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Racconto dell’ACQUA: l’Escuelita fluvial di Buenos Aires

[continua]

OLYMPUS DIGITAL CAMERALo scorso Ferragosto, mentre navigavamo sulla lancha colectiva verso l’Escuelita Caraguatá – finalmente! – era come se tutte le cose fossero andate al loro posto, in un’istantanea di perfezione: l’attesa pronta a sciogliersi, la luce densa della mite umidità invernale, l’esattezza noncurante dei gesti del timoniere e del ragazzo dai tratti indigeni che aiutava i passeggeri a salire e scendere dalla piccola imbarcazione che ci stava conducendo laggiù.

 

La geografia è indissolubilmente storia da queste parti, lo si capisce bene leggendo la vissuta presentazione nel sito, dove si racconta che la famiglia dell’Escuelita è nata nel 2007, quando all’interno del delta del Paraná, poco fuori Buenos Aires, più esattamente nell’Arroyo Caraguatá, è stato riscoperto un edificio in stile indo-inglese del 1910, che fino agli anni Settanta aveva ospitato una scuola pubblica, poi abbandonata e lasciata andare in rovina. Dopo una serie di lavori di ristrutturazione alla casa, si è cominciato a coltivare un orto biologico e a raccogliere volumi in quella che è poi diventata la luminosa biblioteca popolare, all’interno del centro culturale comunitario.

Oggi l’Escuelita è una variegata comunità. Laboratori, merende, prove di giovani musicisti, registrazioni di gruppi affermati, feste, ritrovi: un confluire variopinto di vite, le cui traiettorie fantasiosamente si incrociano in mezzo alla natura e ai sorrisi, che all’escuelita sembrano riprodursi esponenzialmente, accantonando, anche se solo per un attimo, fatiche e preoccupazioni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ambiente del delta, lungo 320 chilometri, è unico e sfuggente. Qui le acque del Paraná si incontrano con quelle del Rio de la Plata, mescolando i rispettivi sedimenti, su cui cominciano a crescere i giunchi e, a volte, s’incagliano ostacoli che rimangono sul fondo per anni: dragare l’affluente è una spesa poco urgente nella lista dell’amministrazione locale, anche perché l’Arroyo si trova un po’ scostato rispetto alla zona più turistica. Le maree e la nebbia, che in certi periodi rende la navigazione poco sicura, fanno sì che l’escuelita non sempre sia raggiungibile.

Gli aborigeni di questo territorio si chiamavano Chaná ma sono stati sterminati. La zona è stata ripopolata con immigrati europei e, più tardi, ha visto arrivare famiglie di umili origini, soprattutto uruguayane. Molti occuparono proprietà abbandonate. Negli ultimi decenni, la bellezza del posto ha attratto molti villeggianti, soprattutto da Buenos Aires, che vi hanno collocato la loro seconda casa per i fine settimana fuori città. All’escuelita si ritrovano bimbi, ragazzi e adulti del luogo o che arrivano da Tigre, l’ultima cittadina sul continente, prima del fiume, o dalla capitale. Si fanno laboratori bellissimi: si costruiscono burattini che diventano i protagonisti di fiabe animate, si suona, si fa l’orto. Ognuno va portando quel che è, per condividere e scambiare il suo con altri saperi. L’Escuelita è attualmente frequentata da circa 400 persone, fra cui 80 bambini e adolescenti, molti dei quali discendenti da quegli índios che in Argentina sono ancora gravemente stigmatizzati.

Eppure sono proprio loro (toba, quechua e guaranì) che, attraverso dimostrazioni pacifiche e cerimonie propiziatorie, si stanno battendo affinché nel Delta una certa zona non troppo distante dall’Escuelita, detta Punta Querandí, venga riconosciuta come luogo di interesse culturale e sito archeologico e perché non venga completamente snaturata dalla febbre immobiliare . Le parole di uno dei protagonisti di questa battaglia pacifica ci rimandano a una consapevolezza profonda, che è la stessa a cui mi riferivo nella mia introduzione, qualche giorno fa: “Ciò che stiamo facendo non è per noi stessi. La ragione sono i bambini, ai quali chiediamo perdono per quello che gli stiamo lasciando. I governi sono responsabili però anche noi lo siamo. È per questo che insegniamo ai nostri bimbi che una pannocchia di granturco vale più di un anello d’oro, perché col mais possiamo riprodurre la vita mentre l’anello non possiamo mangiarlo […] vogliamo recuperare il paradigma che ci hanno fatto perdere che è quello di fare tutto in forma comunitaria. Noi non siamo violenti, non siamo venuti a distruggere nulla”. Alcune insegnanti portano qui le loro classi in visita d’istruzione – un vero e proprio cimitero archeologico con punte di lancia e oggetti della quotidianità di popolazioni cancellate dalla violenza cieca degli invasori europei – per contribuire a “decolonizzare la storia”, dice una di loro , perché è necessario un lavoro di rivalutazione delle origini indigene, troppo a lungo rimosse con vergogna dall’identità nazionale argentina: la parola “índios” è troppo spesso usata con connotazioni dispregiative, la loro cultura eliminata dai curriculum scolastici e dai libri di testo. L’Argentina ufficiale che, da secoli, si ritiene ed è ritenuta il baluardo della civiltà europea nel continente sudamericano, pare non voler rispecchiarsi nelle proprie radici autoctone: una tematica particolarmente urgente in questi giorni in cui il paese comincia già a risentire negativamente dell’elezione di Mauricio Macri, conservatore liberista, elezione che contribuisce a ribadire l’identità del continente sudamericano come “cortile di casa delle grandi corporazioni che detengono il potere […] anche politico”, come affermava pochi giorni fa lo scrittore cileno Luís Sepúlveda, riprendendo l’immagine del “cortile di casa”, che è il modo in cui, sprezzantemente, gli Stati Uniti trattano il Sudamerica ormai da due secoli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAscoltare certe sensibilità in contatto più immediato con l’ambiente naturale non significa ovviamente scadere in certa datata retorica del buon selvaggio o prospettare come idilliache realtà che presentano difficoltà ed elementi contraddittori (chiunque s’impegni attivamente in progetti comunitari conosce bene i dubbi, i momenti di sconforto, le difficoltà che nascono talora non solo all’esterno, le contraddizioni su cui ci si interroga, certi nervosi per l’impressione di “lottare contro i mulini a vento”) ma significa piuttosto procedere nella presa di coscienza che certe tendenze non vanno assecondate per inerzia soltanto perché sono quelle della maggioranza, che lo stile di vita che la parte più influente dell’umanità ha adottato non è sostenibile e che un primo passo per cominciare a contrastarlo è scegliere di vivere diversamente, recuperando un dialogo con l’ambiente, valorizzando le (bio)diversità e scegliendo chi ascoltare senza pensare che sia tutto incontrovertibilmente deciso. Scegliere chi essere.

 

 

lancha2Dell’escuelita aveva già raccontato, facendoci viaggiare con l’immaginazione, Valentina Timpani, che vive a Buenos Aires da ormai cinque anni, dove è maestra elementare e che è fra le persone che con più continuità ed entusiasmo si adoperano dentro a questa bella realtà (e che lì ci ha portate!!).

Pochi giorni fa, nel pieno dell’estate argentina (che invidia!), c’è andata anche Teresa Rossano, insegnante di passaggio a Buenos Aires per fare gli esami di maturità in una scuola bilingue, portandone una bellissima testimonianza.

 

[continua col Racconto della TERRA, dal Cile dei mapuche]

 

 

 

 

 

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Quel che hanno da insegnarci le Pussy Riot

Pubblichiamo queste interessanti riflessioni che Igor Giussani fa a partire dal caso Pussy Riot:

(Premessa fondamentale – Gli utenti del sito conosceranno la vicenda giudiziaria delle tre ragazze del collettivo punk-femminista russo Pussy Riot, che hanno ricevuto la solidarietà di svariate celebrità internazionali, da pop star come Madonna a maître à penser contemporanei come Slavoj Žižek. In questa sede vorrei soffermarmi sul carattere dell’azione politica del collettivo, per capire se forse abbia qualcosa da insegnare a noi nel lontano e democratico Occidente. Per ragioni di spazio, posso aver dato un immagine stereotipata dello SNOQ e può sembrare che abbia scoperto l’acqua calda parlando di una ‘visione sistemica’ già ampiamente sostenuta ad esempio dai movimenti eco-femministi: ho preferito di gran lunga anteporre la sostanza alla forma per cercare di animare la discussione, quindi mi scuso per qualche indebita semplificazione)

 

Ci si può accostare all’azione del collettivo russo Pussy Riot – la ‘preghiera punk’ nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca per protestare contro il regime di Putin e la connivenza della Chiesa Ortodossa – sostanzialmente in tre modi:

1) derubricare tutto a una carnevalata controproducente di ragazzine sognatrici;

2) ritenerla una forma di lotta valida per uno stato semi-autoritario come l’attuale repubblica russa;

3) riflettere sull’approccio di queste donne per capire se è applicabile a prescindere dal contesto russo.

La visione 1) è sostenuta anche da alcune persone sedicenti di sinistra persino ‘radicali’ o ‘comuniste’ che rigettano le azioni dirette e spontanee in nome di un non meglio precisato  pragmatismo. Queste persone generalmente sono ossessionate dal ‘filo-americanismo’ e sospettano che in realtà dietro le ragazze ci siano la CIA e il Dipartimento di Stato allo scopo di indebolire il nemico Putin, sviare l’attenzione sul caso Assange ecc. Oltre a un sorriso di compatimento, aggiungerei soltanto che su di una cosa hanno ragione: tecnicamente quello che hanno fatto le Pussy Riot è davvero una ‘carnevalata’, in quanto il carnevale è la festa del rovesciamento e della dissacrazione delle gerarchie e dei valori dominanti, e per questo è sempre stata la festività più temuta dalle autorità.

Esaminiamo allora le due opzioni rimaste. L’accettazione della 1) prevede un’implicazione importante, ossia che la cornice del liberal-liberismo rappresenti la condizione ideale per combattere la discriminazione, che quindi può attuarsi attraverso forme di lotta meno radicali di quelle adottate dalle Pussy Riot. A torto o a ragione, questa posizione mi fa venire alla mente lo SNOQ e in particolare le proposte per la pari presenza femminile nelle liste elettorali, negli organi di governo e nei consigli di amministrazione delle aziende. Proposte apparentemente ineccepibili e sicuramente ispirate a un sincero principio di uguaglianza dei sessi, ma che mi fanno balenare un dubbio atroce: non è che forse queste iniziative, più che combattere la discriminazione, contribuiscono a renderla meno evidente e più tollerabile? Tutto il problema si risolverebbe semplicemente aumentando il numero di Angela Merkel, Elsa Fornero, Emma Marcegaglia e di altre degne epigoni di figure maschili? E poi una carriera politica e manageriale può riguardare principalmente le donne istruite della classe media e nel nostro paese le donne laureate sono poco meno del 10% (più o meno la stessa percentuale degli uomini): che cosa deve fare il restante 90%? Ivan Illich malignerebbe che il loro compito sarebbe di fare da domestiche alle ‘sorelle maggiori’ ringraziando per l’interesse paternalista mentre queste si spartiscono la loro fetta di torta con il potere maschile.

Anche evitando le provocazioni, si pongono delle criticità evidenti. Non c’è nulla di male nel considerare i diritti delle donne autoreferenziali, ossia meritevoli di sostegno a prescindere da considerazioni di ogni tipo, ma si pone un piccolo problema: in questo mondo di autoreferenziale non c’è nulla, neppure la morte. Gli ecosistemi, le società, le economie, il cyberspazio… sono il risultato di connessioni sistemiche strettamente intrecciate tra loro, che sarebbe fuorviante trattare separatamente. E qui, secondo me  emerge la superiorità dell’approccio delle Pussy Riot.

Le Pussy Riot sono state ‘radicali’ nel senso autentico del termine, perché sono intervenute alla radice del problema senza limitarsi alle manifestazioni superficiali. Nella dichiarazione di chiusura del processo - un vero capolavoro, – si evince chiaramente come il femminismo e l’anti-sessismo abbiano origine non da semplici constatazioni ma da una profonda critica del potere. Le loro accuse sono diverse dalle solite tirate anti-Putin (le elezioni truccate, la retorica dei diritti umani, ecc.) e svelano la natura più intima del meccanismo di consenso del regime, ragion per cui sono risultate particolarmente indigeste. Invece di criticare con occhi occidentali – cosa che fa abitualmente un altro contestatore di Putin, l’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov pure lui arrestato in una manifestazione pro-Pussy Riot -  lo hanno fatto da un punto di vista femminile e autenticamente russo e il regime non ha potuto replicare blaterando le solite accuse di ingerenza in affari interni da parte di misteriose entità straniere. I gruppi come le Pussy Riot non reclamano poltrone e non rivolgono proposte “a partiti, sindacati e istituzioni” (auspicio del comitato promotore SNOQ, che si è concretizzato in diversi incontri con esponenti dell’attuale governo, con leader del centro-sinistra e con Susanna Camusso, segretario della CGIL) perché la loro idea di democrazia è basata sull’azione diretta. Ma al di là dell’atteggiamento anarchico, mi preme sottolineare come il femminismo delle russe si basi su di una interpretazione molto più vasta del concetto di discriminazione, che chiamerei ‘sistemica’ per distinguerla da quella autoreferenziale del “50 e 50” che vede la soluzione nell’accesso di qualche donne ai vertici del potere.

Immagino che pochi, pur rallegrandosene, ritengano un progresso per la condizione femminile eventi recenti come la chiusura dell’allevamento di beagle Green Hill o dell’acciaieria ILVA di Taranto (quest’ultima per opera di una donna magistrato, il GIP Patrizia Todisco, gentilmente ribattezzata da Libero “zitella rossa” e linciata in modo bipartisan in quanto affossatrice dell’economia italiana e affamatrice di lavoratori). Io ritengo invece che si tratti di colpi importanti inferti all’ideologia meccanicista che domina l’ultimo secolo e mezzo, basata sull’idea che la natura e la cittadinanza debbano immolarsi sull’altare della mega-macchina capitalista, un precetto causa di sofferenza per intere generazioni di donne fin dagli albori della rivoluzione industriale. Per allargare il discorso, in una società talmente mercificata da aver riesumato forme di lavoro strette parenti dello schiavismo, si può davvero pensare di ovviare alla cultura degenere della donna-oggetto solo con qualche codice di autoregolamentazione? Può avere successo il tentativo di creare ‘isole felici’ nella marcescenza generale?

D’altra parte, se in Italia avviene un femminicidio ogni tre giorni (120 morte solo nel 2011 – dato di un rapporto di Casa delle donne – a titolo di paragone, più dei soldati italiani e tedeschi caduti in dieci anni di guerra in Afghanistan) come ci si può stupire di discorsi all’insegna del “tumore in cambio di lavoro” e del più totale disprezzo di ogni tutela ambientale?

Le Pussy Riot, vista l’ingiusta condanna, hanno bisogna della solidarietà più estesa possibile. Ma forse, più che povere vittime, queste ragazze devono essere considerate un faro per illuminare la nostra condotta politica, troppo spesso sospesa tra difese di nicchia.

  Igor Giussani

 

 

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Per moda? No grazie

Fracomina, fino a pochi giorni fa nemmeno sapevo che esistesse una marca con questo nome, vende abiti e vestiti, fa moda.

Ecco fa moda.

Ha lanciato una campagna di affissioni in grande stile e ci ha ricoperto le pareti di tutta Italia, con le sue Marie, Eve e Maddalene, e con i suoi slogan a metà tra la rivendicazione e la provocazione pure e semplice.

Tanto che è riuscita, cosa impensabile per molte alte marche che il copro della donna lo sviliscono senza problemi, ma che non toccano i nomi biblici, a farsi bandire dai muri di tante città, tra cui la capitale. Bandita perché blasfema. Ma il punto rimane quello che cosa fa la Fracomina?

 

Fa Moda.

 

E come la fa? Ecco alcuni degli slogan che si possono leggere nei suoi spazi:

 

“Sono Emma, ho tre figli e a lavoro comando io”

“Sono Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile”

 

e ancora:

 

“Sono Monica, lavoro in politica e non vado a letto con nessuno”

“Sono Chiara mi piacciono le donne non amo i motori”

Il tutto contestualizzato in un contenitore dal titolo “Woman Evolution Campaign

 

A prima vista sembra quasi una conquista, un passaggio di temi sociali in un media che di sociale non ha nulla, un passo avanti?

 

Non lo so, non credo.

 

Io ci leggo piuttosto un’appropriazione indebita di un contenuto, diretta al depotenziamento dello stesso, una scelta non so quanto consapevole di rendere commerciale qualche cosa che invece commerciale non solo non è, ma profondamente non vuole esserlo.

E’ un paradosso che ho visto spesso usato negli anni passati, un meccanismo che punta a smontare e assimilare qualsiasi voce che si alzi fuori dal coro.

 

Dal biologico alimentare, ad alcuni aspetti del movimento alter mondista, abbiamo assistito alla comparsa di strategie commerciali che li hanno prima cavalcati e poi separati dai loro concetti di base, per poi renderli innocui marchi e slogan.
Dal 13 febbraio, abbiamo assistito ad una esplosione di contenuti sul nuovo movimento femminile, che dagli scaffali più polverosi della librerie, ha visto i suoi titoli passare sui tavoli all’ingresso, magari accostati a qualche libro di cucina o al manuale per rigovernare meglio la casa.

E adesso li troviamo sui cartelloni per vendere dei prodotti.

 

Sia chiaro, non intendo dire che chi si esprime e chi alza la voce per condividere i suoi contenuti sbagli e assolutamente non penso che si dovrebbero mantenere tra una casta di elette/i.

 

Penso però che a questo tipo di assimilazione dei contenuti al calderone del general generico, vada risposto con un chiaro

 

No Grazie! Si cercano cambiamenti profondi e durevoli non mode.

 

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Comunicazione di genere

Giornalettismo

 

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Indignamoci

Crisi globale, precarietà, manovre che tagliano i diritti dei lavoratori, ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che crollano sempre di più in un abisso di indigenza.

Ogni giorno assistiamo ad una situazione globale in cui la politica, di chi ci governa e anche di chi è opposizione, è assoggettata ai ricatti della finanza e delle banche centrali. Viviamo ormai in un paese che è solo l’esecutore materiale di politiche decise da altri e che vanno a vantaggio di altri.

Per tutto questo il 15 ottobre a Roma, ma anche in tante altre iniziative, ci diamo appuntamento per dirci indignati da questa situazione e per provare a farne uscire una nuova volontà e proposta politica.

In tutto questo però, schiacciati dall’emergenza economica, stiamo lasciando a lato questioni che non possono essere dimenticate.

 

Se vogliamo ripensare ad un nuovo modello di società, questo modello deve avere, fin dalla sua nascita, fin dal germe iniziale, al suo interno anche un ragionamento forte serio e radicale sui diritti civili.

Non viviamo solo nel mondo della precarietà del lavoro, ma anche in quello dell’individuo.

 

L’Italia, infatti, è ai vertici delle peggiori classifiche:

Violenza sulle donne, Omofobia, Transfobia, situazione sempre più spesso passata sotto silenzio da tutte le parti politiche, che si lavano la coscienza con la partecipazione ad una manifestazione o ad un convegno, per poi dimenticarsene l’istante dopo.

Un nuovo modello di società deve essere anche un nuovo modello di convivenza, di rispetto e di riconoscimento reciproco.

 

E deve essere uno sforzo che ponga degli obbiettivi precisi e inderogabili, che partano dal riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, da una legge contro l’omofobia e da un impegno, fatto di leggi e azioni, volto a contrastare il modello culturale generale che pone le donne in un ruolo di oggetto plasmato sul desiderio maschile e che combatta la ancora presente disparità presente in ogni ambito della vita quotidiana, dal lavoro alla semplice disponibilità del tempo libero fra i sessi.

 

Dobbiamo indignarci anche per questo, e portare anche questi temi nelle nostre discussioni, se vogliamo che veramente si ragioni su un nuovo modello di società.

 

E dobbiamo farlo superando l’idea, tutta maschile, che lo si faccia per indulgenza verso un indefinito “altro”, verso una categoria che non ci riguarda o non ci appartiene.

Siamo vittime e carnefici di una realtà che ci costruiamo quotidianamente, in cui anche l’uomo è rinchiuso e sminuito in un ruolo che dobbiamo, finalmente, iniziare a rifiutare.

 

Parlo ovviamente da uomo e agli uomini che stimo e con cui condivido tanto della mia passione politica e sociale, senza nessuna volontà di completezza, ma sperando di poter stimolare una discussione.

 

Proviamo a guardarci intorno e a dirci, sinceramente, anche solo per noi stessi, se non siamo mai stati parte di un sistema che ci pone, in quanto maschi etero, in una posizione privilegiata e prevaricante. Diciamoci poi che non possiamo più accettare che questo continui ad essere, perché pensiamo veramente che se dobbiamo produrre un’alternativa, questa non può che non venire anche da una messa in discussione comune di questo stato, messa in discussione fatta insieme alle donne e a tutto il mondo lgbtq.

 

Non possiamo anche noi sottostare all’idea che siano questioni di serie B su cui non dare battaglia con la stessa convinzione in cui ci muoviamo per la difesa dei diritti dei lavoratori, dobbiamo anzi farcene carico in maniera convinta e inserirle nelle nostre discussioni e nelle nostre elaborazioni.

 

Prendere atto che le discriminazioni di: genere, sesso, razza o qualsiasi altro tipo, sono parte integrante del sistema capitalista tanto quanto quelle che derivano dalla classe sociale e che quindi vanno smontate con la stessa pervicacia.

 

Dobbiamo riuscire a proporre e poi a creare, una società diversa per tutti e che non sia disponibile a sacrificare i diritti, per compiacere una qualche parte politica.

 

Anche questo dobbiamo portare in piazza il 15 ottobre, anche su questo dobbiamo dirci indignati.

 

 

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Se non ora, quando? Le nostre parole per il 13 febbraio 2010.

Socie fondatrici DP 13 febbraio, foto Sara Colombazzi

Socie fondatrici DP 13 febbraio, foto Sara Colombazzi

Ancora euforiche per l’ondata di vita, militanza e allegra consapevolezza dell’urgenza di cambiare le cose, abbiamo pensato di pubblicare qui sul sito una sintesi dei discorsi che abbiamo letto in piazza Maggiore a Bologna e, in mattinata, in piazza Matteotti a Imola. Per sigillare questa giornata che ci ha riempito di speranza e di volontà di continuare la nostra battaglia e ricordarcene quando abbiamo qualche dubbio che ne valga davvero la pena!

Il sentimento che nasce davanti a una piazza piena come quella di oggi è doppio. Da un lato prende forma con la presenza di tutte e di tutti coloro che sono qui, la gravità di una situazione ormai intollerabile. Dall’altro si ha la netta sensazione che lo spazio per la reazione comune, per l’espressione massiccia del dissenso è possibile, oggi più che mai! Sentimento di allarme, urgenza, sbigottimento sì, ma anche sentimento di appartenenza, di empatia, di sorellanza.

Come associazione Donne pensanti siamo qui oggi, 13 febbraio, insieme a molte altre donne, in molte altre piazze per difendere un’altra immagine della donna, un’altra concezione del femminile, diversa dal penoso spettacolo di questi mesi, di questi anni, diversa dall’uso mercantile del corpo delle donne. Non si tratta di neofemmenismo o di veterofemminismo, si tratta di femminismo. Un femminismo calato sui mille possibili volti di donne, non di donna. Un femminismo senza retorica fatto delle parole e delle azioni di tutte coloro che cercavano uno spazio di espressione. Donne pensanti é nata proprio così, dalla volontà di accogliere lo scontento e l’indignazione, sempre più diffusa fra le persone comuni, per lo stato di sopraffazione in cui le donne sono costrette nel nostro paese, in un’azione efficace, compatta ma non monolitica, che vuole integrarsi in un movimento trasversale fatto di tanti attori affiatati in una lotta comune.

Siamo convinte che se non facciamo sentire oggi il nostro dissenso, se non lo urliamo, ancora una volta verrà detto ovunque che siamo consenzienti, e si millanteranno ancora sondaggi che inventano un consenso al Presidente del Consiglio del 70 dell’80, del 120 %. Ora no, guardatevi, guardiamoci intorno: qui non c’è consenso, c’é solo dissenso . E si potranno ancora fabbricare sondaggi su misura, ma che non ci si permetta più nel nome del popolo, perché il popolo comincerà ad urlare “dimissioni” come ha urlato “vattene” il popolo egiziano sulla piazza Tahrir.

Per questo oggi chiediamo le dimissioni di Berlusconi. Non perché in lui sia incarnato il male supremo dell’Italia ma perché si tratta del primo e necessario passo per cominciare un processo di ricostruzione culturale, sociale e politica. Le chiediamo come donne, come cittadine, e le chiediamo insieme a tutti quegli uomini e cittadini che non accettano di essere rappresentati da Berlusconi e dalla sua corte di lacchè.

Vorremmo che fosse chiaro che ciò che ci spinge a reagire non è solo lo scandalo sessuale. Ciò che ci preme smantellare è il sistema che Silvio Berlusconi, grazie al monopolio dell’informazione e della disinformazione, alla tentacolare estensione di poteri che non hanno né limiti né ostacoli, ha creato in questi anni. Un sistema di corruzione che usa le donne come moneta di scambio per ottenere favori, che ha svuotato di senso le parole (le parole sono importanti…diceva un signore…), che ha affamato le scuole condannando il nostro capitale per il futuro a sperare di andare all’isola dei famosi piuttosto che diventare una lavoratrice o un lavoratore. Un sistema che ha sbeffeggiato, deriso, offeso i valori fondatori di una Repubblica fatta di cittadine e di cittadini.

Oggi, in Italia, la sfida per inventare una società liberata e libera, partecipativa e politica, giusta in quanto egualitaria, questa sfida passa per una nuova definizione del ruolo delle donne e, in un modo più generale, del ruolo del femminile. E questo, anche i vampiri, sospesi fra l’essere e il nulla, lo hanno capito. A loro spese.

Così, se vogliamo dare alle donne e agli uomini italiani una speranza di ritrovare dignità nella cultura sociale e politica di questo paese, bisogna riformare da cima a fondo il ruolo della donna nella politica, nella cultura e nella società italiana.

Questa riforma non è possibile senza l’impegno di tutti, donne e uomini insieme.

Diciamo basta ai giochi di potere che mirano, ancora una volta, ad addomesticare le donne, renderle docili, innocue, inoffensive: oggetti e non soggetti del piacere e del desiderio, un desiderio che non le contempla se non come strumenti. Rimettiamo invece l’accento sul nostro piacere e sui nostri desideri, non quelli che veniamo indotte a sentire, ma quelli a cui arriviamo ascoltando la nostra incapacità di integrarci, la nostra insofferenza, la nostra inadeguatezza, le nostre unicità. Reagiamo contro questa nuova forma di sudditanza, talmente surrettizia e devastante che alcune di noi l’hanno voluta confondere con una forma di emancipazione. Reagiamo contro la violenza omogeneizzante di questo divertimentificio squallido, da società grigia e depressa, reagiamo tornando a praticare la convivialità, la condivisione, la complicità, la sorellanza, la solidarietà, l’unione. E la gioia, anche. Riscopriamo le parole che ci stanno rubando, riconnotiamole con i nostri sensi: libertà, desiderio, corpo, amore, pensiero, dignità. Non permettiamo che ce le rubino per restituircele svuotate e sfregiate.

La dignità non è una questione di forma, facciata, atteggiamenti, folklore. È una questione sostanziale che ha a che vedere coi nostri DIRITTI, così come li sancisce la Costituzione:

Art. 3. Tutti i cittadini HANNO pari dignità sociale.

L’articolo non dice DOVREBBERO AVERE. La dignità sociale non è un ideale da raggiungere, ma un fondamento del vivere civile. Eppure molte di noi si sono accontentate, hanno accettato che così dovrebbe essere in un mondo perfetto, mentre nella nostra Italia imperfetta va bene anche se.

Anche se per lo stesso lavoro mi pagano meno.

Anche se per il lavoro familiare e domestico non mi pagano per niente.

Anche se dopo una vita di lavoro dentro e fuori casa, devo fare i conti con una pensione nettamente inferiore a quella di chi ha lavorato solo fuori casa.

Perché ci accontentiamo di una dignità di serie B? Non siamo qui per lamentarci, ma per esigere con autorevolezza la dignità che ci spetta.

Riprendiamoci i nostri corpi e lasciamoli liberi di pensare e raccontarsi, perché pornografia è quando i corpi sono smembrati dalle persone, quando sono recisi dalle narrazioni di cui sono la mappa e la trama, la pornografia è negli sguardi stolidi di chi nei corpi non vede che carne da macello e non la materia viva di un racconto infinito, che si trasmette di generazione in generazione.

Chiediamo le dimissioni di Berlusconi come primo passo, minimo quanto necessario, per smantellare un sistema prevaricatore, ingiusto e criminale.

Contro la società dello spettacolo e la videocrazia riprendiamoci la parola: torniamo al discorso, alle nostre storie che fanno la Storia, contrastiamo l’afasia, rifiutiamo le parole che ci mettono in bocca e ci ricamano addosso per far parlare finalmente le nostre lingue, per parlare la nostra, di lingua.

Contro una società verticistica e autoritaria, che ha sostituito la sopraffazione palese con forme di violenza più occulte ma altrettanto velenose, cerchiamo di costruire una rete, che unisca le donne con le loro differenze e unicità e sappia coinvolgere gli uomini. Tanto che quello di oggi potrebbe diventare un appuntamento annuale: ritrovarci ogni anno per vedere come procede la nostra lotta, in che condizioni stiamo, quali le conquiste e quali le criticità, perché tutte queste piazze che oggi manifestano in tutta Italia lascino spiazzato questo potere perverso che credeva di essersi impossessato anche delle nostre vite. E invece non c’è riuscito.

Nella foto di Sara Colombazzi, un momento della manifestazione di domenica 13 febbraio