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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno

Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione
Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 

Introduzione di:
Valérie Donati – Collettivo Le Vocianti

Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.

Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?

Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.

La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.

Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.

Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?

Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.

Iniziamo i lavori con un brevissimo video che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.

Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.

C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.

Cosa vediamo in queste immagini?

1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.

2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.

3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.

4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.

Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale, giuridica o politica?

Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.

Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.

Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.

E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.

L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.

Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!

Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.

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Donne e politica, di Nicola Orichuia

caterina-sofficiIn Italia, il binomio donne e politica è sempre stato caratterizzato da una notevole conflittualità. Nonostante le battaglie per i diritti vinte negli anni ’70, resta ancora molta strada da percorrere per raggiungere una rappresentanza adeguata all’interno del Parlamento. Read the rest of this entry »