo nove anni e mezzo, in uno degli ambulatori dove lavora, una posta de salud rural , che serve piccole cascine sparse nella campagna cilena, a qualche decina di chilometri da Temuco, capoluogo dell’Araucanía.

C’eravamo salutate nel gennaio del 2006: sono andata all’aeroporto con mia figlia Anita che aveva meno di un anno. Un giorno di gennaio: forse oggi.

Sono scesa giù fino a casa sua, dopo una tappa a San Carlos, il pueblo dove nel 1917 nacque Violeta Parra, e subito sono stata avvolta dalla sua quotidianità a Vilcún, un piccolo comune nella provincia di Cautín, circa 20.000 abitanti, più della metà dei quali vivono nell’area rurale, circostante il piccolo centro urbano. Molti di loro sono Mapuche, il popolo della terra: questo significa la parola.

E il secondo elemento a cui voglio tornare con questo nostro percorso, dopo l’acqua dell’Escuelita di Buenos Aires,  è proprio la terra: superficie e scavo, generosa se amata, sterile quando le ci si accanisce contro, mortificandola. Le parole del manifesto Terra viva si srotolano con spontanea pienezza dentro di me, che da poco le ho rilette insieme ai miei alunni di prima media, mentre imparo a conoscere questo popolo che ha resistito per diversi secoli alla colonizzazione degli spagnoli, giunti in terre così lontane con le loro armi da fuoco, le loro malattie, le loro pretese assurde. A portar dolore, brutture, lutti. Nel video Nación Mapuche – Donde se cultiva la palabra profunda , così viene descritta la condizione dell’essere mapuche, con parole che dovremmo ricominciare a condurre semplicemente allo stato di umanità, che è poi parola che condivide la sua radice etimologica proprio con l’humus, la terra: “essere parte di tutto il cosmo, l’universo, contemplarlo in armonia”, in un dialogo con la terra, parlando con la natura, puntando all’autosufficienza, non all’arricchimento (“a cosa serve tanta ricchezza?”). Alla terra, i Mapuche, “consacrano il loro amore e la loro parola”. La loro parola, sì, perché la terra è viva e interlocutrice mentre questo, dice uno dei mapuche intervistato nel video, non fa parte della mentalità degli winka, che poi saremmo noi: gli occidentali, gli stranieri, i diversi. Storicamente avulsi da certe armoniose evidenze.

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Alla Posta de Salud Rural

Allora parlerò della lingua-terra, di come la parola si faccia cosa, tutt’uno col cosmo, attraverso la musicalità del canto e della poesia.

 Le lingue sono schiavi che chiudono mondi/Le lingue sono chiavi che schiudono mondi.

L’estinzione delle lingue o la loro riduzione a funzioni minime e territori esigui cela spesso violenze sanguinarie. Le Americhe, che a tutt’oggi vengono narrate dai libri di storia delle nostre “buone scuole” come terre in cui la maggior parte delle popolazioni sopravvivevano in uno stato primitivo nemmeno troppo sottilmente connotato come menomato, all’arrivo degli europei, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, erano luoghi di straordinaria ricchezza linguistica. Molte lingue sono state discriminate poi addirittura represse attraverso politiche accentratrici ed eurocentriche: un vero e proprio processo di glottofagia, come lo ha chiamato Louis-Jean Calvet.

Una delle lingue native più coriacee la troviamo nelle terre mapuche e questa permanenza orgogliosa è riflesso dell’ostinata resistenza al colonialismo di questo popolo: fra la parte centro-meridionale del Cile e l’Argentina occidentale ancora oggi esistono circa 440mila persone (400+40mila) che parlano il mapudungun, di cui tre giorni fa si è riconosciuta l’ufficialità per la regione dell’Araucanía. Purtroppo esprimersi in questa lingua è stato a lungo stigmatizzato e solo dagli anni Novanta essa è stata rivalutata, grazie soprattutto ai giovani mapuche che, negli ultimi 20-30 anni, hanno cominciato a riappropriarsene e a infonderle nuova linfa, per riportare alla luce un patrimonio culturale che stava andando perduto. Man mano che le lingue scompaiono spariscono dei mondi e spesso questi mondi sono portatori di una sapienza necessaria: condivido in pieno quanto detto dall’ambientalista statunitense Klaus Toepfer, che “perdere un linguaggio e il suo contesto culturale è come bruciare un testo fondamentale relativo al mondo naturale”. È possibile allora passare proprio per la lingua per rigiocarsi il dialogo fra diversità e trasformare la connotazione dispregiativa che, per motivi storici facilmente intuibili, tradizionalmente ha in mapudungun la parola “lenguaraz, interprete, in una metafora finalmente positiva, di colui che riesce a creare un intimo scambio con l’alterità (e di nuovo pensiamo alla bella metafora di Berman, della traduzione come’albergo nella lontananza).

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Araucanía

E la lingua mapudungun è proprio manifestazione del legame che esiste fra i mapuche e la terra: è lei che dice il loro percepirsi come un popolo, con i suoi spazi, le sue storie, canzoni e riti. Tradizionalmente la sapienza mapuche era trasmessa oralmente nell’ambito del lof, la comunità, attraverso racconti e manufatti. La grafia ufficiale è stata creata dopo la loro sottomissione agli winka. Nella loro saggezza ancestrale troviamo infatti lo sguardo proprio dell’oralità, che è uno sguardo letteralmente più ampio, visto che, come ha scoperto l’antropologo Pierre Pica, alfabetizzandoci perdiamo la visione laterale dello spazio (1) .

Yo canto a la diferencia: rac-cantando i Mapuche insieme a Violeta Parra

(rapido excursus storico)

Interpretando Arauco tiene una pena di Violeta, il contatto con il mondo dei nativi si fa ravvicinato: il secolare sopruso degli uomini sugli uomini. Vi compaiono i nomi degli eroi mapuche, Lautaro Caupolicán Galvarino, che nel XVI° secolo combatterono con coraggio impressionante per preservare l’indipendenza delle loro genti , ma anche i nomi di quei mapuche che piegarono la testa, concedendo troppo ai bianchi o addirittura agevolandoli nel loro smisurato impeto di sopraffazione. A cento anni dall’arrivo di Pedro de Valdivia in Cile , nel 1641, gli Spagnoli firmarono con i mapuche, un trattato di rispetto dei territori indigeni che inaugurò 240 anni di orgogliosa indipendenza per il popolo nativo.

Il periodo tra il 1793 e il 1881, in cui cade anche l’indipendenza cilena dalla corona spagnola (18 settembre 1810),  possiamo considerarlo l’età d’oro dei mapuche. Nel 1861, Saavedra fece il suo piano di pacificazione dell’Araucanía, progettando di utilizzare il metodo nordamericano delle riserve, costruendo poi ferrovie e infrastrutture. È del 1881, anno della fondazione di Temuco, la prima legge che tentò di colonizzare i mapuche con le armi: le città si riempirono di coloni, le terre vennero date a latifondisti, gli indigeni furono confinati nelle riserve (reducciones) e si ritrovarono a poco a poco schiacciati dalla macchina del capitalismo neoliberista. Tra 1878 e 1884 si ordinò di cacciare gli indigeni come fossero “cinghiali selvaggi”: 20 anni ci vollero per assoggettare l’Araucanía. Nel 1930, con la cosiddetta radicación, le terre dei Mapuche – il leggendario territorio wallmapu – passarono da 10 milioni di ettari a 500 mila e gli indigeni vennero confinati in 3078 riserve. Gli eroi nazionali mapuche sono stati strumentalizzati a lungo dalla propaganda nazionalista cilena:  l’orgoglio per questi valorosi combattenti coesiste(va) acriticamente col disprezzo per gli indigeni coevi.

Al popolo della terra la terra viene brutalmente rubata.

Tra 1890 e 1895 ai Mapuche vennero inflitte traumatiche sconfitte: furono anni di paura, epidemie, gravissime crisi soggettive. Iniziò allora il processo di ridefinizione dell’identità dei Mapuche come minoranza etnica nell’ambito della società rurale cilena. Tra il 1884 e il 1919, circa 80mila nativi vennero confinati in 3000 reducciones, mentre 9 milioni di ettari vennero assegnati a stranieri e a coloni cileni. La storia ufficiale, come spesso accade, ha tentato di giustificare questo sopruso adducendo come scusa una sorta di difetto intrinseco degli Araucani, preferendo omettere la brama smodata con cui si puntava alle loro terre.

Qual è il motivo della persistente incapacità dello stato di consultarsi con i propri cittadini indigeni? L’autodeterminazione della popolazione indigena continua a essere motivo d’inquietudine per i governi di Cile e Argentina.

Tra 1927 e 1972, 800 comunità indigene (125mila ettari) vennero suddivise in unità familiari. La frammentazione delle terre mapuche conobbe un ulteriore incremento durante la dittatura di Pinochet. La parcellizzazione ha avuto effetti distruttivi per la coesione interna della nazione mapuche: i lonko, capi tradizionali dei lof, le comunità, vedono oggi drasticamente ridotta la loro autorità. Sempre più importante sul piano dell’identità collettiva diventa, allora, il ruolo della machi, protagonista nella canzone di Violeta El Guillatún.

VULCANO CILE

Natura cilena: gli opposti si toccano

Il guillatún è una delle più importanti cerimonie ancora oggi celebrate dalle comunità indigene. Nella cultura mapuche le donne hanno un ruolo di guida nel conservare e nel tramandare una cultura che affonda le sue radici nella natura stessa del luogo, decostruendo con istintiva semplicità un’altra delle dicotomie care alla mentalità esclusivista dell’aut/aut occidentale. Donne sono, nell’80% dei casi, le machi, che salvaguardano la salute della comunità grazie alle loro conoscenze delle proprietà terapeutiche delle piante e all’interpretazione dei segni che gli elementi naturali forniscono. Rappresentano anche il collegamento con la forza superiore, che vede ciò che sarà e che non dipende dalla volontà umana: non c’è mania di controllo. Si parte da una constatazione di umana impossibilità di dominio, che è la condizione della parità, dell’armonia. In questa canzone vediamo la relazione stretta che i Mapuche hanno con gli elementi, la centralità della voce e la fiducia nel potere performativo della parola: parole, suono ed elementi confluiscono in una straordinaria intesa, che nasce dalla concentrazione e dall’ascolto della natura.

Millelche, villaggio dell’Araucanía, è triste per il temporale che minaccia di rovinare la cerimonia. Gli indios piangono, poi si rivolgono sincretisticamente a varie divinità, cattoliche o cosmiche, tutti in piedi, anche gli infermi, battono sul kultrun, una specie di tamburo fatto con legno di alloro e cannella, il suo battito è il battito della terra e sotto la sua pelle tesa viene custodito il canto prezioso, perché curativo, della machi. Capiscono allora che devono cantare al ritmo del kultrun, mentre la machi ripete la parola “sole” col campo che la riecheggia finché “il re dei cieli” spinge i venti su un’altra regione e la cerimonia può avere inizio. Come in molti miti ancestrali, la parola ha valore performativo: fa essere.

Riprendiamo il filo della storia. Richiami all’integrazione fra l’etnia araucana e quella winka sono una tematica ricorrente tra gli artisti e intellettuali novecenteschi, ma fino al governo della Unidad Popular di Salvador Allende (1970-73) ben poco fu fatto per restituire ai Mapuche la terra che era stata loro sottratta. Sotto il suo governo il numero di tomas (riappropriazioni delle terre da parte dei nativi) aumentò notevolmente, in un’ottica di lotta di classe (proletariato rurale), non di etnie: 1700 solo nel primo anno di governo. Nel 1972 fu approvata la legge 17729 che includeva la normativa per la protezione delle terre degli indigeni e che prevedeva la creazione dell’Istituto per lo sviluppo indigeno, autorizzato a espropriare la terra di patrimoni privati a beneficio della comunità mapuche. Fra il 1972 e il settembre 1973 più di 700mila ettari furono trasferiti alle comunità. Diversamente da quanto previsto dalla legislazione precedente, la divisione della terra sarebbe stata possibile solo con il consenso del 100% dei membri della comunità. Le modalità con cui il governo di Unità Popolare di Allende trattò i Mapuche traspare dal suo programma, che prometteva “la difesa dell’integrità e dello sviluppo delle comunità indigene minacciate dall’usurpazione e la garanzia della pratica democratica, in modo che ai Mapuche e agli altri indigeni siano garantiti un territorio sufficiente, un’adeguata assistenza tecnica e un credito finanziario”. Nel 1964, quando era candidato alla presidenza, Allende aveva solennemente negoziato il Patto di Cautín, sul Cerro Ñielol, la collina cerimoniale mapuche che sovrasta Temuco, in cui riconobbe “la volontà del popolo araucano di mantenere e sviluppare tutti quegli aspetti positivi della sua cultura tradizionale che arricchiscono il bagaglio culturale della nazione cilena, quali la lingua, le leggende, le idee religiose e l’artigianato…”.

Un progetto particolarmente interessante, anche perché esempio d’integrazione fra i saperi occidentali e quelli mapuche, è il Programma di assistenza sanitaria interculturale, sostenuto da un team medico che includeva membri Mapuche nella zona di Malleco e Cautín e combinava le tecniche della medicina allopatica con  elementi di quella  ancestrale dei nativi, mettendo in primo piano il ruolo della machi nel processo terapeutico. La sua natura innovativa è evidente anche per il fatto che venne immediatamente percepito come potenzialmente sovversivo  progressista è evidente se si considera quanto lo percepissero come pericoloso Pinochet e i suoi seguaci. Con il colpo di stato dell’11 settembre 1973 circa 40 organizzazioni mapuche vennero dichiarate fuorilegge.

Il periodo in cui Pinochet comprese che il suo potere dittatoriale non sarebbe durato a lungo coincise con la formazione di una delle più importanti organizzazioni mapuche. Alla fine del 1989 fu creato l’Aukiñ Wallmapu Ngulam (Consiglio di tutte le terre), con molto socialisti dissidenti. (102) ecc.

La lotta per l’autodeterminazione mapuche è, a tutt’oggi, fortemente criminalizzata e ostracizzata.

 

Ancora sul potere della parola: la poesia per la natura

Cile. mural Lucia2

Mural di Santiago, foto di Lucia Melotti

Rolf Foerster, uno dei più attenti conoscitori della cultura mapuche, è convinto che i poeti radicali abbiano oggi un ruolo centrale nel rinsaldare una percezione positiva dell’identità mapuche nel complesso contesto urbano. E si torna alla profonda sacralità della parola in queste culture. In queste poesie spesso ci si scaglia contro l’inquinamento e i disastri ecologici:

 

Mapurbe

E io sto qui immobile

fra pewen (2) fulminati

infettandomi del cancro

che erode la terra.

E io sto qui immobile

guardando da qualche parte e da nessuna

affogando con le verità

i fantocci della diga-ttatura.

La metropoli geme;

lacrime acide

cadono dalle nere nubi

e si rapprendono nel pensiero.

La poetessa Maria Huenuñir la usa per “far prendere coscienza alle persone che fanno abusi smisurati delle risorse naturali”, per tornare a curare il cuore di Madre Terra, ferito dall’ingiustizia, da menti obnubilate che cercano solo il lucro dentro a tutta la ricchezza che la natura offre, gratuitamente”.

Poeta preferito della bravissima cantante mapuche Beatriz Pichi Malen è Elicura Chihuailaf, profondamente legato alla spiritualità del suo popolo. Dice Beatriz di lui: “ scrive dell’azzurro, il colore del mistero e della rivelazione della vita. E lo fa in versi molto concreti. La biodiversità della Madre Terra è molto presente nel suo pensiero e questo è molto mapu e molto attuale”. “Veniamo dall’azzurro”, dice Elicura, “dal mistero dell’azzurro che si crea fra la fine della notte e l’inizio del giorno. L’azzurro è il nostro colore di vita, è un fiore di cui sempre ci prendiamo cura e che annaffiamo con la parola“. La parola non si limita a riflettere ma fa ed è.

 

Cile. mural Lucia3

Altro mural a Santiago, vicino al Sindicato Social e Cultural, Barrio Yungay

 

(1) Pierre Pica, facendo ricerca fra indios brasiliani munduruku, ha scoperto che, quando si entra nel mondo della scrittura, un muscolo che dà lateralità alla visione si atrofizza. Anche contare pare penalizzi il senso dell’orientamento: i munduruku contano fino a 5, per quantità superiori usano indicazioni generiche. Nel loro contesto non vi è la necessità di contare e, dice Pica, per farlo, il cervello perde altre abilità che, nel loro ambiente, sono quelle che possono salvarti la vita, come, appunto, il senso dell’orientamento.

(2) I pewen sono alberi sacri ai Mapuche.

 

Per la stesura di questo scritto, molto utile è stata la lettura di La lingua della terra. I Mapuche in Argentina e Cile di Leslie Ray. A Bologna lo trovate alla biblioteca del “Centro Amílcar Cabral“.

 

 

 

 

 

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Un canto alla differenza. Riflessioni di viaggio

arpillera sul viola

Arpillera di Violeta Parra

Il 14 dicembre sono andata a raccontare il mio viaggio in Sudamerica all’interno di un ciclo di conferenze, organizzate dal quartiere Savena e da Anffas di Bologna, intitolate Viaggiare la differenza – Un mondo da integrare. Stimolo comune per i nostri interventi, questa frase di Giuseppe Ferricelli:  ”Ogni persona è un pezzo insostituibile della realtà. Se non la comprendiamo, ci poniamo fuori dalla stessa”.

Condivido qua la mia riflessione, che si è concentrata in particolare su due luoghi che ho visitato l’agosto scorso: l’Escuelita Caraguatá di Tigre, in Argentina e Vilcún, in Cile, dove sono entrata in contatto, seppur fugace,  con i mapuche, discendenti delle popolazioni aborigene dell’Araucanía.

 

NUVOLE DISEGNATE 3

Nuvole a Buenos Aires

Sono partita con un sentiero, anche se non tracciato , per il mio viaggio fra Buenos Aires e il Cile, l’estate scorsa. Sono partita per Violeta Parra, perché non mi bastava più ascoltare le sue canzoni, scorrere le sue lettere, guardare le sue arpillera, leggere le sue biografie, vederla in un film. Non mi bastava più nemmeno cantare le sue canzoni. Volevo toccare la sua terra, respirare l’aria dei suoi luoghi, imprimermi sulle retine i suoi paesaggi. “Perché la vita, amico, è l’arte dell’incontro”, come disse Vinicius de Morães, e un’arte non s’improvvisa: serve un humus da coltivare giorno per giorno, una disponibilità all’ascolto, un’apertura che non è fugace curiosità ma ha dentro l’ostinazione amorosa della cura. Gli incontri migliori, poi, sono forse quelli che involontariamente abbiamo provocato, per dirla con un paradosso , che è figura che già ci introduce in un’ottica di lettura della realtà diversa da quella in cui molti di noi sono stati educati: quella del pensiero binario, che sempre ci pilota a gerarchizzare, discriminare, escludere. Il cortocircuito che da questa impostazione gnoseologica ci porta a una sostanziale incapacità di autentica accoglienza ci mette un attimo a scattare. Formatici nel pensiero lineare proprio dell’impostazione classica del sapere, siamo sempre proiettati in avanti, ansiosamente protesi verso un ipotetico traguardo sul cui aspetto nemmeno ci interroghiamo più o ripiegati in un passato idealizzato che avvertiamo come irrimediabilmente perduto. Ancora figli di un’impostazione scientifica classica, per cui l’anomalia è un fastidioso contrattempo, siamo poco abituati all’idea di lasciarci disorientare e di perderci. Di metterci davvero in ascolto.

Certi incontri, invece, arrivano per raccontarci storie diverse. E farci altrove.

FARFALLA TERESA

E Teresa manda farfalle dall’Argentina

Renderci disponibili a entrare in una logica paradossale, in cui il giudizio è sospeso a favore dell’ascolto, ci dà la misura di come l’integrazione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di adattamento di queste differenze al sistema globale)  possa evolvere in inclusione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di trasformazione del sistema stesso), arrivando addirittura a farci desiderare quel salto di paradigma ormai ineludibile e che, per forza d’inerzia, tanto temiamo: non stiamo benevolmente concedendo spazio in quello che consideriamo il nostro mondo, ma stiamo, piuttosto, prendendo atto della necessità di aprirci all’altro, che col suo sapere può darci una chiave di svolta per questioni di un certo peso, tipo, per dirne una, salvare il pianeta.

Come Violeta, che cantava alla differenza, ci sembra sempre più evidente che la diversità non è qualcosa da tollerare, ma “qualcosa da celebrare, in quanto condizione essenziale per la nostra esistenza”. Lo ha scritto Vandana Shiva nel suo acutissimo manifesto Terra viva. Direi, ancora meglio, che la diversità è qualcosa da stimolare. Questo manifesto che, in occasione della Conferenza sul Clima di Parigi, ho cercato di analizzare con i miei alunni di prima media, si definisce “una nuova visione per una cittadinanza planetaria”. E questo aggettivo, planetario, che poi non è trovata originale di Vandana Shiva ma termine scelto in un percorso di progressiva presa di coscienza a cui tante persone stanno contribuendo, mi ha fatto pensare alle parole di Gayatri Spivak che, nel 2003, scriveva in Morte di una disciplina: “Propongo di sovrascrivere il globo con il pianeta. La globalizzazione è l’imposizione dello stesso sistema di scambio ovunque. […] Il globo è nei nostri computer. Nessuno vive lì. Ci consente di pensare che possiamo mirare a controllarlo. Il pianeta rientra tra le specie di alterità, che appartengono ad un altro sistema; eppure lo abitiamo, a prestito. Non è effettivamente in netto contrasto con il globo. […] Essere umano è da intendersi verso l’altro. Noi forniamo a noi stessi raffigurazioni trascendentali di ciò che pensiamo sia l’origine di questo dono che ci anima: la madre, la nazione, Dio, la natura. Questi sono i nomi delle alterità, alcuni più radicali di altri. Il pensiero del pianeta si apre ad abbracciare un’inesauribile tassonomia di tali nomi, inclusi, ma non identici, nell’intera gamma degli universali umani: l’animismo aborigeno così come la mitologia spettrale bianca della scienza post-razionale. Se immaginiamo noi stessi come creature planetarie piuttosto che come entità globali, l’alterità resta non derivata da noi; non costituisce la nostra negazione dialettica, ci contiene così come ci scaglia lontano. E così, pensare ad essa è già trasgredire.” Il pianeta, poi, come scrive Paola Zaccaria in La lingua che ospita, è etimologicamente (dal greco) “ciò che va errando”, denota un corpo celeste che gira intorno al Sole, “pianeta/planetario/planetarietà è nucleo semantico che in quanto originato nelle acque amniotiche dell’erranza, del movimento, meglio si addice all’odierna storia di migrazioni intercontinentali ” (p. 202). L’idea della lingua ospitante che dà il titolo al saggio di Zaccaria, inoltre, mi permette di introdurre quella che considero una bellissima figura di questa rivoluzionaria relazione con l’alterità, ossia la figura della traduzione così come la delinea Antoine Berman nel suo saggio La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza: una pratica di intima frequentazione di un’alterità destinata a rimanere irriducibile, verso la quale abbiamo abbandonato qualsiasi velleità di addomesticamento. Una traduzione che, dopo aver finalmente rinunciato alle sue secolari tendenze etnocentriche, ipertestuali e platoniche, dovrebbe puntare a farsi etica, poetica e pensante. Impossibile realizzarla del tutto ma viaggiare in questa aporia è preziosa opportunità di dialogo.

arpillera VIOLETA FOTO DISCHI

Violeta. Fiori, dischi e colori

Siamo capaci di inaugurare una stagione umana fondata su questa accoglienza non fagocitante? Sulla complementarietà e non più sulle contrapposizioni binarie? Siamo pronti ad abitare un pianeta fatto di alberghi nella lontananza?

Si tratta di questioni cruciali. E urgenti. Scrive Vandana Shiva che l’umanità sta affrontando molte crisi: catastrofi climatiche, fame, povertà, disoccupazione, criminalità, conflitti e guerre. Tutto questo sembra spingerla al collasso.

Cosa alimenta questa distruttività e ci impedisce di fermarla?

Il modo di pensare di quella parte di esseri umani che hanno dominato la Terra per secoli e secoli. Vi sono in particolare tre percezioni ingannevoli, dice, che impediscono di correggere e trasformare il nostro modo di pensare il suolo e la terra, il cibo e il lavoro, l’economia e la democrazia:

• gli esseri umani sono separati dalla Terra;

• la formazione della ricchezza nel mercato è separata dal contributo di “altri”: la natura, le donne, i lavoratori, gli antenati e le generazioni future;

• le azioni sono separate dalle conseguenze e i diritti dalle responsabilità.

Occorre cambiare questo modo di pensare, occorre rapportarsi alla terra e alla vita, alle altre persone anche, in modo diverso da come gli uomini più potenti e le civiltà che essi hanno voluto imporre hanno fatto per tanto tempo. Molti di noi ci stanno già provando.

Tenendo presente questo canovaccio, ho scelto, dal mio viaggio, di parlare in particolare di due luoghi. Partendo dalla consapevolezza di essere all’inizio di un percorso di scoperta di terre per me nuove, anche se da sempre mi sembrava di sentirle vicine, scelgo un percorso che definirei elementare, nei due sensi di semplice e basico, ma anche di legato agli elementi.

Due in particolare: l’ACQUA e la TERRA.

 

[continua]

 

 

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Questa Cile di donna!

 

In Cile abbiamo rischiato di non arrivare. Sulle Ande continuava a nevicare e giù all’ostello di Mendoza, dove alloggiavamo, le notizie non erano buone: il tunnel del Cristo Redentor rimaneva chiuso. Un’eventualità che non avevo previsto neanche da lontano: e chi ci pensava all’inverno sudamericano, alla Cordigliera, al ghiaccio? Questo viaggio aveva preso forma così all’improvviso, luminosa nebulosa con pochi punti fissi, tante incognite… e dentro un invisibile magnete che da mesi, silenzioso e inesauribile, risucchiava laggiù la mia concentrazione. Read the rest of this entry »