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Talco e cera, di Valentina Timpani

barbie_Continuano i racconti di Vale dall’Argentina.  Oggi di quando si è avventurata lei di persona in un “centro di produzione di principesse”. Preparatevi a soffrire.

“Quando sono arrivata a Buenos Aires, la strada più grande vicino casa mia è tanto lunga che mi perdo, sembra impossibile perdersi in una strada tutta dritta. L’unico riferimento dicevo, quando sono arrivata a Bs As, per non perdermi vicino casa, erano i negozi. In realtà lo sono ancora, anche ora che sento mia la strada oltre che la casa, il fatto è che ci sono solo negozi in queste tipiche strade infinite di periferia, voglio dire che non ci sono fontane, vicoletti, finestrelle, aiuole, terrazzini, parcheggi e spiazzaletti tra un negozio e l’altro. Quando sono arrivata allora ho iniziato a prestare più attenzione ai negozi, cosa che non avevo mai fatto in altre città. E mi son resa conto che nella strada infinita ci sono tantissimi centri estetici, e sono sempre pieni di donne, anzi, prima dei giorni di festa, quando io vado al supermercato “chino” a fare la spesa, davanti alla porta del centro estetico più vicino a casa, che si chiama PRINCESAS (gli argentini sono un po’ all’antica in certe cose, da noi si sarebbe chiamato  BEAUTY), c’è la fila che fuoriesce dalla sala d’aspetto e arriva alla strada. Una volta ci sono andata anch’io da PRINCESAS, quando le mie colleghe italiane mi dicevano ripetutamente che si poteva considerare poco intelligente non approfittare dell’offerta smodata e dei prezzi molto bassi dei centri estetici vivendo a Bs As.

La prima volta ci sono andata sola, la seconda ho accompagnato un’amica in viaggio in Sud America desiderosa di esperienze forti, mentre l’aspettavo cercavo dei peli sulle gambe delle signore in attesa, ma secondo me erano tutte lì per accompagnare un’amica, perché non ne avevano nemmeno uno.

La prima volta invece la signora Nilda mi ha spinto verso una cabina minuscola dove c’è un lettino bianco ed è andata via, allora io non sapevo bene che fare ed ho aspettato. Poi dopo un po’ una ragazza molto grassa mi ha salutato velocemente e mi ha chiesto di spogliarmi e stendermi, ovvio. Lei aveva in mano un secchio pieno di cera fumante con dentro un bastone lungo di legno. Mi ha cosparso di talco e in pochi secondi ha spalmato una mano di cera bollente su tutta la parte inferiore del mio corpo. Poi ha acceso il ventilatore (in quel momento mi sono accorta che c’era e ho capito perché) e girandosi di scatto come se io stessi per scapparle tra le mani, si è attaccata al lembo sporgente di cera dura e ha strappato in un unico gesto, con faccia rabbiosa, appoggiandomi le tette sulla pancia, e via tutto il bollentume ormai secco. Io urlo dentro e capisco rotondamente perché non mi sono mai piaciute le principesse. 

Quando sono andata via nessuno mi ha salutato, non so perché, ho pensato che fosse perché io mi rado con gilette e questo causa molto lavoro alle produttrici di principesse. O forse perché sono straniera.

Poi sempre le mie colleghe italiane mi dicevano che loro hanno iniziato a depilarsi con la definitiva e che a Bs As le donne eliminano tutto ciò che si può eliminare in ogni recondito angolo del corpo e che la sensazione dopo è meravigliosa.

A quando la genesi del piacere prodotto nello sbiancamento delle parti del corpo naturalmente nere?”

Valentina Timpani

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Un breve Sfogo sull’Ironia

Insomma basta!

Sono arcistufo di credere all’ironia dei messaggi pubblicitari.

Al messaggio che va interpretato e capito nel suo essere divertente e dissacrante, non ci credo io e non ci ha mai creduto nessuno.

La pubblicità quando rilancia la sua lettura del mondo lo fa con cognizione di causa, proprio perché plasmare il mondo e i desideri delle persone è il suo lavoro.

Quindi smettano i vari art director o copy writer di offendere la nostra intelligenza, nascondendosi dietro a queste pareti di carta velina.

Le stesse pareti che, puntualmente sollevano, i “creativi” della McCannan World Group, per giustificare l’ultima campagna Findus sui suoi piatti surgelati

Nelle immagini si ritorna di colpo a quello che ci piacerebbe fosse un immaginario anni sessanta fatto di madri cuoche, mariti silenziosi e figli che non si staccano da casa.

Lo si fa ribadendo una realtà fatta di stereotipi che sono assolutamente funzionali alla necessità di chi produce, che è a suo agio nel mondo che descrive attraverso il messaggio pubblicitario.

E in questo, c’è una ricerca di mercato, c’è una creazione di bisogni e un ribadire dei ruoli che assicurano delle categorie merceologiche, quello che sicuramente non c’è è l’ironia.

Forse dovremmo iniziare a mobilitarci anche su questo tipo di messaggi, il ritorno e il ribadire una realtà fatta di ruoli predefiniti e precostituiti è tanto svilente quanto il sessuale esplicito di tanta pubblicità, tanto più che proprio da un logica di prevaricazione sessuata i ruoli ribaditi hanno origine.

Chiediamo ad esempio che nel codice IAP vengano inserite norme che regolino l’utilizzo degli stereotipi in pubblicità.

Chiediamo semplicemente ai creativi di esserlo e di smettere di svolgere il ruolo di utili idioti.

di questa campagna ne parla anche Giovanna Cosenza nel suo Blog

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Diversamente donne

Milano, due zone diverse, due donne diverse. Inequivocabilmente straniere, o inequivocabilmente rom. O sono quello che, nelle definizioni mediatiche, si generalizza in rom.

La prima è giovanissima, l’ho vista per tutta la primavera pulire vetri, in stato di avanzata gravidanza, e accanto a lei un – altrettanto giovanissimo – marito. Azzardo? Avrà 18 anni, al massimo. La ragazza, che trovo faticoso definire donna, non solo tanto sembra giovane ma mi colpisce anche per una una grave malformazione ad un occhio: immagino che la renda ipovedente. Eppure non sembra faticare per questa limitazione fisica.                                                                                                          

A settembre la rivedo al solito semaforo, è di nuovo snella, credo sia nato il suo bimbo.

La seconda mi appare in questi giorni già un pò freschi, come una visione lontana, dopo una lunga sequenza di persone: un uomo molto vecchio, una donna anziana che intravedo e questa giovane donna. Tutti, più che vestiti, sembrano indossare stracci, l’uomo vecchio ha addirittura i piedi fasciati in brandelli di stoffa bianca e non indossa scarpe. Tutti chiedono la carità con un bicchiere di carta, lercio,  in mano. La giovane donna indossa un vestito lungo che le espone la gamba, fino alla coscia destra. Non capisco subito la stranezza e l’inconguenza dell’abito, poi ci arrivo: serve per mostrare la gamba paralizzata al ginocchio.

Sono turbata dallo spettacolo, una sovraesposizione di corporeità, di sofferenza quasi sfacciata, così dichiarata.

 

Quasi a dare risposta al mio turbamento arriva una trasmissione, alla radio che ascolto abitualmente, che snocciola i dati di una ricerca sui rom, fatta tra Milano e Roma, secondo la quale i membri più deboli e soggetti a violenza, intolleranza, maltrattamento sono: donne e bambini. E questo è quanto ho capito: le donne sono le vittime di plurime forme violenza a partire da quella intra-familiare, difficilmente accedono alla scolarità, e ancor più difficilmente superano quella della scuola primaria. Sono anche vittime di “maltrattamenti” per opera delle forze dell’ordine (durante gli arresti, gli sgomberi dei campi, etc); ma anche di una forma più sottile di maltrattamento o di un trattamento discriminatorio qualora accedano alle strutture sanitarie.  Non si può nemmeno aprire, per errore, la questione dell’acceso al mondo del lavoro, non vi accedono praticamente mai.

Si intende che i bambini sono allo stesso drammatico livello di trattamento, fatte le debite proporzioni, e con l’aggravante dell’essere piccoli e ancor più indifesi

.

Allora mi si impone una riflessione: la questione rom/sinti/nomadi è solitamente oggetto di interesse della amministrazioni comunali, che ne colgono la problematicità o la “fastidiosità” (più o meno espressa), poi è oggetto delle associazioni del terzo settore che tentano opera di promozione sociale, tutela, educazione; a volte della scuola. Per il resto sembra trattarsi di “innominabili” o intoccabili, se non per commentare il fenomeno degli sgomberi dai campi abusivi.

E’ pensabile che si possa invece nominare in più luoghi i diritti di queste “diversamente donne”, aggiungendosi alla serie di coloro che si trovano giocoforza o per volontà di mission sociale a trattare il problema? O meglio che il movimento delle donne, nel suo essere molteplice e sfaccetatto non possa farsi carico di questa altra diversità di genere?

Essere diversamente donne, o “meno” donne, o portatrici di diritti ridotti, solo perchè si è rom/sinti/nomadi e si vive in Italia, si è cittadine italiane (e molte donne rom lo sono) mi sembra inquietante. Così come mi sembra che lo svilimento delle donne (e dei minori) cominci proprio dove si lasciano esistere donne di serie b o c, bambini privati dai diritti, e uomini svuotati di dignità.

Le riflessioni sul “corpo delle donne” ci possono portare in molti luoghi, ma anche verso quei corpi che facendo il verso alle immagini patinate della tv, espongono come unica “arma” di ascolto la povertà, e che rendono a noi, come unica moneta di scambio o di “carità”, una riflessione su quei diritti fondativi mancanti.

Non ho trovato per ora un collegamento web sul progetto ma credo che questo sia il link che lo descrive : Osservatorio Nazionale Permanente per la tutela dei diritti fondamentali e il contrasto alla discriminazione delle comunità Rom e Sinti.

 Fonte |Adattamento di un articolo originale, già pubblicato sul blog Divergenti

Foto | OperaNomadiMilano

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Per moda? No grazie

Fracomina, fino a pochi giorni fa nemmeno sapevo che esistesse una marca con questo nome, vende abiti e vestiti, fa moda.

Ecco fa moda.

Ha lanciato una campagna di affissioni in grande stile e ci ha ricoperto le pareti di tutta Italia, con le sue Marie, Eve e Maddalene, e con i suoi slogan a metà tra la rivendicazione e la provocazione pure e semplice.

Tanto che è riuscita, cosa impensabile per molte alte marche che il copro della donna lo sviliscono senza problemi, ma che non toccano i nomi biblici, a farsi bandire dai muri di tante città, tra cui la capitale. Bandita perché blasfema. Ma il punto rimane quello che cosa fa la Fracomina?

 

Fa Moda.

 

E come la fa? Ecco alcuni degli slogan che si possono leggere nei suoi spazi:

 

“Sono Emma, ho tre figli e a lavoro comando io”

“Sono Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile”

 

e ancora:

 

“Sono Monica, lavoro in politica e non vado a letto con nessuno”

“Sono Chiara mi piacciono le donne non amo i motori”

Il tutto contestualizzato in un contenitore dal titolo “Woman Evolution Campaign

 

A prima vista sembra quasi una conquista, un passaggio di temi sociali in un media che di sociale non ha nulla, un passo avanti?

 

Non lo so, non credo.

 

Io ci leggo piuttosto un’appropriazione indebita di un contenuto, diretta al depotenziamento dello stesso, una scelta non so quanto consapevole di rendere commerciale qualche cosa che invece commerciale non solo non è, ma profondamente non vuole esserlo.

E’ un paradosso che ho visto spesso usato negli anni passati, un meccanismo che punta a smontare e assimilare qualsiasi voce che si alzi fuori dal coro.

 

Dal biologico alimentare, ad alcuni aspetti del movimento alter mondista, abbiamo assistito alla comparsa di strategie commerciali che li hanno prima cavalcati e poi separati dai loro concetti di base, per poi renderli innocui marchi e slogan.
Dal 13 febbraio, abbiamo assistito ad una esplosione di contenuti sul nuovo movimento femminile, che dagli scaffali più polverosi della librerie, ha visto i suoi titoli passare sui tavoli all’ingresso, magari accostati a qualche libro di cucina o al manuale per rigovernare meglio la casa.

E adesso li troviamo sui cartelloni per vendere dei prodotti.

 

Sia chiaro, non intendo dire che chi si esprime e chi alza la voce per condividere i suoi contenuti sbagli e assolutamente non penso che si dovrebbero mantenere tra una casta di elette/i.

 

Penso però che a questo tipo di assimilazione dei contenuti al calderone del general generico, vada risposto con un chiaro

 

No Grazie! Si cercano cambiamenti profondi e durevoli non mode.

 

Altri articoli sul tema:

Comunicazione di genere

Giornalettismo

 

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Offese al corpo

Sono reduce da una serie di discussioni davvero animate, avvenute su alcuni socialnetwork che seguo, successive all’uscita dell’intervista fatta da Conchita di Gregorio a Piero Marrazzo, (l’intervista la trovate qui). Ed essa se ne sono susseguite altre relative all’uso del corpo delle donne, sulla maternità surrogata (donne che affittano l’utero), sull’uso del velo per le donne islamiche e poi ancora sulla lunga serie di pubblicità che usano, offendono, sviliscono il corpo delle donne.

Così mi sono soffermata a pensare a quanto la parola corpo sia associata a donna, e quanto sia importante il corpo delle donne.

Eppure anche gli uomini riescono a farne un uso altrettanto disinvolto e discutibile; mi basta pensare ai corpi esplosi ed espansi degli atleti del body building, spesso stravolti dall’uso di steroidi, oppure gli uomini che praticano quella straordinaria forma di prostituzione “morale”,  pagata con briciole di potere o notorietà, ci si vende l’etica per una poltrona in regione o in comune. Ma una donna che usa il botox o si prostituisce è “peggiore”, viene esecrata e offesa per strada se si fa raccomandare dal politico di turno o se usa il corpo per ottenere favori.

Il corpo delle donne è importantissimo, per tutti, nel bene e nel male, e sembra diventare un principale oggetto di contesa, osservazione, fruizione.

Così le donne si ribellano, con una strenua lotta ricorrente, sempre più stringente, verso le pubblicità offensive. E non solo leggiamo della feroce critica alla chirurgia estetica, contemporanea alla difficoltà di comprendere il ruolo del velo per le donne islamiche, e poi penso anche alle critiche dirette alla maternità in età avanzata di Gianna Nannini (o alla complementare e sconfinata ammirazione), o ancora alle polemiche sugli uteri in affitto. Insomma comunque ci si muova, il perno attorno a cui tutto ruota è il corpo femminile.

Che resta eternamente sospeso nell’ambivalenza tra oggetto e soggetto.

Noi stesse non sembriamo essere in grado di smarcarci da questa ambivalenza, infatti il corpo è anche il più grosso “luogo” di potere del femminile: la maternità. E la rivendicazione di una certa sacralizzazione del corpo delle donne, da parte delle donne, forse afferisce proprio lì. Il corpo non può essere strumentalizzato, pagato, perchè è il luogo del potere femminile, e della procreazione. Non può essere offeso, o umiliato.

Gli uomini, che pure subiscono ingiurie e umiliazioni assimilabili, sembrano del tutto scevri da questi fastidi: usano il corpo e si fanno usare, prostituiscono la propria umanità con leggerezza che sarebbe quasi ironica, non fosse così grottesca. Sembrano indifferenti alla sacralizazzione dl corpo, tanto più che nessuno mai gliene chiede il conto.

Noi donne sembriamo incastrate nella doppia sacralizzazione del corpo, siamo noi per prime che proteggiamo il luogo di genesi del nostro potere sociale (non economico, non politico, non culturale, non scientifico), il potere che permette di partecipare al sociale, dando un contributo. Un altro corpo: i nostri figli.

Inoltre “qualcuno”, e da sempre, ci chiede di rendere conto di come usiamo quel “sacro”. O più banalmente stabilisce con chi/quando/come/dove possiamo avere rapporti sessuali, e di chi è il figlio che genereremo.

La domanda che ne discende è se possiamo uscire da questo vincolo? Possiamo rivendicare altre proprietà alternative al solo corpo? Possiamo sfuggire dalla rivendicazione del singolo corpo per rientrare nell’unitarietà complessa e ambivalente che ci compone, per chiedere molto di più? Il solo corpo non è uno specchietto per allodole? Faremo togliere il cartellone della modella che in mutanda maschile ci guarda dall’alto, ma non avremo altro da questo?

Lasciatemi questo dubbio.

 

Immagine tratta da All Pictures

 

Il corpo, ricordo, infine non è. Sono.

E vorrei concludere con una frase di E. Mounier:

Il mio corpo è più del mio corpo. Io non ho un corpo, io sono un corpo.

 

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La trasmissione “Cambio vita – Mi trasformo” . La chirurgia estetica cambia davvero la vita?

Cambio vita: programma tv

Quando il Digitale terrestre regala nuove prospettive,  ovvero considerazioni sulla trasmissione “Cambio vita – Mi trasformo” in onda sul Cielo TV canale 26

Qualche sera fa, in cerca di un canale che mi offrisse un po’ di conciliazione al sonno, mi sono imbattuta in una trasmissione che il sonno me lo ha fatto passare.

Si tratta di un programma sulla chirurgia estetica dal promettente titolo: Cambio vita-mi trasformo, in onda su Cielo TV canale 26.

La trama

Un’avvenente Natasha Stefanenko presenta la persona che ha deciso di cambiare vita (in verità di cambiare aspetto) ricorrendo alla chirurgia estetica. La persona – una donna- lamenta problemi relazionali, di fiducia in se stessa, di incomprensioni con il partner, adducendo come unica motivazione un problema di ordine estetico. Seno troppo piccolo, fianchi troppo larghi. La donna viene mostrata nuda, con un accappatoio aperto che svela in effetti la “gravità del problema”, un’impietosa inquadratura si sofferma sul seno e poi sui glutei, oltrepassando la linea ormai sottile fra il buon gusto e il pudore.

Gli esperti

Poco dopo entrano in scena due personaggi cruciali: il chirurgo estetico che dovrà risolvere il problema e la psicologa che accompagnerà la paziente nel percorso di cambiamento.

Il chirurgo falsamente ammiccante e affabile incontra allora la signora e con una semplificazione che ha dell’incredibile analizza la situazione ridisegnando con un bel pennarello rosso le linee che intende modificare direttamente sulla pelle della signora, completamente rapita dalle promesse miracolose di un seno turgido e un fianco snello. Poi di corsa a fare due esamini di controllo, tanto per verificare lo stato di salute della paziente prima di procedere con la fase due, il colloquio con la psicologa. La professionista della psiche, rassicurante anche lei, riceve la signora, le chiede due cosine della sua vita, e di fare un disegnino che la rappresenti sotto la pioggia. La paziente disegna con impegno una figurina infantile sotto due gocce di pioggia ed ecco che il profilo psicologico della paziente è tracciato: non avendo disegnato un ombrello, la signora non affronta con consapevolezza le difficoltà della vita e tende a soffocare la rabbia. La soluzione è non reprimere, ma buttare fuori le emozioni. Semplice no?

Ecco fatto. La paziente è pronta, idonea, preparata per affrontare tutto quello che verrà dopo.

Comprendo che i tempi televisivi non permettano approfondimenti medici e psicologici più realistici ma qui la sensazione che si ha è veramente la semplificazione, la banalizzazione, lo svuotamento di ogni senso rispetto a quello che lo spettatore vedrà nella seconda parte del programma.

L’intervento

Si entra nel vivo, sarebbe meglio dire nella carne viva, sì perché è il momento dell’intervento. Nudo e crudo. Viene ripreso l’ingresso nella clinica privata, la stanza nella quale la paziente entra con lo stesso spirito di chi entra in una stanza di hotel per fare un soggiorno in una spa, poi la discesa in barella verso il blocco operatorio, mezza rintontita dall’anestesia. Il chirurgo arriva in moto, disinvolto e autorevole incontra la sua equipe, uno staff di giovani medici (tutti uomini) che andranno ad operare di lì a poco. Breve brifing di staff: tagliamo qui, riempiamo là, aspiriamo qui, tiriamo su là. Tutti sanno quello che devono fare, il clima è amicale, il chirurgo fa battute (che non fanno ridere nessuno) la paziente ormai è andata sotto i colpi dell’anestesia. E’ pallida, ha l’aspetto provato nonostante sia truccata come per uscire il sabato sera, sdraiata lì sotto una coperta di alluminio dorato, in attesa dell’intervento, sembra proprio una malata come tante che attendono inermi di subire un grosso intervento.

La fase che segue è a dir poco allucinante: bisturi che incidono, sangue che fuoriesce, grasso aspirato, protesi infilate insomma roba da far impallidire Dario Argento e soprattutto da far dimenticare che lì sotto ai ferri c’è un essere umano, e non un trancio di manzo.

Ovviamente l’intervento è riuscitissimo, tutti si complimentano con tutti, sì certo ci vorranno una quindicina di giorni affinchè la paziente si riprenda, ma ci sono gli antidolorifici e poi infondo dopo ci sarà la realizzazione di un sogno: due seni 3° C e due fianchi da vent’enne!

La discesa sul Red Carpet

Per il gran finale la signora nuova di trinca (in realtà non si direbbe, ma tutto sembra fatto per farci credere che sia irriconoscibilmente bella) viene ricevuta dall’affettuosissima e maledettamente bella Natasha Stefanenko, che la veste, la trucca, la pettina per poi farle scendere la gradinata di una bella villa Palladiana dove i suoi cari commossi e ammirati la aspettano per festeggiarne la nuova bellezza.

Ecco, la tristezza di vedere l’incerta discesa della signora, agghindata e riconfezionata mi ha convinta a scrivere queste pagine.

Qualche considerazione sui contenuti e sui messaggi veicolati (pericolosamente) da questo programma:

I sogni son desideri….

Partiamo dal titolo: Cambio vita, mi trasformo.

Come se cambiare vita significasse cambiare aspetto. Come se la trasformazione fosse esteriore e non interiore. La parola che ricorre con maggiore insistenza durante tutta la trasmissione è: SOGNO. La paziente vuole realizzare un sogno, finalmente sta per avverarsi il sogno. Già questo è agghiacciante. Tutto il programma ruota attorno alla convinzione che la risoluzione di ogni problema, l’appagamento di ogni desiderio, trovi la sua soluzione nella chirurgia estetica.

Il superficialissimo tentativo di infilare nella trasmissione la parentesi della consulente psicologica, non solo banalizza ancora di più l’idea che i problemi, le difficoltà abbiano a che fare con altro che non sia esclusivamente il nostro aspetto esteriore, ma rafforza l’idea che raddrizzando un naso o aumentando la taglia di un seno la psiche, appagata, seguirà e starà meglio e che anche le relazioni con gli altri con quel ritocco beneficeranno di nuova linfa vitale. Il marito ritroverà il desiderio sessuale, la complicità dei giovani amanti i cui corpi si cercano viene mostrata a testimonianza del fatto, che in fin dei conti, un po’ di sofferenza valeva bene la posta in gioco. Anche i figli della paziente sostengono la scelta della madre e con sguardo ammirato e affettuoso, smettono di essere figli e diventano spettatori complici. Sembrano non aver capito che mamma va a farsi rifare il seno perché li ha allattati o la pancia perché le gravidanze la hanno deformata al punto che non si sente più donna.

Cliniche private

Una cosa che appare subito chiara è che la trasmissione paga le spese dell’intervento di chirurgia estetica. Il tutto senza mai parlare di prezzi, di costi, di spese. Il pacchetto completo viene erogato con generosità, senza badare a spese.

Cosa viene chiesto però in cambio alla protagonista della puntata? Le viene chiesto di esporsi nuda, di esibire il proprio corpo imperfetto davanti alle telecamere, agli occhi curiosi degli spettatori. Le viene richiesto di essere seguita dalle telecamere in ogni istante dell’intervento. Dalla preparazione all’operazione, dalla degenza alla rinascita. Appare evidente dai brevi scorci di vita privata della paziente che quel tipo di intervento in tutta probabilità non avrebbe potuto permetterselo.

Non si tratta di ricche signore dell’alta società che vanno a rifarsi ogni tre per due, ma di persone di ceto medio-basso per le quali interventi di questo tipo solitamente rappresentano spese eccessivamente elevate rispetto al budget dell’intera famiglia. Ecco l’inganno confezionato ad arte, ecco il ricatto del capitalismo che usa ancora una volta coloro che non avrebbero normalmente accesso a questo tipo di “servizio” per generare altri introiti, mascherando il tutto in beneficienza mediatica. La clinica privata, dove tutto è tecnologicamente avanzato stride con le immagini degli ospedali pubblici a cui normalmente i pazienti hanno accesso, la benevolenza e finta simpatia del chirurgo mal nascondono la distanza sociale incolmabile fra quel medico e quel paziente, la villa Palladiana affittata per il gran finale stona talmente tanto con i luoghi al quale la protagonista è abituata da creare un totale straniamento, spaesamento.

La donna catapultata in un mondo non suo è diventata così manipolabile, docile, remissiva da obbedire perfettamente allo script televisivo previsto per lei dalla produzione. Non si lamenterà mai del dolore, delle ferite, dei tagli, dei punti, ma sarà grata ai suoi benefattori e non smetterà di ringraziare coloro che hanno realizzato il suo SOGNO.

L’umiliazione

Siamo ormai abituati alla tecnica televisiva che consiste ad umiliare i concorrenti in ogni forma e misura. Gli esempi non mancano a testimoniare il fatto che la tecnica ormai consolidata dell’umiliazione, dell’esposizione impietosa delle debolezze, dei difetti, delle fragilità funziona e fa alzare lo share. Questa trasmissione però supera un limite: quello del corpo, o meglio, della carne del corpo. La paziente viene mostrata su uno sfondo bianco in accappatoio e mutande. Ogni difetto o imperfezione viene rivelata della telecamera che si sofferma. Durante l’intervento poi la carne viene tagliata, sezionata, il tutto mentre ovviamente la paziente è incosciente, sotto l’effetto dell’anestesia.

La parte post operatoria è altrettanto fastidiosa nel mostrare drenaggi, cateteri, punti di sutura. E’ il picco della disumanizzazione. Il punto in cui il corpo smette di essere umano e diventa puro oggetto di speculazione, di morbosa curiosità. A rafforzare l’impressione che tutta questa macelleria non ha nessun un intento medico/scientifico, ma che fa parte dell’inganno televisivo, il fatto che la sofferenza fisica, del tutto evidente vista l’invasività delle tecniche operatorie praticate, venga completamente eliminata nella sapiente narrazione dell’intera puntata.

A dimostrare la disonestà del programma, nessuno mai parla dei rischi che gli interventi comportano, che i decorsi post operatori siano lunghi e dolorosi, e mai viene fatta menzione delle possibili complicazioni e limitazioni che la chirurgia estetica potrebbe comportare. Il gran finale poi in tutta la sua crudeltà mostrerà ancora una volta la bellissima conduttrice, perfetta, algida, probabilmente non ritoccata ma bella di suo che giubila affettuosa come una sorella alla vista della paziente che con un finto stupore non smette di ripeterle: sei bellissima, sei bellissima, sei bellissima!

Poco importano ormai l’umiliazione, la sofferenza fisica, la disumanizzazione…del resto si sa…un vecchio detto diceva: se tu bella vuoi apparire….un “poco” devi soffrire.

 

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“Diversità come stimolo e valore” – Intervista a Simona Coppola

L’altra sera, durante un incontro che abbiamo fatto con le altre socie fondatrici per riprendere immediatamente i fili del nostro progetto al ritorno dalle ferie, è stato citato anche L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, uno dei miei romanzi preferiti.

Per me L’arte della gioia è la storia di una donna che sa ascoltare la sua voce più profonda, al di là delle proiezioni imposte dalla società per cui tante volte ci ritroviamo ingabbiate dentro a modi di fare, di vivere, addirittura di essere, preconfezionati, che spesso nemmeno ci accorgiamo che non ci appartengono, una donna che sa lottare per realizzarsi nella sua autenticità più profonda, che sa pagare il prezzo di questa sua volontà indomabile e assaporare la ricchezza di una vita che, soltanto grazie a questo scarto, mai gratuito, delle convenzioni, si è fatta vita piena e degna di questo nome.

La vita di Simona è completamente diversa da quella di Modesta, la protagonista del romanzo, ma in lei ho avvertito la stessa persuasione e la stessa energia, quella consapevolezza assodata che ognuno è pioniere della propria esistenza e che i modelli, quando esistono, hanno un valore puramente orientativo, perché nessuno è un duplicato e chi lo diventa non sta veramente vivendo.

Simona ci ha contattate per raccontarci la sua storia e, in particolare, quella parte della sua storia in cui ha dovuto investire tutta la sua forza e in cui si è sentita più sola, senza punti di riferimento: la sua scelta di diventare madre nonostante sia affetta da sclerosi multipla.

La tua storia, Simona, ci ha colpito proprio per la determinazione che hai dimostrato nel percorrere una strada poco battuta, andando contro i pregiudizi e adoperandoti con tutta la forza di volontà perché il tuo desiderio di diventare madre si avverasse, consapevole che non si trattava di un capriccio, né di una scelta egoista, come qualcuno ha provato a farti credere, ma del modo più autentico per avvicinarti a quello che sei veramente. Quali sono gli ostacoli più grandi che hai incontrato in questo tuo percorso verso la maternità e quali, invece, gli elementi determinanti nel non farti mollare?

Tra i principali ostacoli metto senz’ombra di dubbio la totale mancanza di empatia da parte del neurologo che a suo tempo mi seguiva; mentre la vicinanza dei miei genitori, soprattutto quella di mia madre – una presenza costante sia fisica che morale – è stato l’apporto fondamentale durante tutta la mia gravidanza.

Nel tuo blog, Leucosia, scrivi che all’inizio, quando sei rimasta incinta, hai cercato in rete esperienze simili alla tua ma non hai trovato praticamente nulla e questo ti ha fatto sentire molto sola. Il tuo blog nasce anche dalla necessità di cominciare a colmare questa lacuna? Di cosa parli soprattutto nei tuoi post? Come immagini il tuo lettore o la tua lettrice-tipo?

Leucosia in realtà è nato cinque anni fa, quindi molto tempo prima che scoprissi di essere incinta. Ed è un blog a metà strada tra il diario on line ed un taccuino sul quale annotare i fatti quotidiani, legati non solo alla malattia, ma anche alle mie tante passioni come ad esempio l’archeologia e lo scrivere racconti. E siccome nel blog racconto di me, è stato naturale raccontare soprattutto della mia maternità, in modo da viverla anche attraverso le parole, nella speranza che queste raggiungessero più persone possibili, magari donne che con la mia stessa patologia abbiano in futuro intenzione di diventare madri. Ed in fin dei conti, quando scrivo, immagino proprio loro dall’altra parte del monitor…

So che hai un altro progetto mirato alla creazione di una comunità virtuale di mamme malate di sclerosi multipla, un progetto che, scrivi, “ruota per forza di cose intorno a una versione “altra”, non stereotipata della maternità”. Ce ne vuoi parlare?

Certamente! Si tratta di un gruppo sul social net di Facebook, che conta circa un centinaio di membri, il cui scopo è quello di dare e ricevere consigli sulla maternità in generale ed in particolare su come affrontare e risolvere serenamente i numerosi interrogativi sul decorso della malattia o sui farmaci da assumere, senza dimenticare di curare il lato emotivo del rapporto genitori-figli-famiglia.

Quali sono i consigli che daresti a chi decide di fare una scelta come la tua?

Innanzitutto farsi seguire passo dopo passo dall’equipe medica, creando un solido dialogo tra ginecologo e neurologo; in secondo luogo, organizzare e gestire gli spazi della vita domestica, tenendo conto della possibilità di avere bisogno in futuro di una mano esterna al nucleo familiare, per superare le possibili ricadute da post partum.

Che cosa soprattutto credi che la gente, di solito, non capisca davanti alla decisione di fare un bambino, pur essendo diversamente abili?

Spesso, di fronte a donne che, come me, sono portatrici di una disabilità più o meno accentuata, le persone cadono nel pregiudizio, ritenendole simili ad alberi senza frutto , incapaci quindi di metter su famiglia. Invece noi diversamente abili abbiamo gli stessi desideri ed ambizioni delle persone normodotate, per raggiungere i quali dobbiamo scavalcare ostacoli di dimensioni maggiori, a partire dai luoghi comuni che tristemente ci ingabbiano in uno squallido stereotipo.

Parliamo ora più specificamente della tua malattia, la sclerosi multipla, di cui molti sanno poco e niente. Studi recenti, condotti dall’équipe del professor Paolo Zamboni, dell’Università di Ferrara, stanno producendo risultati decisamente rincuoranti per molti malati: stanno sperimentando un’operazione per l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale (CCSVI), una patologia che si è dimostrato essere, in moltissimi casi, strettamente connessa alla SM. Ci puoi raccontare di cosa si tratta e che cosa significhi per te e per i malati di SM questa nuova possibilità?

Circa dieci anni fa il prof. Zamboni, avendo la moglie colpita da sclerosi multipla, avviò un’intensa attività di ricerca, riscontrando nei pazienti affetti da sm accumuli di ferro anomali nelle vene che conducono il sangue al cervello. Usando un doppler ad ultrasuoni ha poi scoperto che i depositi di ferro che scatenano le tipiche infiammazioni della malattia sono la conseguenza di un restringimento delle vene stesse, malformazioni che non consentono al sangue di fluire normalmente all’interno del cervello. Tale disordine da lui scoperto è stato denominato CCSVI, ovvero Insufficienza Venosa Cronica Cerebrospinale. Subito dopo si è scoperto che alla gravità dei blocchi delle vene in questione corrispondeva la gravità dei sintomi del paziente. I pazienti con una sola vena bloccata di solito hanno forme più lievi della malattia, mentre quelli con due o più vene danneggiate presentano una malattia più grave. Zamboni ha individuato blocchi non soltanto nelle vene del collo che si trovano direttamente sotto il cervello – le vene giugulari – ma anche in una vena centrale di drenaggio, la vena azygos. E semplicemente grazie ad un intervento di angioplastica, dilatando cioè le vene del collo interessate dalle stenosi, è stato possibile riscontrare nei pazienti operati un evidente miglioramento della loro qualità di vita, associata ad una notevole riduzione delle cosiddette poussé, le ricadute della sm, gli attacchi della malattia.

In Italia però non è ancora possibile, per tutti, operarsi. In particolare, è di qualche settimana fa la notizia che, nella tua regione, la Campania, un comitato etico si è opposto alla possibilità di sperimentare questa operazione. Come hai reagito davanti a questa notizia e cosa vorresti dire a chi infrappone questo ulteriore ostacolo tra te e la possibilità di “liberarti” del tuo male?

Sinceramente sono rimasta molto delusa ed amareggiata dall’ostruzionismo e dallo scetticismo che sinora ha manifestato la classe medica nei confronti della scoperta di Zamboni e a dire il vero, la tentazione di andare all’estero per poter essere operata è molto forte. A coloro che attualmente non consentono a me e a tanti altri malati italiani di accedere alle cure appropriate al nostro male, chiedo soltanto di avere un briciolo di cuore e di correttezza professionale, rammentando loro il giuramento di Ippocrate, e di riconsiderate le loro scelte in merito.

Veniamo a un’altra passione: l’archeologia. Ti sei laureata con una tesi sui percorsi archeologici per diversamente abili e collabori con una rivista di turismo che si chiama Diversamente agibile. Come ti sei avvicinata all’archeologia?

L’archeologia mi ha appassionata sin da piccola, ed è stata una passione scatenata ed assecondata grazie anche al luogo in cui sono nata – Napoli, città dalle millenarie stratificazioni. E’ stato quindi più che naturale per me intraprendere questo genere di percorso dapprima di studi, e poi lavorativo.

Qual è la situazione, mediamente, in Italia, per i diversamente abili che vogliano visitare monumenti e luoghi d’interesse artistico?

Sebbene musei ed aree archeologiche si stiano dotando di percorsi ed esposizioni che rispettino gli standard museali universalmente noti ed accettati, siamo ancora abbastanza lontani dal raggiungimento di un adeguato livello di fruibilità consono ad un pubblico disabile nel nostro Paese.

Un’ultima domanda. Come sei venuta a conoscenza del nostro gruppo e in cosa, in particolare, ti riconosci all’interno di questa nostra iniziativa?

Navigando in rete sono capitata per puro caso sul sito di “Donne Pensanti”, spulciando tra i link del blog di Panzallaria. Leggendo dell’iniziativa intrapresa sull’abuso del corpo femminile nei media italiani ed i vari articoli scritti su personalità autentiche del mondo femminile, ne sono rimasta colpita al punto tale da voler partecipare in maniera tangibile al vostro gruppo, innanzitutto raccontando la mia testimonianza di donna e di madre, contribuendo nella volontà di creare una nuova visione della nostra società, una società in cui l’essere diversi sia per tutti uno stimolo ed un valore.

 

 

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Le mie avventure all’acquagym

Isabela Figueiredo ha scritto uno dei romanzi più coraggiosi che ho letto  sulla fine del colonialismo portoghese che è, insieme, un tributo di amore per suo padre e un’affermazione della sua identità.

Ha un blog, Novo Mundo, e quando le ho chiesto di tradurre un suo post che mi è piaciuto molto, un post che ha a che fare con le donne e la corporeità, ha detto subito di sì.

Da questo scritto traspare il suo sguardo caldo e affettuoso, la sua profondità che non rinuncia a far sorridere.

Grazie Isabela. Read the rest of this entry »

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E così è passato un anno

Simona è certamente uno di quegli incontri impagabili che questa esperienza del blog di Donne Pensanti mi sta regalando. In questo spazio in bilico che è il mio oggi, tra un passato che ho amato ma in cui non mi riconosco più del tutto e un futuro verso cui devo scegliere come incamminarmi, il suo racconto, che è la voce di uno sguardo delicato e denso sul mondo, mi sta dando delle chiavi di lettura preziose. Simona ci racconta del primo anno con il suo bambino, che ha deciso di avere nonostante tanti la sconsigliassero,  perché Simona ha la sclerosi multipla, SM, Sua Maestà, come la chiama lei con quell’ironia che sanno avere le persone sensibili e forti. Ci racconta di quanta fatica e quanta gioia possa portare il coraggio di scegliere strade poco o per niente battute, quando sentiamo che sono le uniche per noi, le uniche in cui ci sappiamo davvero riconoscere. Simona ha un blog, molto bello, che consiglio di leggere a tutti coloro che amano assaporare la vita con lentezza e profondità, a chi crede che nei particolari spesso stia il succo della vita, e la sua bellezza più segreta. Un blog che si chiama Leucosia. Read the rest of this entry »

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Una femminista qualunque

Nel tran tran è finita che pubblico questa riflessione a quasi due mesi dall’8marzo, occasione che l’ha stimolata. Ma quel che Marika dice non perde nulla del suo valore.

Personalmente, provo molta rabbia. Siamo nel duemiladieci e le questioni di genere hanno subito un forte arretramento da circa 15 anni in qua. Anzi no, da prima. Read the rest of this entry »