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stereotipi Archive

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Eduardo Galeano e Camille Claudel

eduardo-galeano-1A raccontare il viaggio in Argentina e Cile, che ho fatto con la mia amica Beatrice e da cui sono tornata quattro giorni fa, comincio da una coincidenza che mi ha fatto contenta subito prima di partire, ultima di una serie così lunga che alla fine mi ero quasi abituata a quel concatenarsi fluido e amichevole di corriere che partivano proprio cinque minuti dopo il nostro rocambolesco arrivo in stazione, tunnel andini pieni di neve che si aprivano giusto quelle due ore in cui eravamo giunte su al passo pronte a passare la frontiera, incontri buffi, commoventi o altamente improbabili, casuali e necessari insieme. Read the rest of this entry »

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Talco e cera, di Valentina Timpani

barbie_Continuano i racconti di Vale dall’Argentina.  Oggi di quando si è avventurata lei di persona in un “centro di produzione di principesse”. Preparatevi a soffrire.

“Quando sono arrivata a Buenos Aires, la strada più grande vicino casa mia è tanto lunga che mi perdo, sembra impossibile perdersi in una strada tutta dritta. L’unico riferimento dicevo, quando sono arrivata a Bs As, per non perdermi vicino casa, erano i negozi. In realtà lo sono ancora, anche ora che sento mia la strada oltre che la casa, il fatto è che ci sono solo negozi in queste tipiche strade infinite di periferia, voglio dire che non ci sono fontane, vicoletti, finestrelle, aiuole, terrazzini, parcheggi e spiazzaletti tra un negozio e l’altro. Quando sono arrivata allora ho iniziato a prestare più attenzione ai negozi, cosa che non avevo mai fatto in altre città. E mi son resa conto che nella strada infinita ci sono tantissimi centri estetici, e sono sempre pieni di donne, anzi, prima dei giorni di festa, quando io vado al supermercato “chino” a fare la spesa, davanti alla porta del centro estetico più vicino a casa, che si chiama PRINCESAS (gli argentini sono un po’ all’antica in certe cose, da noi si sarebbe chiamato  BEAUTY), c’è la fila che fuoriesce dalla sala d’aspetto e arriva alla strada. Una volta ci sono andata anch’io da PRINCESAS, quando le mie colleghe italiane mi dicevano ripetutamente che si poteva considerare poco intelligente non approfittare dell’offerta smodata e dei prezzi molto bassi dei centri estetici vivendo a Bs As.

La prima volta ci sono andata sola, la seconda ho accompagnato un’amica in viaggio in Sud America desiderosa di esperienze forti, mentre l’aspettavo cercavo dei peli sulle gambe delle signore in attesa, ma secondo me erano tutte lì per accompagnare un’amica, perché non ne avevano nemmeno uno.

La prima volta invece la signora Nilda mi ha spinto verso una cabina minuscola dove c’è un lettino bianco ed è andata via, allora io non sapevo bene che fare ed ho aspettato. Poi dopo un po’ una ragazza molto grassa mi ha salutato velocemente e mi ha chiesto di spogliarmi e stendermi, ovvio. Lei aveva in mano un secchio pieno di cera fumante con dentro un bastone lungo di legno. Mi ha cosparso di talco e in pochi secondi ha spalmato una mano di cera bollente su tutta la parte inferiore del mio corpo. Poi ha acceso il ventilatore (in quel momento mi sono accorta che c’era e ho capito perché) e girandosi di scatto come se io stessi per scapparle tra le mani, si è attaccata al lembo sporgente di cera dura e ha strappato in un unico gesto, con faccia rabbiosa, appoggiandomi le tette sulla pancia, e via tutto il bollentume ormai secco. Io urlo dentro e capisco rotondamente perché non mi sono mai piaciute le principesse. 

Quando sono andata via nessuno mi ha salutato, non so perché, ho pensato che fosse perché io mi rado con gilette e questo causa molto lavoro alle produttrici di principesse. O forse perché sono straniera.

Poi sempre le mie colleghe italiane mi dicevano che loro hanno iniziato a depilarsi con la definitiva e che a Bs As le donne eliminano tutto ciò che si può eliminare in ogni recondito angolo del corpo e che la sensazione dopo è meravigliosa.

A quando la genesi del piacere prodotto nello sbiancamento delle parti del corpo naturalmente nere?”

Valentina Timpani

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Bambine a Buenos Aires, di Valentina Timpani

Explendidas-Spa-ninas-Argentina Da tre anni Valentina vive a Buenos Aires, dove lavora come insegnante in una scuola elementare, con bambini di origine italiana. Non solo, fa moltissime altre cose e pian piano vorremmo lasciarne testimonianza anche qui sul nostro sito. Per continuare a ragionare sugli stereotipi di genere, da altre coordinate geografiche. Per continuare a parlare di infanzia, dei tanti modi in cui si può crescere. Anche noi.

 ESTETICHE     SPA/PAS (Z)

“Nei quartieri ricchi della Gran Bs As può succedere che se fai la maestra, una bambina tanto carina ti dica che domani è il suo compleanno e dovrebbe distribuire gli inviti della sua festa ma solo alle sue compagne, e allora tu le dici sì, ma prima, quasi in automatico, leggi dove si svolgerà la festa. La bimba è figlia di una tua collega, di una maestra, che però vive in un quartiere più povero, a Olivos viene solo a lavorare. Appuntamento alla SPA tal dei tali di Olivos. Ora, io non sapevo prima di venire a vivere a Olivos, che una SPA è una specie di paradiso del benessere, la parola credo che già al tempo dell’antica Roma si riferisse a una città del nord Europa dove gli aristocratici facevano bagni termali e ritrovavano nella cura del corpo la Dottrina Magna o qualcosa di supremo, avranno saputo loro che, io non sto qui a fare ricostruzioni storiche, men che meno sulle origini delle spa e la diffusione a livello mondiale perché non ho studiato abbastanza. Bene, di fatto in una pubblicità delle SPA di oggi si può vedere oltre che una signorina, una bambina bionda, con bigodini anacronistici, cremine e unghie caleidoscopiche, visibilimente felice e fresca, te ne accorgi per il sorriso, il bianco dell’accappatoio e i petali di gelsomino attorno, tutto illuminato da candele.

Che fanno le mie alunne di sette anni il giorno del compleanno? Afflosciano le membra, inviscidiscono la pelle, si scambiano pantofole rosa o gialle, si lasciano allungare le ciglia e disegnare firmamenti splendenti sulle labbra, dimenticano la stanchezza e lo stress quotidiano, si sentono come la mamma, la zia, la figlia grande di papà.

Chi, tra me e le mie amiche, non ha giocato di nascosto, da piccola, al cambio di ruoli provandosi i tacchi della mamma e passandosi il rossetto rosa gelatina alla fragola della cugina adolescente? 

La mamma e il papà hanno ancora una volta affidato ai migliori specialisti il compito di far dei propri figli delle persone migliori, facendoli divertire e accudendoli indirettamente, al passo coi tempi. Io alla ricreazione a volte devo far finta di essere in una SPA, che mi si avvicinano tutte in cerchio e poi si organizzano in una fila per far rilassare la maestra, accarezzandole viso e capelli. A mensa chiacchiero con Mora, che mi si siede sempre vicino, e tra le urla di duecento affamati di otto anni, mi dice che andrà a Miami con la famiglia quest’anno, perché la mamma ha mandato le sue foto e quelle di suo fratello a un’importante rivista di moda, e siccome son stati presi come modelli, si son guadagnati la vacanza.

Nella classe che mi avevano dato l’anno scorso per i compleanni giocavano tutti insieme, maschi e femmine. Andavano in un posto che si chiama LASER GAME dove, mi hanno spiegato, in uno spazio completamente buio, ognuno con la sua pistola che spara una luce laser appunto, deve uccidere un suo compagno di classe, che tanto, come mi ha detto il nanetto Ivo sgranando gli occhi azzurri di fronte al mio disappunto: prima o poi tutti dobbiamo morire.”

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Vulnerabili dee. Lettura musicata

 

Sheela na Gig

 Sabato 13 luglio alla Locanda della Canonica di Montalbano di Zocca (MO), h 21

Beatrice Sarti – voce (contralto)
Silvia Cavalieri – voce
Laura Francaviglia – chitarra e percussioni

 

Abbiamo letto I monologhi della vagina di Eve Ensler e abbiamo colto il suo invito a trasformare questo testo per farlo ancora più nostro, inserendoci poesie di altre scrittrici refrattarie ai codici condivisi, che parlano una lingua aspra e petrosa.

E poi ci abbiamo messo la musica intorno e addosso: musica che racconta di margini e abbandoni, ma anche delle gioie della carne e del piacere che sta nel riso e nell’oblio.

Storie di vulnerabilità e potenza, nel cortile della Locanda della Canonica: in cima al borgo medievale, tra le rocce e il cielo stellato.

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Venerdì 23 novembre: doppio appuntamento con Le Vocianti

Continuano, all’interno del VII Festival La Violenza Illustrata organizzato dalla Casa delle donne per non subire violenza, gli eventi che vedono il nostro collettivo in prima linea. Venerdì prossimo, 23 novembre, l’appuntamento sarà doppio: alle 17 alla Biblioteca Italiana delle Donne di via del Piombo 5, a Bologna, presenteremo insieme all’Associazione Hamelin il documentario 2012: Comizi d’amore. Ricerche sul genere, frutto dell’omonimo progetto di educazione al genere realizzato nelle scuole superiori da Hamelin Associazione Culturale, Paper Moon Associazione, Valentina Greco e Stefania Voli. Read the rest of this entry »

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Siamo quel che diciamo: detti e pratiche misogine nella cultura popolare (veneta)

Travolti dall’utilitarismo spicciolo che s’insinua in tutti gli angoli del nostro sentire, troppo spesso ci limitiamo a pensare che la lingua non sia altro che uno strumento di comunicazione, dimenticandoci che, come scriveva il filosofo Wilhelm von Humboldt, la lingua è enérgeia, attività quindi: codice di scambio, certo, ma soprattutto processo che struttura la nostra visione del mondo.

Interrogarci sugli automatismi verbali, contrastare le cristallizzazioni provando a domandarci la prospettiva che sottintendono, sottrarci alle inerzie linguistiche apparentemente innocue, non cedere alla pigrizia di rifugiarci nelle frasi fatte, sono tutti sani esercizi di dissenso che dovremmo sforzarci di praticare il più possibile, anche per testimoniare in maniera risoluta la nostra volontà antiadattiva a un sistema sempre più surrettiziamente iniquo. Read the rest of this entry »

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 6

Ico Gasparri, Artista sociale, fotografo dal 1977.

Gasparri dal 1990 al 2010 ha sviluppato Chi è il maestro del lupo cattivo?, una ricerca artistica militante dedicata alle radici culturali della violenza sulla donna nelle pubblicità stradali. Realizzando così il più grande archivio esistente sullo sguardo alla città e alla sua cartellonistica sessista composto da circa 3.500 scatti.
Ma l’impegno sociale di Ico Gasparri non tocca solo la rappresentazione delle donne nella cartellonistica stradale, ma anche temi come l’interpretazione artistica dei rifiuti differenziati; Ia perdita dello spazio del gioco per i bambini in guerra e nelle migrazioni; le tracce dei migranti abbandonate sui relitti delle barche migranti che li trasportavano.
A luglio 2010 ha vinto il premio come miglior artista italiano occupatosi dei problemi dei diritti delle donne e delle discriminazioni di genere con il suo lavoro Chi è il maestro del lupo cattivo? Il premio è stato decretato dalla commissione Pari e Dispare e consegnato dalla vice presidente del Senato, Emma Bonino.
Ico Gasparri ha per prima cosa spiegato cosa significhi per lui essere un artista militante: il fatto che il compito dell’artista è quello di saper vedere i cambiamenti e le tendenze prima che esse siano manifeste, e in questo si può dire che Ico Gasparri ha ben saputo vedere ciò che più tardi sarebbe diventato chiaro agli occhi di tutti, iniziando a collezionare le immagini della cartellonistica stradale per le stradedi Milano. La militanza allora dice Ico Gasparri diventa una forma di resistenza per non lasciarsi ammansire nel silenzio che significa l’adesione al pensiero dominante. Il motivo che ha portato l’artista a scegliere di collezionare e catalogare le immagini della cartellonistica stradale piuttosto che altre immagini presenti in pubblicità è legato alla imperiosità di queste immagini che essendo poste in strada diventano oggetto di sguardi al quale le persone non possono sottrarsi. Se è vero infatti che tutte le altre forme di comunicazione possono essere accolte o rifiutate, la cartellonistica stradale è l’unico mezzo pubblicitario al quale non ci si può sottrarre. Parlando dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione e delle tendenze alla rappresentazione sempre più stereotipata della donna come dell’uomo, Ico sottolinea come i mezzi di comunicazione si affinino sempre più, ma che questo processo non è altro che lo specchio della società in cui viviamo. La responsabilità di ciò che accade in comunicazione non è da attribuire ai pubblicitari ma è lo specchio di ciò che noi siamo come soggetti e come collettività, la pubblicità infatti cambia come cambia la società. Ecco perché la militanza diventa per Ico Gasparri l’unica vera azione possibile contro l’indifferenza e per non demandare più ad altri quella che invece è una responsabilità tanto individuale quanto collettiva.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 4

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Stefania Prestopino


 

 

Il terzo intervento è quello di Stefania Prestopino del collettivo Le Vocianti, che per l’Associazione Hamelin ha pubblicato un articolo che indaga sull’immaginario proposto alle giovani e ai giovani dalla cultura di massa.
Stefania ha introdotto il suo intervento ricordando quanto emerge dai dati comunicati dai centri antiviolenza: il fenomeno della violenza di genere è in costante aumento, e questo incremento si registra in particolare fra le giovani generazioni, ed è da attribuire all’influenza degli stereotipi che letteralmente invadono l’immaginario infantile e adolescenziale.
Lo stretto rapporto fra rappresentazione mediatica e violenza è una dinamica profonda e radicata che sta alla base della disparità fra uomo e donna, e che viene denunciata da chi affronta tutti i giorni in prima linea le conseguenze drammatiche della disparità fra i sessi.
E’ una chiave interpretativa della realtà che deve essere però portata alla consapevolezza di tutti, non solo degli “addetti ai lavori”.
Non è giusto in questo senso parlare di questione femminile: la degenerazione del rapporto fra i sessi, e i numeri lo testimoniano, è un problema di portata antropologica, un problema di relazione. Parlare di questione femminile è fuorviante.
Qual’è la posizione di bambine e bambini all’interno di queste relazioni? Se sono da un lato i testimoni più vulnerabili di queste dinamiche (quando non sono coinvolti in prima persona), dall’altro è proprio l’infanzia la possibile chiave di volta per il cambiamento, il territorio fertile su cui agire un’educativa basata sul rispetto di ogni unicità, di ogni individualità.
Ma è questa la prospettiva che effettivamente viene offerta alle generazioni in crescita?
Qual è il panorama culturale in cui i nostri bambini e le nostre bambine crescono, assorbendo i modelli di relazione fra i sessi? Sono davvero liberi di maturare la loro individualità a prescindere dai ruoli tradizionali di maschile e femminile?
Stefania ha analizzato in un primo tempo l’offerta di giocattoli e di attività che oggi vengono proposte alle bambine e ai bambini, facendo emergere una nettissima separazione fra giocattoli e attività rivolte alle une e agli altri. Se visivamente è chiaro a tutti che il reparto rosa e fucsia è la terra delle principesse e che quello dell’azzurro e del blu è il dominio dei cavalieri, è meno chiaro ad un primo sguardo, che alle bambine vengono proposte attività che hanno a che fare con la cura di sé e dell’altro (trucchi, specchiere, coroncine, bambolotti) e giocattoli che sembrano voler rinchiudere le bambine nelle mura domestiche in attività di cura della casa (aspirapolveri, cucine, scope e ferri da stiro), con una precoce ossessiva attenzione all’estetica e alla seduttività. Mentre ai bambini vengono proposte attività di scoperta, di avventura, attività tese a sviluppare le loro capacità fisiche e le loro doti psichiche, che li portano fuori dalle mura domestiche. Ancora una volta quindi per le bambine le porte si chiudono su un immaginario sempre più angusto e asfissiante, superficiale ed edonista, mentre appare che per i bambini la spinta sia verso l’esterno, l’avventura, la costruzione di una personalità curiosa e performante. Stefania Prestopino correda la sua indagine di veri e propri collages nei quali appare il sovraffollamento di oggetti per piccole donnine di casa e per piccole principesse.
Gli stessi modelli ritornano in altri prodotti destinati a bambini e adolescenti: dai diari scolastici alle fiction televisive, le riviste, l’abbigliamento.
Un altro settore di analisi sul quale punta la sua ricerca è infatti quello della moda junior, spiegandoci come ogni brand che si rispetti abbia una linea baby o junior e di come la tendenza sia ormai quella di adultizzare ed erotizzare le bambine, fino alla cancellazione completa della rappresentazione dell’infanzia per sfociare in un corollario raccapricciante in cui miniature volgari e grottesche di baby modelle ammiccano grottesche dalle pagine dei giornali di moda. Anche in questo caso le foto e i collages raccolti dall’autrice illustrano ampiamente il fenomeno e la tendenza.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 3

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Servidori
Associazione Hamelin

Il secondo intervento è quello dell’associazione Hamelin, rappresentata da Barbara Servidori.
Hamelin  è l’associazione culturale che a Bologna si occupa di promozione culturale con una  vocazione pedagogica e si rivolge a bambini, adolescenti e adulti  utilizzando la letteratura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema.
Hamelin elabora strategie di promozione della lettura per bambini e ragazzi, con un’attenzione particolare per l’età adolescenziale attraverso percorsi di lettura per classi elementari, medie e superiori, guide bibliografiche a tema, corsi di aggiornamento per bibliotecari, insegnanti di scuole medie e superiori.
L’universo del visivo, e soprattutto del fumetto e dell’illustrazione, è l’altro campo di azione privilegiata dell’Associazione che attraverso laboratori di fumetto per le scuole, incontri con ragazze e ragazzi, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, esposizioni per promuovere giovani artisti, si propone di educare piccoli e grandi ad “un certo sguardo”.
Hamelin è anche responsabile del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul, giunto alla sua quarta edizione.
In particolare, Barbara Servidori ha presentato l’ultimo numero della rivista “Questioni di genere” dell’Associazione Culturale Hamelin, che propone una serie di riflessioni e di proposte bibliografiche sul tema, nell’ambito dell’immaginario e della letteratura per ragazzi.
Nel suo intervento Barbara Servidori ha più volte sottolineato come dagli articoli pubblicati nell’ultimo numero della rivista, emerga come, nella produzione letteraria contemporanea per ragazzi, un’assoluta mancanza di modelli femminili complessi e diversificati, spiegando l’assenza di personaggi femminili avventurosi, coraggiosi, controcorrente che mettano in discussione il modello culturale imperante. Questo aspetto rappresenta una rottura con il recente passato in cui figure femminili variegate e articolate erano ancora presenti a lottare contro un appiattimento che oggi sembra ridurre i personaggi femminili narrati a soggetti livellati, la cui ossessione costante sembra essere solo l’attenzione all’abbigliamento, al gossip e all’omologazione, impedendo così di far emergere una qualsiasi forma di unicità nel personaggio rappresentato. Sembra, sottolinea Barbara Servidori, che sia il pubblico stesso a richiedere questo tipo di rappresentazione e che il mercato si adatti fornendo il prodotto richiesto. Si pone allora un interessante interrogativo, analizzato nell’articolo di Giordana Piccinini, su quale sia oggi lo statuto dell’autore che scrive storie per ragazze e ragazzi? L’autore deve andare nella direzione di ciò che il mercato gli richiede? La sua funzione è solo quella di rassicurare rafforzando i modelli imperanti del pubblico che lo legge?
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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno

Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione
Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 

Introduzione di:
Valérie Donati – Collettivo Le Vocianti

Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.

Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?

Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.

La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.

Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.

Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?

Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.

Iniziamo i lavori con un brevissimo video che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.

Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.

C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.

Cosa vediamo in queste immagini?

1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.

2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.

3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.

4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.

Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale, giuridica o politica?

Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.

Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.

Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.

E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.

L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.

Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!

Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.