There are three major facts that should be watched out for in all payday loans in the United States.
Xenical

donne Archive

0

Questa Cile di donna!

 

In Cile abbiamo rischiato di non arrivare. Sulle Ande continuava a nevicare e giù all’ostello di Mendoza, dove alloggiavamo, le notizie non erano buone: il tunnel del Cristo Redentor rimaneva chiuso. Un’eventualità che non avevo previsto neanche da lontano: e chi ci pensava all’inverno sudamericano, alla Cordigliera, al ghiaccio? Questo viaggio aveva preso forma così all’improvviso, luminosa nebulosa con pochi punti fissi, tante incognite… e dentro un invisibile magnete che da mesi, silenzioso e inesauribile, risucchiava laggiù la mia concentrazione. Read the rest of this entry »

0

flash mob contro la violenza maschile sulle donne

Le pietre della piazza mi bruciano i polpacci, non pensavo si scaldassero così tanto, intanto guardo le nuvole che si chiudono lentamente sul cielo velato dallo smog.
Ci siamo trovate poco più di mezz’ora fa, davanti alla casa delle donne, in tante.

Più di settanta persone. Ci hanno dato dei cartelli e ci siamo incamminate, chi lungo via Castiglione, chi per il portico del Pavaglione, passando vicino ai negozi dell’alta moda Bolognese.

A tutte hanno regalato degli sguardi straniti, una donna seduta ad un tavolino davanti al bar si è chinata verso il compagno e ci ha indicate leggendo sottovoce i nomi che abbiamo sul petto.

Il mio è quello di una donna di 82 anni, si chiamava Giovanna, Stefania invece indossa quello di una ragazza di poco più di trenta. Intorno a noi sfilano donne di ogni età.

Arriviamo in piazza del Nettuno dove qualcuno ci chiede che cosa stiamo facendo, poi partono le percussioni e entriamo.

La piazza è grande, nel week end si riempe dei ragazzi che chiacchierano davanti alla sala borsa e del pubblico di Beppe Maniglia, quando ci apriamo la riempiamo tutta e la cosa mi impressiona

Iniziano a chiamare i nomi, e piano piano ci sdraiamo a terra.

“Giovanna Sfoglietta, 82 anni uccisa dal marito” è il mio, mi stendo e le pietre iniziano a bruciare come il peso che ho sul petto.

“DAL PRIMO GENNAIO 2012 IN ITALIA SONO STATE UCCISE 67 DONNE DALLA VIOLENZA MASCHILE”

   

   

   

 

 

le foto sono di Cristina De Maria

0

22 giugno: Nessun(A) dorma, la notte bianca dei centri antiviolenza

Venerdì 22 giugno i centri antiviolenza apriranno le porte e accoglieranno gli uomini e le donne che vorranno visitare i luoghi dove si lavora a sostegno delle donne vittime di violenza. L’iniziativa è nata dall’associazione nazionale D.i.Re (donne in rete contro la violenza) e dei 60 centri antiviolenza aderenti che operano sul territorio italiano.

I centri che parteciperanno all’iniziativa, per questioni logistiche una trentina, resteranno aperti dalla sera fino alla notte, (ognuno ha scelto fasce orarie differenti) e molti hanno affiancato a questa iniziativa anche altre manifestazioni pubbliche.

Una notte bianca per testimoniare la volontà di esserci in un momento di tagli ai finanziamenti e alle convenzioni, o nonostante finanziamenti che non ci sono mai stati e che probabilmente non ci saranno mai; l’Onu la scorsa estate ha giudicato inadempiente l’Italia nelle politiche in materia di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne.

Le operatrici stringono i denti e vanno avanti con quella determinazione caparbia e ostinata delle donne, esperte millenarie di resistenza.

Quando non ci sono risorse economiche l’unica strada è l’autotassazione di tempo e di denaro. Si ritagliano ore e giorni della propria vita affettiva o lavorativa per ascoltare gli “indicibili racconti delle segrete stanze” come amava dire Carmine Ventimiglia nelle occasioni di scambio e confronto con i centri. Aiutare le donne a spezzare una relazione violenta è un percorso che in Italia ancora oggi, è irto di ostacoli fatti di pregiudizi culturali, disinformazione, smagliature volontarie o involontarie della politica e delle istituzioni, leggi e procedure ancora inefficaci.

Si sta lì mentre la violenza familiare aumenta insieme ai femminicidi e soprattutto mentre cresce ciò che la alimenta: l’impoverimento economico ma anche culturale, e all’interno di questi la disparità di potere nelle relazioni tra uomini e donne.

Esiste anche una violenza sociale fatta dalle dimissioni in bianco, dal precariato e dalla disoccupazione che colpisce tutti ma ancora di più le donne; la violenza sociale ha anche il volto del boicottaggio della legge 194 che con l’obiezione di coscienza sta rendendo impossibile l’interruzione volontaria della gravidanza e apre le porte all’aborto clandestino per cui si paga o si muore. La libertà di scegliere la maternità si nega con il licenziamento e con l’obiezione alla 194 che in Italia è ormai tra il 50 e il 70%. Schizofrenie su cui impattano le vite delle donne.

Violenza sociale sono le proposte di legge che vorrebbero imporre con la separazione, l’affido condiviso sempre e comunque, anche nei casi di maltrattamento, esponendo le donne vittime di violenza ad una continua e pericolosa relazione con i mariti o padri maltrattanti come sta avvenendo con i disegni di legge di modifica della legge 54/2006 in questi giorni. I nostri governi da una parte varano le leggi antistalking e dall’altra preparano leggi che espongono le vittime allo stalker: ancora schizofrenie di una politica oligofrenica.

Eppoi ci sono le donne ancora più ai margini: le donne straniere penalizzate nella denuncia contro la violenza familiare perché più povere, più isolate e penalizzate anche dalle leggi sull’immigrazione.

Lo spettro di una società che pensavamo di esserci lasciata alle spalle si fa sempre più consistente ed è ancora più minaccioso di un tempo con i suoi conati di fascismi ed integralismi che portano sempre come conseguenza anche la negazione della libertà e della dignità delle donne.

I centri resteranno aperti la notte bianca anche per questo: per testimoniare che ci sono e vanno avanti, nonostante le difficoltà, abitati dalla caparbia e ostinata determinazione delle donne, esperte millenarie di resistenza.

4

Quello che non ho: la parola delle donne!

Quello che non (ho) il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano sul valore educativo della parola taglia la parola delle donne.

Nel programma migrato dalla Rai su La 7, ieri sera sono interventuti Pierfrancesco Favino, Gad Lerner, Marco Travaglio, Pupi Avati, Paolo Rossi, Erri de Luca, Raphael Gualazzi….. un androceo, uno spazio di uomini fatte salve la partecipazioni di Liliam Azam Zanganeh e il ruolo del tutto marginale di Luciana Littizzetto ed Elisa, ospiti fisse ma con funzione di cornici o stacchetto.

Antichi e moderni androcei e lo spazio alle donne resta interdetto o ristretto quando va bene.

Noi italiane siamo abituate o dovrei dire educate ad essere figure marginali quando si tratta di assumere la parola, anche da quella agorà che è la televisione, luogo virtuale di rappresentazione della società , proiezione di modelli di relazione; la parola che educa, che fa riflettere, e che dona visioni sul mondo.

A Quello che (non) ho ieri sera, sono entrati in scena gli uomini, uno dopo l’altro a parlare di relazione con i figli, di guerra, di ingiustizie, di società, di morte e vita, di diritti, di lavoro, di Costituzione e libertà. Hanno parlato di mondo e della loro relazione col mondo. Hanno parlato anche di donne, hanno parlato per le donne. Ma le donne erano in minoranza imbarazzante.

Ancora una volta.

Alle donne tuttalpiù quando è concesso spazio di parola , come è accaduto anche ieri sera, è per parlare di sentimenti, di relazioni di amore o dei loro corpi.

Che la donna parli ma che sia per amore. Amore per l’uomo tutta più per i figli. Che parli d’amore e accolga, perché le parole d’amore di una donna sono anche un magnifico specchio donato al narcisismo maschile che in quelle parole d’ amore può sentirsi accolto e rimirarsi. E se poi una donna parla è per dire del suo corpo o dei corpi degli altri, in chiave comica o drammatica, ma resta lì nella prigione della parola corpo dove è stata confinata per millenni. Ed è in quello spazio che ci mettiamo anche da sole. Luciana Littizzetto per commentare la parola donna non è riuscita a fare a meno di far volare mutande, con quel salto finale grossolano a parlar di femminicidi, sbagliandone anche i numeri.

E così sia: nella agorà televisiva paesana, anche in quella di Quello che (non) ho , il mondo della donna è il suo corpo e tuttalpiù è su quello che può prendere parola. Non sul mondo.

Stasera ci sarà di nuovo la passerella di uomini che paiono essere così principi e artefici del ruolo educativo della parola. Stasera ci sarà nuovamente l’androceo, come se la parola sul mondo e la visione sul mondo debba sempre essere rappresentata come unicamente maschile.

Paese di maschi ammalati di narcisismo l’Italia, di narcisismo patologico maschile e di Eco in mutande.

Paese di disoccupazione femminile, dimissioni in bianco, Paese di festa di ‘mammà’ con maternità negate o che si vuole imporre al grido di ‘donne assassine’ con il sindaco in fascia tricolore che sfila accanto agli insulti alle donne sue elettrici, Paese di donne assenti nei luoghi della politica, Paese di tette e culi e fiche esposte in televisione o nei cartelloni pubblicitari, Paese di commesse con la spilla addosso dove c’è scritto ‘Averla è facile’, Paese in classifica nel Gender Gap dopo i Paesi del terzo mondo, Paese di femminicidi e di parola negata alle donne.

A Roberto Saviano chiederei: ma a che serve firmare appelli contro i femminicidi se poi non si lascia spazio alla parola e al pensiero delle donne?

E’ anche per questo che vengono ammazzate, non per loro corpi come si crede, ma perché è insopportabile la loro parola e il loro pensiero.

0

Femminicidi:l’associazione D.i.Re scrive a Napolitano

L’associazione nazionale D.i.Re in seguito ai femminicidi avvenuti dall’inizio dell’anno in Italia, ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano. Ecco il testo della lettera.

La violenza dei numeri, le responsabilità di tutti.

L’Associazione Nazionale Dire – Donne in rete contro la violenza fa  appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinchè la lotta alla violenza di genere diventi  una priorità della politica italiana.

La “lettera aperta” sarà recapitata nei prossimi giorni, mentre le sessanta Associazioni e Case delle Donne aderenti a Dire faranno lo stesso con le istituzioni locali in tutto il Paese.

 Dall’inizio dell’anno sono cinquantasei le donne uccise solo perché donne. Non si tratta di omicidi passionali o di raptus. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di una serie di episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica.

Noi li chiamiamo “femminicidi”.

L’Associazione Nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, a cui aderiscono 60 Centri Antiviolenza e Case delle Donne su tutto il territorio italiano, richiama le istituzioni ad un atto di responsabilità politica nei confronti del fenomeno della violenza maschile sulle donne nel nostro Paese e chiede ancora una volta che la lotta alla violenza sulle donne sia una priorità strategica nell’agenda politica italiana.

Il tema della violenza maschile sulle donne va affrontato secondo l’ottica della differenza di genere per superare la storica ma sempre attuale disparità di potere tra uomini e donne negli ambiti, politici, sociali, economici e culturali.

Si continua oggi ad assistere alla mercificazione del corpo della donna considerato oggetto di scambio, privo di libertà e di diritti. Comportamenti e linguaggio sessista minano la posizione sociale della donna e peggiorano la sua immagine, rendendola ancora più vulnerabile.

Anche le Nazioni Unite, attraverso il Comitato Cedaw, nel rapporto finale al Governo hanno evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono attitudini socio- culturali che condonano la violenza domestica” e hanno chiesto al governo italiano di assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata  protezione e la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale” infine, hanno espresso preoccupazione per l’immagine della donna in Italia quale oggetto sessuale.

E’ proprio negli stereotipi che trova terreno e spazio la violenza contro le donne.

A fine aprile del 2007 erano ventinove le donne uccise, oggi sono cinquantasei. Una cifra ancor più grave perché lascia fuori il dato del sommerso: donne che per mancanza di reti e progetti non riescono a ricevere alcun aiuto.

Sono quasi 14.000 le donne che ogni anno si rivolgono ai Centri Antiviolenza e alle Case aderenti a D.i.Re.

• Il 78% sono stati “nuovi casi”, il 71% di nazionalità italiana

• Gli autori di questi reati sono stati per il 64 % partner il 20% ex, 8%familiare, 6% conoscente, e solo il 2% estraneo.

Questo mentre secondo i dati Istat, quasi sette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (31,9%) ha subito nella vita almeno un tipo di violenza e tra queste quasi 700 mila avevano figli al momento del fatto.Questo particolare momento di crisi economica, sociale, politica e culturale coinvolge direttamente anche i centri che svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella lotta alla violenza contro le donne.

Non possiamo, però, accettare che ciò si traduca in un indebolimento dei diritti delle donne vittime di violenza.

D.i.Re, i Centri Antiviolenza e le Case delle Donne, che in oltre vent’anni di attività hanno supportato migliaia di donne, aiutandole ad uscire dalla violenza e a conquistare la libertà, chiedono perciò con forza alle istituzioni nazionali e a quelle locali di rafforzare e sostenere con ogni mezzo le politiche necessarie alla prevenzione e alla lotta della violenza contro le donne.

Rafforzare si traduce in:

• non tagliare i fondi, non chiudere i Centri antiviolenza o cosa ancora peggiore lasciare che queste realtà – in molte città unici luoghi di rifugio e aiuto per ledonne – vengano meno nel silenzio e nel disinteresse delle istituzioni.

• firmarela Convenzione Europeaper la prevenzione e la lotta alla violenzacontro le donne passaggio nodale del percorso di armonizzazione delle leggi,delle politiche e delle strategie di intervento, sottoscritta da numerosi paesieuropei con l’impegno di combattere la violenza di genere.

Solo così sarà possibile dare una risposta concreta all’orrore dei numeri, che ci raccontano una realtà dove la soppressione anche fisica della donna diventa mezzo abituale per chi non è in grado di affrontare la complessità della realtà

 

 

6

Quei corpi di donne

Matilde, Giovanna, Antonella, Tina sono le operaie tessili rimaste uccise nel crollo della palazzina a Barletta, dove lavoravano in nero  retribuite meno di quattro euro all’ora. Insieme a loro è morta anche Maria la figlia dei titolari del maglificio. Solo un’altra operaia è sopravvissuta. Lavoravano senza ferie, malattia, maternità: alcune erano  ragazze madri lasciate senza futuro nel Paese de “i figli so pezze e core”,dove  le politiche a sostegno della maternità sono una sceneggiata, anzi una buffonata. Un lavoro in un maglificio ricavato in un sottoscala e  fatto con gioia,  una piccola porzione di futuro schiacciata dal crollo. Un lavoro che probabilmente non concedeva nemmeno sabati per stare a casa con i figli o i familiari.

Donne che forse non avevano nemmeno immaginato di percorrere grandi rotte nella loro vita ed erano felici di navigare a vista grazie a quel lavoro in quel piccolo sottoscala. Un progetto di vita prima del crollo, e poi dopo il crollo,  nemmeno più una vita. I funerali si sono svolti ieri e ho pensato a quei corpi giovani composti nelle bare. Eppoi mi sono venuti in mente altri corpi.

Corpi sfruttati col lavoro nero e mal pagato, corpi di donne che sentendosi senza futuro vorrebbero abortire perché incinte e costrette all’iter sfinente di trovare un medico che pratichi aborti nelle strutture pubbliche perché i medici sono diventati quasi tutti obiettori, e lo Stato, quella parodia che ne è rimasta, non si preoccupa più di garantire l’applicazione della legge 194; ho pensato ai corpi delle donne incinte, sole e senza un lavoro o con il marito disoccupato che  scelgono di avere un figlio e quando si rivolgono ai servizi sociali per ricevere aiuto, si sentono dire che farebbero meglio ad abortire: il welfare è stato ridotto all’osso dai tagli del Governo; corpi di donne stanchi e pieni di amarezza che fanno lo slalom tra le follie di una società meschina quanto schizofrenica;  ho pensato ai corpi delle donne e al loro correre affannoso per conciliare lavoro e cura dei figli, con una scuola che rende loro il compito sempre più difficile, il tempo pieno è  una rarità come i posti all’asilo o al nido; ho pensato ai corpi delle donne ricattate sessualmente dai datori di lavoro, soprattutto se straniere, perché tanto “le donne sono tutte in vendita” e c’è sempre un aspirante “utilizzatore finale” che le ricatta col lavoro di cui hanno bisogno per vivere; e poi ho pensato ai corpi delle donne cassintegrate o licenziate perché sono donne, ai corpi di quelle privilegiate che si laureano a pieni voti e finiscono nei call center o restano bloccate da tetti di cristallo.

Sono corpi stanchi e pieni di amarezza e sono donne dimenticate. Dovremmo scendere in piazza in un milione per rivendicare che le donne non siano dimenticate da una società che le sta mettendo sempre più ai margini con insofferenza, e che nega loro dignità, riconoscimento o rispetto. Le politiche per le donne sono un relitto affidato al passato. Ma siamo troppo spesso preoccupate della rappresentazione dei corpi delle donne per ricordarci dei corpi stanchi e pieni di amarezza delle donne.