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Un breve Sfogo sull’Ironia

Insomma basta!

Sono arcistufo di credere all’ironia dei messaggi pubblicitari.

Al messaggio che va interpretato e capito nel suo essere divertente e dissacrante, non ci credo io e non ci ha mai creduto nessuno.

La pubblicità quando rilancia la sua lettura del mondo lo fa con cognizione di causa, proprio perché plasmare il mondo e i desideri delle persone è il suo lavoro.

Quindi smettano i vari art director o copy writer di offendere la nostra intelligenza, nascondendosi dietro a queste pareti di carta velina.

Le stesse pareti che, puntualmente sollevano, i “creativi” della McCannan World Group, per giustificare l’ultima campagna Findus sui suoi piatti surgelati

Nelle immagini si ritorna di colpo a quello che ci piacerebbe fosse un immaginario anni sessanta fatto di madri cuoche, mariti silenziosi e figli che non si staccano da casa.

Lo si fa ribadendo una realtà fatta di stereotipi che sono assolutamente funzionali alla necessità di chi produce, che è a suo agio nel mondo che descrive attraverso il messaggio pubblicitario.

E in questo, c’è una ricerca di mercato, c’è una creazione di bisogni e un ribadire dei ruoli che assicurano delle categorie merceologiche, quello che sicuramente non c’è è l’ironia.

Forse dovremmo iniziare a mobilitarci anche su questo tipo di messaggi, il ritorno e il ribadire una realtà fatta di ruoli predefiniti e precostituiti è tanto svilente quanto il sessuale esplicito di tanta pubblicità, tanto più che proprio da un logica di prevaricazione sessuata i ruoli ribaditi hanno origine.

Chiediamo ad esempio che nel codice IAP vengano inserite norme che regolino l’utilizzo degli stereotipi in pubblicità.

Chiediamo semplicemente ai creativi di esserlo e di smettere di svolgere il ruolo di utili idioti.

di questa campagna ne parla anche Giovanna Cosenza nel suo Blog

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Le parole fanno male #1

Lo scrivere e il leggere il web rende le notizie così rapidamente obsolete che chi di solito si informa in rete non legge più i giornali o non guarda più i telegiornali per informarsi: lo fa per ricordarsi di cose già sapute o per la curiosità di capire cosa verrà eliminato da media molto più “pilotati” del web.

Purtroppo questa velocità digestiva delle notizie impedisce un utilissimo esercizio: la riflessione sul linguaggio con cui sono date quelle notizie. Questo perché, nel fermare l’attenzione sulla notizia in sé, si pensa che anche la riflessioni sulla comunicazione della notizia, sul suo linguaggio, sia già obsoleta.

Beh, non è affatto così. Vi chiedo di fermarvi a riflettere molto più spesso, perché è un’attività molto diversa e che richiede non la velocità e l’abilità del surfista, ma – tanto per rimanere nella metafora marina tanto cara alla rete – la pazienza e la cura del dragamine. Perché molte parole, proprio come delle mine, rimangono lì, sul fondo, e solo quando ci siamo passati sopra fanno sentire la loro carica. Ma ormai è tardi.

Una di queste parole che proprio non mi piace s’è presa la prima pagina di un giornale il 21 settembre scorso.

Come succede sempre in questi casi, la parola s’è diffusa viralmente: eccola qui usata per tutt’altra notizia appena due giorni dopo quell’esordio in prima pagina, su un sito d’informazione che non ha nulla in comune col giornale precedente, e usata per tutt’altra notizia. Come vi sarà facile controllare attraverso Google, quella parola sta vivendo un vero boom.

Quella parola è: “sputtanato”. Il Lotti (Dizionario degli insulti, 1984) ci dice che il significato è

privato della dignità, della reputazione, della credibilità; assolutamente indegno di stima o considerazione. Il termine vale letteralmente ‘reso (s- intensivo-durativo) come puttana’, esposto,cioè, additato al pubblico disonore.

Quindi un bell’insulto sessista. Derivato da un altro insulto sessista. Siamo alla violenza sessista nel linguaggio pure di secondo grado, tramite derivati. Ed usare quell’insulto sessista è una scelta deliberata e consapevole di chi parla e di chi scrive, perché i sinonimi e le parafrasi non sessiste abbondano; ecco qui un elenco pieno di sfumature diverse da utilizzare: additare a ludibrio, calpestare, calunniare, denigrare, dequalificare, diffamare, dir male di, discreditare, disonorare, infamare, mettere in piazza, parlar male di, rovinare, sbugiardare, screditare, smascherare, smentire, squalificare, svergognare, svilire, vilipendere.

Chi utilizza quella parola – come chiunque utilizza un linguaggio sessista – commette e perpetua una violenza. Usare il linguaggio è un’azione, un gesto come tutti gli altri. Non servono a niente ipocrite scuse come “l’ho detto per scherzo” o “volevo dire che”, perché con il sessismo non si scherza e perché c’è sicuramente un altro modo di dire le cose senza ferire nessuno. Perché è tanto difficile mettersi in testa che dire “sputtanato” significa dare una sberla in faccia a tutte le donne (cioè a più di mezza umanità) mentre è facile immaginare che a dire “negro” o “terrone” si offende qualcuno?

Io lo so il perché. Questione di cultura: tutti ricordiamo le battaglie civili – e i morti ammazzati – per la lotta contro il razzismo, come tutti ricordiamo – ci pensa il governo, casomai fossimo distratti – che i pregiudizi razziali riguardano anche il luogo di nascita all’interno dello stesso paese. Invece di una cultura antisessista non parla nessuno. Eppure da anni questo paese, proprio per questo motivo, viene continuamente screditato.

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Indignamoci

Crisi globale, precarietà, manovre che tagliano i diritti dei lavoratori, ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che crollano sempre di più in un abisso di indigenza.

Ogni giorno assistiamo ad una situazione globale in cui la politica, di chi ci governa e anche di chi è opposizione, è assoggettata ai ricatti della finanza e delle banche centrali. Viviamo ormai in un paese che è solo l’esecutore materiale di politiche decise da altri e che vanno a vantaggio di altri.

Per tutto questo il 15 ottobre a Roma, ma anche in tante altre iniziative, ci diamo appuntamento per dirci indignati da questa situazione e per provare a farne uscire una nuova volontà e proposta politica.

In tutto questo però, schiacciati dall’emergenza economica, stiamo lasciando a lato questioni che non possono essere dimenticate.

 

Se vogliamo ripensare ad un nuovo modello di società, questo modello deve avere, fin dalla sua nascita, fin dal germe iniziale, al suo interno anche un ragionamento forte serio e radicale sui diritti civili.

Non viviamo solo nel mondo della precarietà del lavoro, ma anche in quello dell’individuo.

 

L’Italia, infatti, è ai vertici delle peggiori classifiche:

Violenza sulle donne, Omofobia, Transfobia, situazione sempre più spesso passata sotto silenzio da tutte le parti politiche, che si lavano la coscienza con la partecipazione ad una manifestazione o ad un convegno, per poi dimenticarsene l’istante dopo.

Un nuovo modello di società deve essere anche un nuovo modello di convivenza, di rispetto e di riconoscimento reciproco.

 

E deve essere uno sforzo che ponga degli obbiettivi precisi e inderogabili, che partano dal riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, da una legge contro l’omofobia e da un impegno, fatto di leggi e azioni, volto a contrastare il modello culturale generale che pone le donne in un ruolo di oggetto plasmato sul desiderio maschile e che combatta la ancora presente disparità presente in ogni ambito della vita quotidiana, dal lavoro alla semplice disponibilità del tempo libero fra i sessi.

 

Dobbiamo indignarci anche per questo, e portare anche questi temi nelle nostre discussioni, se vogliamo che veramente si ragioni su un nuovo modello di società.

 

E dobbiamo farlo superando l’idea, tutta maschile, che lo si faccia per indulgenza verso un indefinito “altro”, verso una categoria che non ci riguarda o non ci appartiene.

Siamo vittime e carnefici di una realtà che ci costruiamo quotidianamente, in cui anche l’uomo è rinchiuso e sminuito in un ruolo che dobbiamo, finalmente, iniziare a rifiutare.

 

Parlo ovviamente da uomo e agli uomini che stimo e con cui condivido tanto della mia passione politica e sociale, senza nessuna volontà di completezza, ma sperando di poter stimolare una discussione.

 

Proviamo a guardarci intorno e a dirci, sinceramente, anche solo per noi stessi, se non siamo mai stati parte di un sistema che ci pone, in quanto maschi etero, in una posizione privilegiata e prevaricante. Diciamoci poi che non possiamo più accettare che questo continui ad essere, perché pensiamo veramente che se dobbiamo produrre un’alternativa, questa non può che non venire anche da una messa in discussione comune di questo stato, messa in discussione fatta insieme alle donne e a tutto il mondo lgbtq.

 

Non possiamo anche noi sottostare all’idea che siano questioni di serie B su cui non dare battaglia con la stessa convinzione in cui ci muoviamo per la difesa dei diritti dei lavoratori, dobbiamo anzi farcene carico in maniera convinta e inserirle nelle nostre discussioni e nelle nostre elaborazioni.

 

Prendere atto che le discriminazioni di: genere, sesso, razza o qualsiasi altro tipo, sono parte integrante del sistema capitalista tanto quanto quelle che derivano dalla classe sociale e che quindi vanno smontate con la stessa pervicacia.

 

Dobbiamo riuscire a proporre e poi a creare, una società diversa per tutti e che non sia disponibile a sacrificare i diritti, per compiacere una qualche parte politica.

 

Anche questo dobbiamo portare in piazza il 15 ottobre, anche su questo dobbiamo dirci indignati.

 

 

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Uomini codardi

Vivo a Bologna, una città che nonostante tutto significa ancora molto nell’immaginario politico di tanti.

Una città che si vanta di avere una storia fatta di grande attenzione alle persone e che per un lungo periodo è stata un modello sociale importante e riconosciuto anche al di fuori del suo spazio nazionale o locale.
Eppure anche qui, se non addirittura soprattutto qui, è difficile vivere una dimensione in cui l’essere maschio non sia una condizione privilegiata e prevaricante.

A marzo del 2011, con alcuni altri uomini abbiamo lanciato un appello agli uomini della città, appello presente anche su questo sito.
Ne è seguita una riunione molto partecipata che sembrava porre delle buone basi per una discussione sul maschile.
Certo si viaggiava nei tempi, ormai storici per i ritmi impostici dal mondo dell’informazione, diBUNGA BUNGA e scandali sessuali, tuttavia aveva lasciato spazio a molte speranze e ci aveva caricato di non poco ottimismo.
Sentimento andato presto deluso, visto che già dal secondo incontro soltanto sei persone si sono presentate facendo poi naufragare la cosa. Perché parto da qui?

Perché credo che uno dei problemi di una messa in discussione del ruolo dell’essere uomo si possa riscontrare anche in questo. L’attivarsi solo e unicamente per presenzialismo e necessità di dimostrare qualche cosa. Credo ci sia un meccanismo, comune alla politica in generale o all’ambiente pseudo politico, principalmente maschile che consiste nel sentirsi appagati nel dimostrare interesse verso un tema per poi abbandonarlo non appena si ottiene la medaglietta del riconoscimento e della presenza.

Forse dovremmo partire anche da qui, trovare un modo per far si che questo metodo venga rotto e sipassi dalla presenzialismo alla consapevolezza del tema di genere e della nostra critica su noi stessi.Dico nostra come uomo ovviamente, ma penso che su altre tematiche potrebbe essere trasversale.

Forse il punto sta nella non consapevolezza dell’essere parte del problema, nella pacata beatitudine di chi pensa di poter guardare da fuori e cercare di risolvere un problema di altri, in un atteggiamento molto vicino a quello del buon padre che aiuta il bambino nei compiti per poi, appena risolto il problema sul quaderno,  disinteressarsi del resto della sua vita.

Quella che dovrebbe essere stimolata secondo me è una visione di quanto il mondo patriarcale sia svilente,  anche in termini virili, per gli uomini stessi. Un mondo che è talmente spaventato da una sua parte da volerla rinchiudere in un ruolo di oggetto quando non di schiavo è un mondo dominato non dalla sicurezza ma dalla paura.

Potremmo partire da qui, dall’evidenziare quanto sia codardo l’uomo che si sente esterno edifensore, quanto sia codardo non solo l’uomo violento ma anche l’uomo che si erge a difesa di quello che vuole rinchiudere nel problema di altri senza riconoscere quanto questo sia suo.

Partendo da qui, mi piacerebbe si potesse ragionare in una direzione che vada verso la distruzionenon solo dello stereotipo riguardante la donna oggetto, ma verso quello meno lampante, ma forse altrettanto dannoso dell’uomo nobile e consapevole, dell’uomo che dice “I care” per poi rientrare in una quotidianità assolutamente pregna di quel sistema che dice di voler sradicare.

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Donne l’8 marzo, donne tutti i giorni…

 

MimosaEd eccoci giunti alla fatidica scadenza per la raccolta delle nostre testimonianze sul femminile che ben presto verranno racchiuse in un’opera cartacea. Ho ancora in serbo numerosi scritti da proporvi e, da domani, lo farò a scadenze più ravvicinate (cercherò di pubblicare una testimonianza al giorno). Ma questa bella avventura, che ci ha permesso di fare incontri tanto speciali e di vedere scambi di opinioni così arricchenti per tutti, è soltanto all’inizio: aspettiamo la liberatoria che abbiamo inviato a tutte le autrici e agli autori per poter pubblicare il loro scritto nel libro che stiamo preparando – la prima pubblicazione cartacea di Donne Pensanti! – e poi partirà una serie di letture con cui l’opera verrà presentata, speriamo in più posti possibile. Read the rest of this entry »