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2. Violeta Parra e i Mapuche: un percorso nell’attualità del “farsi indio”

 [continua]

“Allora, mi dica… Lei è india?”

“No, mia nonna era india, mio nonno era spagnolo: quindi qualcosa delle indigene ce l’ho. Sono arrabbiata con mia madre perché non si è sposata con un indio (sorride)… Comunque lo vedi come vivo… un po’ come gli indigeni.”

Wallmapu, "la terra intorno": il paese dei Mapuche

Wallmapu, “la terra intorno”: il paese dei Mapuche

I legami di Violeta Parra con le popolazioni autoctone cilene si percepivano a pelle, è vero: nei lineamenti del suo volto, nella sua andatura decisa, nella vita che si scelse, nella concezione di un’arte al tempo stesso connessa al cosmo e alla vita quotidiana, che si materializza in quel meraviglioso mondo – incompreso dai più – che fu il suo tendone delle arti, la Carpa de la Reina, dove Violeta tentò di realizzare questa sua concezione di un’arte integrale, canale di accoglienza e di propagazione della bellezza, opportunità intensificata per scambiarsi umanità.

“Io credo che ogni artista debba aspirare ad avere come meta il fondersi, fondere il suo lavoro nel contatto diretto col pubblico. Sono molto contenta di essere arrivata a un punto del mio lavoro in cui non desidero più fare arpilleras, dipingere, scrivere poesie, così, per conto mio. Mi basta mantenere la Carpa e lavorare finalmente con elementi vivi, con il pubblico vicino a me, che posso sentirlo, toccarlo, parlargli e incorporarlo nella mia anima.” (v. Libro mayor, p. 9)

Nella concezione dell’opera-vita di Violeta non sentiamo la volontà di emergere, di distinguersi, di lasciare il segno per contrasto, che accompagna spesso i tormentati artisti del mondo occidentale: Violeta sa quello che può (e non vi rinuncia mai, a costo di sacrifici enormi), ma del suo lavoro parla sempre umilmente, collocandolo in una dimensione collettiva, tassello della ricerca di un’armonia cosmica perduta, ma che lascia affiorare frammentari ricordi.

“Sabato ho avuto 150 persone alla Carpa. C’era da mangiare per il pubblico: spiedini, empanadas, sopaipillas, brodo, mate, caffè, mistela e musica (…) Ho fatto un falò rotondo sulla terra attorno al palo centrale, molto grande. Dieci teierine e molti spiedi pieni di carne. Che meraviglia la mia Carpa ora!” (Libro mayor, 22)

araucariaGuardandomi dietro di poco, mi accorgo che, negli ultimi anni, ho abbassato pian piano le difese e ho cominciato a sconfinare: a lasciarmi abitare da storie che mi arrivavano – tante ce ne scorrono accanto – e mi risuonavano, antiche e familiari. Essere persona, nella bellissima lettura di Ute Manan Schiran, è proprio questo per-sonare, il lasciarsi attraversare da un suono, farsi cassa di risonanza e diffonderlo. L’identità si costruisce allora accogliendo, prende forma nell’ascolto e nel dialogo, anche al di là delle anguste categorie spazio-temporali del qui e ora. Persona è dunque, direi quasi etimologicamente, relazione, contatto, connessione. E Violeta lo sapeva: “se dovessi scegliere fra musica, pittura, arpilleras e poesia… sceglierei di restare con la gente”, rispondeva a una giornalista che la interrogava sulla sua arte prediletta. “Nella nostra cultura”, scrive Ute Manan Schiran, “la persona portatrice di potere/miracolo è pensata, presentata e quindi vissuta come singolo individuo. Ma nessuna/o può creare da sola/o in modo isolato.” (1) Violeta sa stare nella sua irrequietezza e abita quel suo senso di estraneità alle gerarchie e all’ordine costituiti con intensa curiosità e umiltà sapiente. “Da donne”, continua Ute Schiran, “possiamo vivere come una chance il non sentirci a casa in una visione della realtà sviluppata sopra le nostre teste dagli uomini per millenni. Invece di “cercare rifugio” all’interno di un concetto prestabilito possiamo creare, riprendere, trovare una via, che molto palesemente sta iniziando a formarsi: il proprio solitario cammino nell’EssereUnoTutto” (2): “è richiesta una decisionalità nell’affinare i sensi, come se Una dovesse districarsi nel deserto per riconoscere un pozzo che offre acqua potabile, una pianta che si presta volentieri a essere nutrimento. L’affinare i sensi per ciò che è vivo, ciò che respira, è libertario, è il presupposto per non farsi fuorviare dai miraggi e dalle proprie illusioni” (pp. 27-28). Violeta non si lascia addomesticare e la sua scelta di non avere una vera e propria casa ma di vivere accampata in un enorme tendone aperto al sole, alla musica e ai viandanti è anche simbolicamente l’espressione di un rifiuto delle convenzioni che mortificano l’estro e bloccano il vero contatto, ed è l’affermazione di un’alternativa praticabile: non lasciarsi addestrare alle regole della casa, coltivare la propria selvaticità, godere del proprio corpo, della bellezza, dell’arte condivisa, creare un punto di ritrovo, da cui irradiare luce. Illuminare una strada lasciata nell’ombra.

Violeta Parra

Violeta Parra

Tutti questi tratti ci ricollegano all’influenza che, sull’opera di Violeta Parra, ha avuto la cultura dei Mapuche, a cui, pochi giorni fa, la presidenta cilena Michelle Bachelet ha chiesto ufficialmente scusa “per gli orrori e gli errori perpetrati o tollerati dallo Stato nelle relazioni con loro e con le loro comunità”. Vedremo se questo gesto prelude a una reale trasformazione dello stato discriminatorio in cui a tutt’oggi queste popolazioni sopravvivono, è comunque un segno che il dialogo con le culture indigene della terra non può più essere rimandato. Da nessuno.

Il contatto con il mondo mapuche su Violeta si percepisce non solo al livello tematico a cui accennavo in questo scritto, parlando di brani come Arauco tiene una pena o El Guillatún, ma anche come profonda adesione a un sentire cosmico e a una rete di valori. Eppure questa influenza, sistematica e radicale, è stata trascurata, chissà quanto innocentemente, fino a tempi recentissimi, quando, nel marzo 2016, la ricercatrice Paula Miranda ha scoperto nell’archivio sonoro della Universidad de Chile a Santiago, quattro nastri con registrazioni inedite fatte nei villaggi di Millelche, Lautaro e Labranza, dove l’artista intervistò sei cantrici e un cantore mapuche, e registrò i loro canti nella lingua mapudungun. La studiosa racconta che ha subito cominciato ad analizzare le registrazioni insieme ad Allison Ramay ed Elisa Loncon: sono quattro nastri molto interessanti, ma ne manca un quinto, dove era registrato l’incontro con una machi, figura di riferimento nelle comunità mapuche, probabilmente il primo momento di grande rivelazione del mondo mapuche a Violeta, la quale, è stata molto legata alla cosmovisione indigena fin dall’infanzia, quando visse anche in Araucanía, vicino a Lautaro. Questo contatto è così fecondo da permeare tutta la sua opera: poetica, musicale e visiva. Nelle sue arpilleras troviamo elementi della natura mapuche, ma è soprattutto la sua musica a testimoniare, coi suoi ritmi, gli strumenti usati (il sacro kultrún, per esempio) e coi suoi temi, questa condivisione profonda: “la sua canzone”, dice Paula Miranda, “è sempre rituale […] non si ascolta solo, ma provoca azioni: serve a guarire, a ringraziare la vita, a innamorarsi”. La parola è l’offerta di un insegnamento, la mano che si tende per condividere gioia e dolore, la protesta. Lavoro, cerimonie, amore, esperienze di cura. “Tutto ciò che si fa si canta”, aggiunge Elisa Loncon: per i mapuche “il canto è una forma di socializzazione con l’altro e con la natura. Come un werkén che “porta la parola e raccoglie i messaggi che consegna, il canto di Violeta consegna i messaggi a chi li si deve consegnare, molte volte proprio alle autorità che attentano contro il popolo”.

Una machi e una giovane donna mapuche suonano il kultrún

Una machi e una giovane donna mapuche suonano il kultrún

La funzione rituale del canto è particolarmente evidente nel Guillatún (3) dove la voce della machi guida il rito propiziatorio scandito dal ritmo percussivo del kultrún suonato dagli abitanti del villaggio di Millelche per allontanare la pioggia che minaccia di rovinare la grande festa del raccolto, in Arauco sono nominati gli eroi mapuche che hanno resistito per secoli al colonialismo, mentre Que hé sacado con quererte è interpretato, scrive Abril Becerra, come un lamento mapuche.

Il canto è un utensile: un attrezzo per ricreare un contesto propizio agli accadimenti sottili. Ed è un canto elementale, che ha la funzione preziosa di tener presente (v. Ute Schiran, p. 42): di favorire il ricostituirsi di un humus fertile alla creazione di collegamenti, connessioni magiche, al risveglio di potenze sopite.

Le ricerche delle tre studiose sulle relazioni di Violeta coi Mapuche hanno portato, qualche mese fa, alla pubblicazione, per l’editore cileno Pehuén, del volume Violeta Parra en el Wallmapu: su encuentro con el canto mapuche, presentato a Parigi il 25 febbraio scorso. A partire dalla scoperta dei nastri e dalla testimonianza del figlio Ángel Parra, le tre ricercatrici hanno ricostruito i viaggi e il lavoro di raccolta di Violeta: vi sono fotografie con esaurienti didascalie e descrizioni della cura da etnomusicologa con cui l’artista raccolse questi canti, i loro significati e le loro funzioni, dell’amicizia che poi coltivò con molte di queste cantrici, del suo rapporto con la machi di Millelche (luminosa protagonista del Guillatún). “Si approfondisce inoltre l’enorme impatto che questo incontro con l’universo mapuche ebbe nella sua opera, dal punto di vista tematico, poetico, musicale e della comprensione del mondo”. Paula Miranda è partita da una domanda: da dove prendeva Violeta la potenza della sua opera? Ha cominciato allora a studiare i suoi brani e si è resa conto che l’implicazione con la cultura mapuche doveva risuonare molto profonda in Violeta. E come mai, pur non avendo conosciuto da vicino questo mondo, ne aveva assimilato così a fondo la cultura? Questo interrogativo era rimasto aperto nel saggio precedente della studiosa. La ricerca è stata appassionata e a un certo punto… la meravigliosa sorpresa dei quattro nastri con le cantrici e il cantore mapuche! Paula ha tentato di rintracciare queste persone: sono tutte morte, ma ci sono i familiari. Li ha incontrati e tutti avevano notizia di questa immersione di Violeta nel Wallmapu: con loro è riuscita a ricucire i fili, a dare spessore a queste informatrici che nei nastri erano solo nomi. C’è poi l’ulteriore elemento del quinto nastro scomparso, che le autrici chiamano un’“assenza-presenza”: qui, come scrivevo poco fa, è contenuto l’incontro di Violeta con una machi, curatrice e protettrice del popolo mapuche. Violeta visse nella ruca di questa donna per un mese, a Millelche: ne rimase ammirata, incantata e la sua comprensione nella cosmovisione mapuche si approfondì. Anche nel suo approccio di recopiladora così come emerge dalle registrazioni, Violeta conferma la sua sincerità, dice Allison Ramay: la sua ricerca è trasparente perché non le interessava manipolare, imbellettarla per eventualmente pubblicarla: registrò le cose così come stavano, per portarne testimonianza. Per lo studio appena pubblicato, Elisa Loncon ha costituito il fondamentale anello di congiunzione con le comunità mapuche: ha aiutato nella ricerca delle famiglie delle cantrici, ha fatto la trascrizione e la traduzione dei canti e ha contribuito a tratteggiare il contesto culturale e politico necessari a definire il significato del canto per i mapuche, portatore di messaggi di vario tipo: fatica, sentimenti, moniti, insegnamenti, denunce. A proposito del quinto nastro, quello scomparso, quello con la machi di Millelche, così commentava Valentina Fabbri Valenzuela: “La magia e il mistero della registrazione scomparsa io posso capirla, nel mondo mapuche durante le cerimonie (e relativi momenti di canto) è severamente vietato registrare o disegnare o fare foto.. quindi qualsiasi cosa ci fosse nel canto della Machi che ispirò la canzone Nguillatun, a noi non è dato sapere.. mistero della fede… che meraviglia!!!”

Un'immagine dal sito Ecompauche

Un’immagine dal sito Ecompauche

Valentina è figlia di Violeta Valenzuela, una delle fondatrici di Ecomapuche , un’associazione italiana “che promuove l’amicizia col popolo mapuche della Patagonia cilena e argentina e la solidarietà con tutti i popoli originari vittime del genocidio attuato dai governi dittatoriali e neoliberali” e che riconosce nella filosofia di vita di questo popolo un’occasione per mettere in discussione il modo di vita che ha prevalso in Occidente: malato, disconnesso, rapace e cieco.

Nel video Un poco de infinito, il filosofo e musicologo cileno Gaston Soublette, sottolinea come la mancanza di una comunità autentica, la perdita di contatto con l’ordine naturale e la perdita della trascendenza abbiano impoverito enormemente le esistenze di donne e uomini contemporanei. I ritmi naturali arricchiscono la psiche. L’esperienza della natura sia mapuche sia contadina, dice, è un’esperienza spirituale: come Violeta, di cui era amico, Gaston si dice particolarmente orgoglioso di avere tra i suoi antenati proprio i Mapuche, che seppero opporre agli spagnoli quattro secoli di resistenza. La radice di questa potenza sta, secondo lui, nella consapevolezza che stavano difendendo il paradiso. Paradiso “vegetale, tellurico, astronomico. Con un tipo umano che di questo paradiso è la grande creazione: un tipo umano speciale, con una saggezza speciale”: la parola uomo in mapudungun significa, infatti, “un cielo compresso in un corpo” e il grido di guerra mapuche è anche un’implorazione: “che mi resti l’umanità”. La ruca stessa, l’abitazione mapuche, è un modello della saggezza su come abitare la terra: i materiali sono quelli offerti dalla natura (legno, paglia selvatica, giunchi e stiance), l’orientamento verso est; al centro, grazie a un’apertura sul tetto, si può fare il kütralwe, una cucina a fuoco vivo che serve per preparare le vivande, riscaldare e impermeabilizzare, visto che il fumo, mescolato ai grassi degli alimenti, forma uno strato protettivo che ricopre le pareti interne, annerendole e dando loro un particolare odore leggermente affumicato. Tradizionalmente il fuoco era sempre acceso nella ruca e dentro di lui risiede il Ngen-kütral, lo spirito della casa. Le rucas erano costruite collettivamente: la fine dei lavori era celebrata con cibo condiviso e balli con maschere in legno.

 

La Carpa de la Reina

La Carpa de la Reina

Come non pensare alla Carpa de la Reina costruita da Violeta alla periferia di Santiago?

Nonostante io insegni lettere (alle medie), quest’anno avevo molte classi: 10 ore in una prima, in cui facevo italiano, storia e geografia, e un’ora in altre otto classi, dove facevo il cosiddetto approfondimento (o sesta ora di italiano). Nelle seconde ho scelto un percorso orientato dall’interesse che, da qualche anno, si è risvegliato per me nei confronti di quelle che qualcuno ha chiamato “culture indigene della terra” e che avevo già illustrato, al mio ritorno dal viaggio in Argentina e Cile, durante una delle conferenze del lungimirante ciclo Viaggiare la differenza! Un mondo da integrare, coordinato da Giuseppe Ferricelli di Anffas al quartiere Savena di Bologna . Nella presentazione agli studenti spiegavo che avremmo esplorato l’ipotesi che l’avvicinamento a queste diverse sensibilità sia non solo praticabile ma addirittura necessario per curare certi eccessi della civiltà occidentale, che stanno provocando danni probabilmente irreparabili alla Terra; avremmo tentato di riflettere sulla necessità di trasformare alcuni aspetti della cultura occidentale, per secoli dominante sulle altre, facendola dialogare con sensibilità e visioni del mondo diverse e, per alcuni aspetti, più rispettose degli equilibri ambientali. A maggio di quest’anno ho partecipato alla presentazione di un testo molto interessante, sintomatico di come questa apertura al dialogo con alterità fino a poco tempo fa ignorate (almeno su larga scala) o addirittura perseguitate dai governi, stia prendendo piede anche nell’ambito di un certo pensiero filosofico, significativamente non europeo né nordamericano. Nel loro Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, Déborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro sottolineano come la voce dei popoli amerindi e loro affini “comincia a essere ascoltata perlomeno da alcuni settori del “Nord globale” – da coloro che si sono già resi conto di come, in un modo o nell’altro, le cose questa volta possono prendere una brutta piega per tutti e ovunque” (pp. 200-201) e di come queste popolazioni possano “trasformarsi in un esempio, una “risorsa” e un vantaggio cruciale in un futuro postcatastrofico o, se si preferisce, in un mondo umano definitivamente diminuito” (201). Questo per la capacità di queste genti di educare al limite e per il contributo che sanno portare nella preparazione a un’intensificazione non-materiale, necessaria per trasformare il modo di vita del Nord schiacciante e allontanarlo “da qualsiasi tipo di fantasia di “dominio prometeico” o di controllo gestionale del mondo considerato come l’Altro dell’umanità” (205) perché è giunto – davvero e urgentemente – il momento “di trasformare l’enkrateia, il dominio o padronanza di sé, in un progetto collettivo di ri-civilizzazione. Questi popoli, dicono i due professori brasiliani, possono insegnarci a ridurre o almeno a rallentare l’Antropocene, “ponendo però questo processo all’origine piuttosto che alla fine del mondo” (215), perché “per i popoli nativi delle Americhe, la fine del mondo ha già avuto luogo cinque secoli fa”. Gli indios sopravvissuti al genocidio americano “si sono visti, in modo reciproco, come uomini senza mondo, naufraghi, rifugiati, inquilini precari di un mondo al quale non potevano più appartenere, dato che esso non apparteneva più a loro. Ma, nonostante tutto, molti tra loro sono sopravvissuti. Hanno iniziato a vivere in un altro mondo, un mondo di altri, dei loro invasori e padroni… Alcuni di questi naufraghi si sono adattati e “modernizzati”, ma, in generale, lo hanno fatto in modi che hanno poco a che vedere con ciò che intendono i Moderni per modernizzazione; altri lottano per preservare il poco di mondo che gli resta, sperando che i Bianchi non finiscano per distruggere il loro stesso mondo, quello dei Bianchi, ora divenuto il “mondo comune” […] di tutti gli esseri viventi.” (219)

Non è tuttavia soltanto come “veri specialisti della fine del mondo” che i popoli indigeni delle Americhe hanno moltoGaston Soublette

da insegnarci, ma anche perché possiamo imparare a credere di nuovo nel mondo nella sua elementalità: le parole di Gaston Soublette che citavo poco fa ci collegano piuttosto a un’origine, senza che questo contraddica la prospettiva dei due studiosi di Rio de Janeiro, invero profondamente intrisa di pensiero filosofico occidentale molto più che di familiarità con questi contesti a cui però finalmente dà un peso cruciale.

Violeta ci ha portati attraverso la sua arte in una temporalità circolare, dove la tensione verso un’armonia primigenia si concilia con un’accesa denuncia dei soprusi subiti da queste persone e con la sperimentazione di quanto l’irruzione di un sapere e di un sentire indigeni in un’esistenza per tanti versi occidentalizzata possa essere vivificante. Violeta, che chiamavo donna-pianeta e che la musicista Pascuala Ilabaca, che le ha dedicato un bellissimo tributo, descrive con queste parole: “In lei c’è tutto: la denuncia, la crudezza, la semplicità, l’analisi, la depressione e anche la passione e la creazione”. Chiasmatica coesistenza di istanze e atteggiamenti. L’abbraccio inclusivo: lo sguardo più sagace.

 

Pascuala Ilabaca

Pascuala Ilabaca

 

 

 

(1) Ute Manan Schiran, Sulla battigia del tempo – pensieri su una pratica sensual-spirituale al di là di sistemi religiosi/secolari esistenti, traduzione di Sofie della Vanth, p. 21.

(2) Ivi, pp. 22-23. In tedesco l’espressione che viene tradotta con “EssereUnoTutto” è Sein allein: la traduttrice evidenzia che “il termine tedesco ALLEIN (solo/a) contiene la parola per l’universo (ALL) e uno (EIN)” (p. 13).

(3) Qui in una versione bilingue, spagnolo e mapudungun, tributo a Violeta della cantautrice mapuche Beatriz Pichi Malen.

 

 

 

 

 

 

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Racconto di TERRA: il Cile dei Mapuche

[continua]

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Muriel

Ho rivisto Muriel dopo nove anni e mezzo, in uno degli ambulatori dove lavora, una posta de salud rural , che serve piccole cascine sparse nella campagna cilena, a qualche decina di chilometri da Temuco, capoluogo dell’Araucanía.

C’eravamo salutate nel gennaio del 2006: sono andata all’aeroporto con mia figlia Anita che aveva meno di un anno. Un giorno di gennaio: forse oggi.

Sono scesa giù fino a casa sua, dopo una tappa a San Carlos, il pueblo dove nel 1917 nacque Violeta Parra, e subito sono stata avvolta dalla sua quotidianità a Vilcún, un piccolo comune nella provincia di Cautín, circa 20.000 abitanti, più della metà dei quali vivono nell’area rurale, circostante il piccolo centro urbano. Molti di loro sono Mapuche, il popolo della terra: questo significa la parola.

E il secondo elemento a cui voglio tornare con questo nostro percorso, dopo l’acqua dell’Escuelita di Buenos Aires,  è proprio la terra: superficie e scavo, generosa se amata, sterile quando le ci si accanisce contro, mortificandola. Le parole del manifesto Terra viva si srotolano con spontanea pienezza dentro di me, che da poco le ho rilette insieme ai miei alunni di prima media, mentre imparo a conoscere questo popolo che ha resistito per diversi secoli alla colonizzazione degli spagnoli, giunti in terre così lontane con le loro armi da fuoco, le loro malattie, le loro pretese assurde. A portar dolore, brutture, lutti. Nel video Nación Mapuche – Donde se cultiva la palabra profunda , così viene descritta la condizione dell’essere mapuche, con parole che dovremmo ricominciare a condurre semplicemente allo stato di umanità, che è poi parola che condivide la sua radice etimologica proprio con l’humus, la terra: “essere parte di tutto il cosmo, l’universo, contemplarlo in armonia”, in un dialogo con la terra, parlando con la natura, puntando all’autosufficienza, non all’arricchimento (“a cosa serve tanta ricchezza?”). Alla terra, i Mapuche, “consacrano il loro amore e la loro parola”. La loro parola, sì, perché la terra è viva e interlocutrice mentre questo, dice uno dei mapuche intervistato nel video, non fa parte della mentalità degli winka, che poi saremmo noi: gli occidentali, gli stranieri, i diversi. Storicamente avulsi da certe armoniose evidenze.

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Alla Posta de Salud Rural

Allora parlerò della lingua-terra, di come la parola si faccia cosa, tutt’uno col cosmo, attraverso la musicalità del canto e della poesia.

 Le lingue sono schiavi che chiudono mondi/Le lingue sono chiavi che schiudono mondi.

L’estinzione delle lingue o la loro riduzione a funzioni minime e territori esigui cela spesso violenze sanguinarie. Le Americhe, che a tutt’oggi vengono narrate dai libri di storia delle nostre “buone scuole” come terre in cui la maggior parte delle popolazioni sopravvivevano in uno stato primitivo nemmeno troppo sottilmente connotato come menomato, all’arrivo degli europei, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, erano luoghi di straordinaria ricchezza linguistica. Molte lingue sono state discriminate poi addirittura represse attraverso politiche accentratrici ed eurocentriche: un vero e proprio processo di glottofagia, come lo ha chiamato Louis-Jean Calvet.

Una delle lingue native più coriacee la troviamo nelle terre mapuche e questa permanenza orgogliosa è riflesso dell’ostinata resistenza al colonialismo di questo popolo: fra la parte centro-meridionale del Cile e l’Argentina occidentale ancora oggi esistono circa 440mila persone (400+40mila) che parlano il mapudungun, di cui tre giorni fa si è riconosciuta l’ufficialità per la regione dell’Araucanía. Purtroppo esprimersi in questa lingua è stato a lungo stigmatizzato e solo dagli anni Novanta essa è stata rivalutata, grazie soprattutto ai giovani mapuche che, negli ultimi 20-30 anni, hanno cominciato a riappropriarsene e a infonderle nuova linfa, per riportare alla luce un patrimonio culturale che stava andando perduto. Man mano che le lingue scompaiono spariscono dei mondi e spesso questi mondi sono portatori di una sapienza necessaria: condivido in pieno quanto detto dall’ambientalista statunitense Klaus Toepfer, che “perdere un linguaggio e il suo contesto culturale è come bruciare un testo fondamentale relativo al mondo naturale”. È possibile allora passare proprio per la lingua per rigiocarsi il dialogo fra diversità e trasformare la connotazione dispregiativa che, per motivi storici facilmente intuibili, tradizionalmente ha in mapudungun la parola “lenguaraz, interprete, in una metafora finalmente positiva, di colui che riesce a creare un intimo scambio con l’alterità (e di nuovo pensiamo alla bella metafora di Berman, della traduzione come’albergo nella lontananza).

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Araucanía

E la lingua mapudungun è proprio manifestazione del legame che esiste fra i mapuche e la terra: è lei che dice il loro percepirsi come un popolo, con i suoi spazi, le sue storie, canzoni e riti. Tradizionalmente la sapienza mapuche era trasmessa oralmente nell’ambito del lof, la comunità, attraverso racconti e manufatti. La grafia ufficiale è stata creata dopo la loro sottomissione agli winka. Nella loro saggezza ancestrale troviamo infatti lo sguardo proprio dell’oralità, che è uno sguardo letteralmente più ampio, visto che, come ha scoperto l’antropologo Pierre Pica, alfabetizzandoci perdiamo la visione laterale dello spazio (1) .

Yo canto a la diferencia: rac-cantando i Mapuche insieme a Violeta Parra

(rapido excursus storico)

Interpretando Arauco tiene una pena di Violeta, il contatto con il mondo dei nativi si fa ravvicinato: il secolare sopruso degli uomini sugli uomini. Vi compaiono i nomi degli eroi mapuche, Lautaro Caupolicán Galvarino, che nel XVI° secolo combatterono con coraggio impressionante per preservare l’indipendenza delle loro genti , ma anche i nomi di quei mapuche che piegarono la testa, concedendo troppo ai bianchi o addirittura agevolandoli nel loro smisurato impeto di sopraffazione. A cento anni dall’arrivo di Pedro de Valdivia in Cile , nel 1641, gli Spagnoli firmarono con i mapuche, un trattato di rispetto dei territori indigeni che inaugurò 240 anni di orgogliosa indipendenza per il popolo nativo.

Il periodo tra il 1793 e il 1881, in cui cade anche l’indipendenza cilena dalla corona spagnola (18 settembre 1810),  possiamo considerarlo l’età d’oro dei mapuche. Nel 1861, Saavedra fece il suo piano di pacificazione dell’Araucanía, progettando di utilizzare il metodo nordamericano delle riserve, costruendo poi ferrovie e infrastrutture. È del 1881, anno della fondazione di Temuco, la prima legge che tentò di colonizzare i mapuche con le armi: le città si riempirono di coloni, le terre vennero date a latifondisti, gli indigeni furono confinati nelle riserve (reducciones) e si ritrovarono a poco a poco schiacciati dalla macchina del capitalismo neoliberista. Tra 1878 e 1884 si ordinò di cacciare gli indigeni come fossero “cinghiali selvaggi”: 20 anni ci vollero per assoggettare l’Araucanía. Nel 1930, con la cosiddetta radicación, le terre dei Mapuche – il leggendario territorio wallmapu – passarono da 10 milioni di ettari a 500 mila e gli indigeni vennero confinati in 3078 riserve. Gli eroi nazionali mapuche sono stati strumentalizzati a lungo dalla propaganda nazionalista cilena:  l’orgoglio per questi valorosi combattenti coesiste(va) acriticamente col disprezzo per gli indigeni coevi.

Al popolo della terra la terra viene brutalmente rubata.

Tra 1890 e 1895 ai Mapuche vennero inflitte traumatiche sconfitte: furono anni di paura, epidemie, gravissime crisi soggettive. Iniziò allora il processo di ridefinizione dell’identità dei Mapuche come minoranza etnica nell’ambito della società rurale cilena. Tra il 1884 e il 1919, circa 80mila nativi vennero confinati in 3000 reducciones, mentre 9 milioni di ettari vennero assegnati a stranieri e a coloni cileni. La storia ufficiale, come spesso accade, ha tentato di giustificare questo sopruso adducendo come scusa una sorta di difetto intrinseco degli Araucani, preferendo omettere la brama smodata con cui si puntava alle loro terre.

Qual è il motivo della persistente incapacità dello stato di consultarsi con i propri cittadini indigeni? L’autodeterminazione della popolazione indigena continua a essere motivo d’inquietudine per i governi di Cile e Argentina.

Tra 1927 e 1972, 800 comunità indigene (125mila ettari) vennero suddivise in unità familiari. La frammentazione delle terre mapuche conobbe un ulteriore incremento durante la dittatura di Pinochet. La parcellizzazione ha avuto effetti distruttivi per la coesione interna della nazione mapuche: i lonko, capi tradizionali dei lof, le comunità, vedono oggi drasticamente ridotta la loro autorità. Sempre più importante sul piano dell’identità collettiva diventa, allora, il ruolo della machi, protagonista nella canzone di Violeta El Guillatún.

VULCANO CILE

Natura cilena: gli opposti si toccano

Il guillatún è una delle più importanti cerimonie ancora oggi celebrate dalle comunità indigene. Nella cultura mapuche le donne hanno un ruolo di guida nel conservare e nel tramandare una cultura che affonda le sue radici nella natura stessa del luogo, decostruendo con istintiva semplicità un’altra delle dicotomie care alla mentalità esclusivista dell’aut/aut occidentale. Donne sono, nell’80% dei casi, le machi, che salvaguardano la salute della comunità grazie alle loro conoscenze delle proprietà terapeutiche delle piante e all’interpretazione dei segni che gli elementi naturali forniscono. Rappresentano anche il collegamento con la forza superiore, che vede ciò che sarà e che non dipende dalla volontà umana: non c’è mania di controllo. Si parte da una constatazione di umana impossibilità di dominio, che è la condizione della parità, dell’armonia. In questa canzone vediamo la relazione stretta che i Mapuche hanno con gli elementi, la centralità della voce e la fiducia nel potere performativo della parola: parole, suono ed elementi confluiscono in una straordinaria intesa, che nasce dalla concentrazione e dall’ascolto della natura.

Millelche, villaggio dell’Araucanía, è triste per il temporale che minaccia di rovinare la cerimonia. Gli indios piangono, poi si rivolgono sincretisticamente a varie divinità, cattoliche o cosmiche, tutti in piedi, anche gli infermi, battono sul kultrun, una specie di tamburo fatto con legno di alloro e cannella, il suo battito è il battito della terra e sotto la sua pelle tesa viene custodito il canto prezioso, perché curativo, della machi. Capiscono allora che devono cantare al ritmo del kultrun, mentre la machi ripete la parola “sole” col campo che la riecheggia finché “il re dei cieli” spinge i venti su un’altra regione e la cerimonia può avere inizio. Come in molti miti ancestrali, la parola ha valore performativo: fa essere.

Riprendiamo il filo della storia. Richiami all’integrazione fra l’etnia araucana e quella winka sono una tematica ricorrente tra gli artisti e intellettuali novecenteschi, ma fino al governo della Unidad Popular di Salvador Allende (1970-73) ben poco fu fatto per restituire ai Mapuche la terra che era stata loro sottratta. Sotto il suo governo il numero di tomas (riappropriazioni delle terre da parte dei nativi) aumentò notevolmente, in un’ottica di lotta di classe (proletariato rurale), non di etnie: 1700 solo nel primo anno di governo. Nel 1972 fu approvata la legge 17729 che includeva la normativa per la protezione delle terre degli indigeni e che prevedeva la creazione dell’Istituto per lo sviluppo indigeno, autorizzato a espropriare la terra di patrimoni privati a beneficio della comunità mapuche. Fra il 1972 e il settembre 1973 più di 700mila ettari furono trasferiti alle comunità. Diversamente da quanto previsto dalla legislazione precedente, la divisione della terra sarebbe stata possibile solo con il consenso del 100% dei membri della comunità. Le modalità con cui il governo di Unità Popolare di Allende trattò i Mapuche traspare dal suo programma, che prometteva “la difesa dell’integrità e dello sviluppo delle comunità indigene minacciate dall’usurpazione e la garanzia della pratica democratica, in modo che ai Mapuche e agli altri indigeni siano garantiti un territorio sufficiente, un’adeguata assistenza tecnica e un credito finanziario”. Nel 1964, quando era candidato alla presidenza, Allende aveva solennemente negoziato il Patto di Cautín, sul Cerro Ñielol, la collina cerimoniale mapuche che sovrasta Temuco, in cui riconobbe “la volontà del popolo araucano di mantenere e sviluppare tutti quegli aspetti positivi della sua cultura tradizionale che arricchiscono il bagaglio culturale della nazione cilena, quali la lingua, le leggende, le idee religiose e l’artigianato…”.

Un progetto particolarmente interessante, anche perché esempio d’integrazione fra i saperi occidentali e quelli mapuche, è il Programma di assistenza sanitaria interculturale, sostenuto da un team medico che includeva membri Mapuche nella zona di Malleco e Cautín e combinava le tecniche della medicina allopatica con  elementi di quella  ancestrale dei nativi, mettendo in primo piano il ruolo della machi nel processo terapeutico. La sua natura innovativa è evidente anche per il fatto che venne immediatamente percepito come potenzialmente sovversivo  progressista è evidente se si considera quanto lo percepissero come pericoloso Pinochet e i suoi seguaci. Con il colpo di stato dell’11 settembre 1973 circa 40 organizzazioni mapuche vennero dichiarate fuorilegge.

Il periodo in cui Pinochet comprese che il suo potere dittatoriale non sarebbe durato a lungo coincise con la formazione di una delle più importanti organizzazioni mapuche. Alla fine del 1989 fu creato l’Aukiñ Wallmapu Ngulam (Consiglio di tutte le terre), con molto socialisti dissidenti. (102) ecc.

La lotta per l’autodeterminazione mapuche è, a tutt’oggi, fortemente criminalizzata e ostracizzata.

 

Ancora sul potere della parola: la poesia per la natura

Cile. mural Lucia2

Mural di Santiago, foto di Lucia Melotti

Rolf Foerster, uno dei più attenti conoscitori della cultura mapuche, è convinto che i poeti radicali abbiano oggi un ruolo centrale nel rinsaldare una percezione positiva dell’identità mapuche nel complesso contesto urbano. E si torna alla profonda sacralità della parola in queste culture. In queste poesie spesso ci si scaglia contro l’inquinamento e i disastri ecologici:

 

Mapurbe

E io sto qui immobile

fra pewen (2) fulminati

infettandomi del cancro

che erode la terra.

E io sto qui immobile

guardando da qualche parte e da nessuna

affogando con le verità

i fantocci della diga-ttatura.

La metropoli geme;

lacrime acide

cadono dalle nere nubi

e si rapprendono nel pensiero.

La poetessa Maria Huenuñir la usa per “far prendere coscienza alle persone che fanno abusi smisurati delle risorse naturali”, per tornare a curare il cuore di Madre Terra, ferito dall’ingiustizia, da menti obnubilate che cercano solo il lucro dentro a tutta la ricchezza che la natura offre, gratuitamente”.

Poeta preferito della bravissima cantante mapuche Beatriz Pichi Malen è Elicura Chihuailaf, profondamente legato alla spiritualità del suo popolo. Dice Beatriz di lui: “ scrive dell’azzurro, il colore del mistero e della rivelazione della vita. E lo fa in versi molto concreti. La biodiversità della Madre Terra è molto presente nel suo pensiero e questo è molto mapu e molto attuale”. “Veniamo dall’azzurro”, dice Elicura, “dal mistero dell’azzurro che si crea fra la fine della notte e l’inizio del giorno. L’azzurro è il nostro colore di vita, è un fiore di cui sempre ci prendiamo cura e che annaffiamo con la parola“. La parola non si limita a riflettere ma fa ed è.

 

Cile. mural Lucia3

Altro mural a Santiago, vicino al Sindicato Social e Cultural, Barrio Yungay

 

(1) Pierre Pica, facendo ricerca fra indios brasiliani munduruku, ha scoperto che, quando si entra nel mondo della scrittura, un muscolo che dà lateralità alla visione si atrofizza. Anche contare pare penalizzi il senso dell’orientamento: i munduruku contano fino a 5, per quantità superiori usano indicazioni generiche. Nel loro contesto non vi è la necessità di contare e, dice Pica, per farlo, il cervello perde altre abilità che, nel loro ambiente, sono quelle che possono salvarti la vita, come, appunto, il senso dell’orientamento.

(2) I pewen sono alberi sacri ai Mapuche.

 

Per la stesura di questo scritto, molto utile è stata la lettura di La lingua della terra. I Mapuche in Argentina e Cile di Leslie Ray. A Bologna lo trovate alla biblioteca del “Centro Amílcar Cabral“.

 

 

 

 

 

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Potenza di corpi dissonanti. 3. Un’irruzione imprevista (Portogallo 1972)

                   A Sara, che ora siete due-in-una. Fino a Lisbona.

Tante volte abbiamo ribadito che la lingua attraverso cui diamo forma e voce alla nostra percezione della realtà, nella sua trama di relazioni e insolubili aporie, è una chiave di svolta per tornare a produrre senso. Occorre saper articolare le nostre esperienze in discorsi che non temano l’inadeguatezza, non temano gli anacronismi – spesso solo apparenti – non temano la sfasatura e lo scarto rispetto alle narrazioni imperanti che pretendono di cucirci addosso bisogni e identità.

E allora oggi voglio praticare questo fertile esercizio di decentramento per testimoniare la potenza dirompente di una scrittura che sceglie – risoluta – di mettersi in ascolto delle istanze più segrete e inconfessabili dei corpi femminili, insinuandosi sottile e pericolosa nelle maglie di una società imbevuta di autoritarismo, menzogne, negazione di diritti, violenza dissimulata, soffocata nel silenzio o addirittura venduta per impresa eroica da una propaganda eretta su un codice patriarcale, nemico del buon senso e della vita.

Nel 1972 il Portogallo è al suo quarantaseiesimo anno di dittatura fascista e all’undicesimo di una guerra tesa a impedire la liberazione di quelle terre africane che il regime si ostina a voler considerare parte del territorio nazionale, quando viene pubblicato un libro subito recepito come talmente scandaloso da far sì che le sue tre autrici vengano accusate di “pornografia e offesa alla pubblica morale”, nonché sottoposte a un processo che verrà archiviato solo con il 25 aprile 1974. Sono le Nuove lettere portoghesi, frutto degli incontri bisettimanali che le tre giovani scrittrici Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta e Maria Velho da Costa hanno avuto nel corso di nove mesi per parlare a partire da sé e nel nome di intere generazioni di donne portoghesi. Un testo costruito per frammenti eterogenei (non solo lettere, come vuole il titolo, ma anche poesie, stralci di diario, biglietti scritti di fretta) di cui, in un patto di ferrea complicità, non è mai stata rivelata la singola autrice: storie di soprusi ma anche di una ricerca del piacere in cui la passione, rimossa dagli orizzonti del femminile socialmente lecito, si fa parola di donna, capovolgendo il sottotesto esplicito, quelle tanto celebrate Lettres portugaises che si volevano scritte dalla monaca Mariana Alcoforado, rinchiusa nel monastero alentejano di Beja, e che si era scoperto fossero, in realtà, opera di un uomo.

La rivelazione di un immaginario da sempre silenziato, la ricerca dell’appagamento, la scoperta delle superfici erogene di un corpo troppo a lungo dimenticato o sacrificato, il tabù della masturbazione femminile finalmente infranto, l’amore omosessuale: tutto questo prende sfrontatamente corpo e voce nel Portogallo pudibondo e ipocrita dei primissimi anni Settanta, a testimoniare le correnti vivissime che continuavano a scorrere clandestine ma non sopite e che sfocieranno di lì a pochissimo nella gioiosa Rivoluzione dei Garofani che metterà fine alla dittatura salazarista. E, fra le righe, la denuncia ferma e irremovibile dell’assurda guerra coloniale in atto e che il regime tentava a tutti i costi di occultare: un Vietnam in sordina, da imperialisti di periferia, ma testardo e capillare, subdolo perché sottilmente condizionante.

Nelle Nuove lettere portoghesi la passione funge da mero “pretesto” – anche nel senso che precede il testo e gli dà vita – perché un immaginario e un vissuto rigogliosi prendano finalmente la parola:

“Sarà inutile a questo punto aggiungere che il mio esercizio è quello della vendetta: che chi è ferito non si apparti, ma piuttosto sparga il suo sangue nel mondo. Visto che l’oggetto della passione non è che un pretesto perché attraverso di lui, definiamo […] il nostro dialogo con il resto.” (Seconda Lettera II, traduzione mia)

Questo itinerario di presa di coscienza e di riconfigurazione del sé si sostanzia in un autentico dialogo, dando vita a una scrittura eccezionalmente estroversa – perché l’interlocutore è lì, presente in carne e ossa, col suo corpo e la sua storia – e, al tempo stesso, profondamente autoriflessiva. Le parole si fanno “intraparole” e tutto il mondo delle autrici viene risucchiato e rielaborato nella “spirale” della scrittura. Ognuna scrive a partire da se stessa, dalla sua unicità e crea trame condivisibili, in cui le altre possono rispecchiarsi. Come ha scritto Maria de Lurdes Pintasilgo,

“Per la scrittura la proprietà smette di avere un senso perché i “beni” che ripartisce sono universali. La donna che si dice al singolare si riferisce a un destino che è sempre plurale. E in questo plurale si viene a riconoscere ogni storia individuale. Tela che si intesse e si disfa per poi ritessersi di nuovo.”

L’atteggiamento di fondo non è mai celebrativo: vengono messe in luce senza remore le difficoltà e i rischi di questo esperimento a tre, i momenti di sconforto, le insofferenze reciproche, il sentirsi contaminate e trasformate dalle altre due ma al tempo stesso immutabili, sempre uguali a se stesse, nei propri limiti e nelle proprie mancanze. La scrittura si fa trasparente ed espone i meccanismi che la generano incorporandoli nell’opera d’arte stessa: la riflessione metatestuale si fa vero e proprio testo.

In sintonia con le visuali che questi sguardi inediti sulla realtà offrono, si stabiliscono le basi per una nuova logica, fatta di congiunzioni e ossimori, che accoglie gli opposti senza neutralizzarli né conciliarli, immersa nella vita, aliena da qualsiasi astratta linearità, una logica piuttosto metonimica che metaforica perché preferisce la combinazione alla selezione:

” Non credo nella ragione scollata dal sentire degli altri ed è per questo che mi sforzo per sragionare bene e sono stanca di sforzarmi per essere come i raziocinanti, che anche sull’orlo d perdere tutto, la ragione no, quella giammai.”

Gli opposti smettono così di escludersi: il donarsi non impedisce l’indipendenza, il darsi diventa un ritrovarsi, perché le dicotomie hanno finalmente perso autorevolezza e valore. E questa sensibilità nuova si traduce in un nuovo linguaggio, capace di dar voce alle pieghe, alle ridondanze della realtà, che non si curi della linearità astratta ma capace di affondare coraggiosamente nel magma della vita, in cui si mescolano realtà sogno e immaginazione: si generano così quelle poetiche dell’inclusione, dell’aporia, della sospensione del giudizio che ritroviamo in numerose autrici portoghesi della generazione artistica e anagrafica delle 3 Marias, sintonizzate su un sentire comune a tanta scrittura di matrice femminile o, comunque, femminilizzata, anche fuori dal Portogallo.

Questa dimensione pionieristica e rivitalizzante la si sente in quella cifra profondamente aurorale che affiora nelle Novas Cartas Portuguesas, dove l’immagine dell’alba torna in vari punti, a sottolineare come l’evocazione della vicenda della monaca seicentesca non sia mera commemorazione ma riattraversamento contrappuntistico in vista di un’anelata palingenesi, un rinnovamento a partire da una radice femminea che è insieme arcaica e rivoluzionaria, fisicità e capacità di ascolto insieme: ascolto di umanità eccedenti i canoni riconosciuti e consacrati:

Femmine siamo

fedeli alla nostra immagine

resistenza assetata che vestiamo

donne, dopo tutto, senza volerne trarre vantaggi

ma ben certe degli uomini che copriamo

 

E mai preda

Saremo

o oggetto

                                                                                                   dato (Eccoci)

 

Uno sconquasso nell’ambito della produzione simbolica che parte da un coraggiosa assunzione di istanze fino a quel momento represse o rimosse. Una faglia sotterranea che attraversa una società intorpidita, istigandola potentemente al risveglio, aprendole innanzi la prospettiva vertiginosa di una rinascita.

 

 

 



 

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Il bosco attende, ovvero Il suo primo amore

Ci siamo concentrate sulla relazione, in questa seconda edizione di Testimonia il femminile, perché siamo convinte che ci siano in essa chiavi cruciali dal punto di vista identitario e che studiando i legami, più o meno vincolanti, che ognuna di noi costruisce, eredita o in cui si trova, volente o nolente, invischiata, si possano illuminare certe pieghe, sciogliere certi nodi (o, almeno, farli venire al pettine), che costituiscono la trama del complesso reticolo sociale che sono poi i gomitoli arruffati delle nostre vite, tutti ingarbugliati insieme, spesso come non avremmo voluto o senza che capiamo bene il perché. Se abbiamo scelto di limitare la nostra prospettiva, per questa seconda rassegna, a rapporti con individui di genere diverso dal nostro è perché volevamo portare in primo piano le potenzialità, spesso latenti, che racchiude il confronto con l’alterità, ben consapevoli che il nostro è un taglio parziale e che identità e alterità, sempre intrecciate, si riproducono in maniera imprevedibile indipendentemente e al di là del mero rapporto fra i generi. Eppure ci arrivano soprattutto testi che parlano di rapporti d’amore o relazioni comunque erotiche, nelle varie sfumature del termine. Read the rest of this entry »

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Lucia


Oggi è stata una bellissima serata!
È bello vedere i propri amici riuniti tutti insieme, è bello vedere tutti ridere e divertirsi insieme!!
Molto spesso non si pensa a quanto possono essere importanti i propri amici… solo quando è troppo tardi ce ne rendiamo conto!
Dopo tutto quello che ho passato e che sto passando mi sto rendendo sempre più conto che gli amici sono una delle cose più importanti nella vita!! E non solo di questo mi sto accorgendo ma che nella vita ci sono molte cose superflue e che queste cose vanno eliminate perché sono false cose importanti!! Read the rest of this entry »

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Gli incontri e l’amicizia. Dal diario di Katia Verdone

Katia Verdone - www.katiaverdone.itGli incontri sono quelli che ti segnano… che danno una svolta alla nostra vita… in special modo a quella interiore.

Possiamo avere una bella casa, una bella macchina, un bel lavoro, ma poi sono gli incontri che qualificano tutto il resto, quelli che renderanno animata, calda e accogliente la nostra casa, quelli che in un viaggio insieme ci faranno vedere con i loro occhi quello che da soli non riusciremmo a vedere o magari a vederlo solo in un modo diverso… quell’incontro fortuito in una delle tante file umane lunghissime (alla posta, al supermercato,al semaforo in sella alla mia vespa…) in circostanze noiose e stressanti ti guarda regalandoti un sorriso, rendendoti, con così poco, pronta all’ottimismo e a credere ad un inizio di giornata piacevole. …

Io per prima ho soffocato il sentimento AMICIZIA per molti anni, dimenticandomi praticamente di tutti gli amici di un tempo, ho immolato l’amicizia sull’altare dell’amore perché in quel momento, per molto anni in realtà, ho considerato l’amore l’unico sentimento importante nell’età adulta. L’amicizia sembrava un sentimento da vivere in modo totalizzante solo nella giovinezza … poi il suo posto veniva sostituito dall’amore.

Ora, come spesso succede nella vita, la situazione si è invertita … SONO IO, ORA, QUELLA CHE ANELA AMICIZIE, CHE NE SENTE PROFONDO BISOGNO. Mentre la maggior parte dei miei amici stanno vivendo un’appagante ed esclusiva storia d’amore.

Ora, non posso pretendere più di tanto da amici come ***** e ***** visto che in questo periodo stanno vivendo la loro storia … Comunque io devo accettare e imparare a prendere ciò che la vita mi offre, e l’amicizia con *****, è stata una delle esperienze più belle del periodo di vita più malandata …

Katia Verdone, www.katiaverdone.it

 

La vita, amico, è l’arte dell’incontro”: questa frase del poeta brasiliano Vinicius de Moraes credo che sarebbe molto piaciuta a Katia.

E mi viene da pensare che la vita prende tutto un altro perché se riusciamo a incontrare anche le persone che non ci sono più, grazie a chi continua a raccontarcele, tenendone vive le voci e il ricordo, opponendo resistenza a un mondo che corre velocissimo senza trattenere più nulla, dissolvendosi in attimi effimeri appiattiti su un presente che ci schiaccia nella sua ottusità priva di spessore. Le parole, i disegni, un particolare del volto o quella giornata che riaffiora nella nostra memoria è bello portarle alla luce con pochi intimi o anche su una piazza virtuale perché il patrimonio di unicità che ognuno racchiude non vada sprecato e possa continuare a dialogare con mondi con cui forse in vita non sarebbe mai potuto entrare in contatto.

Recuperare una relazione non patologica con la morte è un compito che la nostra epoca dovrebbe cominciare a darsi e dentro la nostra scelta di concludere le testimonianze di Svegliatevi, bambine! con le belle parole di Katia e Lucia c’è anche la volontà di contribuire a innescare un rapporto più sano fra ciò che ancora è e ciò che non è più ma permane sotto forme diverse continuando a trasformare i nostri sguardi.

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Sottosopra – Una vita al contrario

Frasi brevi che sembrano commenti a dei disegni. E, da quel che ho capito, Maura disegna davvero ed è come se si esprimesse disegnando anche mentre parla: io vedo le scene. Parole semplici, di un’onestà che ti si insinua sottopelle. Decisamente in sintonia con un dibattito sulla bellezza del corpo di questi giorni, che trovate sul nostro social network. Read the rest of this entry »

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(IN)CANTI – Ritratto di un’amica intanto che parlo

Cantare mi è sempre piaciuto ma per tanto tempo non ci ho fatto caso. Ho passato anni preziosi a guardare la realtà e ad analizzare me stessa e gli altri, facendo soltanto ciò che, quasi per inerzia, non mi è mai stato difficile fare: leggere, studiare e, fino ai vent’anni praticamente tutti i giorni, nuotare. Il resto era un mondo meraviglioso ed estraneo che rimaneva al di là di un vetro infrangibile, un luogo a cui non mi sembrava possibile appartenere davvero. Quel “narcisismo della rinuncia”, che un personaggio in un romanzo di Manuel Alegre considerava tratto distintivo dello spirito nazionale portoghese, l’ho riconosciuto come un’anima gemella, e chissà che non abbia avuto un suo peso nella mia scelta del Portogallo come spazio prediletto delle mie “affinità elettive”. Read the rest of this entry »

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Per Vera, Mama bosniaca

Voglio ringraziare Mario e Sanja per avermi raccontato la storia di Mama Vera, durante una di quelle belle cene a casa loro, fra vino e crostini, a parlare, ridere, e commuoversi anche, come qui. Riporto il pezzo che le hanno dedicato, pochi giorni dopo la sua morte, i suoi “figli” del Comitato/Komitet Bergamo-Kakanj. Read the rest of this entry »

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Il Quadro

A casa di mia nonna, quando eravamo piccoli, c’erano le poltrone di velluto rosso cupo, le tende, i tavolini bassi, e quell’odore insopportabile di naftalina che veniva dall’armadio con le cappelliere. Era la casa del pranzo di Natale, degli angoli bui e delle confessioni a bassa voce.

A casa di mia nonna c’era un quadro. Read the rest of this entry »