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lingua Archive

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Siamo quel che diciamo: detti e pratiche misogine nella cultura popolare (veneta)

Travolti dall’utilitarismo spicciolo che s’insinua in tutti gli angoli del nostro sentire, troppo spesso ci limitiamo a pensare che la lingua non sia altro che uno strumento di comunicazione, dimenticandoci che, come scriveva il filosofo Wilhelm von Humboldt, la lingua è enérgeia, attività quindi: codice di scambio, certo, ma soprattutto processo che struttura la nostra visione del mondo.

Interrogarci sugli automatismi verbali, contrastare le cristallizzazioni provando a domandarci la prospettiva che sottintendono, sottrarci alle inerzie linguistiche apparentemente innocue, non cedere alla pigrizia di rifugiarci nelle frasi fatte, sono tutti sani esercizi di dissenso che dovremmo sforzarci di praticare il più possibile, anche per testimoniare in maniera risoluta la nostra volontà antiadattiva a un sistema sempre più surrettiziamente iniquo. Read the rest of this entry »

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4. Appunti di educazione al genere: la mia esperienza alla scuola estiva di italiano

Con una collega particolarmente sensibile a questi temi, abbiamo deciso quest’anno di imperniare la scuola estiva d’italiano per stranieri, che ha accolto ragazze e ragazzi delle scuole medie inferiori nelle ultime due settimane di giugno, su un percorso di educazione al genere. Dovevamo insegnare l’italiano utilizzando approcci il più possibile ludici – lezione frontali vietate, in altre parole! – e abbiamo scelto di farlo dando una curvatura improntata all’educazione al genere. Avevamo con noi una trentina di ragazzini dai livelli linguistici molto diversi (alcuni in Italia da 3-4 anni, altri da pochissime settimane), provenienti da tanti paesi – un folto gruppo di pakistani e filippini, ma anche indiani, bangalesi, moldavi, rumeni, russi, ucraini, un ragazzo peruviano, una ragazza della Costa d’Avorio e una marocchina. Un gruppo bellissimo in cui si è creata in poche ore un’atmosfera insieme distesa e stimolante: sono nate delle amicizie, sono partiti dei dibattiti in cui “i più audaci” si esponevano dando fondo a tutte le loro risorse linguistiche pur di far capire come la pensavano. Nel corso delle prime due giornate, ci siamo concentrate su una serie di attività che ci dessero modo di cominciare il nostro breve percorso didattico, mirato all’insegnamento dell’italiano L2, permettendoci al tempo stesso di fare una prima conoscenza con i partecipanti, nonché di valutare sinteticamente il loro livello nella comprensione e nella produzione in italiano. Inoltre, visto che gli allievi provenivano da tante scuole diverse (una decina), era  necessario anche creare un breve periodo di confronto affinché gli utenti cominciassero a familiarizzare fra di loro. Abbiamo così organizzato una serie di giochi di presentazione corredati da esercizi svolti in un unico gruppo, nel giardino sottostante la sede del corso. Si è lavorato soprattutto sulla presentazione di se stessi: dai dati basilari alla descrizione fisica e, a grandi linee, psicologica. Dal terzo giorno abbiamo iniziato a connotare più decisamente il corso nella direzione che avevamo progettato introducendo nell’insegnamento della lingua seconda elementi che avessero a che fare con l’educazione al genere. Le nozioni appena apprese, relative alla descrizione (tratti fisici, vestiti, colori, espressioni, sentimenti), sono state utilizzate dagli apprendenti per illustrare con brevi testi due immagini per ognuno, una raffigurante un uomo e l’altra una donna, ritagliate da una serie di riviste fornite da noi educatrici o portate dagli alunni. Nei giorni successivi, gli incontri si sono sempre articolati sostanzialmente in due momenti distinti: la prima parte della mattinata l’abbiamo passata lavorando con il gruppo nella sua interezza, giù in giardino, con attività tese a fornire il lessico e le strutture morfo-sintattiche più adeguate per poi svolgere i laboratori in cui all’apprendimento della lingua veniva data una curvatura che aveva a che fare, più o meno direttamente, con l’educazione al genere. Gli utenti sono stati allora suddivisi in cinque gruppi omogenei per genere e sono stati invitati a creare due cartelloni ciascuno, intitolati “Lui” e “Lei”, con immagini e parole riconducibili rispettivamente all’universo maschile e a quello femminile. E qui i partecipanti si sono sbizzarriti, non utilizzando solo le foto ritagliate, ma disegnando anche, o aggiungendo parole significative. Sono usciti dati interessanti: anche a causa delle immagini femminili che ricorrono sui giornali, le donne raffigurate sono sempre giovani (spesso giovanissime) e molto attraenti, vestite elegantemente e sempre truccate; gli uomini hanno età più differenziate, sono attraenti ma quasi per sbaglio, come se il punto fosse un altro: sono professionisti realizzati nel lavoro, possibilmente ricchi, come indicano gli accessori che li accompagnano: orologi costosi e auto di lusso. Un gruppo costituito esclusivamente da ragazzi orientali ha disegnato attorno ai figurini delle modelle tante belle case, rinchiudendole amorevolmente (considerata la cura e il tempo che hanno dedicato al disegno) in una sorta di recinto dorato; un altro gruppo, sempre maschile, ha disegnato, nel cartellone dedicato ali uomini, strade che si perdevano all’orizzonte e fuoristrada.

Alcune alunne hanno scattato delle foto in primo piano ai partecipanti e poi ognuno ha creato, aiutato dai compagni e dalle educatrici, un acrostico del suo nome che lo raccontasse attraverso delle qualità positive.

A partire da una brevissima fiaba di Fabian Negrin, contenuta in Favole al telefonino, a cui abbiamo cancellato il finale che è stato così inventato dagli studenti di nuovo divisi in gruppi (sia omogenei che eterogenei per genere), le ragazze e i ragazzi sono stati invitati a riflettere sulla relazione fra apparenza e interiorità della persona.

I vari acrostici sono stati riportati accanto alla foto di ogni alunno. Abbiamo così delineato un percorso teso a mettere in luce quella che noi consideriamo un’evoluzione spesso non colta nella società in cui viviamo: dalla rappresentazione falsa e patinata all’unicità irripetibile di ogni persona vera e in carne e ossa.

Lavorando soprattutto con ragazze e ragazzi provenienti da famiglie migranti, tocco ogni giorno con mano quanto sia assolutamente necessario, oggi, affrontare quei percorsi di educazione al genere che, per tanti motivi, ci sembrano sempre più urgenti, in un’ottica complessa, perché i piani che si intersecano sono molteplici e le istanze appaiono spesso talmente complicate e, non di rado, contraddittorie, che una soluzione unica e lineare è altamente sconsigliabile perché implicherebbe indubbiamente omissioni gravi. Rifacendosi al pensiero del filosofo e sociologo Edgar Morin molti pedagogisti contemporanei sottolineano proprio l’importanza di pluralizzare il proprio sguardo, non limitandosi a un approccio esclusivamente improntato alla differenza di genere che, in ogni caso – è importante ribadirlo – rimane un tema ineludibile e ancora troppo poco battuto in ambito educativo, ma coniugando questa componente formativa fondamentale nell’ambito di sensibilità consapevoli che in gioco ci sono altre differenze estremamente potenti sul piano della formazione degli individui e delle loro relazioni.

Vorrei allora segnalare alcuni testi in cui si prende atto di questa complessificazione:

-Educare al genere. Riflessioni e strumenti per articolare la complessità, che propone percorsi di decostruzione e ricostruzione delle rappresentazioni sul genere in linea con le ultime acquisizioni teoriche.

- Donne migranti. Verso nuovi percorsi formativi (a cura di Cambi, Campani, Ulivieri)

- Migrazioni al femminile (monografico rivista “Inchiesta”)

- Fuori dal silenzio, a cura di Antonio Genovese, Federica Filippini e Federico Zannoni, in cui le questioni di genere sono state affrontate da ragazze/i evidenziandone il legame con le questioni generazionali.

[continua]

 

L’immagine è tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Summer_school_painting_class_2006_009.jpg

 

 

 

 

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Potenza di corpi dissonanti. 3. Un’irruzione imprevista (Portogallo 1972)

                   A Sara, che ora siete due-in-una. Fino a Lisbona.

Tante volte abbiamo ribadito che la lingua attraverso cui diamo forma e voce alla nostra percezione della realtà, nella sua trama di relazioni e insolubili aporie, è una chiave di svolta per tornare a produrre senso. Occorre saper articolare le nostre esperienze in discorsi che non temano l’inadeguatezza, non temano gli anacronismi – spesso solo apparenti – non temano la sfasatura e lo scarto rispetto alle narrazioni imperanti che pretendono di cucirci addosso bisogni e identità.

E allora oggi voglio praticare questo fertile esercizio di decentramento per testimoniare la potenza dirompente di una scrittura che sceglie – risoluta – di mettersi in ascolto delle istanze più segrete e inconfessabili dei corpi femminili, insinuandosi sottile e pericolosa nelle maglie di una società imbevuta di autoritarismo, menzogne, negazione di diritti, violenza dissimulata, soffocata nel silenzio o addirittura venduta per impresa eroica da una propaganda eretta su un codice patriarcale, nemico del buon senso e della vita.

Nel 1972 il Portogallo è al suo quarantaseiesimo anno di dittatura fascista e all’undicesimo di una guerra tesa a impedire la liberazione di quelle terre africane che il regime si ostina a voler considerare parte del territorio nazionale, quando viene pubblicato un libro subito recepito come talmente scandaloso da far sì che le sue tre autrici vengano accusate di “pornografia e offesa alla pubblica morale”, nonché sottoposte a un processo che verrà archiviato solo con il 25 aprile 1974. Sono le Nuove lettere portoghesi, frutto degli incontri bisettimanali che le tre giovani scrittrici Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta e Maria Velho da Costa hanno avuto nel corso di nove mesi per parlare a partire da sé e nel nome di intere generazioni di donne portoghesi. Un testo costruito per frammenti eterogenei (non solo lettere, come vuole il titolo, ma anche poesie, stralci di diario, biglietti scritti di fretta) di cui, in un patto di ferrea complicità, non è mai stata rivelata la singola autrice: storie di soprusi ma anche di una ricerca del piacere in cui la passione, rimossa dagli orizzonti del femminile socialmente lecito, si fa parola di donna, capovolgendo il sottotesto esplicito, quelle tanto celebrate Lettres portugaises che si volevano scritte dalla monaca Mariana Alcoforado, rinchiusa nel monastero alentejano di Beja, e che si era scoperto fossero, in realtà, opera di un uomo.

La rivelazione di un immaginario da sempre silenziato, la ricerca dell’appagamento, la scoperta delle superfici erogene di un corpo troppo a lungo dimenticato o sacrificato, il tabù della masturbazione femminile finalmente infranto, l’amore omosessuale: tutto questo prende sfrontatamente corpo e voce nel Portogallo pudibondo e ipocrita dei primissimi anni Settanta, a testimoniare le correnti vivissime che continuavano a scorrere clandestine ma non sopite e che sfocieranno di lì a pochissimo nella gioiosa Rivoluzione dei Garofani che metterà fine alla dittatura salazarista. E, fra le righe, la denuncia ferma e irremovibile dell’assurda guerra coloniale in atto e che il regime tentava a tutti i costi di occultare: un Vietnam in sordina, da imperialisti di periferia, ma testardo e capillare, subdolo perché sottilmente condizionante.

Nelle Nuove lettere portoghesi la passione funge da mero “pretesto” – anche nel senso che precede il testo e gli dà vita – perché un immaginario e un vissuto rigogliosi prendano finalmente la parola:

“Sarà inutile a questo punto aggiungere che il mio esercizio è quello della vendetta: che chi è ferito non si apparti, ma piuttosto sparga il suo sangue nel mondo. Visto che l’oggetto della passione non è che un pretesto perché attraverso di lui, definiamo […] il nostro dialogo con il resto.” (Seconda Lettera II, traduzione mia)

Questo itinerario di presa di coscienza e di riconfigurazione del sé si sostanzia in un autentico dialogo, dando vita a una scrittura eccezionalmente estroversa – perché l’interlocutore è lì, presente in carne e ossa, col suo corpo e la sua storia – e, al tempo stesso, profondamente autoriflessiva. Le parole si fanno “intraparole” e tutto il mondo delle autrici viene risucchiato e rielaborato nella “spirale” della scrittura. Ognuna scrive a partire da se stessa, dalla sua unicità e crea trame condivisibili, in cui le altre possono rispecchiarsi. Come ha scritto Maria de Lurdes Pintasilgo,

“Per la scrittura la proprietà smette di avere un senso perché i “beni” che ripartisce sono universali. La donna che si dice al singolare si riferisce a un destino che è sempre plurale. E in questo plurale si viene a riconoscere ogni storia individuale. Tela che si intesse e si disfa per poi ritessersi di nuovo.”

L’atteggiamento di fondo non è mai celebrativo: vengono messe in luce senza remore le difficoltà e i rischi di questo esperimento a tre, i momenti di sconforto, le insofferenze reciproche, il sentirsi contaminate e trasformate dalle altre due ma al tempo stesso immutabili, sempre uguali a se stesse, nei propri limiti e nelle proprie mancanze. La scrittura si fa trasparente ed espone i meccanismi che la generano incorporandoli nell’opera d’arte stessa: la riflessione metatestuale si fa vero e proprio testo.

In sintonia con le visuali che questi sguardi inediti sulla realtà offrono, si stabiliscono le basi per una nuova logica, fatta di congiunzioni e ossimori, che accoglie gli opposti senza neutralizzarli né conciliarli, immersa nella vita, aliena da qualsiasi astratta linearità, una logica piuttosto metonimica che metaforica perché preferisce la combinazione alla selezione:

” Non credo nella ragione scollata dal sentire degli altri ed è per questo che mi sforzo per sragionare bene e sono stanca di sforzarmi per essere come i raziocinanti, che anche sull’orlo d perdere tutto, la ragione no, quella giammai.”

Gli opposti smettono così di escludersi: il donarsi non impedisce l’indipendenza, il darsi diventa un ritrovarsi, perché le dicotomie hanno finalmente perso autorevolezza e valore. E questa sensibilità nuova si traduce in un nuovo linguaggio, capace di dar voce alle pieghe, alle ridondanze della realtà, che non si curi della linearità astratta ma capace di affondare coraggiosamente nel magma della vita, in cui si mescolano realtà sogno e immaginazione: si generano così quelle poetiche dell’inclusione, dell’aporia, della sospensione del giudizio che ritroviamo in numerose autrici portoghesi della generazione artistica e anagrafica delle 3 Marias, sintonizzate su un sentire comune a tanta scrittura di matrice femminile o, comunque, femminilizzata, anche fuori dal Portogallo.

Questa dimensione pionieristica e rivitalizzante la si sente in quella cifra profondamente aurorale che affiora nelle Novas Cartas Portuguesas, dove l’immagine dell’alba torna in vari punti, a sottolineare come l’evocazione della vicenda della monaca seicentesca non sia mera commemorazione ma riattraversamento contrappuntistico in vista di un’anelata palingenesi, un rinnovamento a partire da una radice femminea che è insieme arcaica e rivoluzionaria, fisicità e capacità di ascolto insieme: ascolto di umanità eccedenti i canoni riconosciuti e consacrati:

Femmine siamo

fedeli alla nostra immagine

resistenza assetata che vestiamo

donne, dopo tutto, senza volerne trarre vantaggi

ma ben certe degli uomini che copriamo

 

E mai preda

Saremo

o oggetto

                                                                                                   dato (Eccoci)

 

Uno sconquasso nell’ambito della produzione simbolica che parte da un coraggiosa assunzione di istanze fino a quel momento represse o rimosse. Una faglia sotterranea che attraversa una società intorpidita, istigandola potentemente al risveglio, aprendole innanzi la prospettiva vertiginosa di una rinascita.

 

 

 



 

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Riprendiamoci la parola!

La riflessione, fitta di riferimenti interessantissimi, che Elisabetta Pierri ha fatto sull’importanza di usare le parole con coscienza e cognizione di causa  mi stimola a riprendere alcune mie considerazioni già esposte in pubblico durante la serata che abbiamo organizzato qua a Bologna l’8 marzo scorso.

Esiste un nesso sottile, non diretto ma ineludibile, tra violenza simbolica e violenza reale: le rappresentazioni della donna da cui siamo tempestati contribuiscono al configurarsi di sensibilità sempre meno sensibili, sempre meno capaci, cioè, anche solo di rendersi conto dell’ingiustizia e del sopruso. Queste rappresentazioni agiscono molto spesso in maniera insidiosa e finiscono per far passare sotto la soglia della normalità discriminazioni gravi, ottundendo la nostra capacità di rilevarle come tali. Read the rest of this entry »

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Sull’uso del maschile generico

Vedere il nostro manifesto in giro per le piazze e le case d’Italia è una grande emozione, un fatto che prova come anche un piccolo gesto possa sortire virtuosi contagi, inserirsi nell’orizzonte piatto increspandone i confini e scompigliandone finalmente le linee, sempre più simili a una gabbia. Ne siamo molto contente. Una critica abbastanza ricorrente che ci è arrivata da più parti per questa nostra iniziativa è stata per l’uso del maschile negli attributi che abbiamo scelto per la nostra ricerca di un nuovo presidente del consiglio. Ci è arrivata perfino una proposta con scritte fucsia tutte volte al femminile, al posto del nostro nero serioso, che inanellava, invece, aggettivi al maschile, facendo evidentemente supporre che abbiamo in mente l’ennesimo presidente uomo.

La prima reazione, ve lo confesso, è un po’ risentita: la fatica di mandare avanti questo progetto, sostanzialmente, per ora, in sei persone, con lavori impegnativi e figli più piccoli che grandi, è immane, e quando ci fanno notare questi particolari – non saltatemi al collo che provo a spiegare perché, in questo momento storico, io li reputi tali – ci pare che si voglia a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo, ignorando il peso e la portata della battaglia che insieme a voi tutte vogliamo portare avanti. Ma poi, ripensandoci, mi sono detta che non è mica questo il punto. Oltre al fatto che la nostra polemica è palesemente contro Silvio Berlusconi, come ha ribadito a chiare lettere Valérie sulla community, il quale deve urgentemente dimettersi. Il che non significa ovviamente che i problemi del paese stiano lì, né significa scadere nei personalismi: c’è una persona accusata di reati gravi che sta continuando a occupare il potere nell’estremo tentativo di fare, per l’ennesima volta, uso delle istituzioni per favorire i propri interessi o, obiettivo minimo, di continuare a insabbiare le sue responsabilità. Questa persona sta inceppando l’apparato statale: l’Italia è un paese fermo da mesi perché tutte le energie sono assorbite da questa rivoltante pantomima, stritolato nella morsa della sua macchina di bugie. Questa persona deve dimettersi al più presto. Prima spiegazione dell’uso del maschile.

Poi c’è la motivazione addotta da Francesca: in italiano il generico è ancora, purtroppo, espresso solamente dal maschile e la lingua, è provato, si cambia soltanto con l’uso. Per questo, io nel mio piccolo, quando mi rivolgo a gruppi misti, tendo a usare il femminile se la maggioranza dei membri è donna, anche se la differenza è soltanto di una persona. La trovo la soluzione più logica ed esteticamente meglio riuscita, rispetto alle i/e barrate o a quegli asterischi che trasformano le rotondità della lingua italiana in asperità dal sapore nordico, che mal si confanno al resto del discorso. Avremmo dovuto fare lo stesso nel nostro cartello? A rigor di logica, in Italia ci sono più donne che uomini: giusto sarebbe, dunque, usare il femminile come collettivo generico. Oppure qualcuna avrebbe voluto il femminile proprio per suggerire la necessità di avere finalmente una donna come presidente del consiglio del “paese più maschilista d’Europa”. Giustissimo anche questo. Ma c’è un’urgenza che ci obbliga a usare strumenti imperfetti per raggiungere obiettivi minimi ma fondanti: su cosa si concentrerebbero i commenti a un cartello tutto volto al femminile da parte di molti uomini?

Tanti alzerebbero le spalle e ci liquiderebbero come l’ennesima manifestazione di un femminismo con cui hanno preferito evitare di confrontarsi e così ci saremmo ancora una volta ghettizzate. Con questi uomini noi vogliamo parlare, vogliamo che capiscano le ragioni di una lotta che è di ogni persona civile, di tutti coloro che vogliono trasformare la società cercando di rimpicciolire le ingiustizie che la attraversano. Così come vogliamo colpire l’attenzione di quei ragazzini che forse stanno per votare (o già votano o) a favore di un sistema che sponsorizza la mercificazione delle donne e calpesta quotidianamente la loro dignità. Non vogliamo che si distraggano, che trovino delle scuse, vogliamo che si soffermino almeno un attimo a pensare in che condizioni è finito il nostro paese, dov’è la nostra credibilità sul piano internazionale, che cosa sta facendo chi dovrebbe lavorare per il loro futuro. Vorremmo evitare le solite glissate, i soliti tentativi di eludere, di scrollare le spalle come se non fosse un problema loro ma “la solita tirata delle femministe”. E non perché non ci sentiamo femministe – anzi, del femminismo riconosciamo l’importanza per la conquista di molti dei nostri diritti e per lo smantellamento, in parte certamente riuscito, di tutto un sistema prevaricatore, di stampo patriarcale – ma siamo convinte che il femminismo, oggi, abbia bisogno anche degli uomini e che gli uomini abbiano bisogno del femminismo. Per questo l’uso, ancora una volta, del maschile generico: per non perderli per strada in questa fragile fase di transizione. Nella speranza che sensibilizzandone il più alto numero possibile anche la lingua cominci pian piano a riflettere e raccontare un mondo che – è il nostro auspicio – può essere che stia cominciando a trasformarsi in profondità.

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Io e la lingua italiana

Praticare la lingua dell’altro fino al punto da riuscirci a raccontare attraverso di lei, riscoprendoci trasformati dal suo timbro, dal suo lessico, dai suoi suoni: la mia amica Sara, dei giri lisboneti e di quella lunga chiacchierata davanti all’oceano in un posto che si chiama Telheira da Foz, dove finisce la ferrovia, la mia amica dalle parole precise e poetiche, pronunciate con voce un po’ roca in portoghese, la lingua meravigliosa in cui amo rifugiarmi e cercare quello che non trovo più nella mia, la mia amica fa proprio questo nel post che pubblico oggi: un formidabile esercizio di alterità, la strada che tante volte ci porta un po’ più in là nel farci conoscere noi stessi e quello che ci sta intorno. Read the rest of this entry »