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maternità Archive

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Le Madres de Plaza de Mayo: la politica che nasce dall’amore

 

A Chiara Stanghellini,

che, non so come, era riuscita a far venire le Madres a Bologna, nella scuola dove insegnava spagnolo, e mi aveva invitata a conoscerle ma poi la neve ce lo aveva impedito. Ricordando la sua bella voce generosa sempre al servizio dell’impegno e il suo contagioso entusiasmo.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAA Plaza de Mayo arriviamo camminando dalla stazione ferroviaria di Retiro il primo giorno che passiamo a Buenos Aires. Un mercoledì di fine luglio. Tutto sembra tranquillamente normale: la stranezza si dà come in un silenzio che mi si fa dentro, muta pregnanza.

Ci torno da sola un giovedì pomeriggio di pioggia. C’è il banchetto delle Madres, la loro auto. Donne di generazioni diverse, quella di mia madre o la mia o di qualche anno più giovani di me. Alcune delle anziane hanno in testa a raccogliergli i capelli il pañuelo, il pannolino di tela con cui, molti anni fa, hanno fasciato i loro piccoli. Penso a come portare la loro storia a casa alle mie figlie.

Il 13 agosto abbiamo appuntamento per visitare l’Esma, uno dei numerosissimi centri di detenzione in cui, durante l’ultima dittatura militare (1976-1983) – la più feroce – sono state imprigionate clandestinamente e torturate moltissime persone poi scomparse nel nulla, ma c’è stato un allarme-bomba e hanno lucchettato tutto lo stabile per qualche ora, sospendendo l’apertura al pubblico. Ci torno la sera dopo con i miei amici a vedere Viridiana di Buñuel e due concerti jazz: un’emozione toccare con mano come un intelligente uso della memoria ha saputo trasformare questo luogo dell’orrore in uno spazio di coscientizzazione attraverso la creatività artistica. Read the rest of this entry »

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Focus group su conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro

Se qualcuna ha voglia di contribuire a questa ricerca, copiamo qui di seguito le parole con cui una delle ricercatrici la presenta:
Buongiorno,
 
sono Giulia Rodeschini, dottoranda all’Università degli Studi di Trento.
Sto collaborando a Bologna (dove vivo) ad una ricerca all’interno del , il cui obiettivo principale è quello di “analizzare come i sistemi di welfare in 11 città europee influenzino la partecipazione femminile al mercato del lavoro e come questa di conseguenza si ripercuota sul corso di vita di uomini e donne, sulla struttura delle ineguaglianze, sulla coesione sociale e sulla sostenibilità del modello sociale europeo”.
 
Vi scrivo perché il nostro gruppo di ricerca (coordinato dal prof. Costanzo Ranci del Politecnico di Milano) sta cercando alcune donne interessate a partecipare ad un focus-group (ovvero ad una discussione di gruppo della durata di circa un paio d’ore) dove si scambieranno opinioni e racconti sulla conciliazione tra il lavoro e le richieste della propria famiglia.
 
In particolare, le donne da coinvolgere devono essere occupate e residenti a Bologna e prendersi cura di:
- un bambino in età prescolare (sotto ai 6 anni)
- OPPURE di un anziano non auto-sufficiente.
 
Le persone interessate possono scrivere al mio indirizzo: giuliarodeschini@gmail.com
o telefonarmi al numero 3474014697
 
Grazie mille per la vostra disponibilità,
cordiali saluti
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LE DIFETTOSE: un romanzo anche un po’ filosofico sull’infertilità


Leggere Le difettose, il romanzo di Eleonora Mazzoni uscito pochi mesi fa con Einaudi, mi ha dato la prova lampante di quanto la tesi audace che scaturisce dal saggio Tu che mi guardi, tu che mi racconti di Adriana Cavarero, e cioè che la filosofia che vale più la pena praticare oggi è la filosofia della narrazione, colga nel segno. Per giungere al vero, concetto sfuggente e quasi sempre intrinsecamente contraddittorio, bisogna scentrarsi, frequentare il pulviscolo disperso delle storie individuali, perché è attraverso l’occasione di empatia offertaci da ogni racconto di vita che possiamo sperare di giungere a un sentire condiviso. Unicità transitive le chiamo io: lo stesso principio che sta alla base della nostra raccolta Svegliatevi, bambine! creata con quelle che abbiamo chiamato le vostre narr-azioni, proprio a sottolineare la potenza performativa che sta nell’atto di de-privatizzare la propria o l’altrui storia per gettarla nel mondo. Una strada alternativa alla nefasta tendenza universalizzante che violenta le singolarità per poter generalizzare, nella pretesa di parlare a nome di un tutto che è in realtà molto meno affollato di quanto non si vorrebbe far credere. Read the rest of this entry »

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#apply 194

La consulta ha dichiarato inammissibile la richiesta di incostituzionalità su l’articolo 4 della legge 194.

Bene, quindi tutto a posto?

Assolutamente no.

Quel diritto è posto costantemente sotto attacco, basta leggere come la notizia viene commentata sull’avvenire di oggi da Lucio Romano (presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita), che rilancia la necessità di arrivare ad una modifica che tenga conto del diritto all’obiezione di coscienza, ma che evidentemente ignori il diritto delle donne, sancito dalla legge.

Si mette quindi, ancora una volta, la confessione davanti alle persone.

 

Bisogna quindi attivarsi perché l’attenzione e le azioni per la salvaguardia e l’applicazione della 194 continuino.

Per questo rilanciamo il post firmato da Blogger Unite(D) e condiviso da :

Vita da streghe,  Giovanna CosenzaMarina TerragniAssociazione Pulitzer Loredana Lipperini 

E’ accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove l’hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.
Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.
Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.
Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.
Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.
Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).
Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi  ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.
Occorre difenderla e rilanciare:
– con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione
– con il rafforzamento dei consultori
– con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo
– con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486
– con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.

Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.

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Gratis o della cura del mondo

Tutto è iniziato leggendo questo articolo su Micromega http://temi.repubblica.it/micromega-online/uscire-al-femminile-dalla-crisi/, mi sono apparse due o tre linee di riflessione, che partono dall’articolo e si possono declinare in modo differente.

Lavoro di cura e maternità.

Molte blogger, me compresa, hanno iniziato a frequentare il web e i blog proprio in virtù di un tempo nuovo e liberato dal lavoro e dedicato alla cura.

Non piu’ tardi di qualche mese fa avevo inneggiato come possibilita’ intrinseca, da parte delle madri di riprendersi la propria narrazione, per elaborare l’uscita dai territori del materno più stereotipati, piu’ scontati; sfuggendo la prospettiva tecnicalizzata (detta e nominata dai tecnici) della maternita’, per iniziare ed imparare a ritessere questa storia: grazie alla rete. Magnifico strumento capace di connettere e permettere l’esplorazione tematica, la sua condivisione, la sua narrazione.

Per le donne e le madri una potenzialità di esercitarsi nella costruzione di un sapere collettivo e co-costruito dal basso. Mi sembrava e mi sembra, tutto sommato, una interessante prospettiva. Forse è la cura gentile al mondo, concetto introdotto dall’articolo. Un valore potente ed interessante. E’ certo.

C’è un altra prospettiva che va però considerata: la cura come sapere che va restituito alla cultura, alla società, e perchè no all’economia.

Lavoro di cura e professionalità

Più oltre, allungando lo sguardo prospettico sul tema della cura, si nota che il lavoro professionale di cura non ha narrazioni; basta chiedere alle/agli insegnanti dei propri figli che cosa stanno facendo o innovando, che sapere stanno producendo per la società: mediamente non lo sapranno. Non perché non producano saperi e innovazione anche sui diversi modi di cura, pensati ed adattati, per i molteplici figli di un mondo in transizione culturale.(L’atto di educare e di insegnare  sono alcune forme possibili delle pratiche di cura).

Poi fate la stessa domanda alle badanti, poi alle mamme, infine alle blogger. Nella maggioranza dei casi, forse, non saranno consapevoli del valore che producono “facendo” o narrando ciò che fanno, tanto meno sapranno teorizzarlo, o creare un processo per cui se ne abbia un ritorno economico.

Il fenomeno, però, accade trasversalmente nel mondo delle professioni di cura educativa, settore in cui la presenza femminile spesso è molto alta, e dove il sapere che il lavoro crea, il suo plusvalore culturale, sociale, economico si schiacciano e scompaiono. In altri contesti di cura (le pratiche terapeutiche, sanitarie, mediche ) che sono da maggior tempo,  saldamente in mano agli uomini, appare una maggiore competenza e propensione nel promuovere e vendere, monetizzandolo, anche quel sapere che genera professionalita’ e cultura.  In quei comparti anche le retribuzioni sono mediamente più alte rispetto ad altri ambititi di cura, siano esse scolastiche, educative, o assistenziali. Nella sanità si paga per il lavoro ma anche per questo sapere, e in “educazione” no. Sarà per via del fatto che alle donne, o a chi fa un lavoro da “donna”, spetta la cura (gratuita e) gentile del mondo?

Eppure nei contesti educativi/di cura/asssistenziali avviene invece un processo di elaborazione, talvolta inconsapevole, di modelli di sviluppo sostenibile, e di culture organizzative e/o cooperative e non competitive; e via via che ci si addentra nei modelli organizzativi (cfr. cooperative sociali onlus) si arriva a trovare modelli che prevedono interessanti processi di decisionalita’, anche economica, sviluppati in modo partecipato e responsabilizzante.Che è anche il presentarsi  la cura gentile del mondo e dell’economia attenta a tutti, concetti davvero intriganti in un tempo di crisi. Quindi questi saperi, almeno in teoria, potrebbero/dovrebbero avere un valore economico notevole.

Ma anche questo sapere “non vende”. Come non vendono le cure materne, come non lo fa il sapere delle mamme blogger. Ma, si sa, le mamme sono quelle che hanno nel dna, culturale di genere, il ruolo di coloro che sanno sfamare tutti i figli, curare tutti i figli, e aver cura del corpo di tutti. Anche del corpo del mondo.
Il materno, femminile, e capace di cure, e’ gratis.

Spesso per dare cura, tanto lungo e gratuitamente, una donna non lavora.

 E quindi?

Da queste premesse si potrebbero intuire alcune possibilità, non necessariamente felici e fortunate.

1 – Quel sapere delle mamme, invece ha un valore; lo sanno le blogger, piu’ colte digitalmente e/o fortunate che hanno saputo scrivere e pubblicare un libro, o frane un lavoro. Prendiamone nota, questo è interessante.

2 – Invece mediamente capita qualcosa di diverso: qualcuno di piu’ accorto riesce ad usare quel sapere per guadagnarci qualcosa (facendo studi di mercato), o in contest in cui le mamme creano una forma marketing gratuito o a favore di un guadagno irrisorio: un pacco di pannolini o di caramelle (o scrivere che sapore hanno le caramelle che ti inviano a casa, e ad esempio, questo me lo hanno proposto), o scrivendo un libro o un saggio sociologico o psicologico sulle storie altrui, raccolte in rete.

3 – Allora esser madri, moderne colte e consapavoli non basta, anzi è uno svantaggio. Per via di quell’essere ancora oggetto di sfruttamento economico: imparare a fare la madre (o il padre) è faticoso ma se sono una donna qualcun’altro si arricchirà sulla mia fatica. C’è da pensarci.

Basta consolarsi, pensando, alla necessaria cura del mondo? Oppure vuole dire rintracciare il plus valore prodotto da chi porta e promuove la cura, di quella cura che è anche culturale, sociale ed economica, e inserire un rapporto diretto di riconoscimento.

Vuole dire sostenere che la cure materne debbano essere monetizzabili?. Non esattamente, la scelta della cura è individuale e spesso oblativa, connotata da legami di amore. Forse vuole solo dire che occorre non fare sfruttare il proprio sapere, per un profitto altrui.

4 – Ancora una volta diamo credito agli uomini di saper gestire meglio il proprio plus valore. Gli uomini-padri, sono solo più fortunati perché, pure avendo in nuce nuove storie di paternita’, non provano nemmeno a raccontarle; hanno alle spalle una forte cultura che li sostiene. Loro lo sanno, che un reddito va prodotto, sempre, prima, a prescindere. Prima di tutto e di tutti. E una forma di cura della famiglia, della prole. Si dice: “Poche storie”. Infatti non le raccontano, le loro storie, le pensano, le vivono, ma prima si porta a casa la “pagnotta”.

Non è così casuale che anche il padre più attento ad aver cura della sua esperienza, del proprio figlio, della propria genitorialità, generalmente non diventa blogger, per raccontarsi. Oppure, come nel caso delle cura professionale, quando lo fa i modelli/saperi relativi alla cura maschile (in genere medica) viene pagato abbondantemente.

5 – E allora, ancora una volta perché non impariamo da loro, saper “vendere” ciò che abbiamo imparato; insegnare la cura gentile del mondo, la cura dei corpi, cosa sono le buone prassi e i modelli di sviluppo non competitivo e “femminile/materno”, come essi reggano meglio agli impatti delle crisi, come siano più inclusivi e capaci di sfamare molti “figli”, come sappiano proiettarsi su una vision economica di maggior respiro e sono. Ma impariamo a farci pagare, per questo.

6 – Una accortezza che possiamo sviluppare come donne, blogger, madri, citttadine è non dimenticare che la cura del mondo è un valore e ha un valore; se lo dimentichiamo ad un certo punto il meccanismo viene mitridatizzato e scompare ai nostri occhi come un fiume carsico. E qualcuno ci guadagna, in modo poco chiaro. Magari offrendoci l’illusione di una possibilità espressiva o della notorietà. A maggior ragione la rete, i blog, gli sharing, rischiano di essere uno specchio fallace, dandoci una sola una restituzione, un innaturale plus valore mediatico alla nostro saper di cura: la fama, gli accessi, la condivisione dei link. Come se questo ci ri-pagasse del sapere che mettiamo a disposizione di tutti.

Invece e’ solo gratis.

crediti | grazie infinte a m. per avermi dato gli stimoli e la possibilità di sviluppare il pensiero sul valore del plus valore

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“Diversità come stimolo e valore” – Intervista a Simona Coppola

L’altra sera, durante un incontro che abbiamo fatto con le altre socie fondatrici per riprendere immediatamente i fili del nostro progetto al ritorno dalle ferie, è stato citato anche L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, uno dei miei romanzi preferiti.

Per me L’arte della gioia è la storia di una donna che sa ascoltare la sua voce più profonda, al di là delle proiezioni imposte dalla società per cui tante volte ci ritroviamo ingabbiate dentro a modi di fare, di vivere, addirittura di essere, preconfezionati, che spesso nemmeno ci accorgiamo che non ci appartengono, una donna che sa lottare per realizzarsi nella sua autenticità più profonda, che sa pagare il prezzo di questa sua volontà indomabile e assaporare la ricchezza di una vita che, soltanto grazie a questo scarto, mai gratuito, delle convenzioni, si è fatta vita piena e degna di questo nome.

La vita di Simona è completamente diversa da quella di Modesta, la protagonista del romanzo, ma in lei ho avvertito la stessa persuasione e la stessa energia, quella consapevolezza assodata che ognuno è pioniere della propria esistenza e che i modelli, quando esistono, hanno un valore puramente orientativo, perché nessuno è un duplicato e chi lo diventa non sta veramente vivendo.

Simona ci ha contattate per raccontarci la sua storia e, in particolare, quella parte della sua storia in cui ha dovuto investire tutta la sua forza e in cui si è sentita più sola, senza punti di riferimento: la sua scelta di diventare madre nonostante sia affetta da sclerosi multipla.

La tua storia, Simona, ci ha colpito proprio per la determinazione che hai dimostrato nel percorrere una strada poco battuta, andando contro i pregiudizi e adoperandoti con tutta la forza di volontà perché il tuo desiderio di diventare madre si avverasse, consapevole che non si trattava di un capriccio, né di una scelta egoista, come qualcuno ha provato a farti credere, ma del modo più autentico per avvicinarti a quello che sei veramente. Quali sono gli ostacoli più grandi che hai incontrato in questo tuo percorso verso la maternità e quali, invece, gli elementi determinanti nel non farti mollare?

Tra i principali ostacoli metto senz’ombra di dubbio la totale mancanza di empatia da parte del neurologo che a suo tempo mi seguiva; mentre la vicinanza dei miei genitori, soprattutto quella di mia madre – una presenza costante sia fisica che morale – è stato l’apporto fondamentale durante tutta la mia gravidanza.

Nel tuo blog, Leucosia, scrivi che all’inizio, quando sei rimasta incinta, hai cercato in rete esperienze simili alla tua ma non hai trovato praticamente nulla e questo ti ha fatto sentire molto sola. Il tuo blog nasce anche dalla necessità di cominciare a colmare questa lacuna? Di cosa parli soprattutto nei tuoi post? Come immagini il tuo lettore o la tua lettrice-tipo?

Leucosia in realtà è nato cinque anni fa, quindi molto tempo prima che scoprissi di essere incinta. Ed è un blog a metà strada tra il diario on line ed un taccuino sul quale annotare i fatti quotidiani, legati non solo alla malattia, ma anche alle mie tante passioni come ad esempio l’archeologia e lo scrivere racconti. E siccome nel blog racconto di me, è stato naturale raccontare soprattutto della mia maternità, in modo da viverla anche attraverso le parole, nella speranza che queste raggiungessero più persone possibili, magari donne che con la mia stessa patologia abbiano in futuro intenzione di diventare madri. Ed in fin dei conti, quando scrivo, immagino proprio loro dall’altra parte del monitor…

So che hai un altro progetto mirato alla creazione di una comunità virtuale di mamme malate di sclerosi multipla, un progetto che, scrivi, “ruota per forza di cose intorno a una versione “altra”, non stereotipata della maternità”. Ce ne vuoi parlare?

Certamente! Si tratta di un gruppo sul social net di Facebook, che conta circa un centinaio di membri, il cui scopo è quello di dare e ricevere consigli sulla maternità in generale ed in particolare su come affrontare e risolvere serenamente i numerosi interrogativi sul decorso della malattia o sui farmaci da assumere, senza dimenticare di curare il lato emotivo del rapporto genitori-figli-famiglia.

Quali sono i consigli che daresti a chi decide di fare una scelta come la tua?

Innanzitutto farsi seguire passo dopo passo dall’equipe medica, creando un solido dialogo tra ginecologo e neurologo; in secondo luogo, organizzare e gestire gli spazi della vita domestica, tenendo conto della possibilità di avere bisogno in futuro di una mano esterna al nucleo familiare, per superare le possibili ricadute da post partum.

Che cosa soprattutto credi che la gente, di solito, non capisca davanti alla decisione di fare un bambino, pur essendo diversamente abili?

Spesso, di fronte a donne che, come me, sono portatrici di una disabilità più o meno accentuata, le persone cadono nel pregiudizio, ritenendole simili ad alberi senza frutto , incapaci quindi di metter su famiglia. Invece noi diversamente abili abbiamo gli stessi desideri ed ambizioni delle persone normodotate, per raggiungere i quali dobbiamo scavalcare ostacoli di dimensioni maggiori, a partire dai luoghi comuni che tristemente ci ingabbiano in uno squallido stereotipo.

Parliamo ora più specificamente della tua malattia, la sclerosi multipla, di cui molti sanno poco e niente. Studi recenti, condotti dall’équipe del professor Paolo Zamboni, dell’Università di Ferrara, stanno producendo risultati decisamente rincuoranti per molti malati: stanno sperimentando un’operazione per l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale (CCSVI), una patologia che si è dimostrato essere, in moltissimi casi, strettamente connessa alla SM. Ci puoi raccontare di cosa si tratta e che cosa significhi per te e per i malati di SM questa nuova possibilità?

Circa dieci anni fa il prof. Zamboni, avendo la moglie colpita da sclerosi multipla, avviò un’intensa attività di ricerca, riscontrando nei pazienti affetti da sm accumuli di ferro anomali nelle vene che conducono il sangue al cervello. Usando un doppler ad ultrasuoni ha poi scoperto che i depositi di ferro che scatenano le tipiche infiammazioni della malattia sono la conseguenza di un restringimento delle vene stesse, malformazioni che non consentono al sangue di fluire normalmente all’interno del cervello. Tale disordine da lui scoperto è stato denominato CCSVI, ovvero Insufficienza Venosa Cronica Cerebrospinale. Subito dopo si è scoperto che alla gravità dei blocchi delle vene in questione corrispondeva la gravità dei sintomi del paziente. I pazienti con una sola vena bloccata di solito hanno forme più lievi della malattia, mentre quelli con due o più vene danneggiate presentano una malattia più grave. Zamboni ha individuato blocchi non soltanto nelle vene del collo che si trovano direttamente sotto il cervello – le vene giugulari – ma anche in una vena centrale di drenaggio, la vena azygos. E semplicemente grazie ad un intervento di angioplastica, dilatando cioè le vene del collo interessate dalle stenosi, è stato possibile riscontrare nei pazienti operati un evidente miglioramento della loro qualità di vita, associata ad una notevole riduzione delle cosiddette poussé, le ricadute della sm, gli attacchi della malattia.

In Italia però non è ancora possibile, per tutti, operarsi. In particolare, è di qualche settimana fa la notizia che, nella tua regione, la Campania, un comitato etico si è opposto alla possibilità di sperimentare questa operazione. Come hai reagito davanti a questa notizia e cosa vorresti dire a chi infrappone questo ulteriore ostacolo tra te e la possibilità di “liberarti” del tuo male?

Sinceramente sono rimasta molto delusa ed amareggiata dall’ostruzionismo e dallo scetticismo che sinora ha manifestato la classe medica nei confronti della scoperta di Zamboni e a dire il vero, la tentazione di andare all’estero per poter essere operata è molto forte. A coloro che attualmente non consentono a me e a tanti altri malati italiani di accedere alle cure appropriate al nostro male, chiedo soltanto di avere un briciolo di cuore e di correttezza professionale, rammentando loro il giuramento di Ippocrate, e di riconsiderate le loro scelte in merito.

Veniamo a un’altra passione: l’archeologia. Ti sei laureata con una tesi sui percorsi archeologici per diversamente abili e collabori con una rivista di turismo che si chiama Diversamente agibile. Come ti sei avvicinata all’archeologia?

L’archeologia mi ha appassionata sin da piccola, ed è stata una passione scatenata ed assecondata grazie anche al luogo in cui sono nata – Napoli, città dalle millenarie stratificazioni. E’ stato quindi più che naturale per me intraprendere questo genere di percorso dapprima di studi, e poi lavorativo.

Qual è la situazione, mediamente, in Italia, per i diversamente abili che vogliano visitare monumenti e luoghi d’interesse artistico?

Sebbene musei ed aree archeologiche si stiano dotando di percorsi ed esposizioni che rispettino gli standard museali universalmente noti ed accettati, siamo ancora abbastanza lontani dal raggiungimento di un adeguato livello di fruibilità consono ad un pubblico disabile nel nostro Paese.

Un’ultima domanda. Come sei venuta a conoscenza del nostro gruppo e in cosa, in particolare, ti riconosci all’interno di questa nostra iniziativa?

Navigando in rete sono capitata per puro caso sul sito di “Donne Pensanti”, spulciando tra i link del blog di Panzallaria. Leggendo dell’iniziativa intrapresa sull’abuso del corpo femminile nei media italiani ed i vari articoli scritti su personalità autentiche del mondo femminile, ne sono rimasta colpita al punto tale da voler partecipare in maniera tangibile al vostro gruppo, innanzitutto raccontando la mia testimonianza di donna e di madre, contribuendo nella volontà di creare una nuova visione della nostra società, una società in cui l’essere diversi sia per tutti uno stimolo ed un valore.

 

 

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E così è passato un anno

Simona è certamente uno di quegli incontri impagabili che questa esperienza del blog di Donne Pensanti mi sta regalando. In questo spazio in bilico che è il mio oggi, tra un passato che ho amato ma in cui non mi riconosco più del tutto e un futuro verso cui devo scegliere come incamminarmi, il suo racconto, che è la voce di uno sguardo delicato e denso sul mondo, mi sta dando delle chiavi di lettura preziose. Simona ci racconta del primo anno con il suo bambino, che ha deciso di avere nonostante tanti la sconsigliassero,  perché Simona ha la sclerosi multipla, SM, Sua Maestà, come la chiama lei con quell’ironia che sanno avere le persone sensibili e forti. Ci racconta di quanta fatica e quanta gioia possa portare il coraggio di scegliere strade poco o per niente battute, quando sentiamo che sono le uniche per noi, le uniche in cui ci sappiamo davvero riconoscere. Simona ha un blog, molto bello, che consiglio di leggere a tutti coloro che amano assaporare la vita con lentezza e profondità, a chi crede che nei particolari spesso stia il succo della vita, e la sua bellezza più segreta. Un blog che si chiama Leucosia. Read the rest of this entry »

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È normale

“Sì, e’ tutto normale se ti senti al settimo cielo e poi all’inferno un attimo dopo che le due stanghette del test sono rosa,

è normale se durante i lunghi brevissimi mesi della (dolce no, oramai nessun ostetrica o ginecologo ti consente i dolci in gravidanza!) attesa alterni momenti di gioia profonda ad altri di puro terrore.

È normale se, una volta nata come madre sei tu a volerti rifugiare nell’utero e lasciarti cullare ovattata e sorda a tutto. Read the rest of this entry »

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Invisibili mitomani, o del rimanere incinta ai tempi del precariato

Ho avuto qualche problema col computer, oltre al fatto che mi trovo in un periodo particolarmente incasinato, ma oggi ricomincio a pubblicare le poche testimonianze che ci mancano per ultimare il nostro progetto sulla narrazione dei tanti femminili annebbiati dalle rappresentazioni main stream. Dopo il successo del post di Serena sul cervello delle mamme che ha portato all’iniziativa di trasformare il curriculum europeo, che verrà lanciata ufficialmente l’8 maggio, ripresa oggi (19 aprile)anche in un bell’articolo sulla “Stampa”, torniamo a parlare di odiose discriminazioni nei confronti delle donne incinte. Read the rest of this entry »

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Il cervello delle mamme

Metto in rete stasera un post che Serena ha già pubblicato poco più di un mese fa, sul blog Genitori crescono (gestito con l’amica Silvia), e che ha riscosso molto interesse, non solo fra chi ha già commentato. Buona lettura. Read the rest of this entry »