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femminismo Archive

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Quel che hanno da insegnarci le Pussy Riot

Pubblichiamo queste interessanti riflessioni che Igor Giussani fa a partire dal caso Pussy Riot:

(Premessa fondamentale – Gli utenti del sito conosceranno la vicenda giudiziaria delle tre ragazze del collettivo punk-femminista russo Pussy Riot, che hanno ricevuto la solidarietà di svariate celebrità internazionali, da pop star come Madonna a maître à penser contemporanei come Slavoj Žižek. In questa sede vorrei soffermarmi sul carattere dell’azione politica del collettivo, per capire se forse abbia qualcosa da insegnare a noi nel lontano e democratico Occidente. Per ragioni di spazio, posso aver dato un immagine stereotipata dello SNOQ e può sembrare che abbia scoperto l’acqua calda parlando di una ‘visione sistemica’ già ampiamente sostenuta ad esempio dai movimenti eco-femministi: ho preferito di gran lunga anteporre la sostanza alla forma per cercare di animare la discussione, quindi mi scuso per qualche indebita semplificazione)

 

Ci si può accostare all’azione del collettivo russo Pussy Riot – la ‘preghiera punk’ nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca per protestare contro il regime di Putin e la connivenza della Chiesa Ortodossa – sostanzialmente in tre modi:

1) derubricare tutto a una carnevalata controproducente di ragazzine sognatrici;

2) ritenerla una forma di lotta valida per uno stato semi-autoritario come l’attuale repubblica russa;

3) riflettere sull’approccio di queste donne per capire se è applicabile a prescindere dal contesto russo.

La visione 1) è sostenuta anche da alcune persone sedicenti di sinistra persino ‘radicali’ o ‘comuniste’ che rigettano le azioni dirette e spontanee in nome di un non meglio precisato  pragmatismo. Queste persone generalmente sono ossessionate dal ‘filo-americanismo’ e sospettano che in realtà dietro le ragazze ci siano la CIA e il Dipartimento di Stato allo scopo di indebolire il nemico Putin, sviare l’attenzione sul caso Assange ecc. Oltre a un sorriso di compatimento, aggiungerei soltanto che su di una cosa hanno ragione: tecnicamente quello che hanno fatto le Pussy Riot è davvero una ‘carnevalata’, in quanto il carnevale è la festa del rovesciamento e della dissacrazione delle gerarchie e dei valori dominanti, e per questo è sempre stata la festività più temuta dalle autorità.

Esaminiamo allora le due opzioni rimaste. L’accettazione della 1) prevede un’implicazione importante, ossia che la cornice del liberal-liberismo rappresenti la condizione ideale per combattere la discriminazione, che quindi può attuarsi attraverso forme di lotta meno radicali di quelle adottate dalle Pussy Riot. A torto o a ragione, questa posizione mi fa venire alla mente lo SNOQ e in particolare le proposte per la pari presenza femminile nelle liste elettorali, negli organi di governo e nei consigli di amministrazione delle aziende. Proposte apparentemente ineccepibili e sicuramente ispirate a un sincero principio di uguaglianza dei sessi, ma che mi fanno balenare un dubbio atroce: non è che forse queste iniziative, più che combattere la discriminazione, contribuiscono a renderla meno evidente e più tollerabile? Tutto il problema si risolverebbe semplicemente aumentando il numero di Angela Merkel, Elsa Fornero, Emma Marcegaglia e di altre degne epigoni di figure maschili? E poi una carriera politica e manageriale può riguardare principalmente le donne istruite della classe media e nel nostro paese le donne laureate sono poco meno del 10% (più o meno la stessa percentuale degli uomini): che cosa deve fare il restante 90%? Ivan Illich malignerebbe che il loro compito sarebbe di fare da domestiche alle ‘sorelle maggiori’ ringraziando per l’interesse paternalista mentre queste si spartiscono la loro fetta di torta con il potere maschile.

Anche evitando le provocazioni, si pongono delle criticità evidenti. Non c’è nulla di male nel considerare i diritti delle donne autoreferenziali, ossia meritevoli di sostegno a prescindere da considerazioni di ogni tipo, ma si pone un piccolo problema: in questo mondo di autoreferenziale non c’è nulla, neppure la morte. Gli ecosistemi, le società, le economie, il cyberspazio… sono il risultato di connessioni sistemiche strettamente intrecciate tra loro, che sarebbe fuorviante trattare separatamente. E qui, secondo me  emerge la superiorità dell’approccio delle Pussy Riot.

Le Pussy Riot sono state ‘radicali’ nel senso autentico del termine, perché sono intervenute alla radice del problema senza limitarsi alle manifestazioni superficiali. Nella dichiarazione di chiusura del processo - un vero capolavoro, – si evince chiaramente come il femminismo e l’anti-sessismo abbiano origine non da semplici constatazioni ma da una profonda critica del potere. Le loro accuse sono diverse dalle solite tirate anti-Putin (le elezioni truccate, la retorica dei diritti umani, ecc.) e svelano la natura più intima del meccanismo di consenso del regime, ragion per cui sono risultate particolarmente indigeste. Invece di criticare con occhi occidentali – cosa che fa abitualmente un altro contestatore di Putin, l’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov pure lui arrestato in una manifestazione pro-Pussy Riot -  lo hanno fatto da un punto di vista femminile e autenticamente russo e il regime non ha potuto replicare blaterando le solite accuse di ingerenza in affari interni da parte di misteriose entità straniere. I gruppi come le Pussy Riot non reclamano poltrone e non rivolgono proposte “a partiti, sindacati e istituzioni” (auspicio del comitato promotore SNOQ, che si è concretizzato in diversi incontri con esponenti dell’attuale governo, con leader del centro-sinistra e con Susanna Camusso, segretario della CGIL) perché la loro idea di democrazia è basata sull’azione diretta. Ma al di là dell’atteggiamento anarchico, mi preme sottolineare come il femminismo delle russe si basi su di una interpretazione molto più vasta del concetto di discriminazione, che chiamerei ‘sistemica’ per distinguerla da quella autoreferenziale del “50 e 50” che vede la soluzione nell’accesso di qualche donne ai vertici del potere.

Immagino che pochi, pur rallegrandosene, ritengano un progresso per la condizione femminile eventi recenti come la chiusura dell’allevamento di beagle Green Hill o dell’acciaieria ILVA di Taranto (quest’ultima per opera di una donna magistrato, il GIP Patrizia Todisco, gentilmente ribattezzata da Libero “zitella rossa” e linciata in modo bipartisan in quanto affossatrice dell’economia italiana e affamatrice di lavoratori). Io ritengo invece che si tratti di colpi importanti inferti all’ideologia meccanicista che domina l’ultimo secolo e mezzo, basata sull’idea che la natura e la cittadinanza debbano immolarsi sull’altare della mega-macchina capitalista, un precetto causa di sofferenza per intere generazioni di donne fin dagli albori della rivoluzione industriale. Per allargare il discorso, in una società talmente mercificata da aver riesumato forme di lavoro strette parenti dello schiavismo, si può davvero pensare di ovviare alla cultura degenere della donna-oggetto solo con qualche codice di autoregolamentazione? Può avere successo il tentativo di creare ‘isole felici’ nella marcescenza generale?

D’altra parte, se in Italia avviene un femminicidio ogni tre giorni (120 morte solo nel 2011 – dato di un rapporto di Casa delle donne – a titolo di paragone, più dei soldati italiani e tedeschi caduti in dieci anni di guerra in Afghanistan) come ci si può stupire di discorsi all’insegna del “tumore in cambio di lavoro” e del più totale disprezzo di ogni tutela ambientale?

Le Pussy Riot, vista l’ingiusta condanna, hanno bisogna della solidarietà più estesa possibile. Ma forse, più che povere vittime, queste ragazze devono essere considerate un faro per illuminare la nostra condotta politica, troppo spesso sospesa tra difese di nicchia.

  Igor Giussani

 

 

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Potenza di corpi dissonanti. 3. Un’irruzione imprevista (Portogallo 1972)

                   A Sara, che ora siete due-in-una. Fino a Lisbona.

Tante volte abbiamo ribadito che la lingua attraverso cui diamo forma e voce alla nostra percezione della realtà, nella sua trama di relazioni e insolubili aporie, è una chiave di svolta per tornare a produrre senso. Occorre saper articolare le nostre esperienze in discorsi che non temano l’inadeguatezza, non temano gli anacronismi – spesso solo apparenti – non temano la sfasatura e lo scarto rispetto alle narrazioni imperanti che pretendono di cucirci addosso bisogni e identità.

E allora oggi voglio praticare questo fertile esercizio di decentramento per testimoniare la potenza dirompente di una scrittura che sceglie – risoluta – di mettersi in ascolto delle istanze più segrete e inconfessabili dei corpi femminili, insinuandosi sottile e pericolosa nelle maglie di una società imbevuta di autoritarismo, menzogne, negazione di diritti, violenza dissimulata, soffocata nel silenzio o addirittura venduta per impresa eroica da una propaganda eretta su un codice patriarcale, nemico del buon senso e della vita.

Nel 1972 il Portogallo è al suo quarantaseiesimo anno di dittatura fascista e all’undicesimo di una guerra tesa a impedire la liberazione di quelle terre africane che il regime si ostina a voler considerare parte del territorio nazionale, quando viene pubblicato un libro subito recepito come talmente scandaloso da far sì che le sue tre autrici vengano accusate di “pornografia e offesa alla pubblica morale”, nonché sottoposte a un processo che verrà archiviato solo con il 25 aprile 1974. Sono le Nuove lettere portoghesi, frutto degli incontri bisettimanali che le tre giovani scrittrici Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta e Maria Velho da Costa hanno avuto nel corso di nove mesi per parlare a partire da sé e nel nome di intere generazioni di donne portoghesi. Un testo costruito per frammenti eterogenei (non solo lettere, come vuole il titolo, ma anche poesie, stralci di diario, biglietti scritti di fretta) di cui, in un patto di ferrea complicità, non è mai stata rivelata la singola autrice: storie di soprusi ma anche di una ricerca del piacere in cui la passione, rimossa dagli orizzonti del femminile socialmente lecito, si fa parola di donna, capovolgendo il sottotesto esplicito, quelle tanto celebrate Lettres portugaises che si volevano scritte dalla monaca Mariana Alcoforado, rinchiusa nel monastero alentejano di Beja, e che si era scoperto fossero, in realtà, opera di un uomo.

La rivelazione di un immaginario da sempre silenziato, la ricerca dell’appagamento, la scoperta delle superfici erogene di un corpo troppo a lungo dimenticato o sacrificato, il tabù della masturbazione femminile finalmente infranto, l’amore omosessuale: tutto questo prende sfrontatamente corpo e voce nel Portogallo pudibondo e ipocrita dei primissimi anni Settanta, a testimoniare le correnti vivissime che continuavano a scorrere clandestine ma non sopite e che sfocieranno di lì a pochissimo nella gioiosa Rivoluzione dei Garofani che metterà fine alla dittatura salazarista. E, fra le righe, la denuncia ferma e irremovibile dell’assurda guerra coloniale in atto e che il regime tentava a tutti i costi di occultare: un Vietnam in sordina, da imperialisti di periferia, ma testardo e capillare, subdolo perché sottilmente condizionante.

Nelle Nuove lettere portoghesi la passione funge da mero “pretesto” – anche nel senso che precede il testo e gli dà vita – perché un immaginario e un vissuto rigogliosi prendano finalmente la parola:

“Sarà inutile a questo punto aggiungere che il mio esercizio è quello della vendetta: che chi è ferito non si apparti, ma piuttosto sparga il suo sangue nel mondo. Visto che l’oggetto della passione non è che un pretesto perché attraverso di lui, definiamo […] il nostro dialogo con il resto.” (Seconda Lettera II, traduzione mia)

Questo itinerario di presa di coscienza e di riconfigurazione del sé si sostanzia in un autentico dialogo, dando vita a una scrittura eccezionalmente estroversa – perché l’interlocutore è lì, presente in carne e ossa, col suo corpo e la sua storia – e, al tempo stesso, profondamente autoriflessiva. Le parole si fanno “intraparole” e tutto il mondo delle autrici viene risucchiato e rielaborato nella “spirale” della scrittura. Ognuna scrive a partire da se stessa, dalla sua unicità e crea trame condivisibili, in cui le altre possono rispecchiarsi. Come ha scritto Maria de Lurdes Pintasilgo,

“Per la scrittura la proprietà smette di avere un senso perché i “beni” che ripartisce sono universali. La donna che si dice al singolare si riferisce a un destino che è sempre plurale. E in questo plurale si viene a riconoscere ogni storia individuale. Tela che si intesse e si disfa per poi ritessersi di nuovo.”

L’atteggiamento di fondo non è mai celebrativo: vengono messe in luce senza remore le difficoltà e i rischi di questo esperimento a tre, i momenti di sconforto, le insofferenze reciproche, il sentirsi contaminate e trasformate dalle altre due ma al tempo stesso immutabili, sempre uguali a se stesse, nei propri limiti e nelle proprie mancanze. La scrittura si fa trasparente ed espone i meccanismi che la generano incorporandoli nell’opera d’arte stessa: la riflessione metatestuale si fa vero e proprio testo.

In sintonia con le visuali che questi sguardi inediti sulla realtà offrono, si stabiliscono le basi per una nuova logica, fatta di congiunzioni e ossimori, che accoglie gli opposti senza neutralizzarli né conciliarli, immersa nella vita, aliena da qualsiasi astratta linearità, una logica piuttosto metonimica che metaforica perché preferisce la combinazione alla selezione:

” Non credo nella ragione scollata dal sentire degli altri ed è per questo che mi sforzo per sragionare bene e sono stanca di sforzarmi per essere come i raziocinanti, che anche sull’orlo d perdere tutto, la ragione no, quella giammai.”

Gli opposti smettono così di escludersi: il donarsi non impedisce l’indipendenza, il darsi diventa un ritrovarsi, perché le dicotomie hanno finalmente perso autorevolezza e valore. E questa sensibilità nuova si traduce in un nuovo linguaggio, capace di dar voce alle pieghe, alle ridondanze della realtà, che non si curi della linearità astratta ma capace di affondare coraggiosamente nel magma della vita, in cui si mescolano realtà sogno e immaginazione: si generano così quelle poetiche dell’inclusione, dell’aporia, della sospensione del giudizio che ritroviamo in numerose autrici portoghesi della generazione artistica e anagrafica delle 3 Marias, sintonizzate su un sentire comune a tanta scrittura di matrice femminile o, comunque, femminilizzata, anche fuori dal Portogallo.

Questa dimensione pionieristica e rivitalizzante la si sente in quella cifra profondamente aurorale che affiora nelle Novas Cartas Portuguesas, dove l’immagine dell’alba torna in vari punti, a sottolineare come l’evocazione della vicenda della monaca seicentesca non sia mera commemorazione ma riattraversamento contrappuntistico in vista di un’anelata palingenesi, un rinnovamento a partire da una radice femminea che è insieme arcaica e rivoluzionaria, fisicità e capacità di ascolto insieme: ascolto di umanità eccedenti i canoni riconosciuti e consacrati:

Femmine siamo

fedeli alla nostra immagine

resistenza assetata che vestiamo

donne, dopo tutto, senza volerne trarre vantaggi

ma ben certe degli uomini che copriamo

 

E mai preda

Saremo

o oggetto

                                                                                                   dato (Eccoci)

 

Uno sconquasso nell’ambito della produzione simbolica che parte da un coraggiosa assunzione di istanze fino a quel momento represse o rimosse. Una faglia sotterranea che attraversa una società intorpidita, istigandola potentemente al risveglio, aprendole innanzi la prospettiva vertiginosa di una rinascita.

 

 

 



 

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 4

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Stefania Prestopino


 

 

Il terzo intervento è quello di Stefania Prestopino del collettivo Le Vocianti, che per l’Associazione Hamelin ha pubblicato un articolo che indaga sull’immaginario proposto alle giovani e ai giovani dalla cultura di massa.
Stefania ha introdotto il suo intervento ricordando quanto emerge dai dati comunicati dai centri antiviolenza: il fenomeno della violenza di genere è in costante aumento, e questo incremento si registra in particolare fra le giovani generazioni, ed è da attribuire all’influenza degli stereotipi che letteralmente invadono l’immaginario infantile e adolescenziale.
Lo stretto rapporto fra rappresentazione mediatica e violenza è una dinamica profonda e radicata che sta alla base della disparità fra uomo e donna, e che viene denunciata da chi affronta tutti i giorni in prima linea le conseguenze drammatiche della disparità fra i sessi.
E’ una chiave interpretativa della realtà che deve essere però portata alla consapevolezza di tutti, non solo degli “addetti ai lavori”.
Non è giusto in questo senso parlare di questione femminile: la degenerazione del rapporto fra i sessi, e i numeri lo testimoniano, è un problema di portata antropologica, un problema di relazione. Parlare di questione femminile è fuorviante.
Qual’è la posizione di bambine e bambini all’interno di queste relazioni? Se sono da un lato i testimoni più vulnerabili di queste dinamiche (quando non sono coinvolti in prima persona), dall’altro è proprio l’infanzia la possibile chiave di volta per il cambiamento, il territorio fertile su cui agire un’educativa basata sul rispetto di ogni unicità, di ogni individualità.
Ma è questa la prospettiva che effettivamente viene offerta alle generazioni in crescita?
Qual è il panorama culturale in cui i nostri bambini e le nostre bambine crescono, assorbendo i modelli di relazione fra i sessi? Sono davvero liberi di maturare la loro individualità a prescindere dai ruoli tradizionali di maschile e femminile?
Stefania ha analizzato in un primo tempo l’offerta di giocattoli e di attività che oggi vengono proposte alle bambine e ai bambini, facendo emergere una nettissima separazione fra giocattoli e attività rivolte alle une e agli altri. Se visivamente è chiaro a tutti che il reparto rosa e fucsia è la terra delle principesse e che quello dell’azzurro e del blu è il dominio dei cavalieri, è meno chiaro ad un primo sguardo, che alle bambine vengono proposte attività che hanno a che fare con la cura di sé e dell’altro (trucchi, specchiere, coroncine, bambolotti) e giocattoli che sembrano voler rinchiudere le bambine nelle mura domestiche in attività di cura della casa (aspirapolveri, cucine, scope e ferri da stiro), con una precoce ossessiva attenzione all’estetica e alla seduttività. Mentre ai bambini vengono proposte attività di scoperta, di avventura, attività tese a sviluppare le loro capacità fisiche e le loro doti psichiche, che li portano fuori dalle mura domestiche. Ancora una volta quindi per le bambine le porte si chiudono su un immaginario sempre più angusto e asfissiante, superficiale ed edonista, mentre appare che per i bambini la spinta sia verso l’esterno, l’avventura, la costruzione di una personalità curiosa e performante. Stefania Prestopino correda la sua indagine di veri e propri collages nei quali appare il sovraffollamento di oggetti per piccole donnine di casa e per piccole principesse.
Gli stessi modelli ritornano in altri prodotti destinati a bambini e adolescenti: dai diari scolastici alle fiction televisive, le riviste, l’abbigliamento.
Un altro settore di analisi sul quale punta la sua ricerca è infatti quello della moda junior, spiegandoci come ogni brand che si rispetti abbia una linea baby o junior e di come la tendenza sia ormai quella di adultizzare ed erotizzare le bambine, fino alla cancellazione completa della rappresentazione dell’infanzia per sfociare in un corollario raccapricciante in cui miniature volgari e grottesche di baby modelle ammiccano grottesche dalle pagine dei giornali di moda. Anche in questo caso le foto e i collages raccolti dall’autrice illustrano ampiamente il fenomeno e la tendenza.

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Una femminista qualunque

Nel tran tran è finita che pubblico questa riflessione a quasi due mesi dall’8marzo, occasione che l’ha stimolata. Ma quel che Marika dice non perde nulla del suo valore.

Personalmente, provo molta rabbia. Siamo nel duemiladieci e le questioni di genere hanno subito un forte arretramento da circa 15 anni in qua. Anzi no, da prima. Read the rest of this entry »

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Parole dal cuore


L’arte del quotidiano attraverso mia zia

“L’arte drammatica te la do in testa, altro che accademia”. Questo pare abbia detto mio nonno a mia zia Carmela che da giovane voleva fare l’attrice. Ma lei ogni giorno da allora (ma forse anche prima di allora) quell’arte la mette in pratica nella quotidianità. I suoi dipinti e le sue poesie sono solo la manifestazione canonizzata della cosiddetta arte occidentale, perché poi di arti ce ne sono a migliaia, più di quanto uno possa immaginare. Per esempio mia zia è un’artista perché succede sempre che quando vai a casa sua e ti siedi lì di fianco al camino, lei in piedi, tu inizi a rispondere a una qualsiasi sua domanda ed ecco che, senza che te ne accorga, perché l’arte mica si può sempre spiegare o riconoscere,  mentre sei lì concentrato a rispondere a una sua qualsiasi domanda, di fianco al camino, quindi anche un po’ intontito da tutto quel calore, insomma, ecco che lei inizia un suo racconto costruito sul tuo, tutto attorcigliato a quello di cui tu stavi parlando, anche se non c’entra niente. Read the rest of this entry »

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Quando ballavo con gli zoccoli in piazza Vetra a Milano

Ilaria ha lasciato questo suo ricordo sul nostro social forum e le abbiamo proposto di pubblicarlo qui. Cosa è venuto meno di quei giorni? Cosa ci hanno lasciato? Cosa abbiamo perso o frainteso? In cosa ci sentiamo diverse o simili? Cosa ha lasciato l’esperienza delle proteste del femminismo storico alle nuove generazioni? Stiamo provando a chiedercelo anche nel nostro social forum. Questo post, personalissimo e a tratti struggente, può anch essere occasione di una riflessione in questo senso. Read the rest of this entry »

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Donne nemiche delle donne?

Quanta colpa abbiamo, noi donne, dello stato in cui ci troviamo e contro cui, anche con questa iniziativa di Donne Pensanti, vogliamo protestare? Alice, senza peli sulla lingua, fa una diagnosi disastrosa (ma chiude con una punta di ottimismo) delle relazioni al femminile. Una voce fuori dal coro o siamo in tante, in fondo, a riconoscerci in certe dinamiche? Dite la vostra, e continuate a mandarmi le vostre testimonianze a silvia@donnepensanti.net.

Lascio il contributo nella forma di lettera a Panzallaria, come Alice lo ha concepito, perché mi piace. Read the rest of this entry »