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Il corpo delle donne Archive

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#apply 194

La consulta ha dichiarato inammissibile la richiesta di incostituzionalità su l’articolo 4 della legge 194.

Bene, quindi tutto a posto?

Assolutamente no.

Quel diritto è posto costantemente sotto attacco, basta leggere come la notizia viene commentata sull’avvenire di oggi da Lucio Romano (presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita), che rilancia la necessità di arrivare ad una modifica che tenga conto del diritto all’obiezione di coscienza, ma che evidentemente ignori il diritto delle donne, sancito dalla legge.

Si mette quindi, ancora una volta, la confessione davanti alle persone.

 

Bisogna quindi attivarsi perché l’attenzione e le azioni per la salvaguardia e l’applicazione della 194 continuino.

Per questo rilanciamo il post firmato da Blogger Unite(D) e condiviso da :

Vita da streghe,  Giovanna CosenzaMarina TerragniAssociazione Pulitzer Loredana Lipperini 

E’ accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove l’hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.
Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.
Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.
Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.
Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.
Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).
Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi  ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.
Occorre difenderla e rilanciare:
– con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione
– con il rafforzamento dei consultori
– con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo
– con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486
– con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.

Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 6

Ico Gasparri, Artista sociale, fotografo dal 1977.

Gasparri dal 1990 al 2010 ha sviluppato Chi è il maestro del lupo cattivo?, una ricerca artistica militante dedicata alle radici culturali della violenza sulla donna nelle pubblicità stradali. Realizzando così il più grande archivio esistente sullo sguardo alla città e alla sua cartellonistica sessista composto da circa 3.500 scatti.
Ma l’impegno sociale di Ico Gasparri non tocca solo la rappresentazione delle donne nella cartellonistica stradale, ma anche temi come l’interpretazione artistica dei rifiuti differenziati; Ia perdita dello spazio del gioco per i bambini in guerra e nelle migrazioni; le tracce dei migranti abbandonate sui relitti delle barche migranti che li trasportavano.
A luglio 2010 ha vinto il premio come miglior artista italiano occupatosi dei problemi dei diritti delle donne e delle discriminazioni di genere con il suo lavoro Chi è il maestro del lupo cattivo? Il premio è stato decretato dalla commissione Pari e Dispare e consegnato dalla vice presidente del Senato, Emma Bonino.
Ico Gasparri ha per prima cosa spiegato cosa significhi per lui essere un artista militante: il fatto che il compito dell’artista è quello di saper vedere i cambiamenti e le tendenze prima che esse siano manifeste, e in questo si può dire che Ico Gasparri ha ben saputo vedere ciò che più tardi sarebbe diventato chiaro agli occhi di tutti, iniziando a collezionare le immagini della cartellonistica stradale per le stradedi Milano. La militanza allora dice Ico Gasparri diventa una forma di resistenza per non lasciarsi ammansire nel silenzio che significa l’adesione al pensiero dominante. Il motivo che ha portato l’artista a scegliere di collezionare e catalogare le immagini della cartellonistica stradale piuttosto che altre immagini presenti in pubblicità è legato alla imperiosità di queste immagini che essendo poste in strada diventano oggetto di sguardi al quale le persone non possono sottrarsi. Se è vero infatti che tutte le altre forme di comunicazione possono essere accolte o rifiutate, la cartellonistica stradale è l’unico mezzo pubblicitario al quale non ci si può sottrarre. Parlando dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione e delle tendenze alla rappresentazione sempre più stereotipata della donna come dell’uomo, Ico sottolinea come i mezzi di comunicazione si affinino sempre più, ma che questo processo non è altro che lo specchio della società in cui viviamo. La responsabilità di ciò che accade in comunicazione non è da attribuire ai pubblicitari ma è lo specchio di ciò che noi siamo come soggetti e come collettività, la pubblicità infatti cambia come cambia la società. Ecco perché la militanza diventa per Ico Gasparri l’unica vera azione possibile contro l’indifferenza e per non demandare più ad altri quella che invece è una responsabilità tanto individuale quanto collettiva.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 4

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Stefania Prestopino


 

 

Il terzo intervento è quello di Stefania Prestopino del collettivo Le Vocianti, che per l’Associazione Hamelin ha pubblicato un articolo che indaga sull’immaginario proposto alle giovani e ai giovani dalla cultura di massa.
Stefania ha introdotto il suo intervento ricordando quanto emerge dai dati comunicati dai centri antiviolenza: il fenomeno della violenza di genere è in costante aumento, e questo incremento si registra in particolare fra le giovani generazioni, ed è da attribuire all’influenza degli stereotipi che letteralmente invadono l’immaginario infantile e adolescenziale.
Lo stretto rapporto fra rappresentazione mediatica e violenza è una dinamica profonda e radicata che sta alla base della disparità fra uomo e donna, e che viene denunciata da chi affronta tutti i giorni in prima linea le conseguenze drammatiche della disparità fra i sessi.
E’ una chiave interpretativa della realtà che deve essere però portata alla consapevolezza di tutti, non solo degli “addetti ai lavori”.
Non è giusto in questo senso parlare di questione femminile: la degenerazione del rapporto fra i sessi, e i numeri lo testimoniano, è un problema di portata antropologica, un problema di relazione. Parlare di questione femminile è fuorviante.
Qual’è la posizione di bambine e bambini all’interno di queste relazioni? Se sono da un lato i testimoni più vulnerabili di queste dinamiche (quando non sono coinvolti in prima persona), dall’altro è proprio l’infanzia la possibile chiave di volta per il cambiamento, il territorio fertile su cui agire un’educativa basata sul rispetto di ogni unicità, di ogni individualità.
Ma è questa la prospettiva che effettivamente viene offerta alle generazioni in crescita?
Qual è il panorama culturale in cui i nostri bambini e le nostre bambine crescono, assorbendo i modelli di relazione fra i sessi? Sono davvero liberi di maturare la loro individualità a prescindere dai ruoli tradizionali di maschile e femminile?
Stefania ha analizzato in un primo tempo l’offerta di giocattoli e di attività che oggi vengono proposte alle bambine e ai bambini, facendo emergere una nettissima separazione fra giocattoli e attività rivolte alle une e agli altri. Se visivamente è chiaro a tutti che il reparto rosa e fucsia è la terra delle principesse e che quello dell’azzurro e del blu è il dominio dei cavalieri, è meno chiaro ad un primo sguardo, che alle bambine vengono proposte attività che hanno a che fare con la cura di sé e dell’altro (trucchi, specchiere, coroncine, bambolotti) e giocattoli che sembrano voler rinchiudere le bambine nelle mura domestiche in attività di cura della casa (aspirapolveri, cucine, scope e ferri da stiro), con una precoce ossessiva attenzione all’estetica e alla seduttività. Mentre ai bambini vengono proposte attività di scoperta, di avventura, attività tese a sviluppare le loro capacità fisiche e le loro doti psichiche, che li portano fuori dalle mura domestiche. Ancora una volta quindi per le bambine le porte si chiudono su un immaginario sempre più angusto e asfissiante, superficiale ed edonista, mentre appare che per i bambini la spinta sia verso l’esterno, l’avventura, la costruzione di una personalità curiosa e performante. Stefania Prestopino correda la sua indagine di veri e propri collages nei quali appare il sovraffollamento di oggetti per piccole donnine di casa e per piccole principesse.
Gli stessi modelli ritornano in altri prodotti destinati a bambini e adolescenti: dai diari scolastici alle fiction televisive, le riviste, l’abbigliamento.
Un altro settore di analisi sul quale punta la sua ricerca è infatti quello della moda junior, spiegandoci come ogni brand che si rispetti abbia una linea baby o junior e di come la tendenza sia ormai quella di adultizzare ed erotizzare le bambine, fino alla cancellazione completa della rappresentazione dell’infanzia per sfociare in un corollario raccapricciante in cui miniature volgari e grottesche di baby modelle ammiccano grottesche dalle pagine dei giornali di moda. Anche in questo caso le foto e i collages raccolti dall’autrice illustrano ampiamente il fenomeno e la tendenza.

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Violenza sessuale di gruppo. Ma cosa è successo? Proviamo a capirlo.

CHI?

TRIBUNALE DEL RIESAME: è formato da 3 giudici (tribunale collegiale) i quali si occupano di controllare, rivedere, verificare la legittimità dei provvedimenti restrittivi della liberta’ personale quando questi vengono contestati (impugnati).

CORTE DI CASSAZIONE: senza badare ai fatti, assicura che la legge venga osservata in maniera esatta e uniforme. Rappresenta l’ultima possibilità (dopo la corte d’Appello) di poter contestare un provvedimento (terzo grado).

CORTE COSTITUZIONALE: è formata da 15 giudici che tra le altre, si occupano di verificare che le nostre leggi non siano in contrasto con la Costituzione.

CODICE ROCCO: è il nostro attuale codice penale, di matrice fascista (risale agli anni 30), fortunatamente riformato dagli anni 70 in poi.

MISURA CAUTELARE IN CARCERE: Il più forte strumento di limitazione della libertà delle persone, per questo può essere disposto solo in casi specifici (pericolo di fuga, turbamento indagini, reiterazione reato) e solo se le altre misure alternative risultino inadeguate.

QUANDO?

15 febbraio 1996. La legge nr. 66 modifica il Codice Rocco e il reato di violenza sessuale prima inquadrato nei “reati contro la moralità pubblica e il buon costume” viene invece collocato nei “delitti contro la persona”.

23 aprile 2009. La Legge nr. 38  per le “misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche’ in tema di atti persecutori”  modifica il codice penale, in questo modo anche per il reato di violenza sessuale “Quando sussistono gravi indizi di colpevolezza… è applicata la custodia cautelare in carcere”

21 luglio 2010. Sentenza 265. La corte costituzionale ha ritenuto quella legge in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione ed ha sostenuto le alternative al carcere «nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure».

POI SUCCEDE QUESTO:
“La Cassazione, occupandosi di una violenza di due diciannovenni su una minorenne avvenuta a Cassino, ha accolto il ricorso di R.L. e di L.B. nei confronti dei quali il tribunale di Roma, il 5 agosto 2011, aveva confermato la custodia in carcere. I due giovani erano stati denunciati dalla squadra mobile di Frosinone dopo il racconto della ragazzina. La minorenne aveva trascorso la serata in un pub e stava tornando a casa a piedi assieme alla sorella maggiorenne, che poi però aveva proseguito da sola. La ragazza era stata avvicinata dai due, che l’avevano fatta salire in auto, portandola poi in una zona di campagna e violentandola a turno. Il gip aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare per i due diciannovenni con l’accusa di violenza sessuale di gruppo”.

Fonte: La Stampa del 3 febbraio 2012)

QUINDI:
La ragazza denuncia la violenza alla squadra mobile di Frosinone.
La squadra mobile di Frosinone denuncia il reato al pubblico ministero. Iniziano le indagini preliminari, vengono identificate persone, assunte informazioni, chiamati i difensori,  il pm decide di andare avanti (esercitare l’azione penale) quindi rinvia a giudizio.
Vengono disposti e convalidati fermi dal giudice per le indagini preliminari che con ordinanza dispone anche la misura cautelare in carcere.
I difensori dei ragazzi non ci stanno e chiedono che l’ordinanza venga rivista.
Se ne occupa il Tribunale del Riesame. L’Ordinanza è giusta. Viene confermata la misura cautelare in carcere!
I difensori non si arrendono arrivano alla Cassazione, fanno ricorso.

E POI?
E POI QUESTO: La  terza sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n.4377/12) ha stabilito che i principi interpretativi che la Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza sessuale (la sentenza 265/10 che sostiene le misure alternative al carcere)  e atti sessuali su minorenni sono applicabili anche agli stupri di gruppo dal momento che quest’ultimo reato «presenta caratteristiche essenziali non difformi» da quelle che la Consulta ha individuato per le altre specie di reati sessuali sottoposti al suo giudizio.

In parole povere LA CASSAZIONE CASSA CON RINVIO cioè accoglie il ricorso degli imputati e rinvia di nuovo al Tribunale di Roma per ulteriori accertamenti perché “la motivazione dell’ordinanza impugnata è incorsa nel vizio di errata applicazione della legge” ( non ha tenuto conto delle previsioni della corte costituzionale 265/10).

EFFETTI?: INDIGNAZIONE PUBBLICA

L’UFFICIO STAMPA DELLA CORTE DI CASSAZIONE DIFENDE COSI’: “La sentenza della Corte di Cassazione sullo stupro di gruppo contiene una «interpretazione doverosa» di una sentenza della Corte Costituzionale. L’alternativa sarebbe stata sollevare una questione di incostituzionalità, che avrebbe portato verosimilmente alla scarcerazione degli indagati per scadenza dei termini di custodia cautelare”.

E POI: “La sentenza della Corte di Cassazione (n. 4377/12 della Terza Sezione penale) non ha determinato alcuna conseguenza immediata sullo stato detentivo degli imputati. Essi restano in carcere fintanto che non si sarà concluso il giudizio di rinvio davanti al Tribunale del riesame di Roma, che potrebbe anche confermare la precedente valutazione di necessità della misura carceraria.”

E ANCORA: ”L’ordinanza del Tribunale di Cassino (Frosinone), che ha ritenuto di confermare la custodia in carcere, «è stata in primo luogo annullata per carente motivazione sugli indizi di colpevolezza, posto che, secondo la Corte di Cassazione, non era stato affatto chiarito, sulla base dei dati rappresentati dall’accusa, se una violenza sessuale fosse stata effettivamente realizzata dagli indagati. Solo come ulteriore argomento, la sentenza della Corte di Cassazione prospetta motivatamente una interpretazione doverosa della sentenza della Corte Costituzionale n. 265 del 2010, che, pur riferendosi alle fattispecie-base di violenza sessuale, e non specificamente alla fattispecie di violenza di gruppo, ha espresso il principio, fondato anche sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che in materia di misure cautelari, fatta eccezione per i reati di natura mafiosa, non possono valere presunzioni assolute di adeguatezza della sola misura carceraria che prescindano dalla fattispecie concreta.  L’alternativa era verosimilmente quella di investire della questione la Corte Costituzionale: ma la sospensione del procedimento fino alla decisione della Consulta avrebbe potuto determinare la scarcerazione degli imputati per decorrenza dei termini di custodia cautelare, caso che non si è verificato proprio a seguito della decisione della Corte di Cassazione”.
Fonte: http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=179827&sez=ITALIA

E’ vero. Nessuno è stato scarcerato. Forse davvero la sospensione avrebbe fatto scadere i termini. Magari davvero la motivazione era carente, forse…. Il vero problema però  si concentra su due sole parole. E’ CASSAZIONE! Questo significa che d’ora in poi gli avvocati penalisti potranno difendere meglio i sospettati di violenza sessuale, che poi questa violenza sia di gruppo o meno cambia poco, perché a quanto pare il reato è…assimilabile…E questi difensori non faranno altro che dire e scrivere nei loro atti: ” Ma giudici della Cassazione…E’ Cassazione!!” E magari qualche volta gli andrà anche bene!

Ora, con la certezza di non avere nulla da insegnare a nessuno, propongo a me stessa e a Voi questo ragionamento:
La Cassazione ragiona solo secondo diritto e..
verifica che venga applicato legittimamente il nostro diritto e..
vista la palese regressione (speriamo solo) nell’interpretazione di questo diritto,
non sarà forse che questo tanto amato diritto sia poco poco sbagliato?

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Grazie alla sentenza della cassazione torneremo al 1986?

“nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure”

Sono le parole con cui, oggi, la consulta ha concesso a due ragazzi colpevoli di stupro una pena alternativa a quella del carcere, normalmente prevista dalla legge.

Da oggi chi stupra in Italia sa che non è detto che dovrà scontare una pena in carcere, da oggi il reato di stupro è nuovamente un reato di secondo piano, una atto per cui il carcere non è obbligatorio, purché lo si faccia in gruppo!

Solo dal 1986, con l’abolizione del Codice Rocco,  si era passati a considerare la violenza sessuale un reato contro la persona e non più contro la morale. Dopo poco più di vent’anni si decide nuovamente di depotenziarlo, diminuendone nei fatti il deterrente e avvalorandone una percezione di minore gravità.

Ma l’assurdo è proprio che la cosa si applica se lo stupro avviene in gruppo… Quindi chi vuole rovinare la vita di un’alta persona è sufficiente che si armi di altri volenterosi per evitarsi il carcere.

Depotenziare le pene sul reato di stupro, in un mondo in cui la percezione del corpo altrui è sempre di più quella di un oggetto alla mercé di chi vuole usarlo è quanto di più sbagliato si possa fare, ed è un atto che non va fatto passare inosservato.

Ne parlano anche:

Femminsimo a Sud

 

 

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno

Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione
Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 

Introduzione di:
Valérie Donati – Collettivo Le Vocianti

Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.

Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?

Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.

La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.

Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.

Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?

Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.

Iniziamo i lavori con un brevissimo video che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.

Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.

C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.

Cosa vediamo in queste immagini?

1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.

2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.

3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.

4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.

Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale, giuridica o politica?

Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.

Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.

Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.

E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.

L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.

Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!

Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.

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Per moda? No grazie

Fracomina, fino a pochi giorni fa nemmeno sapevo che esistesse una marca con questo nome, vende abiti e vestiti, fa moda.

Ecco fa moda.

Ha lanciato una campagna di affissioni in grande stile e ci ha ricoperto le pareti di tutta Italia, con le sue Marie, Eve e Maddalene, e con i suoi slogan a metà tra la rivendicazione e la provocazione pure e semplice.

Tanto che è riuscita, cosa impensabile per molte alte marche che il copro della donna lo sviliscono senza problemi, ma che non toccano i nomi biblici, a farsi bandire dai muri di tante città, tra cui la capitale. Bandita perché blasfema. Ma il punto rimane quello che cosa fa la Fracomina?

 

Fa Moda.

 

E come la fa? Ecco alcuni degli slogan che si possono leggere nei suoi spazi:

 

“Sono Emma, ho tre figli e a lavoro comando io”

“Sono Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile”

 

e ancora:

 

“Sono Monica, lavoro in politica e non vado a letto con nessuno”

“Sono Chiara mi piacciono le donne non amo i motori”

Il tutto contestualizzato in un contenitore dal titolo “Woman Evolution Campaign

 

A prima vista sembra quasi una conquista, un passaggio di temi sociali in un media che di sociale non ha nulla, un passo avanti?

 

Non lo so, non credo.

 

Io ci leggo piuttosto un’appropriazione indebita di un contenuto, diretta al depotenziamento dello stesso, una scelta non so quanto consapevole di rendere commerciale qualche cosa che invece commerciale non solo non è, ma profondamente non vuole esserlo.

E’ un paradosso che ho visto spesso usato negli anni passati, un meccanismo che punta a smontare e assimilare qualsiasi voce che si alzi fuori dal coro.

 

Dal biologico alimentare, ad alcuni aspetti del movimento alter mondista, abbiamo assistito alla comparsa di strategie commerciali che li hanno prima cavalcati e poi separati dai loro concetti di base, per poi renderli innocui marchi e slogan.
Dal 13 febbraio, abbiamo assistito ad una esplosione di contenuti sul nuovo movimento femminile, che dagli scaffali più polverosi della librerie, ha visto i suoi titoli passare sui tavoli all’ingresso, magari accostati a qualche libro di cucina o al manuale per rigovernare meglio la casa.

E adesso li troviamo sui cartelloni per vendere dei prodotti.

 

Sia chiaro, non intendo dire che chi si esprime e chi alza la voce per condividere i suoi contenuti sbagli e assolutamente non penso che si dovrebbero mantenere tra una casta di elette/i.

 

Penso però che a questo tipo di assimilazione dei contenuti al calderone del general generico, vada risposto con un chiaro

 

No Grazie! Si cercano cambiamenti profondi e durevoli non mode.

 

Altri articoli sul tema:

Comunicazione di genere

Giornalettismo

 

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Indignamoci

Crisi globale, precarietà, manovre che tagliano i diritti dei lavoratori, ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che crollano sempre di più in un abisso di indigenza.

Ogni giorno assistiamo ad una situazione globale in cui la politica, di chi ci governa e anche di chi è opposizione, è assoggettata ai ricatti della finanza e delle banche centrali. Viviamo ormai in un paese che è solo l’esecutore materiale di politiche decise da altri e che vanno a vantaggio di altri.

Per tutto questo il 15 ottobre a Roma, ma anche in tante altre iniziative, ci diamo appuntamento per dirci indignati da questa situazione e per provare a farne uscire una nuova volontà e proposta politica.

In tutto questo però, schiacciati dall’emergenza economica, stiamo lasciando a lato questioni che non possono essere dimenticate.

 

Se vogliamo ripensare ad un nuovo modello di società, questo modello deve avere, fin dalla sua nascita, fin dal germe iniziale, al suo interno anche un ragionamento forte serio e radicale sui diritti civili.

Non viviamo solo nel mondo della precarietà del lavoro, ma anche in quello dell’individuo.

 

L’Italia, infatti, è ai vertici delle peggiori classifiche:

Violenza sulle donne, Omofobia, Transfobia, situazione sempre più spesso passata sotto silenzio da tutte le parti politiche, che si lavano la coscienza con la partecipazione ad una manifestazione o ad un convegno, per poi dimenticarsene l’istante dopo.

Un nuovo modello di società deve essere anche un nuovo modello di convivenza, di rispetto e di riconoscimento reciproco.

 

E deve essere uno sforzo che ponga degli obbiettivi precisi e inderogabili, che partano dal riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, da una legge contro l’omofobia e da un impegno, fatto di leggi e azioni, volto a contrastare il modello culturale generale che pone le donne in un ruolo di oggetto plasmato sul desiderio maschile e che combatta la ancora presente disparità presente in ogni ambito della vita quotidiana, dal lavoro alla semplice disponibilità del tempo libero fra i sessi.

 

Dobbiamo indignarci anche per questo, e portare anche questi temi nelle nostre discussioni, se vogliamo che veramente si ragioni su un nuovo modello di società.

 

E dobbiamo farlo superando l’idea, tutta maschile, che lo si faccia per indulgenza verso un indefinito “altro”, verso una categoria che non ci riguarda o non ci appartiene.

Siamo vittime e carnefici di una realtà che ci costruiamo quotidianamente, in cui anche l’uomo è rinchiuso e sminuito in un ruolo che dobbiamo, finalmente, iniziare a rifiutare.

 

Parlo ovviamente da uomo e agli uomini che stimo e con cui condivido tanto della mia passione politica e sociale, senza nessuna volontà di completezza, ma sperando di poter stimolare una discussione.

 

Proviamo a guardarci intorno e a dirci, sinceramente, anche solo per noi stessi, se non siamo mai stati parte di un sistema che ci pone, in quanto maschi etero, in una posizione privilegiata e prevaricante. Diciamoci poi che non possiamo più accettare che questo continui ad essere, perché pensiamo veramente che se dobbiamo produrre un’alternativa, questa non può che non venire anche da una messa in discussione comune di questo stato, messa in discussione fatta insieme alle donne e a tutto il mondo lgbtq.

 

Non possiamo anche noi sottostare all’idea che siano questioni di serie B su cui non dare battaglia con la stessa convinzione in cui ci muoviamo per la difesa dei diritti dei lavoratori, dobbiamo anzi farcene carico in maniera convinta e inserirle nelle nostre discussioni e nelle nostre elaborazioni.

 

Prendere atto che le discriminazioni di: genere, sesso, razza o qualsiasi altro tipo, sono parte integrante del sistema capitalista tanto quanto quelle che derivano dalla classe sociale e che quindi vanno smontate con la stessa pervicacia.

 

Dobbiamo riuscire a proporre e poi a creare, una società diversa per tutti e che non sia disponibile a sacrificare i diritti, per compiacere una qualche parte politica.

 

Anche questo dobbiamo portare in piazza il 15 ottobre, anche su questo dobbiamo dirci indignati.

 

 

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Che fine hanno fatto le principesse?

Un pò di giorni fa, mentre scorrevo la mia pagina facebook, vedo un post di No alla violenza alle donne, che riporta puntualmente notizie, e leggo con orrore di questa:

Presentare una bambina di nemmeno 10 anni come assoluta “icona erotica”

Mi vado dunque a leggere la notizia ( qui trovate l’articolo ): Vogue Europa ha presentato una bambina di nemmeno dieci anni come futura icona erotica, con un inserto di fotografie che ritraggono la piccola truccata, vestita con abiti scollati e sdraiata su un divano barocco in pose che non hanno nulla a che fare con l’infanzia, il tutto ovviamente accompagnato da tacchi a spillo. Come riporta l’articolo di Sergio Di Cori Modigliani, Vogue spiega le foto con queste testuali parole: “offrirla alla visione dei gourmet”.

Mi dico: non ci credo, non è possibile! Offrirla alla visione dei gourmet?? Ma è Vogue o tuttapedofilia?

A rincarare la dose, leggo che – ma che strano – sono Francia e Italia i maggiori “azionisti” di questa campagna, con diversi brand che alla prossima settimana della moda di Parigi faranno sfilare modelle di 10 anni.

Grazie al cielo gli anglosassoni e gli scandinavi si sono ribellati denunciando il servizio fotografico e bollandolo come – giustamente – disgustoso e pedofilo, e in Scandinavia si sono rifiutati di usare queste immagini pubblicitarie nella cartellonistica dei centri commerciali…qualcuno lassù al nord ancora ragiona!

Mi sono messa dunque ad approfondire l’argomento e trovo un’altro articolo (che trovate qui) che riporta la notizia, proveniente sempre dalla Francia, dove è scoppiato un dibattito su una casa che produce intimo per bambine, la quale ha ben pensato di fare una campagna fotografica con bambine in lingerie in pose tutt’altro che pudiche…

Passato il disgusto, il ribrezzo, la rabbia, l’incomprensione per questa pedofilia mascherata dall’alta moda, ho cominciato a riflettere un pò…ho cominciato a pensare a quando io ero piccola, a cosa giocavo e a quali modelli mi rifacevo, insomma su quali basi si è costruita la mia immagine ( non in senso Fashion ;) di donna…e mi sono venute in mente – guarda caso – le favole. Mi piacevano Cenerentola, Biancaneve e compagnia bella, giocavo a fare la principessa che, di volta in volta, diventava una principessa guerriera, una principessa robin hooddA – perchè era femmina!. Sono caduta nel tunnel delle Barbie, che diventavano donne in carriera – molto probabilmente perchè mia madre lo era; mi mettevo i vestiti e i magnifici decolltè di mia madre, insomma, giocavo! Se mi spingevo troppo nella direzione delle ochette remissive, mi bastava guardare mia madre e lo stuolo di donne indipendenti che frequentavano casa mia per farmi riflettere e rimettermi sulla giusta carreggiata.

Crescendo, ovviamente, ho messo in discussione molte cose, dal modello super-donna al ruolo assegnato alle femmine nelle favole, giungendo alla conclusione che i fratelli Grimm e Walt Disney dovrebbero partecipare per una buona percentuale alla parcella del mio analista! Ma, come ho detto più volte, a me di Cenerentola non importava del principe azzurro ma che “i sogni son desideri”, parafrasandolo con “se sogni e ci credi puoi realizzare tutto ciò che vuoi!”.

Ora, tornando al topic, mi viene da chiedermi, che cosa sognano queste bambine? O che sogni le inculchiamo? Dico inculchiamo perchè mi sembra troppo facile dare la colpa ai genitori, alla società, estraniandosi da essa. L’infanzia è un momento magico, indimenticabile, in cui il gioco è l’attività principale e propedeutica alla vita. Se da un lato l’adolescenza si protrae sempre più avanti con l’età, se la ricerca dell’eterna giovinezza sembra un ossessione di questo mondo, impediamo proprio a chi è giovane di vivere la propria giovinezza appieno, adultizzando i bambini, chiedendo loro di essere “grandi” e buttandogli in pasto a sciacalli malati. Lasciando stare per un attimo i porci che si eccitano alla vista di queste immagini, le conseguenze nello sviluppo della persona sono pessime, sia dal punto di vista dell’approccio alla sessualità che nella creazione dell’immagine di sè. E’ agghiacciante leggere la risposta del marchio francese di intimo per bambine, che sostiene di conoscere i trend e di sapere che le bambine vogliono essere come le loro mamme, e, dunque non c’è niente di male nel proporre immagini di questo tipo. Della serie prendiamole da piccole, sempre più piccole. Su un canale del digitale terrestre passano una trasmissione americana sui concorsi di bellezza per bambine ( devo dire girato con un occhio abbastanza critico ) dove si vedono bambine di uno, due, tre anni, agghindate in chili e chili di tulle, trucco e parrucco dove il piccolo viso acqua e sapone di una bella bimba pasciuta poco più che neonata viene nascosto, stravolto in una maschera agghiacciante.

Lavorando con bambini in situazioni di disagio, mi trovo spesso di fronte a bimbi adultizzati che, purtroppo, sono entrati in contatto con una sessualità che non appartiene alla loro età, con una violenza che lacera i loro piccoli cuori, bambini in cui, a volte, dobbiamo risvegliare la voglia di giocare, immaginare, di essere semplicemente, bambini.

Parafrasando Lella Costa, “Mi manca tanto Brontolo!”. Mi mancano le principesse, i principi, i castelli, le foreste che fanno paura e i nanetti; piuttosto che vedere una bimba – come mi è capitato quest’estate in vacanza – che balla ancheggiando e riproducendo le mosse delle veline, preferisco vedere una bimba che gioca a fare la principessa, nel suo castello, che sconfigge la matrigna e si accaparra il belloccio della situazione! le immagini di queste mini modelle non sono altro che una distorsione di un’immagine della donna post-femminista che ha potere solo mostrandosi e vendendosi. E allora viva le principesse, viva Shrek con la sua Biancaneve che canta i Led Zeppeling!

Principesse di tutto il mondo, unitevi!

Principesse di tutto il mondo, unitevi!

Per approfondire la notizia potete inoltre andare qui

http://247.libero.it/dsearch/thylane+loubry+blondeau/

Per avere informazioni sulle attività teatrali con i bambini potete visitare il sito dell’Associazione Hecate, o scrivermi una mail

 

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Offese al corpo

Sono reduce da una serie di discussioni davvero animate, avvenute su alcuni socialnetwork che seguo, successive all’uscita dell’intervista fatta da Conchita di Gregorio a Piero Marrazzo, (l’intervista la trovate qui). Ed essa se ne sono susseguite altre relative all’uso del corpo delle donne, sulla maternità surrogata (donne che affittano l’utero), sull’uso del velo per le donne islamiche e poi ancora sulla lunga serie di pubblicità che usano, offendono, sviliscono il corpo delle donne.

Così mi sono soffermata a pensare a quanto la parola corpo sia associata a donna, e quanto sia importante il corpo delle donne.

Eppure anche gli uomini riescono a farne un uso altrettanto disinvolto e discutibile; mi basta pensare ai corpi esplosi ed espansi degli atleti del body building, spesso stravolti dall’uso di steroidi, oppure gli uomini che praticano quella straordinaria forma di prostituzione “morale”,  pagata con briciole di potere o notorietà, ci si vende l’etica per una poltrona in regione o in comune. Ma una donna che usa il botox o si prostituisce è “peggiore”, viene esecrata e offesa per strada se si fa raccomandare dal politico di turno o se usa il corpo per ottenere favori.

Il corpo delle donne è importantissimo, per tutti, nel bene e nel male, e sembra diventare un principale oggetto di contesa, osservazione, fruizione.

Così le donne si ribellano, con una strenua lotta ricorrente, sempre più stringente, verso le pubblicità offensive. E non solo leggiamo della feroce critica alla chirurgia estetica, contemporanea alla difficoltà di comprendere il ruolo del velo per le donne islamiche, e poi penso anche alle critiche dirette alla maternità in età avanzata di Gianna Nannini (o alla complementare e sconfinata ammirazione), o ancora alle polemiche sugli uteri in affitto. Insomma comunque ci si muova, il perno attorno a cui tutto ruota è il corpo femminile.

Che resta eternamente sospeso nell’ambivalenza tra oggetto e soggetto.

Noi stesse non sembriamo essere in grado di smarcarci da questa ambivalenza, infatti il corpo è anche il più grosso “luogo” di potere del femminile: la maternità. E la rivendicazione di una certa sacralizzazione del corpo delle donne, da parte delle donne, forse afferisce proprio lì. Il corpo non può essere strumentalizzato, pagato, perchè è il luogo del potere femminile, e della procreazione. Non può essere offeso, o umiliato.

Gli uomini, che pure subiscono ingiurie e umiliazioni assimilabili, sembrano del tutto scevri da questi fastidi: usano il corpo e si fanno usare, prostituiscono la propria umanità con leggerezza che sarebbe quasi ironica, non fosse così grottesca. Sembrano indifferenti alla sacralizazzione dl corpo, tanto più che nessuno mai gliene chiede il conto.

Noi donne sembriamo incastrate nella doppia sacralizzazione del corpo, siamo noi per prime che proteggiamo il luogo di genesi del nostro potere sociale (non economico, non politico, non culturale, non scientifico), il potere che permette di partecipare al sociale, dando un contributo. Un altro corpo: i nostri figli.

Inoltre “qualcuno”, e da sempre, ci chiede di rendere conto di come usiamo quel “sacro”. O più banalmente stabilisce con chi/quando/come/dove possiamo avere rapporti sessuali, e di chi è il figlio che genereremo.

La domanda che ne discende è se possiamo uscire da questo vincolo? Possiamo rivendicare altre proprietà alternative al solo corpo? Possiamo sfuggire dalla rivendicazione del singolo corpo per rientrare nell’unitarietà complessa e ambivalente che ci compone, per chiedere molto di più? Il solo corpo non è uno specchietto per allodole? Faremo togliere il cartellone della modella che in mutanda maschile ci guarda dall’alto, ma non avremo altro da questo?

Lasciatemi questo dubbio.

 

Immagine tratta da All Pictures

 

Il corpo, ricordo, infine non è. Sono.

E vorrei concludere con una frase di E. Mounier:

Il mio corpo è più del mio corpo. Io non ho un corpo, io sono un corpo.