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Racconto dell’ACQUA: l’Escuelita fluvial di Buenos Aires

[continua]

OLYMPUS DIGITAL CAMERALo scorso Ferragosto, mentre navigavamo sulla lancha colectiva verso l’Escuelita Caraguatá – finalmente! – era come se tutte le cose fossero andate al loro posto, in un’istantanea di perfezione: l’attesa pronta a sciogliersi, la luce densa della mite umidità invernale, l’esattezza noncurante dei gesti del timoniere e del ragazzo dai tratti indigeni che aiutava i passeggeri a salire e scendere dalla piccola imbarcazione che ci stava conducendo laggiù.

 

La geografia è indissolubilmente storia da queste parti, lo si capisce bene leggendo la vissuta presentazione nel sito, dove si racconta che la famiglia dell’Escuelita è nata nel 2007, quando all’interno del delta del Paraná, poco fuori Buenos Aires, più esattamente nell’Arroyo Caraguatá, è stato riscoperto un edificio in stile indo-inglese del 1910, che fino agli anni Settanta aveva ospitato una scuola pubblica, poi abbandonata e lasciata andare in rovina. Dopo una serie di lavori di ristrutturazione alla casa, si è cominciato a coltivare un orto biologico e a raccogliere volumi in quella che è poi diventata la luminosa biblioteca popolare, all’interno del centro culturale comunitario.

Oggi l’Escuelita è una variegata comunità. Laboratori, merende, prove di giovani musicisti, registrazioni di gruppi affermati, feste, ritrovi: un confluire variopinto di vite, le cui traiettorie fantasiosamente si incrociano in mezzo alla natura e ai sorrisi, che all’escuelita sembrano riprodursi esponenzialmente, accantonando, anche se solo per un attimo, fatiche e preoccupazioni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ambiente del delta, lungo 320 chilometri, è unico e sfuggente. Qui le acque del Paraná si incontrano con quelle del Rio de la Plata, mescolando i rispettivi sedimenti, su cui cominciano a crescere i giunchi e, a volte, s’incagliano ostacoli che rimangono sul fondo per anni: dragare l’affluente è una spesa poco urgente nella lista dell’amministrazione locale, anche perché l’Arroyo si trova un po’ scostato rispetto alla zona più turistica. Le maree e la nebbia, che in certi periodi rende la navigazione poco sicura, fanno sì che l’escuelita non sempre sia raggiungibile.

Gli aborigeni di questo territorio si chiamavano Chaná ma sono stati sterminati. La zona è stata ripopolata con immigrati europei e, più tardi, ha visto arrivare famiglie di umili origini, soprattutto uruguayane. Molti occuparono proprietà abbandonate. Negli ultimi decenni, la bellezza del posto ha attratto molti villeggianti, soprattutto da Buenos Aires, che vi hanno collocato la loro seconda casa per i fine settimana fuori città. All’escuelita si ritrovano bimbi, ragazzi e adulti del luogo o che arrivano da Tigre, l’ultima cittadina sul continente, prima del fiume, o dalla capitale. Si fanno laboratori bellissimi: si costruiscono burattini che diventano i protagonisti di fiabe animate, si suona, si fa l’orto. Ognuno va portando quel che è, per condividere e scambiare il suo con altri saperi. L’Escuelita è attualmente frequentata da circa 400 persone, fra cui 80 bambini e adolescenti, molti dei quali discendenti da quegli índios che in Argentina sono ancora gravemente stigmatizzati.

Eppure sono proprio loro (toba, quechua e guaranì) che, attraverso dimostrazioni pacifiche e cerimonie propiziatorie, si stanno battendo affinché nel Delta una certa zona non troppo distante dall’Escuelita, detta Punta Querandí, venga riconosciuta come luogo di interesse culturale e sito archeologico e perché non venga completamente snaturata dalla febbre immobiliare . Le parole di uno dei protagonisti di questa battaglia pacifica ci rimandano a una consapevolezza profonda, che è la stessa a cui mi riferivo nella mia introduzione, qualche giorno fa: “Ciò che stiamo facendo non è per noi stessi. La ragione sono i bambini, ai quali chiediamo perdono per quello che gli stiamo lasciando. I governi sono responsabili però anche noi lo siamo. È per questo che insegniamo ai nostri bimbi che una pannocchia di granturco vale più di un anello d’oro, perché col mais possiamo riprodurre la vita mentre l’anello non possiamo mangiarlo […] vogliamo recuperare il paradigma che ci hanno fatto perdere che è quello di fare tutto in forma comunitaria. Noi non siamo violenti, non siamo venuti a distruggere nulla”. Alcune insegnanti portano qui le loro classi in visita d’istruzione – un vero e proprio cimitero archeologico con punte di lancia e oggetti della quotidianità di popolazioni cancellate dalla violenza cieca degli invasori europei – per contribuire a “decolonizzare la storia”, dice una di loro , perché è necessario un lavoro di rivalutazione delle origini indigene, troppo a lungo rimosse con vergogna dall’identità nazionale argentina: la parola “índios” è troppo spesso usata con connotazioni dispregiative, la loro cultura eliminata dai curriculum scolastici e dai libri di testo. L’Argentina ufficiale che, da secoli, si ritiene ed è ritenuta il baluardo della civiltà europea nel continente sudamericano, pare non voler rispecchiarsi nelle proprie radici autoctone: una tematica particolarmente urgente in questi giorni in cui il paese comincia già a risentire negativamente dell’elezione di Mauricio Macri, conservatore liberista, elezione che contribuisce a ribadire l’identità del continente sudamericano come “cortile di casa delle grandi corporazioni che detengono il potere […] anche politico”, come affermava pochi giorni fa lo scrittore cileno Luís Sepúlveda, riprendendo l’immagine del “cortile di casa”, che è il modo in cui, sprezzantemente, gli Stati Uniti trattano il Sudamerica ormai da due secoli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAscoltare certe sensibilità in contatto più immediato con l’ambiente naturale non significa ovviamente scadere in certa datata retorica del buon selvaggio o prospettare come idilliache realtà che presentano difficoltà ed elementi contraddittori (chiunque s’impegni attivamente in progetti comunitari conosce bene i dubbi, i momenti di sconforto, le difficoltà che nascono talora non solo all’esterno, le contraddizioni su cui ci si interroga, certi nervosi per l’impressione di “lottare contro i mulini a vento”) ma significa piuttosto procedere nella presa di coscienza che certe tendenze non vanno assecondate per inerzia soltanto perché sono quelle della maggioranza, che lo stile di vita che la parte più influente dell’umanità ha adottato non è sostenibile e che un primo passo per cominciare a contrastarlo è scegliere di vivere diversamente, recuperando un dialogo con l’ambiente, valorizzando le (bio)diversità e scegliendo chi ascoltare senza pensare che sia tutto incontrovertibilmente deciso. Scegliere chi essere.

 

 

lancha2Dell’escuelita aveva già raccontato, facendoci viaggiare con l’immaginazione, Valentina Timpani, che vive a Buenos Aires da ormai cinque anni, dove è maestra elementare e che è fra le persone che con più continuità ed entusiasmo si adoperano dentro a questa bella realtà (e che lì ci ha portate!!).

Pochi giorni fa, nel pieno dell’estate argentina (che invidia!), c’è andata anche Teresa Rossano, insegnante di passaggio a Buenos Aires per fare gli esami di maturità in una scuola bilingue, portandone una bellissima testimonianza.

 

[continua col Racconto della TERRA, dal Cile dei mapuche]

 

 

 

 

 

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Talco e cera, di Valentina Timpani

barbie_Continuano i racconti di Vale dall’Argentina.  Oggi di quando si è avventurata lei di persona in un “centro di produzione di principesse”. Preparatevi a soffrire.

“Quando sono arrivata a Buenos Aires, la strada più grande vicino casa mia è tanto lunga che mi perdo, sembra impossibile perdersi in una strada tutta dritta. L’unico riferimento dicevo, quando sono arrivata a Bs As, per non perdermi vicino casa, erano i negozi. In realtà lo sono ancora, anche ora che sento mia la strada oltre che la casa, il fatto è che ci sono solo negozi in queste tipiche strade infinite di periferia, voglio dire che non ci sono fontane, vicoletti, finestrelle, aiuole, terrazzini, parcheggi e spiazzaletti tra un negozio e l’altro. Quando sono arrivata allora ho iniziato a prestare più attenzione ai negozi, cosa che non avevo mai fatto in altre città. E mi son resa conto che nella strada infinita ci sono tantissimi centri estetici, e sono sempre pieni di donne, anzi, prima dei giorni di festa, quando io vado al supermercato “chino” a fare la spesa, davanti alla porta del centro estetico più vicino a casa, che si chiama PRINCESAS (gli argentini sono un po’ all’antica in certe cose, da noi si sarebbe chiamato  BEAUTY), c’è la fila che fuoriesce dalla sala d’aspetto e arriva alla strada. Una volta ci sono andata anch’io da PRINCESAS, quando le mie colleghe italiane mi dicevano ripetutamente che si poteva considerare poco intelligente non approfittare dell’offerta smodata e dei prezzi molto bassi dei centri estetici vivendo a Bs As.

La prima volta ci sono andata sola, la seconda ho accompagnato un’amica in viaggio in Sud America desiderosa di esperienze forti, mentre l’aspettavo cercavo dei peli sulle gambe delle signore in attesa, ma secondo me erano tutte lì per accompagnare un’amica, perché non ne avevano nemmeno uno.

La prima volta invece la signora Nilda mi ha spinto verso una cabina minuscola dove c’è un lettino bianco ed è andata via, allora io non sapevo bene che fare ed ho aspettato. Poi dopo un po’ una ragazza molto grassa mi ha salutato velocemente e mi ha chiesto di spogliarmi e stendermi, ovvio. Lei aveva in mano un secchio pieno di cera fumante con dentro un bastone lungo di legno. Mi ha cosparso di talco e in pochi secondi ha spalmato una mano di cera bollente su tutta la parte inferiore del mio corpo. Poi ha acceso il ventilatore (in quel momento mi sono accorta che c’era e ho capito perché) e girandosi di scatto come se io stessi per scapparle tra le mani, si è attaccata al lembo sporgente di cera dura e ha strappato in un unico gesto, con faccia rabbiosa, appoggiandomi le tette sulla pancia, e via tutto il bollentume ormai secco. Io urlo dentro e capisco rotondamente perché non mi sono mai piaciute le principesse. 

Quando sono andata via nessuno mi ha salutato, non so perché, ho pensato che fosse perché io mi rado con gilette e questo causa molto lavoro alle produttrici di principesse. O forse perché sono straniera.

Poi sempre le mie colleghe italiane mi dicevano che loro hanno iniziato a depilarsi con la definitiva e che a Bs As le donne eliminano tutto ciò che si può eliminare in ogni recondito angolo del corpo e che la sensazione dopo è meravigliosa.

A quando la genesi del piacere prodotto nello sbiancamento delle parti del corpo naturalmente nere?”

Valentina Timpani

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Ni una más: va in scena il femminicidio

“Ed eri solo tu. Luisa. Con i tuoi occhi verdi. Hai dimenticato, l’ho visto, l’ho sentito. I calli delle sue mani sul tuo viso, e le grida soffocate, le lacrime negli occhi gonfi. Hai smesso di maledirti e maledirti ancora per essere rimasta fino alla fine, fino alla fine della sopportazione e oltre. Ed eri solo tu. Luisa. Niente costole incrinate, niente denti rotti, niente ginocchio da riabilitare.

Niente amore che si tramuta in bestia. L’ho visto. Ad un tratto ti sei voltata, verso sinistra, non guardavi niente di particolare, e sei rimasta così, sospesa di fronte ad un futuro possibile. Niente famiglia che ti dice sopporta, niente amiche che ti dicono sopporta, niente vicini che ti biasimano e voltano la testa dall’altra parte. Solo tu. Sospesa di fronte ad un futuro possibile. Ed io ti guardavo e pensavo che ce l’avresti fatta. Ho pensato che in un anno da quando ti avevo visto la prima volta avevi fatto dei progressi inimmaginabili. Ho pensato che tutto sarebbe andato a posto.” Read the rest of this entry »

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Quel che hanno da insegnarci le Pussy Riot

Pubblichiamo queste interessanti riflessioni che Igor Giussani fa a partire dal caso Pussy Riot:

(Premessa fondamentale – Gli utenti del sito conosceranno la vicenda giudiziaria delle tre ragazze del collettivo punk-femminista russo Pussy Riot, che hanno ricevuto la solidarietà di svariate celebrità internazionali, da pop star come Madonna a maître à penser contemporanei come Slavoj Žižek. In questa sede vorrei soffermarmi sul carattere dell’azione politica del collettivo, per capire se forse abbia qualcosa da insegnare a noi nel lontano e democratico Occidente. Per ragioni di spazio, posso aver dato un immagine stereotipata dello SNOQ e può sembrare che abbia scoperto l’acqua calda parlando di una ‘visione sistemica’ già ampiamente sostenuta ad esempio dai movimenti eco-femministi: ho preferito di gran lunga anteporre la sostanza alla forma per cercare di animare la discussione, quindi mi scuso per qualche indebita semplificazione)

 

Ci si può accostare all’azione del collettivo russo Pussy Riot – la ‘preghiera punk’ nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca per protestare contro il regime di Putin e la connivenza della Chiesa Ortodossa – sostanzialmente in tre modi:

1) derubricare tutto a una carnevalata controproducente di ragazzine sognatrici;

2) ritenerla una forma di lotta valida per uno stato semi-autoritario come l’attuale repubblica russa;

3) riflettere sull’approccio di queste donne per capire se è applicabile a prescindere dal contesto russo.

La visione 1) è sostenuta anche da alcune persone sedicenti di sinistra persino ‘radicali’ o ‘comuniste’ che rigettano le azioni dirette e spontanee in nome di un non meglio precisato  pragmatismo. Queste persone generalmente sono ossessionate dal ‘filo-americanismo’ e sospettano che in realtà dietro le ragazze ci siano la CIA e il Dipartimento di Stato allo scopo di indebolire il nemico Putin, sviare l’attenzione sul caso Assange ecc. Oltre a un sorriso di compatimento, aggiungerei soltanto che su di una cosa hanno ragione: tecnicamente quello che hanno fatto le Pussy Riot è davvero una ‘carnevalata’, in quanto il carnevale è la festa del rovesciamento e della dissacrazione delle gerarchie e dei valori dominanti, e per questo è sempre stata la festività più temuta dalle autorità.

Esaminiamo allora le due opzioni rimaste. L’accettazione della 1) prevede un’implicazione importante, ossia che la cornice del liberal-liberismo rappresenti la condizione ideale per combattere la discriminazione, che quindi può attuarsi attraverso forme di lotta meno radicali di quelle adottate dalle Pussy Riot. A torto o a ragione, questa posizione mi fa venire alla mente lo SNOQ e in particolare le proposte per la pari presenza femminile nelle liste elettorali, negli organi di governo e nei consigli di amministrazione delle aziende. Proposte apparentemente ineccepibili e sicuramente ispirate a un sincero principio di uguaglianza dei sessi, ma che mi fanno balenare un dubbio atroce: non è che forse queste iniziative, più che combattere la discriminazione, contribuiscono a renderla meno evidente e più tollerabile? Tutto il problema si risolverebbe semplicemente aumentando il numero di Angela Merkel, Elsa Fornero, Emma Marcegaglia e di altre degne epigoni di figure maschili? E poi una carriera politica e manageriale può riguardare principalmente le donne istruite della classe media e nel nostro paese le donne laureate sono poco meno del 10% (più o meno la stessa percentuale degli uomini): che cosa deve fare il restante 90%? Ivan Illich malignerebbe che il loro compito sarebbe di fare da domestiche alle ‘sorelle maggiori’ ringraziando per l’interesse paternalista mentre queste si spartiscono la loro fetta di torta con il potere maschile.

Anche evitando le provocazioni, si pongono delle criticità evidenti. Non c’è nulla di male nel considerare i diritti delle donne autoreferenziali, ossia meritevoli di sostegno a prescindere da considerazioni di ogni tipo, ma si pone un piccolo problema: in questo mondo di autoreferenziale non c’è nulla, neppure la morte. Gli ecosistemi, le società, le economie, il cyberspazio… sono il risultato di connessioni sistemiche strettamente intrecciate tra loro, che sarebbe fuorviante trattare separatamente. E qui, secondo me  emerge la superiorità dell’approccio delle Pussy Riot.

Le Pussy Riot sono state ‘radicali’ nel senso autentico del termine, perché sono intervenute alla radice del problema senza limitarsi alle manifestazioni superficiali. Nella dichiarazione di chiusura del processo - un vero capolavoro, – si evince chiaramente come il femminismo e l’anti-sessismo abbiano origine non da semplici constatazioni ma da una profonda critica del potere. Le loro accuse sono diverse dalle solite tirate anti-Putin (le elezioni truccate, la retorica dei diritti umani, ecc.) e svelano la natura più intima del meccanismo di consenso del regime, ragion per cui sono risultate particolarmente indigeste. Invece di criticare con occhi occidentali – cosa che fa abitualmente un altro contestatore di Putin, l’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov pure lui arrestato in una manifestazione pro-Pussy Riot -  lo hanno fatto da un punto di vista femminile e autenticamente russo e il regime non ha potuto replicare blaterando le solite accuse di ingerenza in affari interni da parte di misteriose entità straniere. I gruppi come le Pussy Riot non reclamano poltrone e non rivolgono proposte “a partiti, sindacati e istituzioni” (auspicio del comitato promotore SNOQ, che si è concretizzato in diversi incontri con esponenti dell’attuale governo, con leader del centro-sinistra e con Susanna Camusso, segretario della CGIL) perché la loro idea di democrazia è basata sull’azione diretta. Ma al di là dell’atteggiamento anarchico, mi preme sottolineare come il femminismo delle russe si basi su di una interpretazione molto più vasta del concetto di discriminazione, che chiamerei ‘sistemica’ per distinguerla da quella autoreferenziale del “50 e 50” che vede la soluzione nell’accesso di qualche donne ai vertici del potere.

Immagino che pochi, pur rallegrandosene, ritengano un progresso per la condizione femminile eventi recenti come la chiusura dell’allevamento di beagle Green Hill o dell’acciaieria ILVA di Taranto (quest’ultima per opera di una donna magistrato, il GIP Patrizia Todisco, gentilmente ribattezzata da Libero “zitella rossa” e linciata in modo bipartisan in quanto affossatrice dell’economia italiana e affamatrice di lavoratori). Io ritengo invece che si tratti di colpi importanti inferti all’ideologia meccanicista che domina l’ultimo secolo e mezzo, basata sull’idea che la natura e la cittadinanza debbano immolarsi sull’altare della mega-macchina capitalista, un precetto causa di sofferenza per intere generazioni di donne fin dagli albori della rivoluzione industriale. Per allargare il discorso, in una società talmente mercificata da aver riesumato forme di lavoro strette parenti dello schiavismo, si può davvero pensare di ovviare alla cultura degenere della donna-oggetto solo con qualche codice di autoregolamentazione? Può avere successo il tentativo di creare ‘isole felici’ nella marcescenza generale?

D’altra parte, se in Italia avviene un femminicidio ogni tre giorni (120 morte solo nel 2011 – dato di un rapporto di Casa delle donne – a titolo di paragone, più dei soldati italiani e tedeschi caduti in dieci anni di guerra in Afghanistan) come ci si può stupire di discorsi all’insegna del “tumore in cambio di lavoro” e del più totale disprezzo di ogni tutela ambientale?

Le Pussy Riot, vista l’ingiusta condanna, hanno bisogna della solidarietà più estesa possibile. Ma forse, più che povere vittime, queste ragazze devono essere considerate un faro per illuminare la nostra condotta politica, troppo spesso sospesa tra difese di nicchia.

  Igor Giussani

 

 

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Appunti di educazione al genere. 2. Attraversare il “focoso”

Scrive Silvia Leonelli, in un breve saggio che ho trovato molto interessante contenuto nella raccolta Femmine e maschi nei discorsi tra compagni di classe., che l’educazione di genere è l’insieme dei comportamenti, delle azioni e delle attenzioni messo in atto quotidianamente da chi ha responsabilità educative in merito al vissuto di genere, ai ruoli di genere e alle relazioni di genere di giovani e giovanissimi.  Nel momento in cui scarsa è in media la consapevolezza di chi ha responsablità educative in merito a questi temi è inevitabile che spesso l’educazione al genere corra il rischio di essere “mera pressione omologatrice alla tradizione”: di insinuarsi negli esempi, di passare nei giochi e nei giocattoli, nelle filastrocche e nelle fiabe, di strisciare attraverso attività ruolizzanti, mediante l’esposizione a esempi quotidiani che riproducono stereotipi segreganti o, in ognicaso, riduttivi, di trasparire dagli sguardi dei familiari degli adulti significativi o anche degli amici che valorizzano o respingono aspetti legati al maschile e al femminile, di parassitare i processi di osservazione e identificazione, di incunearsi nella storia infantile, adolescenziale, negli incontri, negli scontri, nelle relazioni: “ed è proprio nella nostra tradizione italiana che si nascondono le profonde asimmetrie di genere; lì si annidano gli atteggiamenti disconfermanti verso le bambine/ragazze/donne e il femminile, lì trovano una loro legittimazione simbolica le relazioni di dominio” (p. 46). Read the rest of this entry »

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 4

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Stefania Prestopino


 

 

Il terzo intervento è quello di Stefania Prestopino del collettivo Le Vocianti, che per l’Associazione Hamelin ha pubblicato un articolo che indaga sull’immaginario proposto alle giovani e ai giovani dalla cultura di massa.
Stefania ha introdotto il suo intervento ricordando quanto emerge dai dati comunicati dai centri antiviolenza: il fenomeno della violenza di genere è in costante aumento, e questo incremento si registra in particolare fra le giovani generazioni, ed è da attribuire all’influenza degli stereotipi che letteralmente invadono l’immaginario infantile e adolescenziale.
Lo stretto rapporto fra rappresentazione mediatica e violenza è una dinamica profonda e radicata che sta alla base della disparità fra uomo e donna, e che viene denunciata da chi affronta tutti i giorni in prima linea le conseguenze drammatiche della disparità fra i sessi.
E’ una chiave interpretativa della realtà che deve essere però portata alla consapevolezza di tutti, non solo degli “addetti ai lavori”.
Non è giusto in questo senso parlare di questione femminile: la degenerazione del rapporto fra i sessi, e i numeri lo testimoniano, è un problema di portata antropologica, un problema di relazione. Parlare di questione femminile è fuorviante.
Qual’è la posizione di bambine e bambini all’interno di queste relazioni? Se sono da un lato i testimoni più vulnerabili di queste dinamiche (quando non sono coinvolti in prima persona), dall’altro è proprio l’infanzia la possibile chiave di volta per il cambiamento, il territorio fertile su cui agire un’educativa basata sul rispetto di ogni unicità, di ogni individualità.
Ma è questa la prospettiva che effettivamente viene offerta alle generazioni in crescita?
Qual è il panorama culturale in cui i nostri bambini e le nostre bambine crescono, assorbendo i modelli di relazione fra i sessi? Sono davvero liberi di maturare la loro individualità a prescindere dai ruoli tradizionali di maschile e femminile?
Stefania ha analizzato in un primo tempo l’offerta di giocattoli e di attività che oggi vengono proposte alle bambine e ai bambini, facendo emergere una nettissima separazione fra giocattoli e attività rivolte alle une e agli altri. Se visivamente è chiaro a tutti che il reparto rosa e fucsia è la terra delle principesse e che quello dell’azzurro e del blu è il dominio dei cavalieri, è meno chiaro ad un primo sguardo, che alle bambine vengono proposte attività che hanno a che fare con la cura di sé e dell’altro (trucchi, specchiere, coroncine, bambolotti) e giocattoli che sembrano voler rinchiudere le bambine nelle mura domestiche in attività di cura della casa (aspirapolveri, cucine, scope e ferri da stiro), con una precoce ossessiva attenzione all’estetica e alla seduttività. Mentre ai bambini vengono proposte attività di scoperta, di avventura, attività tese a sviluppare le loro capacità fisiche e le loro doti psichiche, che li portano fuori dalle mura domestiche. Ancora una volta quindi per le bambine le porte si chiudono su un immaginario sempre più angusto e asfissiante, superficiale ed edonista, mentre appare che per i bambini la spinta sia verso l’esterno, l’avventura, la costruzione di una personalità curiosa e performante. Stefania Prestopino correda la sua indagine di veri e propri collages nei quali appare il sovraffollamento di oggetti per piccole donnine di casa e per piccole principesse.
Gli stessi modelli ritornano in altri prodotti destinati a bambini e adolescenti: dai diari scolastici alle fiction televisive, le riviste, l’abbigliamento.
Un altro settore di analisi sul quale punta la sua ricerca è infatti quello della moda junior, spiegandoci come ogni brand che si rispetti abbia una linea baby o junior e di come la tendenza sia ormai quella di adultizzare ed erotizzare le bambine, fino alla cancellazione completa della rappresentazione dell’infanzia per sfociare in un corollario raccapricciante in cui miniature volgari e grottesche di baby modelle ammiccano grottesche dalle pagine dei giornali di moda. Anche in questo caso le foto e i collages raccolti dall’autrice illustrano ampiamente il fenomeno e la tendenza.

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Unioni Civili, cosa sta succedendo a Gubbio?

Nel2002 a Gubbio venne istituito il registro delle unioni civili un atto che, come ricorda Aurelio Mancuso sul Manifesto del 26 gennaio scorso, in Italia ha soltanto un indirizzo di ordine politico in assenza di una vera e propria legge che le regolamenti.

Assenza che per altro pone l’Italia, come in tanti altri campi, ad essere fanalino di coda nella corsa a diventare un paese un minimo civile.

Ma se il valore dell’istituire un registro di questo tipo è appunto politico, lo è ancora di più la decisone di chiuderlo.

Ed è esattamente quello che è successo nei giorni scorsi nel consiglio comunale della cittadina Umbra.

Il sindaco di Gubbio, Diego Guerrini, ha infatti votato, insieme ad alcuni esponenti della sua maggioranza, un ordine del giorno presentato da un consigliere della minoranza di centro destra che chiude il registro.

Un fatto gigantesco, enorme che fa fare un salto indietro a tutti quanti, però?

Però di questo non si legge nulla, se non una colonnina nelle pagine interne del Manifesto, lo si relega a fatto di cronaca locale.

Credo invece vada ribadito per quello che è, un atto politico che nel non venire recuperato e rilanciato viene volutamente fatto passare in sordina come un problema di poco conto.

Il punto non è quindi, l’orrenda decisione del sindaco di Gubbio, quanto piuttosto l’approccio alla questione che viene usata e strumentalizzata sul piano mediatico in una sola direzione.

Basta pensare a quanto clamore si solleva ogni volta che alla comunità lgbt viene riconosciuto un diritto o uno spazio di democrazia, quanti scudi vediamo alzarsi da parte del mondo: politico, sociale e religioso.
Ogni istituzione di un registro è condita di giornate e giornate di dichiarazioni sulla stampa di presunti difensori della morale, quando però la cosa va nell’altro senso tutto si riduce ad un articoletto.

Sarebbe ora di pretendere da chiunque si candidi a rappresentarci un’intransigenza bidirezionale, che non si fermi ai proclami ma che si faccia carico di fare battaglie anche di difesa.

E in questo non dico che non ci siano alzate voci per  condannare la scelta, però tutto si è fermato lì, dichiarazioni e sdegno e poi più nulla tutto avanti come prima, che tanto i problemi sono altri…

 

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Riprendiamoci la parola!

La riflessione, fitta di riferimenti interessantissimi, che Elisabetta Pierri ha fatto sull’importanza di usare le parole con coscienza e cognizione di causa  mi stimola a riprendere alcune mie considerazioni già esposte in pubblico durante la serata che abbiamo organizzato qua a Bologna l’8 marzo scorso.

Esiste un nesso sottile, non diretto ma ineludibile, tra violenza simbolica e violenza reale: le rappresentazioni della donna da cui siamo tempestati contribuiscono al configurarsi di sensibilità sempre meno sensibili, sempre meno capaci, cioè, anche solo di rendersi conto dell’ingiustizia e del sopruso. Queste rappresentazioni agiscono molto spesso in maniera insidiosa e finiscono per far passare sotto la soglia della normalità discriminazioni gravi, ottundendo la nostra capacità di rilevarle come tali. Read the rest of this entry »

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Indignamoci

Crisi globale, precarietà, manovre che tagliano i diritti dei lavoratori, ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che crollano sempre di più in un abisso di indigenza.

Ogni giorno assistiamo ad una situazione globale in cui la politica, di chi ci governa e anche di chi è opposizione, è assoggettata ai ricatti della finanza e delle banche centrali. Viviamo ormai in un paese che è solo l’esecutore materiale di politiche decise da altri e che vanno a vantaggio di altri.

Per tutto questo il 15 ottobre a Roma, ma anche in tante altre iniziative, ci diamo appuntamento per dirci indignati da questa situazione e per provare a farne uscire una nuova volontà e proposta politica.

In tutto questo però, schiacciati dall’emergenza economica, stiamo lasciando a lato questioni che non possono essere dimenticate.

 

Se vogliamo ripensare ad un nuovo modello di società, questo modello deve avere, fin dalla sua nascita, fin dal germe iniziale, al suo interno anche un ragionamento forte serio e radicale sui diritti civili.

Non viviamo solo nel mondo della precarietà del lavoro, ma anche in quello dell’individuo.

 

L’Italia, infatti, è ai vertici delle peggiori classifiche:

Violenza sulle donne, Omofobia, Transfobia, situazione sempre più spesso passata sotto silenzio da tutte le parti politiche, che si lavano la coscienza con la partecipazione ad una manifestazione o ad un convegno, per poi dimenticarsene l’istante dopo.

Un nuovo modello di società deve essere anche un nuovo modello di convivenza, di rispetto e di riconoscimento reciproco.

 

E deve essere uno sforzo che ponga degli obbiettivi precisi e inderogabili, che partano dal riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, da una legge contro l’omofobia e da un impegno, fatto di leggi e azioni, volto a contrastare il modello culturale generale che pone le donne in un ruolo di oggetto plasmato sul desiderio maschile e che combatta la ancora presente disparità presente in ogni ambito della vita quotidiana, dal lavoro alla semplice disponibilità del tempo libero fra i sessi.

 

Dobbiamo indignarci anche per questo, e portare anche questi temi nelle nostre discussioni, se vogliamo che veramente si ragioni su un nuovo modello di società.

 

E dobbiamo farlo superando l’idea, tutta maschile, che lo si faccia per indulgenza verso un indefinito “altro”, verso una categoria che non ci riguarda o non ci appartiene.

Siamo vittime e carnefici di una realtà che ci costruiamo quotidianamente, in cui anche l’uomo è rinchiuso e sminuito in un ruolo che dobbiamo, finalmente, iniziare a rifiutare.

 

Parlo ovviamente da uomo e agli uomini che stimo e con cui condivido tanto della mia passione politica e sociale, senza nessuna volontà di completezza, ma sperando di poter stimolare una discussione.

 

Proviamo a guardarci intorno e a dirci, sinceramente, anche solo per noi stessi, se non siamo mai stati parte di un sistema che ci pone, in quanto maschi etero, in una posizione privilegiata e prevaricante. Diciamoci poi che non possiamo più accettare che questo continui ad essere, perché pensiamo veramente che se dobbiamo produrre un’alternativa, questa non può che non venire anche da una messa in discussione comune di questo stato, messa in discussione fatta insieme alle donne e a tutto il mondo lgbtq.

 

Non possiamo anche noi sottostare all’idea che siano questioni di serie B su cui non dare battaglia con la stessa convinzione in cui ci muoviamo per la difesa dei diritti dei lavoratori, dobbiamo anzi farcene carico in maniera convinta e inserirle nelle nostre discussioni e nelle nostre elaborazioni.

 

Prendere atto che le discriminazioni di: genere, sesso, razza o qualsiasi altro tipo, sono parte integrante del sistema capitalista tanto quanto quelle che derivano dalla classe sociale e che quindi vanno smontate con la stessa pervicacia.

 

Dobbiamo riuscire a proporre e poi a creare, una società diversa per tutti e che non sia disponibile a sacrificare i diritti, per compiacere una qualche parte politica.

 

Anche questo dobbiamo portare in piazza il 15 ottobre, anche su questo dobbiamo dirci indignati.

 

 

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L’infanzia rubata

Pubblichiamo oggi, dopo esserci consultate con Linda che l’ha scritta, questa lettera comparsa sabato 23 ottobre 2010 su D-Repubblica, perché ci è parsa particolarmente attinente ai temi che più ci premono, visto che siamo convinte che il sistema in cui ci troviamo incastrati e contro cui stiamo tentando di far sentire le nostre voci cominci a infliggere i suoi assalti molto molto presto,  rendendo le persone talmente assuefatte alla sua violenza subdola da non riuscire più nemmeno a percepirla.

Della fretta che abbiamo di far crescere i nostri figli, le nostre figlie in particolare, cooptate da messaggi pubblicitari perennemente inisinuanti ed erotizzati che mercificano i corpi femminili fin da età precocissime ha scritto, sul nostro sito, anche Valérie Donati.

Per quanto mi riguarda, mi capita di pensare al furto dell’infanzia che la nostra società ormai perpetra in un clima di quasi totale apatia, ogni volta che vedo un cartone animato di quelli main stream, di quelli che riempiono le sale cinematografiche e riescono a meritarsi il plauso anche di critici apparentemente selettivi e quotati: ci sento comunque un eccessivo ammiccamento agli adulti, battute allusive, personaggi dalle personalità perennemente irrisolte che veicolano valori troppo ambigui per l’età di chi guarda, come se dovessimo da subito abituarci a un relativismo esasperato, a un pensiero tanto debole da farsi inconsistente.

E poi ritmi e rumori esagerati, irrinunciabili momenti di violenza, anche in film con temi delicati, come Up, che riesce ad avere uno sguardo così raro sull’amore in vecchiaia e poi si perde in un’esplosione di latrati lancinanti e cagnareassordanti in un Sudamerica chissà perché rappresentato come una no man’s land mezza lunare mezza infernale. In sala ci sono sempre 4-5 bambini che piangono e vogliono andare via.

Va a finire che, quando vedo un film che dovrebbe essere per bambini, esco dal cinema nervosa e amareggiata. Triste sia se le mie figlie non si sono divertite (triste per quello) sia se invece lo hanno fatto (triste per il timore che si stiano assuefacendo
a un mondo che non mi piace).

Linda, in questa lettera, torna a lanciare un allarme per questa infanzia rasa al suolo, immolata sull’altare del profitto a tutti i costi: parla di bambine assorbite in quel “contesto prostituzionale” che tanta pubblicità contribuisce a far rimbombare e a diffondere, grottescamente incastrate in vestiti e atteggiamenti indotti, che preludono al tipo di donna più in voga, la donna-articolo in vendita, la donna-prodotto a disposizione sul mercato, la donna reificata.

DALLE DONNE AI BAMBINI

Mentre il corpo maschile è a rischio, la mercificazione di quello della donna ha raggiunto livelli ormai inaccettabili ed è sotto gli occhi inconsapevoli o ciechi o disinteressati o impotenti, di tutti noi. Siamo talmente drogati e assuefatti allo sfruttamento dell’immagine femminile da non accorgerci di non fare troppa distinzione tra la parola sesso e la parola donna.

Nel mio piccolo, provo quotidianamente ad oppormi a tale visione (mi scontro ogni giorno sul lavoro con uomini, tutti uomini, principi e re di un mondo di battute, strizzatine d’occhio, furberie e racconti improbabili) ma mi rendo conto di essere anche io all’interno di un meccanismo più grande di me, che fonda le sue radici troppo lontano per non aver influenzato anche il mio modo di pensare e di agire. Fino ad ora sono stati gli uomini a dirigere, ad essere presenti in tutti i settori lavorativi, economici e artistici. È stato l’uomo a dettare, nell’arte, nella comunicazione, negli stili di vita, la visione del mondo e dunque anche della donna.

Ma oggi, ho paura, che stia accadendo qualcosa di ancora (se possibile) più grave. Qualcosa contro cui tutti, uomini e donne, dovremmo, a mio parere, scandalizzarci e opporci, prima che sia troppo tardi.

Le donne oggi subiscono e putroppo a volte, inconsapevolmente accettano, la costrizione di vedersi ritratte nelle pubblicità di moda in mezzo a cetrioli, indotte a compiacersi del ruolo di bambole di plastica senza altra funzione che fottere ed essere fottute, e ad immedesimarsi in canoni estetici che portano ad una devastazione psicologica tale per cui dopo aver sfogliato una rivista di moda il 70% delle lettrici si sente depressa e in colpa. Se tutto questo le donne subiscono, io vorrei fare in modo che altrettanto non accada ai bambini.

Sfogliando le riviste femminili e di moda, guardando i manifesti pubblicitari o le vetrine dei negozi o le fermate degli autobus, mi sono accorta di come siano in costante aumento le pubblicità di abbigliamento infantile, laddove “infantile” è un termine del tutto inappropriato. Bimbe dalle gote porpora e dalle labbra rosse private del sorriso, fissano l’obbiettivo. Qualcuno potrebbe vederle come piccole (molto piccole) Lolite. Niente hanno dell’infanzia se non l’età, ridicolizzate come scimmiette travestite, adultizzate, erotizzate. Oscene.

Immagini di bambini adulti, che parlano agli adulti e affascinano i bambini.

Non sono madre, non so cosa provino i genitori nel vedere tali immagini ma in me provocano profondo sdegno verso la nostra società. E paura. Paura nel pensare a chi tira i nostri fili, in quali mani siamo per sottostare a tutto ciò senza aprire bocca o peggio senza accorgercene o ancora, per ritenere le mie opinioni esagerate. E paura per i futuri adulti.

Cosa succederà ad individui privati dell’infanzia?

A bambini portati ad imitare e ad immedesimarsi in modelli troppo adulti?

Se lo stesso meccanismo di sessualizzazione dell’immagine porta problemi e confusione nell’adulto, cosa può accadere in un bambino portato troppo presto a spostare l’attenzione sul proprio corpo e sulla propria immagine?

A vedere il proprio corpo come arma seduttiva, merce di scambio, punto d’arrivo?

Ma soprattutto, non porta questo modello “infantile”, ad una normalizzazione di brame voyeristiche e pedofile?

In virtù delle nostre visioni edonistiche e utilitaristiche stiamo a mio avviso, andando oltre ogni limite, superando il livello del permesso.

In una società dove aumentano i diritti delle persone, vanno paradossalmente crescendo le violenze e gli abusi dell’individuo, della sua immagine, della sua sensibilità.

Linda (una 28enne)

(da “D-Repubblica”, n°716, 23/10/10)