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Grazie alla sentenza della cassazione torneremo al 1986?

“nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure”

Sono le parole con cui, oggi, la consulta ha concesso a due ragazzi colpevoli di stupro una pena alternativa a quella del carcere, normalmente prevista dalla legge.

Da oggi chi stupra in Italia sa che non è detto che dovrà scontare una pena in carcere, da oggi il reato di stupro è nuovamente un reato di secondo piano, una atto per cui il carcere non è obbligatorio, purché lo si faccia in gruppo!

Solo dal 1986, con l’abolizione del Codice Rocco,  si era passati a considerare la violenza sessuale un reato contro la persona e non più contro la morale. Dopo poco più di vent’anni si decide nuovamente di depotenziarlo, diminuendone nei fatti il deterrente e avvalorandone una percezione di minore gravità.

Ma l’assurdo è proprio che la cosa si applica se lo stupro avviene in gruppo… Quindi chi vuole rovinare la vita di un’alta persona è sufficiente che si armi di altri volenterosi per evitarsi il carcere.

Depotenziare le pene sul reato di stupro, in un mondo in cui la percezione del corpo altrui è sempre di più quella di un oggetto alla mercé di chi vuole usarlo è quanto di più sbagliato si possa fare, ed è un atto che non va fatto passare inosservato.

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Femminsimo a Sud

 

 

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Se non ora, quando? Le nostre parole per il 13 febbraio 2010.

Socie fondatrici DP 13 febbraio, foto Sara Colombazzi

Socie fondatrici DP 13 febbraio, foto Sara Colombazzi

Ancora euforiche per l’ondata di vita, militanza e allegra consapevolezza dell’urgenza di cambiare le cose, abbiamo pensato di pubblicare qui sul sito una sintesi dei discorsi che abbiamo letto in piazza Maggiore a Bologna e, in mattinata, in piazza Matteotti a Imola. Per sigillare questa giornata che ci ha riempito di speranza e di volontà di continuare la nostra battaglia e ricordarcene quando abbiamo qualche dubbio che ne valga davvero la pena!

Il sentimento che nasce davanti a una piazza piena come quella di oggi è doppio. Da un lato prende forma con la presenza di tutte e di tutti coloro che sono qui, la gravità di una situazione ormai intollerabile. Dall’altro si ha la netta sensazione che lo spazio per la reazione comune, per l’espressione massiccia del dissenso è possibile, oggi più che mai! Sentimento di allarme, urgenza, sbigottimento sì, ma anche sentimento di appartenenza, di empatia, di sorellanza.

Come associazione Donne pensanti siamo qui oggi, 13 febbraio, insieme a molte altre donne, in molte altre piazze per difendere un’altra immagine della donna, un’altra concezione del femminile, diversa dal penoso spettacolo di questi mesi, di questi anni, diversa dall’uso mercantile del corpo delle donne. Non si tratta di neofemmenismo o di veterofemminismo, si tratta di femminismo. Un femminismo calato sui mille possibili volti di donne, non di donna. Un femminismo senza retorica fatto delle parole e delle azioni di tutte coloro che cercavano uno spazio di espressione. Donne pensanti é nata proprio così, dalla volontà di accogliere lo scontento e l’indignazione, sempre più diffusa fra le persone comuni, per lo stato di sopraffazione in cui le donne sono costrette nel nostro paese, in un’azione efficace, compatta ma non monolitica, che vuole integrarsi in un movimento trasversale fatto di tanti attori affiatati in una lotta comune.

Siamo convinte che se non facciamo sentire oggi il nostro dissenso, se non lo urliamo, ancora una volta verrà detto ovunque che siamo consenzienti, e si millanteranno ancora sondaggi che inventano un consenso al Presidente del Consiglio del 70 dell’80, del 120 %. Ora no, guardatevi, guardiamoci intorno: qui non c’è consenso, c’é solo dissenso . E si potranno ancora fabbricare sondaggi su misura, ma che non ci si permetta più nel nome del popolo, perché il popolo comincerà ad urlare “dimissioni” come ha urlato “vattene” il popolo egiziano sulla piazza Tahrir.

Per questo oggi chiediamo le dimissioni di Berlusconi. Non perché in lui sia incarnato il male supremo dell’Italia ma perché si tratta del primo e necessario passo per cominciare un processo di ricostruzione culturale, sociale e politica. Le chiediamo come donne, come cittadine, e le chiediamo insieme a tutti quegli uomini e cittadini che non accettano di essere rappresentati da Berlusconi e dalla sua corte di lacchè.

Vorremmo che fosse chiaro che ciò che ci spinge a reagire non è solo lo scandalo sessuale. Ciò che ci preme smantellare è il sistema che Silvio Berlusconi, grazie al monopolio dell’informazione e della disinformazione, alla tentacolare estensione di poteri che non hanno né limiti né ostacoli, ha creato in questi anni. Un sistema di corruzione che usa le donne come moneta di scambio per ottenere favori, che ha svuotato di senso le parole (le parole sono importanti…diceva un signore…), che ha affamato le scuole condannando il nostro capitale per il futuro a sperare di andare all’isola dei famosi piuttosto che diventare una lavoratrice o un lavoratore. Un sistema che ha sbeffeggiato, deriso, offeso i valori fondatori di una Repubblica fatta di cittadine e di cittadini.

Oggi, in Italia, la sfida per inventare una società liberata e libera, partecipativa e politica, giusta in quanto egualitaria, questa sfida passa per una nuova definizione del ruolo delle donne e, in un modo più generale, del ruolo del femminile. E questo, anche i vampiri, sospesi fra l’essere e il nulla, lo hanno capito. A loro spese.

Così, se vogliamo dare alle donne e agli uomini italiani una speranza di ritrovare dignità nella cultura sociale e politica di questo paese, bisogna riformare da cima a fondo il ruolo della donna nella politica, nella cultura e nella società italiana.

Questa riforma non è possibile senza l’impegno di tutti, donne e uomini insieme.

Diciamo basta ai giochi di potere che mirano, ancora una volta, ad addomesticare le donne, renderle docili, innocue, inoffensive: oggetti e non soggetti del piacere e del desiderio, un desiderio che non le contempla se non come strumenti. Rimettiamo invece l’accento sul nostro piacere e sui nostri desideri, non quelli che veniamo indotte a sentire, ma quelli a cui arriviamo ascoltando la nostra incapacità di integrarci, la nostra insofferenza, la nostra inadeguatezza, le nostre unicità. Reagiamo contro questa nuova forma di sudditanza, talmente surrettizia e devastante che alcune di noi l’hanno voluta confondere con una forma di emancipazione. Reagiamo contro la violenza omogeneizzante di questo divertimentificio squallido, da società grigia e depressa, reagiamo tornando a praticare la convivialità, la condivisione, la complicità, la sorellanza, la solidarietà, l’unione. E la gioia, anche. Riscopriamo le parole che ci stanno rubando, riconnotiamole con i nostri sensi: libertà, desiderio, corpo, amore, pensiero, dignità. Non permettiamo che ce le rubino per restituircele svuotate e sfregiate.

La dignità non è una questione di forma, facciata, atteggiamenti, folklore. È una questione sostanziale che ha a che vedere coi nostri DIRITTI, così come li sancisce la Costituzione:

Art. 3. Tutti i cittadini HANNO pari dignità sociale.

L’articolo non dice DOVREBBERO AVERE. La dignità sociale non è un ideale da raggiungere, ma un fondamento del vivere civile. Eppure molte di noi si sono accontentate, hanno accettato che così dovrebbe essere in un mondo perfetto, mentre nella nostra Italia imperfetta va bene anche se.

Anche se per lo stesso lavoro mi pagano meno.

Anche se per il lavoro familiare e domestico non mi pagano per niente.

Anche se dopo una vita di lavoro dentro e fuori casa, devo fare i conti con una pensione nettamente inferiore a quella di chi ha lavorato solo fuori casa.

Perché ci accontentiamo di una dignità di serie B? Non siamo qui per lamentarci, ma per esigere con autorevolezza la dignità che ci spetta.

Riprendiamoci i nostri corpi e lasciamoli liberi di pensare e raccontarsi, perché pornografia è quando i corpi sono smembrati dalle persone, quando sono recisi dalle narrazioni di cui sono la mappa e la trama, la pornografia è negli sguardi stolidi di chi nei corpi non vede che carne da macello e non la materia viva di un racconto infinito, che si trasmette di generazione in generazione.

Chiediamo le dimissioni di Berlusconi come primo passo, minimo quanto necessario, per smantellare un sistema prevaricatore, ingiusto e criminale.

Contro la società dello spettacolo e la videocrazia riprendiamoci la parola: torniamo al discorso, alle nostre storie che fanno la Storia, contrastiamo l’afasia, rifiutiamo le parole che ci mettono in bocca e ci ricamano addosso per far parlare finalmente le nostre lingue, per parlare la nostra, di lingua.

Contro una società verticistica e autoritaria, che ha sostituito la sopraffazione palese con forme di violenza più occulte ma altrettanto velenose, cerchiamo di costruire una rete, che unisca le donne con le loro differenze e unicità e sappia coinvolgere gli uomini. Tanto che quello di oggi potrebbe diventare un appuntamento annuale: ritrovarci ogni anno per vedere come procede la nostra lotta, in che condizioni stiamo, quali le conquiste e quali le criticità, perché tutte queste piazze che oggi manifestano in tutta Italia lascino spiazzato questo potere perverso che credeva di essersi impossessato anche delle nostre vite. E invece non c’è riuscito.

Nella foto di Sara Colombazzi, un momento della manifestazione di domenica 13 febbraio

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Sull’uso del maschile generico

Vedere il nostro manifesto in giro per le piazze e le case d’Italia è una grande emozione, un fatto che prova come anche un piccolo gesto possa sortire virtuosi contagi, inserirsi nell’orizzonte piatto increspandone i confini e scompigliandone finalmente le linee, sempre più simili a una gabbia. Ne siamo molto contente. Una critica abbastanza ricorrente che ci è arrivata da più parti per questa nostra iniziativa è stata per l’uso del maschile negli attributi che abbiamo scelto per la nostra ricerca di un nuovo presidente del consiglio. Ci è arrivata perfino una proposta con scritte fucsia tutte volte al femminile, al posto del nostro nero serioso, che inanellava, invece, aggettivi al maschile, facendo evidentemente supporre che abbiamo in mente l’ennesimo presidente uomo.

La prima reazione, ve lo confesso, è un po’ risentita: la fatica di mandare avanti questo progetto, sostanzialmente, per ora, in sei persone, con lavori impegnativi e figli più piccoli che grandi, è immane, e quando ci fanno notare questi particolari – non saltatemi al collo che provo a spiegare perché, in questo momento storico, io li reputi tali – ci pare che si voglia a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo, ignorando il peso e la portata della battaglia che insieme a voi tutte vogliamo portare avanti. Ma poi, ripensandoci, mi sono detta che non è mica questo il punto. Oltre al fatto che la nostra polemica è palesemente contro Silvio Berlusconi, come ha ribadito a chiare lettere Valérie sulla community, il quale deve urgentemente dimettersi. Il che non significa ovviamente che i problemi del paese stiano lì, né significa scadere nei personalismi: c’è una persona accusata di reati gravi che sta continuando a occupare il potere nell’estremo tentativo di fare, per l’ennesima volta, uso delle istituzioni per favorire i propri interessi o, obiettivo minimo, di continuare a insabbiare le sue responsabilità. Questa persona sta inceppando l’apparato statale: l’Italia è un paese fermo da mesi perché tutte le energie sono assorbite da questa rivoltante pantomima, stritolato nella morsa della sua macchina di bugie. Questa persona deve dimettersi al più presto. Prima spiegazione dell’uso del maschile.

Poi c’è la motivazione addotta da Francesca: in italiano il generico è ancora, purtroppo, espresso solamente dal maschile e la lingua, è provato, si cambia soltanto con l’uso. Per questo, io nel mio piccolo, quando mi rivolgo a gruppi misti, tendo a usare il femminile se la maggioranza dei membri è donna, anche se la differenza è soltanto di una persona. La trovo la soluzione più logica ed esteticamente meglio riuscita, rispetto alle i/e barrate o a quegli asterischi che trasformano le rotondità della lingua italiana in asperità dal sapore nordico, che mal si confanno al resto del discorso. Avremmo dovuto fare lo stesso nel nostro cartello? A rigor di logica, in Italia ci sono più donne che uomini: giusto sarebbe, dunque, usare il femminile come collettivo generico. Oppure qualcuna avrebbe voluto il femminile proprio per suggerire la necessità di avere finalmente una donna come presidente del consiglio del “paese più maschilista d’Europa”. Giustissimo anche questo. Ma c’è un’urgenza che ci obbliga a usare strumenti imperfetti per raggiungere obiettivi minimi ma fondanti: su cosa si concentrerebbero i commenti a un cartello tutto volto al femminile da parte di molti uomini?

Tanti alzerebbero le spalle e ci liquiderebbero come l’ennesima manifestazione di un femminismo con cui hanno preferito evitare di confrontarsi e così ci saremmo ancora una volta ghettizzate. Con questi uomini noi vogliamo parlare, vogliamo che capiscano le ragioni di una lotta che è di ogni persona civile, di tutti coloro che vogliono trasformare la società cercando di rimpicciolire le ingiustizie che la attraversano. Così come vogliamo colpire l’attenzione di quei ragazzini che forse stanno per votare (o già votano o) a favore di un sistema che sponsorizza la mercificazione delle donne e calpesta quotidianamente la loro dignità. Non vogliamo che si distraggano, che trovino delle scuse, vogliamo che si soffermino almeno un attimo a pensare in che condizioni è finito il nostro paese, dov’è la nostra credibilità sul piano internazionale, che cosa sta facendo chi dovrebbe lavorare per il loro futuro. Vorremmo evitare le solite glissate, i soliti tentativi di eludere, di scrollare le spalle come se non fosse un problema loro ma “la solita tirata delle femministe”. E non perché non ci sentiamo femministe – anzi, del femminismo riconosciamo l’importanza per la conquista di molti dei nostri diritti e per lo smantellamento, in parte certamente riuscito, di tutto un sistema prevaricatore, di stampo patriarcale – ma siamo convinte che il femminismo, oggi, abbia bisogno anche degli uomini e che gli uomini abbiano bisogno del femminismo. Per questo l’uso, ancora una volta, del maschile generico: per non perderli per strada in questa fragile fase di transizione. Nella speranza che sensibilizzandone il più alto numero possibile anche la lingua cominci pian piano a riflettere e raccontare un mondo che – è il nostro auspicio – può essere che stia cominciando a trasformarsi in profondità.