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femminicidi Archive

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Anatomia di un femminicidio. “Questo è il mio corpo”, di Filipa Melo

 

 

 

Questo è il mio corpo, pubblicato nel 2001 dalla scrittrice portoghese Filipa Melo, è un romanzo interamente costruito attorno al cadavere di una donna ammazzata dall’uomo con cui aveva una relazione. Non ha nessuna pretesa emblematica, come mai dovrebbe averne un’opera letteraria, nulla che possa essere utilizzato direttamente in una ricognizione sul fenomeno che finalmente si sta cominciando a chiamare col suo nome, femminicidio, e dico “finalmente” perché nominare significa distinguere, significa riconoscere una specificità, nonostante le pervicaci resistenze e gli attacchi piccati di chi ancora si ostina a negare l’esistenza di omicidi perpetrati sulle donne in quanto donne e, con essa, la profonda compromissione di questa tragica realtà con una cultura gravemente e colpevolmente sessista. Read the rest of this entry »

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Ni una más: va in scena il femminicidio

“Ed eri solo tu. Luisa. Con i tuoi occhi verdi. Hai dimenticato, l’ho visto, l’ho sentito. I calli delle sue mani sul tuo viso, e le grida soffocate, le lacrime negli occhi gonfi. Hai smesso di maledirti e maledirti ancora per essere rimasta fino alla fine, fino alla fine della sopportazione e oltre. Ed eri solo tu. Luisa. Niente costole incrinate, niente denti rotti, niente ginocchio da riabilitare.

Niente amore che si tramuta in bestia. L’ho visto. Ad un tratto ti sei voltata, verso sinistra, non guardavi niente di particolare, e sei rimasta così, sospesa di fronte ad un futuro possibile. Niente famiglia che ti dice sopporta, niente amiche che ti dicono sopporta, niente vicini che ti biasimano e voltano la testa dall’altra parte. Solo tu. Sospesa di fronte ad un futuro possibile. Ed io ti guardavo e pensavo che ce l’avresti fatta. Ho pensato che in un anno da quando ti avevo visto la prima volta avevi fatto dei progressi inimmaginabili. Ho pensato che tutto sarebbe andato a posto.” Read the rest of this entry »

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Femminicidi:l’associazione D.i.Re scrive a Napolitano

L’associazione nazionale D.i.Re in seguito ai femminicidi avvenuti dall’inizio dell’anno in Italia, ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano. Ecco il testo della lettera.

La violenza dei numeri, le responsabilità di tutti.

L’Associazione Nazionale Dire – Donne in rete contro la violenza fa  appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinchè la lotta alla violenza di genere diventi  una priorità della politica italiana.

La “lettera aperta” sarà recapitata nei prossimi giorni, mentre le sessanta Associazioni e Case delle Donne aderenti a Dire faranno lo stesso con le istituzioni locali in tutto il Paese.

 Dall’inizio dell’anno sono cinquantasei le donne uccise solo perché donne. Non si tratta di omicidi passionali o di raptus. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di una serie di episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica.

Noi li chiamiamo “femminicidi”.

L’Associazione Nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, a cui aderiscono 60 Centri Antiviolenza e Case delle Donne su tutto il territorio italiano, richiama le istituzioni ad un atto di responsabilità politica nei confronti del fenomeno della violenza maschile sulle donne nel nostro Paese e chiede ancora una volta che la lotta alla violenza sulle donne sia una priorità strategica nell’agenda politica italiana.

Il tema della violenza maschile sulle donne va affrontato secondo l’ottica della differenza di genere per superare la storica ma sempre attuale disparità di potere tra uomini e donne negli ambiti, politici, sociali, economici e culturali.

Si continua oggi ad assistere alla mercificazione del corpo della donna considerato oggetto di scambio, privo di libertà e di diritti. Comportamenti e linguaggio sessista minano la posizione sociale della donna e peggiorano la sua immagine, rendendola ancora più vulnerabile.

Anche le Nazioni Unite, attraverso il Comitato Cedaw, nel rapporto finale al Governo hanno evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono attitudini socio- culturali che condonano la violenza domestica” e hanno chiesto al governo italiano di assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata  protezione e la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale” infine, hanno espresso preoccupazione per l’immagine della donna in Italia quale oggetto sessuale.

E’ proprio negli stereotipi che trova terreno e spazio la violenza contro le donne.

A fine aprile del 2007 erano ventinove le donne uccise, oggi sono cinquantasei. Una cifra ancor più grave perché lascia fuori il dato del sommerso: donne che per mancanza di reti e progetti non riescono a ricevere alcun aiuto.

Sono quasi 14.000 le donne che ogni anno si rivolgono ai Centri Antiviolenza e alle Case aderenti a D.i.Re.

• Il 78% sono stati “nuovi casi”, il 71% di nazionalità italiana

• Gli autori di questi reati sono stati per il 64 % partner il 20% ex, 8%familiare, 6% conoscente, e solo il 2% estraneo.

Questo mentre secondo i dati Istat, quasi sette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (31,9%) ha subito nella vita almeno un tipo di violenza e tra queste quasi 700 mila avevano figli al momento del fatto.Questo particolare momento di crisi economica, sociale, politica e culturale coinvolge direttamente anche i centri che svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella lotta alla violenza contro le donne.

Non possiamo, però, accettare che ciò si traduca in un indebolimento dei diritti delle donne vittime di violenza.

D.i.Re, i Centri Antiviolenza e le Case delle Donne, che in oltre vent’anni di attività hanno supportato migliaia di donne, aiutandole ad uscire dalla violenza e a conquistare la libertà, chiedono perciò con forza alle istituzioni nazionali e a quelle locali di rafforzare e sostenere con ogni mezzo le politiche necessarie alla prevenzione e alla lotta della violenza contro le donne.

Rafforzare si traduce in:

• non tagliare i fondi, non chiudere i Centri antiviolenza o cosa ancora peggiore lasciare che queste realtà – in molte città unici luoghi di rifugio e aiuto per ledonne – vengano meno nel silenzio e nel disinteresse delle istituzioni.

• firmarela Convenzione Europeaper la prevenzione e la lotta alla violenzacontro le donne passaggio nodale del percorso di armonizzazione delle leggi,delle politiche e delle strategie di intervento, sottoscritta da numerosi paesieuropei con l’impegno di combattere la violenza di genere.

Solo così sarà possibile dare una risposta concreta all’orrore dei numeri, che ci raccontano una realtà dove la soppressione anche fisica della donna diventa mezzo abituale per chi non è in grado di affrontare la complessità della realtà

 

 

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La resistenza delle donne: morire per la libertà di dire no!

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Post che fa parte della campagna

Barbara Cuppini aveva 36 anni, abitava a Serramazzoni vicino a Modena ed era una manager del settore marketing della Ferrari; aveva una vita da vivere ma domenica scorsa è stata assassinata dall’ex convivente.

Barbara voleva interrompere la relazione proprio come le altre cinque donne che sono state assassinate dall’inizio dell’anno, in Emilia Romagna, da compagni, mariti, fidanzati, ex .

Si chiamavano Ilham 32 anni, (uccisa insieme al figlio Rachid di 2 anni), Stefania, 20 anni, Giuseppina, 45 anni, Camilla, 35 anni e Maria, 50 anni.

Tutte avevano una vita da vivere e sono morte per aver pronunciato un no!

Da qualche anno alcune associazioni di donne raccolgono con la rassegna stampa i nomi e le storie delle donne assassinate dal partner insieme al dato numerico che parla di una mattanza che è in continuo aumento.

L’indagine conoscitiva sul femminicidio condotta dal 2005 a livello nazionale, dalla Casa delle donne di Bologna denuncia una crescita nel numero delle vittime: 84 nel 2005, 101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009, 127 nel 2010 .

Negli ultimi anni sono aumentati gli assassinii da parte degli ex che non accettano la fine della relazione.

La stampa definisce molto spesso questi delitti “omicidi passionali”, “raptus” della gelosia o della follia che irrompono improvvisamente nella coppia e quasi mai viene fatto un approfondimento della notizia con riferimenti a violenze precedentemente agite dal partner sulla donna.

Gli studi fatti a livello internazionale rivelano invece che il 75% dei casi di omicidi di donne sono preceduti da violenze fisiche o psicologiche.
Ma i media con quelle parole ci dicono anche come i cronisti che raccontano le notizie, e la stessa società, vedono quelle morti.

La follia o il raptus della gelosia sono ottime giustificazioni per occultare i nodi che tengono legati uomini e donne nelle relazioni.

A livello internazionale, le associazioni impegnate sul campo della violenza alle donne definiscono femminicidi questi delitti.

I femminicidi hanno una matrice comune: quella di colpire le donne quando non accettano un ruolo sociale imposto.

Nel femminicidio sono incluse le molestie e le violenze sessuali e tutti i comportamenti agiti individualmente o socialmente nei confronti delle donne per mantenerle in un stato di subalternità e in caso di resistenza distruggerle fisicamente o psicologicamente.

Anche le discriminazioni sul lavoro, il mantenimento delle donne in situazione di povertà economica vanno inserite nel contesto del femminicidio. Del resto, il linguaggio del femminicidio comunica anche attraverso le immagini con cui i mass media o la pubblicità rappresentano le donne.

Le vediamo tutti i giorni sugli schermi televisivi o sui cartelloni pubblicitari come corpi svuotati di identità e dignità e reificati sessualmente.

Vera pelle vegetale conciata” recitava accanto alla foto di un pube femminile, lo slogan di una abberrante pubblicità di Oliviero Toscani censurata poi dallo Iap alcuni mesi fa.

Quando ho letto quello slogan mi è venuto in mente l’over killing , lo strazio che spesso viene compiuto dagli uomini sui corpi delle donne quando avviene un femminicidio.

Se non porteremo alla luce della coscienza collettiva il significato di queste morti smettendo di raccontarle e raccontarcele come “raptus della follia” e non faremo una rivoluzione copernicana della cultura superando gli stereotipi e i ruoli imposti ai generi maschile e femminile e se non sottrarremo le donne al ruolo di subalternità continueremo a fare il conto delle vittime.

E allora a quale cifra si chiuderà il 2011?


E gli anni che verranno?