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Racconto dell’ACQUA: l’Escuelita fluvial di Buenos Aires

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OLYMPUS DIGITAL CAMERALo scorso Ferragosto, mentre navigavamo sulla lancha colectiva verso l’Escuelita Caraguatá – finalmente! – era come se tutte le cose fossero andate al loro posto, in un’istantanea di perfezione: l’attesa pronta a sciogliersi, la luce densa della mite umidità invernale, l’esattezza noncurante dei gesti del timoniere e del ragazzo dai tratti indigeni che aiutava i passeggeri a salire e scendere dalla piccola imbarcazione che ci stava conducendo laggiù.

 

La geografia è indissolubilmente storia da queste parti, lo si capisce bene leggendo la vissuta presentazione nel sito, dove si racconta che la famiglia dell’Escuelita è nata nel 2007, quando all’interno del delta del Paraná, poco fuori Buenos Aires, più esattamente nell’Arroyo Caraguatá, è stato riscoperto un edificio in stile indo-inglese del 1910, che fino agli anni Settanta aveva ospitato una scuola pubblica, poi abbandonata e lasciata andare in rovina. Dopo una serie di lavori di ristrutturazione alla casa, si è cominciato a coltivare un orto biologico e a raccogliere volumi in quella che è poi diventata la luminosa biblioteca popolare, all’interno del centro culturale comunitario.

Oggi l’Escuelita è una variegata comunità. Laboratori, merende, prove di giovani musicisti, registrazioni di gruppi affermati, feste, ritrovi: un confluire variopinto di vite, le cui traiettorie fantasiosamente si incrociano in mezzo alla natura e ai sorrisi, che all’escuelita sembrano riprodursi esponenzialmente, accantonando, anche se solo per un attimo, fatiche e preoccupazioni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ambiente del delta, lungo 320 chilometri, è unico e sfuggente. Qui le acque del Paraná si incontrano con quelle del Rio de la Plata, mescolando i rispettivi sedimenti, su cui cominciano a crescere i giunchi e, a volte, s’incagliano ostacoli che rimangono sul fondo per anni: dragare l’affluente è una spesa poco urgente nella lista dell’amministrazione locale, anche perché l’Arroyo si trova un po’ scostato rispetto alla zona più turistica. Le maree e la nebbia, che in certi periodi rende la navigazione poco sicura, fanno sì che l’escuelita non sempre sia raggiungibile.

Gli aborigeni di questo territorio si chiamavano Chaná ma sono stati sterminati. La zona è stata ripopolata con immigrati europei e, più tardi, ha visto arrivare famiglie di umili origini, soprattutto uruguayane. Molti occuparono proprietà abbandonate. Negli ultimi decenni, la bellezza del posto ha attratto molti villeggianti, soprattutto da Buenos Aires, che vi hanno collocato la loro seconda casa per i fine settimana fuori città. All’escuelita si ritrovano bimbi, ragazzi e adulti del luogo o che arrivano da Tigre, l’ultima cittadina sul continente, prima del fiume, o dalla capitale. Si fanno laboratori bellissimi: si costruiscono burattini che diventano i protagonisti di fiabe animate, si suona, si fa l’orto. Ognuno va portando quel che è, per condividere e scambiare il suo con altri saperi. L’Escuelita è attualmente frequentata da circa 400 persone, fra cui 80 bambini e adolescenti, molti dei quali discendenti da quegli índios che in Argentina sono ancora gravemente stigmatizzati.

Eppure sono proprio loro (toba, quechua e guaranì) che, attraverso dimostrazioni pacifiche e cerimonie propiziatorie, si stanno battendo affinché nel Delta una certa zona non troppo distante dall’Escuelita, detta Punta Querandí, venga riconosciuta come luogo di interesse culturale e sito archeologico e perché non venga completamente snaturata dalla febbre immobiliare . Le parole di uno dei protagonisti di questa battaglia pacifica ci rimandano a una consapevolezza profonda, che è la stessa a cui mi riferivo nella mia introduzione, qualche giorno fa: “Ciò che stiamo facendo non è per noi stessi. La ragione sono i bambini, ai quali chiediamo perdono per quello che gli stiamo lasciando. I governi sono responsabili però anche noi lo siamo. È per questo che insegniamo ai nostri bimbi che una pannocchia di granturco vale più di un anello d’oro, perché col mais possiamo riprodurre la vita mentre l’anello non possiamo mangiarlo […] vogliamo recuperare il paradigma che ci hanno fatto perdere che è quello di fare tutto in forma comunitaria. Noi non siamo violenti, non siamo venuti a distruggere nulla”. Alcune insegnanti portano qui le loro classi in visita d’istruzione – un vero e proprio cimitero archeologico con punte di lancia e oggetti della quotidianità di popolazioni cancellate dalla violenza cieca degli invasori europei – per contribuire a “decolonizzare la storia”, dice una di loro , perché è necessario un lavoro di rivalutazione delle origini indigene, troppo a lungo rimosse con vergogna dall’identità nazionale argentina: la parola “índios” è troppo spesso usata con connotazioni dispregiative, la loro cultura eliminata dai curriculum scolastici e dai libri di testo. L’Argentina ufficiale che, da secoli, si ritiene ed è ritenuta il baluardo della civiltà europea nel continente sudamericano, pare non voler rispecchiarsi nelle proprie radici autoctone: una tematica particolarmente urgente in questi giorni in cui il paese comincia già a risentire negativamente dell’elezione di Mauricio Macri, conservatore liberista, elezione che contribuisce a ribadire l’identità del continente sudamericano come “cortile di casa delle grandi corporazioni che detengono il potere […] anche politico”, come affermava pochi giorni fa lo scrittore cileno Luís Sepúlveda, riprendendo l’immagine del “cortile di casa”, che è il modo in cui, sprezzantemente, gli Stati Uniti trattano il Sudamerica ormai da due secoli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAscoltare certe sensibilità in contatto più immediato con l’ambiente naturale non significa ovviamente scadere in certa datata retorica del buon selvaggio o prospettare come idilliache realtà che presentano difficoltà ed elementi contraddittori (chiunque s’impegni attivamente in progetti comunitari conosce bene i dubbi, i momenti di sconforto, le difficoltà che nascono talora non solo all’esterno, le contraddizioni su cui ci si interroga, certi nervosi per l’impressione di “lottare contro i mulini a vento”) ma significa piuttosto procedere nella presa di coscienza che certe tendenze non vanno assecondate per inerzia soltanto perché sono quelle della maggioranza, che lo stile di vita che la parte più influente dell’umanità ha adottato non è sostenibile e che un primo passo per cominciare a contrastarlo è scegliere di vivere diversamente, recuperando un dialogo con l’ambiente, valorizzando le (bio)diversità e scegliendo chi ascoltare senza pensare che sia tutto incontrovertibilmente deciso. Scegliere chi essere.

 

 

lancha2Dell’escuelita aveva già raccontato, facendoci viaggiare con l’immaginazione, Valentina Timpani, che vive a Buenos Aires da ormai cinque anni, dove è maestra elementare e che è fra le persone che con più continuità ed entusiasmo si adoperano dentro a questa bella realtà (e che lì ci ha portate!!).

Pochi giorni fa, nel pieno dell’estate argentina (che invidia!), c’è andata anche Teresa Rossano, insegnante di passaggio a Buenos Aires per fare gli esami di maturità in una scuola bilingue, portandone una bellissima testimonianza.

 

[continua col Racconto della TERRA, dal Cile dei mapuche]

 

 

 

 

 

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Perché sono andata all’escuelita?, di Valentina Timpani

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Facendo educazione al genere con ragazze e ragazzi delle scuole medie mi accorgo sempre più di quanto per me, come per molte persone ormai, il discorso sul riconoscimento delle differenze, delle specificità e delle unicità legate anche alla propria identità sessuale, si declini in un contesto più ampio che ha a che fare con la relazione, con le scelte, con il nostro sguardo sulle cose e sugli eventi, su un certo modo di intendere la società e la vita. Per questo credo che pubblicare qui questo bellissimo articolo di Valentina Timpani su una “piccola scuola fluviale” ai margini di Buenos Aires non sia affatto fuori luogo, anche se il discorso sul genere non viene affrontato direttamente, perché la escuelita è per me uno di quei posti dove la rivoluzione semplicemente si dà.

“L’escuelita è una signora in lamiera che ha vissuto l’abbandono negli anni ’70 smettendo di essere scuola pubblica, finché sette anni fa è stata riscoperta, tesoro sommerso da selva e fantasmi. Riempita, ma questa volta in veste di centro culturale e biblioteca popolare. Spunta da dietro gli alberi subito dopo una curva attorno alla quale si avvolge stretto il battello per avvicinarsi al molo e permettere ai bambini di scendere. Questi arrivi o partenze dalla palafitta sono sempre pieni di saluti e gesti rituali anche da parte dei cani, che insieme a Omar, unica presenza maschile costante, accolgono o salutano i visitanti. La signora escuelita somiglia alla casa di Pippi Calzelunghe, genera la stessa allegria alla vista, simile a quella che trasmettono le signore anziane con un vestito a fiori troppo giovanile, spettinate e con i capelli viola a causa della tinta sbagliata.

Ci sono tornata tante volte in questo posto e per varie ragioni. Sento di poter condividerne oggi due. escuelita 2Un’indiscutibile ragione è che le torte di Delia, una delle nonne comunitarie con il sorriso più lunare e l’energia più esplosiva che abbia conosciuto, sono incredibilmente buone. Sopra hanno una glassa di colori psichedelici che ogni volta, prima di mangiare la mia fetta, mi fermo alcuni secondi a immaginare cosa stesse pensando Delia durante la sua creazione, che lei era un’alunna dell’escuelita quando tanto tempo fa funzionava come scuola pubblica, e quei colori zuccherati devono aver a che fare con i suoi ricordi oltre che con la voglia che quel posto continui a essere familiare e stimolante per i bambini del ruscello che non hanno altri spazi, nè comunitari nè solitari. Che poi lei le torte le prepara sempre per un compleanno, ogni sabato si festeggia il compleanno di qualcuno, addirittura del gatto se non c’è alternativa, e tutti cantiamo Tanti auguri a te a squarciagola e in tutte le lingue del mondo che ci vengono in testa, pure in cinese. Io dico che una signora che genera ciò solo con una torta ha del carisma. Poi certi giorni quando sale sul battello dopo aver lavorato molte ore nella cucina di un ristorante per turisti, con la classe della presidentessa di un paese importante o come fosse il Papa del Caraguatá, distoglie tutti i passeggeri dai loro pensieri, e chiede a tutti, uno a uno, come vanno le cose e poi bacia dolcemente, avvolgendo anche gli uomini più bruti perché evidentemente restii al contatto umano in generale, figuriamoci se femminile, con il suo profumo di rosa. Quando scende al molo di casa sua, suo marito la aspetta con le mani incrociate dietro la schiena e il cagnolino nero pazientemente seduto al suo fianco.

 

La seconda ragione forse discutibile per cui continuo a viaggiare verso quest’isoletta nell’acqua marrone è che è divertente condividere con bambini energie creative, disposizioni morali (come l’amore) e percezioni, senza una sola finalità prestabilita. Se sei uno a cui questa affermazione sembra discutibile allora dovresti mangiare prima possibile la torta di Delia, perché evidentemente il tuo sangue monocolore ha perso un po’ di psichedelia allegrifica e bambinifica propria dello zucchero pastoso.escuelita

La condivisione avviene quando si vive spontaneamente uno stesso posto autentico. Vivere allegramente corrisponde a convivialità, amicizia e sviluppo di virtù. Un posto autentico è un posto in cui prevale la possibilità per ognuno di usare strumenti precisi per realizzare desideri precisi, un posto al servizio della persona integrata alla collettività, nella quale ognuno abbia il suo prezioso e unico ruolo. La felicità dei bambini sarà poi il segno chiaro di autenticità dell’educazione.

Quotidianamente frequento posti molto diversi dal Delta del Paranà, geograficamente e socialmente. Mi piace l’idea di uscire così intensamente da questi luoghi quotidiani per raggiungerne altri solo con un’ora di barca. Lavoro in qusto momento come maestra in una scuola privata paritaria italiana.

Ho pensato, al di là della scuola, di cercare altri posti che io considero autentici e che per altri sono marginali perché, per quanto trovi interessante la didattica di una scuola bilingue, non credo nemmeno un po’ nella scuola privata. Insegnare la mia lingua all’escuelita è avvenuto solo quando, dopo feste e giochi musicali insieme ai bambini che al centro comunitario vanno dopo la scuola ufficiale, loro stessi si son mostrati interessati alla mia italianità, come se fosse la cosa più esotica del mondo. All’inizio ero stupita per l’attenzione e la curiosità dei bambini rispetto a qualsiasi proposta effettiva, pensavo fossero spugne più dei bambini della mie classi “ufficiali”. Ora riconosco che questa curiosità è avidità di competenze tecniche, valori etici e beni materiali. Necessità di mangiare compulsivamente il pranzo comunitario offerto con cure e attenzioni, rispettando i gusti di tutti e le maniere di tutti (oggi però non si tollera più che Facundo mangi sotto il tavolo e con le mani o che ci si metta i panini bianchi in tasca per portarli a casa senza chiedere), così come la necessità di mangiare compulsivamente i contenuti più concettuali.

Un esempio: l’altro giorno io, Santiago e Guadalupe di cinque e otto anni, avevamo sparsi sul tavolo almeno trenta libri nuovi e belli. Santiago non smetteva di cambiare libro, stavamo per entrare nella magia dei disegni e del racconto che già ne prendeva un altro e mi chiedeva piangendo di cambiare libro (inutilmente dal momento che lo seguivo senza esitare, ma ormai tutti danno per scontato che Santiago pianga e a lui tocca mantenere con dignità il suo ruolo) infastidito dal fatto che la sua amica Guadalupe avesse espresso un paio di volte di voler finire una storia che le piaceva. Come trasferire un valore materiale acquisito (trenta libri nuovi) a un valore personale e spirituale realizzato (leggerne almeno uno approfittando del piacere della lettura)? Questo è il primo compito in un posto autentico: trasferire valori, con destrezza. Quel poco che si propone a questi bambini, con un minimo sforzo si può trasformare in una strumento efficace e durevole.

In quanti posti tra quelli che frequentano tutti i giorni questi bambini hanno la possibilità di gestire le proprie libertà e di conoscere semplicemente influenzati dall’ambiente circostante? D’altra parte, quanti posti ci danno la possibilità di sentirci creativamente necessari? Questo è il primo regalo che abbiamo in cambio del nostro lavoro al centro comunitario. Trovo assolutamente innecessario il concetto di volontariato dall’alto, dalla posizione di chi ha avuto più fortuna nella vita (quasi sempre economicamente parlando). Credo invece in un volontariato che si basa sullo scambio reciproco e sull’idea che tutti abbiamo le stesse possibilità di cercare e trovare libertà individuali, tutti ne abbiamo bisogno. Solo alcuni hanno disposto dei mezzi per cercare e trovare il proprio talento, di ampliare la coscienza in un ambiente favorevole, di trovare all’improvviso riflesso nell’acqua un cigno, in tutto il suo splendore, al posto del conosciuto e maltrattato brutto anatroccolo. Tutti abbiamo capacità creative. Non esistono persone più o meno abili in assoluto. I posti che si chiamano popolari, comunitari, condivisi e autogestiti sono quasi sempre provvisti di macchine in carne e ossa capaci di definire alcuni talenti e di dare a tutti la possibilità di acchiappare farfalle con il retino e poi lasciarle libere di nuovo, che c’è sempre tempo per imparare, fare e disfare. Tutte le stagioni a nostra disposizione. Ipotizziamo che io suoni bene uno strumento, forse la persona che vive con me non è un buon musicista ma è un incredibile cuoco, come possiamo condividere le nostre concrete capacità? Dove va a finire il timido che non ha la possibilità di esprimere la sua opinione in pubblico ma che ha in sordina la capacità di proiettare le sue emozioni senza parole? Un posto comunitario dà il tempo di riconoscere la propria indole, svilupparla e metterla al servizio dell’altro. Questa è l’analisi di un piccolo sistema condiviso, niente di astratto. Essere creativo significa avere la capacità di guardarsi attorno usando molti punti di vista, utilizzando tutti i sensi ed esplorando distinti e imprevedibili universi percettivi. Canalizzare le emozioni e le percezioni è il secondo compito. Le arti canoniche praticate trasversalmente danno maggiori possibilità di ottenere una risposta che sia meno stereotipata possibile.

escuelita 3Per questo l’anno scorso durante il laboratorio L’italiano suonato, si è cercato a un livello basico di usare come principale strumento didattico la musica. Grazie al lavoro di molti volontari donatori di grandi allegrie e piccole conoscenze, più o meno trenta bambini della marginalità sociale e geografica pur non avendo idea di cosa sia un congiuntivo, di cosa sia un emisfero o di come si facciano i calcoli, tutti compiti delegati dall’istituzione scuola non si sa a chi, da sette anni suonano a orecchio almeno uno strumento, ballano scioltamente diversi generi, recitano intere opere di teatro, dipingono e costruiscono prendendo a occhio le misure.

Buona scuola al rovescio a tutti!”

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4. Appunti di educazione al genere: la mia esperienza alla scuola estiva di italiano

Con una collega particolarmente sensibile a questi temi, abbiamo deciso quest’anno di imperniare la scuola estiva d’italiano per stranieri, che ha accolto ragazze e ragazzi delle scuole medie inferiori nelle ultime due settimane di giugno, su un percorso di educazione al genere. Dovevamo insegnare l’italiano utilizzando approcci il più possibile ludici – lezione frontali vietate, in altre parole! – e abbiamo scelto di farlo dando una curvatura improntata all’educazione al genere. Avevamo con noi una trentina di ragazzini dai livelli linguistici molto diversi (alcuni in Italia da 3-4 anni, altri da pochissime settimane), provenienti da tanti paesi – un folto gruppo di pakistani e filippini, ma anche indiani, bangalesi, moldavi, rumeni, russi, ucraini, un ragazzo peruviano, una ragazza della Costa d’Avorio e una marocchina. Un gruppo bellissimo in cui si è creata in poche ore un’atmosfera insieme distesa e stimolante: sono nate delle amicizie, sono partiti dei dibattiti in cui “i più audaci” si esponevano dando fondo a tutte le loro risorse linguistiche pur di far capire come la pensavano. Nel corso delle prime due giornate, ci siamo concentrate su una serie di attività che ci dessero modo di cominciare il nostro breve percorso didattico, mirato all’insegnamento dell’italiano L2, permettendoci al tempo stesso di fare una prima conoscenza con i partecipanti, nonché di valutare sinteticamente il loro livello nella comprensione e nella produzione in italiano. Inoltre, visto che gli allievi provenivano da tante scuole diverse (una decina), era  necessario anche creare un breve periodo di confronto affinché gli utenti cominciassero a familiarizzare fra di loro. Abbiamo così organizzato una serie di giochi di presentazione corredati da esercizi svolti in un unico gruppo, nel giardino sottostante la sede del corso. Si è lavorato soprattutto sulla presentazione di se stessi: dai dati basilari alla descrizione fisica e, a grandi linee, psicologica. Dal terzo giorno abbiamo iniziato a connotare più decisamente il corso nella direzione che avevamo progettato introducendo nell’insegnamento della lingua seconda elementi che avessero a che fare con l’educazione al genere. Le nozioni appena apprese, relative alla descrizione (tratti fisici, vestiti, colori, espressioni, sentimenti), sono state utilizzate dagli apprendenti per illustrare con brevi testi due immagini per ognuno, una raffigurante un uomo e l’altra una donna, ritagliate da una serie di riviste fornite da noi educatrici o portate dagli alunni. Nei giorni successivi, gli incontri si sono sempre articolati sostanzialmente in due momenti distinti: la prima parte della mattinata l’abbiamo passata lavorando con il gruppo nella sua interezza, giù in giardino, con attività tese a fornire il lessico e le strutture morfo-sintattiche più adeguate per poi svolgere i laboratori in cui all’apprendimento della lingua veniva data una curvatura che aveva a che fare, più o meno direttamente, con l’educazione al genere. Gli utenti sono stati allora suddivisi in cinque gruppi omogenei per genere e sono stati invitati a creare due cartelloni ciascuno, intitolati “Lui” e “Lei”, con immagini e parole riconducibili rispettivamente all’universo maschile e a quello femminile. E qui i partecipanti si sono sbizzarriti, non utilizzando solo le foto ritagliate, ma disegnando anche, o aggiungendo parole significative. Sono usciti dati interessanti: anche a causa delle immagini femminili che ricorrono sui giornali, le donne raffigurate sono sempre giovani (spesso giovanissime) e molto attraenti, vestite elegantemente e sempre truccate; gli uomini hanno età più differenziate, sono attraenti ma quasi per sbaglio, come se il punto fosse un altro: sono professionisti realizzati nel lavoro, possibilmente ricchi, come indicano gli accessori che li accompagnano: orologi costosi e auto di lusso. Un gruppo costituito esclusivamente da ragazzi orientali ha disegnato attorno ai figurini delle modelle tante belle case, rinchiudendole amorevolmente (considerata la cura e il tempo che hanno dedicato al disegno) in una sorta di recinto dorato; un altro gruppo, sempre maschile, ha disegnato, nel cartellone dedicato ali uomini, strade che si perdevano all’orizzonte e fuoristrada.

Alcune alunne hanno scattato delle foto in primo piano ai partecipanti e poi ognuno ha creato, aiutato dai compagni e dalle educatrici, un acrostico del suo nome che lo raccontasse attraverso delle qualità positive.

A partire da una brevissima fiaba di Fabian Negrin, contenuta in Favole al telefonino, a cui abbiamo cancellato il finale che è stato così inventato dagli studenti di nuovo divisi in gruppi (sia omogenei che eterogenei per genere), le ragazze e i ragazzi sono stati invitati a riflettere sulla relazione fra apparenza e interiorità della persona.

I vari acrostici sono stati riportati accanto alla foto di ogni alunno. Abbiamo così delineato un percorso teso a mettere in luce quella che noi consideriamo un’evoluzione spesso non colta nella società in cui viviamo: dalla rappresentazione falsa e patinata all’unicità irripetibile di ogni persona vera e in carne e ossa.

Lavorando soprattutto con ragazze e ragazzi provenienti da famiglie migranti, tocco ogni giorno con mano quanto sia assolutamente necessario, oggi, affrontare quei percorsi di educazione al genere che, per tanti motivi, ci sembrano sempre più urgenti, in un’ottica complessa, perché i piani che si intersecano sono molteplici e le istanze appaiono spesso talmente complicate e, non di rado, contraddittorie, che una soluzione unica e lineare è altamente sconsigliabile perché implicherebbe indubbiamente omissioni gravi. Rifacendosi al pensiero del filosofo e sociologo Edgar Morin molti pedagogisti contemporanei sottolineano proprio l’importanza di pluralizzare il proprio sguardo, non limitandosi a un approccio esclusivamente improntato alla differenza di genere che, in ogni caso – è importante ribadirlo – rimane un tema ineludibile e ancora troppo poco battuto in ambito educativo, ma coniugando questa componente formativa fondamentale nell’ambito di sensibilità consapevoli che in gioco ci sono altre differenze estremamente potenti sul piano della formazione degli individui e delle loro relazioni.

Vorrei allora segnalare alcuni testi in cui si prende atto di questa complessificazione:

-Educare al genere. Riflessioni e strumenti per articolare la complessità, che propone percorsi di decostruzione e ricostruzione delle rappresentazioni sul genere in linea con le ultime acquisizioni teoriche.

- Donne migranti. Verso nuovi percorsi formativi (a cura di Cambi, Campani, Ulivieri)

- Migrazioni al femminile (monografico rivista “Inchiesta”)

- Fuori dal silenzio, a cura di Antonio Genovese, Federica Filippini e Federico Zannoni, in cui le questioni di genere sono state affrontate da ragazze/i evidenziandone il legame con le questioni generazionali.

[continua]

 

L’immagine è tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Summer_school_painting_class_2006_009.jpg

 

 

 

 

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“Educazione al genere”… chi era costei?

Appunti di educazione al genere /3.

La situazione disastrosa che l’Italia evidenzia rispetto alle discriminazioni di genere, puntualmente rilevata dal prezioso rapporto-ombra del Cedaw, ha ovviamente le sue ripercussioni e, insieme, le sue cause, nella sostanziale assenza di questo tema dai più importanti ambiti educativi. L’unico centro di ricerca italiano che congiunge genere ed educazione è il CSGE (Centro Studi sul Genere e l’Educazione), fondato dall’università di Bologna nel 2009. Nell’ambito della ricerca, infatti,  il legame tra genere ed educazione non è tematizzato a livello nazionale, come viene rilevato anche dalla Commissione Europea che immortala lo stato delle cose in termini lapidari: “In Italy gender inequality in education is not a question of concern”. Read the rest of this entry »

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Appunti di educazione al genere. 2. Attraversare il “focoso”

Scrive Silvia Leonelli, in un breve saggio che ho trovato molto interessante contenuto nella raccolta Femmine e maschi nei discorsi tra compagni di classe., che l’educazione di genere è l’insieme dei comportamenti, delle azioni e delle attenzioni messo in atto quotidianamente da chi ha responsabilità educative in merito al vissuto di genere, ai ruoli di genere e alle relazioni di genere di giovani e giovanissimi.  Nel momento in cui scarsa è in media la consapevolezza di chi ha responsablità educative in merito a questi temi è inevitabile che spesso l’educazione al genere corra il rischio di essere “mera pressione omologatrice alla tradizione”: di insinuarsi negli esempi, di passare nei giochi e nei giocattoli, nelle filastrocche e nelle fiabe, di strisciare attraverso attività ruolizzanti, mediante l’esposizione a esempi quotidiani che riproducono stereotipi segreganti o, in ognicaso, riduttivi, di trasparire dagli sguardi dei familiari degli adulti significativi o anche degli amici che valorizzano o respingono aspetti legati al maschile e al femminile, di parassitare i processi di osservazione e identificazione, di incunearsi nella storia infantile, adolescenziale, negli incontri, negli scontri, nelle relazioni: “ed è proprio nella nostra tradizione italiana che si nascondono le profonde asimmetrie di genere; lì si annidano gli atteggiamenti disconfermanti verso le bambine/ragazze/donne e il femminile, lì trovano una loro legittimazione simbolica le relazioni di dominio” (p. 46). Read the rest of this entry »

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 3

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Servidori
Associazione Hamelin

Il secondo intervento è quello dell’associazione Hamelin, rappresentata da Barbara Servidori.
Hamelin  è l’associazione culturale che a Bologna si occupa di promozione culturale con una  vocazione pedagogica e si rivolge a bambini, adolescenti e adulti  utilizzando la letteratura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema.
Hamelin elabora strategie di promozione della lettura per bambini e ragazzi, con un’attenzione particolare per l’età adolescenziale attraverso percorsi di lettura per classi elementari, medie e superiori, guide bibliografiche a tema, corsi di aggiornamento per bibliotecari, insegnanti di scuole medie e superiori.
L’universo del visivo, e soprattutto del fumetto e dell’illustrazione, è l’altro campo di azione privilegiata dell’Associazione che attraverso laboratori di fumetto per le scuole, incontri con ragazze e ragazzi, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, esposizioni per promuovere giovani artisti, si propone di educare piccoli e grandi ad “un certo sguardo”.
Hamelin è anche responsabile del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul, giunto alla sua quarta edizione.
In particolare, Barbara Servidori ha presentato l’ultimo numero della rivista “Questioni di genere” dell’Associazione Culturale Hamelin, che propone una serie di riflessioni e di proposte bibliografiche sul tema, nell’ambito dell’immaginario e della letteratura per ragazzi.
Nel suo intervento Barbara Servidori ha più volte sottolineato come dagli articoli pubblicati nell’ultimo numero della rivista, emerga come, nella produzione letteraria contemporanea per ragazzi, un’assoluta mancanza di modelli femminili complessi e diversificati, spiegando l’assenza di personaggi femminili avventurosi, coraggiosi, controcorrente che mettano in discussione il modello culturale imperante. Questo aspetto rappresenta una rottura con il recente passato in cui figure femminili variegate e articolate erano ancora presenti a lottare contro un appiattimento che oggi sembra ridurre i personaggi femminili narrati a soggetti livellati, la cui ossessione costante sembra essere solo l’attenzione all’abbigliamento, al gossip e all’omologazione, impedendo così di far emergere una qualsiasi forma di unicità nel personaggio rappresentato. Sembra, sottolinea Barbara Servidori, che sia il pubblico stesso a richiedere questo tipo di rappresentazione e che il mercato si adatti fornendo il prodotto richiesto. Si pone allora un interessante interrogativo, analizzato nell’articolo di Giordana Piccinini, su quale sia oggi lo statuto dell’autore che scrive storie per ragazze e ragazzi? L’autore deve andare nella direzione di ciò che il mercato gli richiede? La sua funzione è solo quella di rassicurare rafforzando i modelli imperanti del pubblico che lo legge?
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Frequenze di genere: continuano le puntate su genere ed educazione

Eccoci arrivate alla terza tappa del nostro percorso sul genere e l’educazione.

Nella puntata di venerdì 27 gennaio parlaremo di adolescenza insieme a Cinzia Albanesi del Csge.
Perchè l’adolescenza è un momento così complesso nella vita delle persone?
Come viene percepito il genere in questa fase così delicata?
Quanto contano la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari nella conferma o decostruzione di visioni stereotipate di ciò che ragazze e ragazzi devono essere e fare? Come il genere vincola i loro desideri?

Ritornerà inoltre la rubrica Cult a cura di Cinzia Farina che ha recensito per noi il film documentario di Alina Marazzi dal titolo “Vogliamo anche le Rose“. Ci accompagnerà la potente voce di una grande artista italiana: Giuni Russo

Vi ricordiamo che la seconda puntata del ciclo, in cui si  è parlato di genere ed educazione di bambine e bambini in età elementare, è disponibile ad essere scaricata qui.

Prima di salutarvi, rinnoviamo l’appello a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici a condividere con noi le riflessioni maturate nel corso di queste puntate dedicate all’educazione, a farci conoscere le vostre opinioni in merito, le vostre esperienze di bambine e bambini, a raccontarci come genitori o educatori/trici le buone pratiche che mettete in atto.
Ci piacerebbe concludere questo ciclo di puntate facendo sentire la vostra voce! Scriveteci al nostro indirizzo mail frequenzedigenere@gmail.com.

Non ci resta che darvi appuntamento, come ogni venerdì, dalle 13.30 alle 14 sulle frequenze di Radio Città Fujiko 103.1 FM.

Buon ascolto!

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Dentro la caverna

Dopo l’interessante discussione scaturita dalla pubblicazione del post di A., che è sfociata nell’articolata proposta di pontitibetani di dibattere il tema dell’educazione (che non è mai solo dei figli), stasera vede la luce un frammento di dolore. Sono parole spremute da un vuoto apparente quelle che Marina ha voluto condividere con noi, parole che s’incuneano nel vischioso sentimento della malinconia, bestia ancipite, capace di annullarci e di approfondirci, contaminandoci con la sua saggezza profonda. Apparente perché le parole stesse, anche se solo per un attimo, gli conferiscono una forma, provvidenziali illusioni da cui lanciare nuove esche verso quella vita a cui Marina non vuole rinunciare. Parole che arrivano da lontano. Read the rest of this entry »