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Bambine a Buenos Aires, di Valentina Timpani

Explendidas-Spa-ninas-Argentina Da tre anni Valentina vive a Buenos Aires, dove lavora come insegnante in una scuola elementare, con bambini di origine italiana. Non solo, fa moltissime altre cose e pian piano vorremmo lasciarne testimonianza anche qui sul nostro sito. Per continuare a ragionare sugli stereotipi di genere, da altre coordinate geografiche. Per continuare a parlare di infanzia, dei tanti modi in cui si può crescere. Anche noi.

 ESTETICHE     SPA/PAS (Z)

“Nei quartieri ricchi della Gran Bs As può succedere che se fai la maestra, una bambina tanto carina ti dica che domani è il suo compleanno e dovrebbe distribuire gli inviti della sua festa ma solo alle sue compagne, e allora tu le dici sì, ma prima, quasi in automatico, leggi dove si svolgerà la festa. La bimba è figlia di una tua collega, di una maestra, che però vive in un quartiere più povero, a Olivos viene solo a lavorare. Appuntamento alla SPA tal dei tali di Olivos. Ora, io non sapevo prima di venire a vivere a Olivos, che una SPA è una specie di paradiso del benessere, la parola credo che già al tempo dell’antica Roma si riferisse a una città del nord Europa dove gli aristocratici facevano bagni termali e ritrovavano nella cura del corpo la Dottrina Magna o qualcosa di supremo, avranno saputo loro che, io non sto qui a fare ricostruzioni storiche, men che meno sulle origini delle spa e la diffusione a livello mondiale perché non ho studiato abbastanza. Bene, di fatto in una pubblicità delle SPA di oggi si può vedere oltre che una signorina, una bambina bionda, con bigodini anacronistici, cremine e unghie caleidoscopiche, visibilimente felice e fresca, te ne accorgi per il sorriso, il bianco dell’accappatoio e i petali di gelsomino attorno, tutto illuminato da candele.

Che fanno le mie alunne di sette anni il giorno del compleanno? Afflosciano le membra, inviscidiscono la pelle, si scambiano pantofole rosa o gialle, si lasciano allungare le ciglia e disegnare firmamenti splendenti sulle labbra, dimenticano la stanchezza e lo stress quotidiano, si sentono come la mamma, la zia, la figlia grande di papà.

Chi, tra me e le mie amiche, non ha giocato di nascosto, da piccola, al cambio di ruoli provandosi i tacchi della mamma e passandosi il rossetto rosa gelatina alla fragola della cugina adolescente? 

La mamma e il papà hanno ancora una volta affidato ai migliori specialisti il compito di far dei propri figli delle persone migliori, facendoli divertire e accudendoli indirettamente, al passo coi tempi. Io alla ricreazione a volte devo far finta di essere in una SPA, che mi si avvicinano tutte in cerchio e poi si organizzano in una fila per far rilassare la maestra, accarezzandole viso e capelli. A mensa chiacchiero con Mora, che mi si siede sempre vicino, e tra le urla di duecento affamati di otto anni, mi dice che andrà a Miami con la famiglia quest’anno, perché la mamma ha mandato le sue foto e quelle di suo fratello a un’importante rivista di moda, e siccome son stati presi come modelli, si son guadagnati la vacanza.

Nella classe che mi avevano dato l’anno scorso per i compleanni giocavano tutti insieme, maschi e femmine. Andavano in un posto che si chiama LASER GAME dove, mi hanno spiegato, in uno spazio completamente buio, ognuno con la sua pistola che spara una luce laser appunto, deve uccidere un suo compagno di classe, che tanto, come mi ha detto il nanetto Ivo sgranando gli occhi azzurri di fronte al mio disappunto: prima o poi tutti dobbiamo morire.”

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Focus group su conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro

Se qualcuna ha voglia di contribuire a questa ricerca, copiamo qui di seguito le parole con cui una delle ricercatrici la presenta:
Buongiorno,
 
sono Giulia Rodeschini, dottoranda all’Università degli Studi di Trento.
Sto collaborando a Bologna (dove vivo) ad una ricerca all’interno del , il cui obiettivo principale è quello di “analizzare come i sistemi di welfare in 11 città europee influenzino la partecipazione femminile al mercato del lavoro e come questa di conseguenza si ripercuota sul corso di vita di uomini e donne, sulla struttura delle ineguaglianze, sulla coesione sociale e sulla sostenibilità del modello sociale europeo”.
 
Vi scrivo perché il nostro gruppo di ricerca (coordinato dal prof. Costanzo Ranci del Politecnico di Milano) sta cercando alcune donne interessate a partecipare ad un focus-group (ovvero ad una discussione di gruppo della durata di circa un paio d’ore) dove si scambieranno opinioni e racconti sulla conciliazione tra il lavoro e le richieste della propria famiglia.
 
In particolare, le donne da coinvolgere devono essere occupate e residenti a Bologna e prendersi cura di:
- un bambino in età prescolare (sotto ai 6 anni)
- OPPURE di un anziano non auto-sufficiente.
 
Le persone interessate possono scrivere al mio indirizzo: giuliarodeschini@gmail.com
o telefonarmi al numero 3474014697
 
Grazie mille per la vostra disponibilità,
cordiali saluti
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Madri a perdere – Gli orfani della globalizzazione

 

Rilancio un articolo di Stefania Ragusa, uscito due giorni fa sul Corriere Immigrazione, che fa molto riflettere sui tragici paradossi della società in cui stiamo, su un ordine del mondo che, come scrive Diego Fusaro in Minima mercatalia, abbiamo “a tal punto interiorizzato da essere vissuto come legittimo, naturale e intrascendibile” (p. 166). Lo sarà poi davvero? Read the rest of this entry »

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 4

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Stefania Prestopino


 

 

Il terzo intervento è quello di Stefania Prestopino del collettivo Le Vocianti, che per l’Associazione Hamelin ha pubblicato un articolo che indaga sull’immaginario proposto alle giovani e ai giovani dalla cultura di massa.
Stefania ha introdotto il suo intervento ricordando quanto emerge dai dati comunicati dai centri antiviolenza: il fenomeno della violenza di genere è in costante aumento, e questo incremento si registra in particolare fra le giovani generazioni, ed è da attribuire all’influenza degli stereotipi che letteralmente invadono l’immaginario infantile e adolescenziale.
Lo stretto rapporto fra rappresentazione mediatica e violenza è una dinamica profonda e radicata che sta alla base della disparità fra uomo e donna, e che viene denunciata da chi affronta tutti i giorni in prima linea le conseguenze drammatiche della disparità fra i sessi.
E’ una chiave interpretativa della realtà che deve essere però portata alla consapevolezza di tutti, non solo degli “addetti ai lavori”.
Non è giusto in questo senso parlare di questione femminile: la degenerazione del rapporto fra i sessi, e i numeri lo testimoniano, è un problema di portata antropologica, un problema di relazione. Parlare di questione femminile è fuorviante.
Qual’è la posizione di bambine e bambini all’interno di queste relazioni? Se sono da un lato i testimoni più vulnerabili di queste dinamiche (quando non sono coinvolti in prima persona), dall’altro è proprio l’infanzia la possibile chiave di volta per il cambiamento, il territorio fertile su cui agire un’educativa basata sul rispetto di ogni unicità, di ogni individualità.
Ma è questa la prospettiva che effettivamente viene offerta alle generazioni in crescita?
Qual è il panorama culturale in cui i nostri bambini e le nostre bambine crescono, assorbendo i modelli di relazione fra i sessi? Sono davvero liberi di maturare la loro individualità a prescindere dai ruoli tradizionali di maschile e femminile?
Stefania ha analizzato in un primo tempo l’offerta di giocattoli e di attività che oggi vengono proposte alle bambine e ai bambini, facendo emergere una nettissima separazione fra giocattoli e attività rivolte alle une e agli altri. Se visivamente è chiaro a tutti che il reparto rosa e fucsia è la terra delle principesse e che quello dell’azzurro e del blu è il dominio dei cavalieri, è meno chiaro ad un primo sguardo, che alle bambine vengono proposte attività che hanno a che fare con la cura di sé e dell’altro (trucchi, specchiere, coroncine, bambolotti) e giocattoli che sembrano voler rinchiudere le bambine nelle mura domestiche in attività di cura della casa (aspirapolveri, cucine, scope e ferri da stiro), con una precoce ossessiva attenzione all’estetica e alla seduttività. Mentre ai bambini vengono proposte attività di scoperta, di avventura, attività tese a sviluppare le loro capacità fisiche e le loro doti psichiche, che li portano fuori dalle mura domestiche. Ancora una volta quindi per le bambine le porte si chiudono su un immaginario sempre più angusto e asfissiante, superficiale ed edonista, mentre appare che per i bambini la spinta sia verso l’esterno, l’avventura, la costruzione di una personalità curiosa e performante. Stefania Prestopino correda la sua indagine di veri e propri collages nei quali appare il sovraffollamento di oggetti per piccole donnine di casa e per piccole principesse.
Gli stessi modelli ritornano in altri prodotti destinati a bambini e adolescenti: dai diari scolastici alle fiction televisive, le riviste, l’abbigliamento.
Un altro settore di analisi sul quale punta la sua ricerca è infatti quello della moda junior, spiegandoci come ogni brand che si rispetti abbia una linea baby o junior e di come la tendenza sia ormai quella di adultizzare ed erotizzare le bambine, fino alla cancellazione completa della rappresentazione dell’infanzia per sfociare in un corollario raccapricciante in cui miniature volgari e grottesche di baby modelle ammiccano grottesche dalle pagine dei giornali di moda. Anche in questo caso le foto e i collages raccolti dall’autrice illustrano ampiamente il fenomeno e la tendenza.

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L’infanzia rubata

Pubblichiamo oggi, dopo esserci consultate con Linda che l’ha scritta, questa lettera comparsa sabato 23 ottobre 2010 su D-Repubblica, perché ci è parsa particolarmente attinente ai temi che più ci premono, visto che siamo convinte che il sistema in cui ci troviamo incastrati e contro cui stiamo tentando di far sentire le nostre voci cominci a infliggere i suoi assalti molto molto presto,  rendendo le persone talmente assuefatte alla sua violenza subdola da non riuscire più nemmeno a percepirla.

Della fretta che abbiamo di far crescere i nostri figli, le nostre figlie in particolare, cooptate da messaggi pubblicitari perennemente inisinuanti ed erotizzati che mercificano i corpi femminili fin da età precocissime ha scritto, sul nostro sito, anche Valérie Donati.

Per quanto mi riguarda, mi capita di pensare al furto dell’infanzia che la nostra società ormai perpetra in un clima di quasi totale apatia, ogni volta che vedo un cartone animato di quelli main stream, di quelli che riempiono le sale cinematografiche e riescono a meritarsi il plauso anche di critici apparentemente selettivi e quotati: ci sento comunque un eccessivo ammiccamento agli adulti, battute allusive, personaggi dalle personalità perennemente irrisolte che veicolano valori troppo ambigui per l’età di chi guarda, come se dovessimo da subito abituarci a un relativismo esasperato, a un pensiero tanto debole da farsi inconsistente.

E poi ritmi e rumori esagerati, irrinunciabili momenti di violenza, anche in film con temi delicati, come Up, che riesce ad avere uno sguardo così raro sull’amore in vecchiaia e poi si perde in un’esplosione di latrati lancinanti e cagnareassordanti in un Sudamerica chissà perché rappresentato come una no man’s land mezza lunare mezza infernale. In sala ci sono sempre 4-5 bambini che piangono e vogliono andare via.

Va a finire che, quando vedo un film che dovrebbe essere per bambini, esco dal cinema nervosa e amareggiata. Triste sia se le mie figlie non si sono divertite (triste per quello) sia se invece lo hanno fatto (triste per il timore che si stiano assuefacendo
a un mondo che non mi piace).

Linda, in questa lettera, torna a lanciare un allarme per questa infanzia rasa al suolo, immolata sull’altare del profitto a tutti i costi: parla di bambine assorbite in quel “contesto prostituzionale” che tanta pubblicità contribuisce a far rimbombare e a diffondere, grottescamente incastrate in vestiti e atteggiamenti indotti, che preludono al tipo di donna più in voga, la donna-articolo in vendita, la donna-prodotto a disposizione sul mercato, la donna reificata.

DALLE DONNE AI BAMBINI

Mentre il corpo maschile è a rischio, la mercificazione di quello della donna ha raggiunto livelli ormai inaccettabili ed è sotto gli occhi inconsapevoli o ciechi o disinteressati o impotenti, di tutti noi. Siamo talmente drogati e assuefatti allo sfruttamento dell’immagine femminile da non accorgerci di non fare troppa distinzione tra la parola sesso e la parola donna.

Nel mio piccolo, provo quotidianamente ad oppormi a tale visione (mi scontro ogni giorno sul lavoro con uomini, tutti uomini, principi e re di un mondo di battute, strizzatine d’occhio, furberie e racconti improbabili) ma mi rendo conto di essere anche io all’interno di un meccanismo più grande di me, che fonda le sue radici troppo lontano per non aver influenzato anche il mio modo di pensare e di agire. Fino ad ora sono stati gli uomini a dirigere, ad essere presenti in tutti i settori lavorativi, economici e artistici. È stato l’uomo a dettare, nell’arte, nella comunicazione, negli stili di vita, la visione del mondo e dunque anche della donna.

Ma oggi, ho paura, che stia accadendo qualcosa di ancora (se possibile) più grave. Qualcosa contro cui tutti, uomini e donne, dovremmo, a mio parere, scandalizzarci e opporci, prima che sia troppo tardi.

Le donne oggi subiscono e putroppo a volte, inconsapevolmente accettano, la costrizione di vedersi ritratte nelle pubblicità di moda in mezzo a cetrioli, indotte a compiacersi del ruolo di bambole di plastica senza altra funzione che fottere ed essere fottute, e ad immedesimarsi in canoni estetici che portano ad una devastazione psicologica tale per cui dopo aver sfogliato una rivista di moda il 70% delle lettrici si sente depressa e in colpa. Se tutto questo le donne subiscono, io vorrei fare in modo che altrettanto non accada ai bambini.

Sfogliando le riviste femminili e di moda, guardando i manifesti pubblicitari o le vetrine dei negozi o le fermate degli autobus, mi sono accorta di come siano in costante aumento le pubblicità di abbigliamento infantile, laddove “infantile” è un termine del tutto inappropriato. Bimbe dalle gote porpora e dalle labbra rosse private del sorriso, fissano l’obbiettivo. Qualcuno potrebbe vederle come piccole (molto piccole) Lolite. Niente hanno dell’infanzia se non l’età, ridicolizzate come scimmiette travestite, adultizzate, erotizzate. Oscene.

Immagini di bambini adulti, che parlano agli adulti e affascinano i bambini.

Non sono madre, non so cosa provino i genitori nel vedere tali immagini ma in me provocano profondo sdegno verso la nostra società. E paura. Paura nel pensare a chi tira i nostri fili, in quali mani siamo per sottostare a tutto ciò senza aprire bocca o peggio senza accorgercene o ancora, per ritenere le mie opinioni esagerate. E paura per i futuri adulti.

Cosa succederà ad individui privati dell’infanzia?

A bambini portati ad imitare e ad immedesimarsi in modelli troppo adulti?

Se lo stesso meccanismo di sessualizzazione dell’immagine porta problemi e confusione nell’adulto, cosa può accadere in un bambino portato troppo presto a spostare l’attenzione sul proprio corpo e sulla propria immagine?

A vedere il proprio corpo come arma seduttiva, merce di scambio, punto d’arrivo?

Ma soprattutto, non porta questo modello “infantile”, ad una normalizzazione di brame voyeristiche e pedofile?

In virtù delle nostre visioni edonistiche e utilitaristiche stiamo a mio avviso, andando oltre ogni limite, superando il livello del permesso.

In una società dove aumentano i diritti delle persone, vanno paradossalmente crescendo le violenze e gli abusi dell’individuo, della sua immagine, della sua sensibilità.

Linda (una 28enne)

(da “D-Repubblica”, n°716, 23/10/10)

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E così è passato un anno

Simona è certamente uno di quegli incontri impagabili che questa esperienza del blog di Donne Pensanti mi sta regalando. In questo spazio in bilico che è il mio oggi, tra un passato che ho amato ma in cui non mi riconosco più del tutto e un futuro verso cui devo scegliere come incamminarmi, il suo racconto, che è la voce di uno sguardo delicato e denso sul mondo, mi sta dando delle chiavi di lettura preziose. Simona ci racconta del primo anno con il suo bambino, che ha deciso di avere nonostante tanti la sconsigliassero,  perché Simona ha la sclerosi multipla, SM, Sua Maestà, come la chiama lei con quell’ironia che sanno avere le persone sensibili e forti. Ci racconta di quanta fatica e quanta gioia possa portare il coraggio di scegliere strade poco o per niente battute, quando sentiamo che sono le uniche per noi, le uniche in cui ci sappiamo davvero riconoscere. Simona ha un blog, molto bello, che consiglio di leggere a tutti coloro che amano assaporare la vita con lentezza e profondità, a chi crede che nei particolari spesso stia il succo della vita, e la sua bellezza più segreta. Un blog che si chiama Leucosia. Read the rest of this entry »

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Onorare una donna – Lettera a mia figlia

MimosaIn questi ultimi giorni mi si stanno accavallando molti impegni e ho perso qualche colpo: tipo questa testimonianza, una intensa lettera alla figlia di pochi mesi che Marcella ha messo anche nel suo blog in occasione dell’8 marzo, avrei potuto anche pubblicarla un po’ più a ridosso della Giornata della Donna ma, appunto, l’avevo persa di vista e inserita nella mia scaletta delle pubblicazioni – sì perché c’ho anche una scaletta delle pubblicazioni, che non crediate che improvvisiamo qua ;-) – ancora più in là. Ma oggi recupero, un altro spazio di riflessione come un’eco degli effetti dell’8 marzo che è utile probabilmente soprattutto per questo: farci fermare a riflettere sui suoi possibili sensi. Mi scuso con Marcella per questo ritardo e la ringrazio per aver voluto condividere con noi queste parole così importanti. Read the rest of this entry »

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Il cervello delle mamme

Metto in rete stasera un post che Serena ha già pubblicato poco più di un mese fa, sul blog Genitori crescono (gestito con l’amica Silvia), e che ha riscosso molto interesse, non solo fra chi ha già commentato. Buona lettura. Read the rest of this entry »

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Silvana Sciortino

L’impegno di una donna pensante testimoniato da suo figlio. Grazie Andrea, per aver condiviso questi ricordi con noi. Credo abbiano moltissimo da dirci. Read the rest of this entry »

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Stirando sul Web

A una settimana dalla fine della nostra raccolta di testimonianze sul femminile (mandate i vostri contributi a silvia@donnepensanti.net, mi raccomando entro lunedì prossimo!), pubblico un post di grande interesse, scritto da Silvia Sacchetti e centrato sulla maternità, declinata il più possibile contro gli stereotipi imperanti, che tanto male sanno fare, dentro quel cono d’ombra che in molte conoscono ma che talora ci risucchia, forse anche perché sono ancora in pochi a parlarne davvero. A questo proposito – e non solo, perché si parla di educazione in senso lato e non soltanto di ruoli genitoriali, vi segnalo anche il dibattito in corso sul nostro forum. Buona lettura Read the rest of this entry »