To apply for USA Payday Loans you don't have to seek the help of relatives or go to a bank.
Online Viagra No Prescription

alterità Archive

0

2. Violeta Parra e i Mapuche: un percorso nell’attualità del “farsi indio”

 [continua]

“Allora, mi dica… Lei è india?”

“No, mia nonna era india, mio nonno era spagnolo: quindi qualcosa delle indigene ce l’ho. Sono arrabbiata con mia madre perché non si è sposata con un indio (sorride)… Comunque lo vedi come vivo… un po’ come gli indigeni.”

Wallmapu, "la terra intorno": il paese dei Mapuche

Wallmapu, “la terra intorno”: il paese dei Mapuche

I legami di Violeta Parra con le popolazioni autoctone cilene si percepivano a pelle, è vero: nei lineamenti del suo volto, nella sua andatura decisa, nella vita che si scelse, nella concezione di un’arte al tempo stesso connessa al cosmo e alla vita quotidiana, che si materializza in quel meraviglioso mondo – incompreso dai più – che fu il suo tendone delle arti, la Carpa de la Reina, dove Violeta tentò di realizzare questa sua concezione di un’arte integrale, canale di accoglienza e di propagazione della bellezza, opportunità intensificata per scambiarsi umanità.

“Io credo che ogni artista debba aspirare ad avere come meta il fondersi, fondere il suo lavoro nel contatto diretto col pubblico. Sono molto contenta di essere arrivata a un punto del mio lavoro in cui non desidero più fare arpilleras, dipingere, scrivere poesie, così, per conto mio. Mi basta mantenere la Carpa e lavorare finalmente con elementi vivi, con il pubblico vicino a me, che posso sentirlo, toccarlo, parlargli e incorporarlo nella mia anima.” (v. Libro mayor, p. 9)

Nella concezione dell’opera-vita di Violeta non sentiamo la volontà di emergere, di distinguersi, di lasciare il segno per contrasto, che accompagna spesso i tormentati artisti del mondo occidentale: Violeta sa quello che può (e non vi rinuncia mai, a costo di sacrifici enormi), ma del suo lavoro parla sempre umilmente, collocandolo in una dimensione collettiva, tassello della ricerca di un’armonia cosmica perduta, ma che lascia affiorare frammentari ricordi.

“Sabato ho avuto 150 persone alla Carpa. C’era da mangiare per il pubblico: spiedini, empanadas, sopaipillas, brodo, mate, caffè, mistela e musica (…) Ho fatto un falò rotondo sulla terra attorno al palo centrale, molto grande. Dieci teierine e molti spiedi pieni di carne. Che meraviglia la mia Carpa ora!” (Libro mayor, 22)

araucariaGuardandomi dietro di poco, mi accorgo che, negli ultimi anni, ho abbassato pian piano le difese e ho cominciato a sconfinare: a lasciarmi abitare da storie che mi arrivavano – tante ce ne scorrono accanto – e mi risuonavano, antiche e familiari. Essere persona, nella bellissima lettura di Ute Manan Schiran, è proprio questo per-sonare, il lasciarsi attraversare da un suono, farsi cassa di risonanza e diffonderlo. L’identità si costruisce allora accogliendo, prende forma nell’ascolto e nel dialogo, anche al di là delle anguste categorie spazio-temporali del qui e ora. Persona è dunque, direi quasi etimologicamente, relazione, contatto, connessione. E Violeta lo sapeva: “se dovessi scegliere fra musica, pittura, arpilleras e poesia… sceglierei di restare con la gente”, rispondeva a una giornalista che la interrogava sulla sua arte prediletta. “Nella nostra cultura”, scrive Ute Manan Schiran, “la persona portatrice di potere/miracolo è pensata, presentata e quindi vissuta come singolo individuo. Ma nessuna/o può creare da sola/o in modo isolato.” (1) Violeta sa stare nella sua irrequietezza e abita quel suo senso di estraneità alle gerarchie e all’ordine costituiti con intensa curiosità e umiltà sapiente. “Da donne”, continua Ute Schiran, “possiamo vivere come una chance il non sentirci a casa in una visione della realtà sviluppata sopra le nostre teste dagli uomini per millenni. Invece di “cercare rifugio” all’interno di un concetto prestabilito possiamo creare, riprendere, trovare una via, che molto palesemente sta iniziando a formarsi: il proprio solitario cammino nell’EssereUnoTutto” (2): “è richiesta una decisionalità nell’affinare i sensi, come se Una dovesse districarsi nel deserto per riconoscere un pozzo che offre acqua potabile, una pianta che si presta volentieri a essere nutrimento. L’affinare i sensi per ciò che è vivo, ciò che respira, è libertario, è il presupposto per non farsi fuorviare dai miraggi e dalle proprie illusioni” (pp. 27-28). Violeta non si lascia addomesticare e la sua scelta di non avere una vera e propria casa ma di vivere accampata in un enorme tendone aperto al sole, alla musica e ai viandanti è anche simbolicamente l’espressione di un rifiuto delle convenzioni che mortificano l’estro e bloccano il vero contatto, ed è l’affermazione di un’alternativa praticabile: non lasciarsi addestrare alle regole della casa, coltivare la propria selvaticità, godere del proprio corpo, della bellezza, dell’arte condivisa, creare un punto di ritrovo, da cui irradiare luce. Illuminare una strada lasciata nell’ombra.

Violeta Parra

Violeta Parra

Tutti questi tratti ci ricollegano all’influenza che, sull’opera di Violeta Parra, ha avuto la cultura dei Mapuche, a cui, pochi giorni fa, la presidenta cilena Michelle Bachelet ha chiesto ufficialmente scusa “per gli orrori e gli errori perpetrati o tollerati dallo Stato nelle relazioni con loro e con le loro comunità”. Vedremo se questo gesto prelude a una reale trasformazione dello stato discriminatorio in cui a tutt’oggi queste popolazioni sopravvivono, è comunque un segno che il dialogo con le culture indigene della terra non può più essere rimandato. Da nessuno.

Il contatto con il mondo mapuche su Violeta si percepisce non solo al livello tematico a cui accennavo in questo scritto, parlando di brani come Arauco tiene una pena o El Guillatún, ma anche come profonda adesione a un sentire cosmico e a una rete di valori. Eppure questa influenza, sistematica e radicale, è stata trascurata, chissà quanto innocentemente, fino a tempi recentissimi, quando, nel marzo 2016, la ricercatrice Paula Miranda ha scoperto nell’archivio sonoro della Universidad de Chile a Santiago, quattro nastri con registrazioni inedite fatte nei villaggi di Millelche, Lautaro e Labranza, dove l’artista intervistò sei cantrici e un cantore mapuche, e registrò i loro canti nella lingua mapudungun. La studiosa racconta che ha subito cominciato ad analizzare le registrazioni insieme ad Allison Ramay ed Elisa Loncon: sono quattro nastri molto interessanti, ma ne manca un quinto, dove era registrato l’incontro con una machi, figura di riferimento nelle comunità mapuche, probabilmente il primo momento di grande rivelazione del mondo mapuche a Violeta, la quale, è stata molto legata alla cosmovisione indigena fin dall’infanzia, quando visse anche in Araucanía, vicino a Lautaro. Questo contatto è così fecondo da permeare tutta la sua opera: poetica, musicale e visiva. Nelle sue arpilleras troviamo elementi della natura mapuche, ma è soprattutto la sua musica a testimoniare, coi suoi ritmi, gli strumenti usati (il sacro kultrún, per esempio) e coi suoi temi, questa condivisione profonda: “la sua canzone”, dice Paula Miranda, “è sempre rituale […] non si ascolta solo, ma provoca azioni: serve a guarire, a ringraziare la vita, a innamorarsi”. La parola è l’offerta di un insegnamento, la mano che si tende per condividere gioia e dolore, la protesta. Lavoro, cerimonie, amore, esperienze di cura. “Tutto ciò che si fa si canta”, aggiunge Elisa Loncon: per i mapuche “il canto è una forma di socializzazione con l’altro e con la natura. Come un werkén che “porta la parola e raccoglie i messaggi che consegna, il canto di Violeta consegna i messaggi a chi li si deve consegnare, molte volte proprio alle autorità che attentano contro il popolo”.

Una machi e una giovane donna mapuche suonano il kultrún

Una machi e una giovane donna mapuche suonano il kultrún

La funzione rituale del canto è particolarmente evidente nel Guillatún (3) dove la voce della machi guida il rito propiziatorio scandito dal ritmo percussivo del kultrún suonato dagli abitanti del villaggio di Millelche per allontanare la pioggia che minaccia di rovinare la grande festa del raccolto, in Arauco sono nominati gli eroi mapuche che hanno resistito per secoli al colonialismo, mentre Que hé sacado con quererte è interpretato, scrive Abril Becerra, come un lamento mapuche.

Il canto è un utensile: un attrezzo per ricreare un contesto propizio agli accadimenti sottili. Ed è un canto elementale, che ha la funzione preziosa di tener presente (v. Ute Schiran, p. 42): di favorire il ricostituirsi di un humus fertile alla creazione di collegamenti, connessioni magiche, al risveglio di potenze sopite.

Le ricerche delle tre studiose sulle relazioni di Violeta coi Mapuche hanno portato, qualche mese fa, alla pubblicazione, per l’editore cileno Pehuén, del volume Violeta Parra en el Wallmapu: su encuentro con el canto mapuche, presentato a Parigi il 25 febbraio scorso. A partire dalla scoperta dei nastri e dalla testimonianza del figlio Ángel Parra, le tre ricercatrici hanno ricostruito i viaggi e il lavoro di raccolta di Violeta: vi sono fotografie con esaurienti didascalie e descrizioni della cura da etnomusicologa con cui l’artista raccolse questi canti, i loro significati e le loro funzioni, dell’amicizia che poi coltivò con molte di queste cantrici, del suo rapporto con la machi di Millelche (luminosa protagonista del Guillatún). “Si approfondisce inoltre l’enorme impatto che questo incontro con l’universo mapuche ebbe nella sua opera, dal punto di vista tematico, poetico, musicale e della comprensione del mondo”. Paula Miranda è partita da una domanda: da dove prendeva Violeta la potenza della sua opera? Ha cominciato allora a studiare i suoi brani e si è resa conto che l’implicazione con la cultura mapuche doveva risuonare molto profonda in Violeta. E come mai, pur non avendo conosciuto da vicino questo mondo, ne aveva assimilato così a fondo la cultura? Questo interrogativo era rimasto aperto nel saggio precedente della studiosa. La ricerca è stata appassionata e a un certo punto… la meravigliosa sorpresa dei quattro nastri con le cantrici e il cantore mapuche! Paula ha tentato di rintracciare queste persone: sono tutte morte, ma ci sono i familiari. Li ha incontrati e tutti avevano notizia di questa immersione di Violeta nel Wallmapu: con loro è riuscita a ricucire i fili, a dare spessore a queste informatrici che nei nastri erano solo nomi. C’è poi l’ulteriore elemento del quinto nastro scomparso, che le autrici chiamano un’“assenza-presenza”: qui, come scrivevo poco fa, è contenuto l’incontro di Violeta con una machi, curatrice e protettrice del popolo mapuche. Violeta visse nella ruca di questa donna per un mese, a Millelche: ne rimase ammirata, incantata e la sua comprensione nella cosmovisione mapuche si approfondì. Anche nel suo approccio di recopiladora così come emerge dalle registrazioni, Violeta conferma la sua sincerità, dice Allison Ramay: la sua ricerca è trasparente perché non le interessava manipolare, imbellettarla per eventualmente pubblicarla: registrò le cose così come stavano, per portarne testimonianza. Per lo studio appena pubblicato, Elisa Loncon ha costituito il fondamentale anello di congiunzione con le comunità mapuche: ha aiutato nella ricerca delle famiglie delle cantrici, ha fatto la trascrizione e la traduzione dei canti e ha contribuito a tratteggiare il contesto culturale e politico necessari a definire il significato del canto per i mapuche, portatore di messaggi di vario tipo: fatica, sentimenti, moniti, insegnamenti, denunce. A proposito del quinto nastro, quello scomparso, quello con la machi di Millelche, così commentava Valentina Fabbri Valenzuela: “La magia e il mistero della registrazione scomparsa io posso capirla, nel mondo mapuche durante le cerimonie (e relativi momenti di canto) è severamente vietato registrare o disegnare o fare foto.. quindi qualsiasi cosa ci fosse nel canto della Machi che ispirò la canzone Nguillatun, a noi non è dato sapere.. mistero della fede… che meraviglia!!!”

Un'immagine dal sito Ecompauche

Un’immagine dal sito Ecompauche

Valentina è figlia di Violeta Valenzuela, una delle fondatrici di Ecomapuche , un’associazione italiana “che promuove l’amicizia col popolo mapuche della Patagonia cilena e argentina e la solidarietà con tutti i popoli originari vittime del genocidio attuato dai governi dittatoriali e neoliberali” e che riconosce nella filosofia di vita di questo popolo un’occasione per mettere in discussione il modo di vita che ha prevalso in Occidente: malato, disconnesso, rapace e cieco.

Nel video Un poco de infinito, il filosofo e musicologo cileno Gaston Soublette, sottolinea come la mancanza di una comunità autentica, la perdita di contatto con l’ordine naturale e la perdita della trascendenza abbiano impoverito enormemente le esistenze di donne e uomini contemporanei. I ritmi naturali arricchiscono la psiche. L’esperienza della natura sia mapuche sia contadina, dice, è un’esperienza spirituale: come Violeta, di cui era amico, Gaston si dice particolarmente orgoglioso di avere tra i suoi antenati proprio i Mapuche, che seppero opporre agli spagnoli quattro secoli di resistenza. La radice di questa potenza sta, secondo lui, nella consapevolezza che stavano difendendo il paradiso. Paradiso “vegetale, tellurico, astronomico. Con un tipo umano che di questo paradiso è la grande creazione: un tipo umano speciale, con una saggezza speciale”: la parola uomo in mapudungun significa, infatti, “un cielo compresso in un corpo” e il grido di guerra mapuche è anche un’implorazione: “che mi resti l’umanità”. La ruca stessa, l’abitazione mapuche, è un modello della saggezza su come abitare la terra: i materiali sono quelli offerti dalla natura (legno, paglia selvatica, giunchi e stiance), l’orientamento verso est; al centro, grazie a un’apertura sul tetto, si può fare il kütralwe, una cucina a fuoco vivo che serve per preparare le vivande, riscaldare e impermeabilizzare, visto che il fumo, mescolato ai grassi degli alimenti, forma uno strato protettivo che ricopre le pareti interne, annerendole e dando loro un particolare odore leggermente affumicato. Tradizionalmente il fuoco era sempre acceso nella ruca e dentro di lui risiede il Ngen-kütral, lo spirito della casa. Le rucas erano costruite collettivamente: la fine dei lavori era celebrata con cibo condiviso e balli con maschere in legno.

 

La Carpa de la Reina

La Carpa de la Reina

Come non pensare alla Carpa de la Reina costruita da Violeta alla periferia di Santiago?

Nonostante io insegni lettere (alle medie), quest’anno avevo molte classi: 10 ore in una prima, in cui facevo italiano, storia e geografia, e un’ora in altre otto classi, dove facevo il cosiddetto approfondimento (o sesta ora di italiano). Nelle seconde ho scelto un percorso orientato dall’interesse che, da qualche anno, si è risvegliato per me nei confronti di quelle che qualcuno ha chiamato “culture indigene della terra” e che avevo già illustrato, al mio ritorno dal viaggio in Argentina e Cile, durante una delle conferenze del lungimirante ciclo Viaggiare la differenza! Un mondo da integrare, coordinato da Giuseppe Ferricelli di Anffas al quartiere Savena di Bologna . Nella presentazione agli studenti spiegavo che avremmo esplorato l’ipotesi che l’avvicinamento a queste diverse sensibilità sia non solo praticabile ma addirittura necessario per curare certi eccessi della civiltà occidentale, che stanno provocando danni probabilmente irreparabili alla Terra; avremmo tentato di riflettere sulla necessità di trasformare alcuni aspetti della cultura occidentale, per secoli dominante sulle altre, facendola dialogare con sensibilità e visioni del mondo diverse e, per alcuni aspetti, più rispettose degli equilibri ambientali. A maggio di quest’anno ho partecipato alla presentazione di un testo molto interessante, sintomatico di come questa apertura al dialogo con alterità fino a poco tempo fa ignorate (almeno su larga scala) o addirittura perseguitate dai governi, stia prendendo piede anche nell’ambito di un certo pensiero filosofico, significativamente non europeo né nordamericano. Nel loro Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, Déborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro sottolineano come la voce dei popoli amerindi e loro affini “comincia a essere ascoltata perlomeno da alcuni settori del “Nord globale” – da coloro che si sono già resi conto di come, in un modo o nell’altro, le cose questa volta possono prendere una brutta piega per tutti e ovunque” (pp. 200-201) e di come queste popolazioni possano “trasformarsi in un esempio, una “risorsa” e un vantaggio cruciale in un futuro postcatastrofico o, se si preferisce, in un mondo umano definitivamente diminuito” (201). Questo per la capacità di queste genti di educare al limite e per il contributo che sanno portare nella preparazione a un’intensificazione non-materiale, necessaria per trasformare il modo di vita del Nord schiacciante e allontanarlo “da qualsiasi tipo di fantasia di “dominio prometeico” o di controllo gestionale del mondo considerato come l’Altro dell’umanità” (205) perché è giunto – davvero e urgentemente – il momento “di trasformare l’enkrateia, il dominio o padronanza di sé, in un progetto collettivo di ri-civilizzazione. Questi popoli, dicono i due professori brasiliani, possono insegnarci a ridurre o almeno a rallentare l’Antropocene, “ponendo però questo processo all’origine piuttosto che alla fine del mondo” (215), perché “per i popoli nativi delle Americhe, la fine del mondo ha già avuto luogo cinque secoli fa”. Gli indios sopravvissuti al genocidio americano “si sono visti, in modo reciproco, come uomini senza mondo, naufraghi, rifugiati, inquilini precari di un mondo al quale non potevano più appartenere, dato che esso non apparteneva più a loro. Ma, nonostante tutto, molti tra loro sono sopravvissuti. Hanno iniziato a vivere in un altro mondo, un mondo di altri, dei loro invasori e padroni… Alcuni di questi naufraghi si sono adattati e “modernizzati”, ma, in generale, lo hanno fatto in modi che hanno poco a che vedere con ciò che intendono i Moderni per modernizzazione; altri lottano per preservare il poco di mondo che gli resta, sperando che i Bianchi non finiscano per distruggere il loro stesso mondo, quello dei Bianchi, ora divenuto il “mondo comune” […] di tutti gli esseri viventi.” (219)

Non è tuttavia soltanto come “veri specialisti della fine del mondo” che i popoli indigeni delle Americhe hanno moltoGaston Soublette

da insegnarci, ma anche perché possiamo imparare a credere di nuovo nel mondo nella sua elementalità: le parole di Gaston Soublette che citavo poco fa ci collegano piuttosto a un’origine, senza che questo contraddica la prospettiva dei due studiosi di Rio de Janeiro, invero profondamente intrisa di pensiero filosofico occidentale molto più che di familiarità con questi contesti a cui però finalmente dà un peso cruciale.

Violeta ci ha portati attraverso la sua arte in una temporalità circolare, dove la tensione verso un’armonia primigenia si concilia con un’accesa denuncia dei soprusi subiti da queste persone e con la sperimentazione di quanto l’irruzione di un sapere e di un sentire indigeni in un’esistenza per tanti versi occidentalizzata possa essere vivificante. Violeta, che chiamavo donna-pianeta e che la musicista Pascuala Ilabaca, che le ha dedicato un bellissimo tributo, descrive con queste parole: “In lei c’è tutto: la denuncia, la crudezza, la semplicità, l’analisi, la depressione e anche la passione e la creazione”. Chiasmatica coesistenza di istanze e atteggiamenti. L’abbraccio inclusivo: lo sguardo più sagace.

 

Pascuala Ilabaca

Pascuala Ilabaca

 

 

 

(1) Ute Manan Schiran, Sulla battigia del tempo – pensieri su una pratica sensual-spirituale al di là di sistemi religiosi/secolari esistenti, traduzione di Sofie della Vanth, p. 21.

(2) Ivi, pp. 22-23. In tedesco l’espressione che viene tradotta con “EssereUnoTutto” è Sein allein: la traduttrice evidenzia che “il termine tedesco ALLEIN (solo/a) contiene la parola per l’universo (ALL) e uno (EIN)” (p. 13).

(3) Qui in una versione bilingue, spagnolo e mapudungun, tributo a Violeta della cantautrice mapuche Beatriz Pichi Malen.

 

 

 

 

 

 

0

Racconto di TERRA: il Cile dei Mapuche

[continua]

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Muriel

Ho rivisto Muriel dopo nove anni e mezzo, in uno degli ambulatori dove lavora, una posta de salud rural , che serve piccole cascine sparse nella campagna cilena, a qualche decina di chilometri da Temuco, capoluogo dell’Araucanía.

C’eravamo salutate nel gennaio del 2006: sono andata all’aeroporto con mia figlia Anita che aveva meno di un anno. Un giorno di gennaio: forse oggi.

Sono scesa giù fino a casa sua, dopo una tappa a San Carlos, il pueblo dove nel 1917 nacque Violeta Parra, e subito sono stata avvolta dalla sua quotidianità a Vilcún, un piccolo comune nella provincia di Cautín, circa 20.000 abitanti, più della metà dei quali vivono nell’area rurale, circostante il piccolo centro urbano. Molti di loro sono Mapuche, il popolo della terra: questo significa la parola.

E il secondo elemento a cui voglio tornare con questo nostro percorso, dopo l’acqua dell’Escuelita di Buenos Aires,  è proprio la terra: superficie e scavo, generosa se amata, sterile quando le ci si accanisce contro, mortificandola. Le parole del manifesto Terra viva si srotolano con spontanea pienezza dentro di me, che da poco le ho rilette insieme ai miei alunni di prima media, mentre imparo a conoscere questo popolo che ha resistito per diversi secoli alla colonizzazione degli spagnoli, giunti in terre così lontane con le loro armi da fuoco, le loro malattie, le loro pretese assurde. A portar dolore, brutture, lutti. Nel video Nación Mapuche – Donde se cultiva la palabra profunda , così viene descritta la condizione dell’essere mapuche, con parole che dovremmo ricominciare a condurre semplicemente allo stato di umanità, che è poi parola che condivide la sua radice etimologica proprio con l’humus, la terra: “essere parte di tutto il cosmo, l’universo, contemplarlo in armonia”, in un dialogo con la terra, parlando con la natura, puntando all’autosufficienza, non all’arricchimento (“a cosa serve tanta ricchezza?”). Alla terra, i Mapuche, “consacrano il loro amore e la loro parola”. La loro parola, sì, perché la terra è viva e interlocutrice mentre questo, dice uno dei mapuche intervistato nel video, non fa parte della mentalità degli winka, che poi saremmo noi: gli occidentali, gli stranieri, i diversi. Storicamente avulsi da certe armoniose evidenze.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Alla Posta de Salud Rural

Allora parlerò della lingua-terra, di come la parola si faccia cosa, tutt’uno col cosmo, attraverso la musicalità del canto e della poesia.

 Le lingue sono schiavi che chiudono mondi/Le lingue sono chiavi che schiudono mondi.

L’estinzione delle lingue o la loro riduzione a funzioni minime e territori esigui cela spesso violenze sanguinarie. Le Americhe, che a tutt’oggi vengono narrate dai libri di storia delle nostre “buone scuole” come terre in cui la maggior parte delle popolazioni sopravvivevano in uno stato primitivo nemmeno troppo sottilmente connotato come menomato, all’arrivo degli europei, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, erano luoghi di straordinaria ricchezza linguistica. Molte lingue sono state discriminate poi addirittura represse attraverso politiche accentratrici ed eurocentriche: un vero e proprio processo di glottofagia, come lo ha chiamato Louis-Jean Calvet.

Una delle lingue native più coriacee la troviamo nelle terre mapuche e questa permanenza orgogliosa è riflesso dell’ostinata resistenza al colonialismo di questo popolo: fra la parte centro-meridionale del Cile e l’Argentina occidentale ancora oggi esistono circa 440mila persone (400+40mila) che parlano il mapudungun, di cui tre giorni fa si è riconosciuta l’ufficialità per la regione dell’Araucanía. Purtroppo esprimersi in questa lingua è stato a lungo stigmatizzato e solo dagli anni Novanta essa è stata rivalutata, grazie soprattutto ai giovani mapuche che, negli ultimi 20-30 anni, hanno cominciato a riappropriarsene e a infonderle nuova linfa, per riportare alla luce un patrimonio culturale che stava andando perduto. Man mano che le lingue scompaiono spariscono dei mondi e spesso questi mondi sono portatori di una sapienza necessaria: condivido in pieno quanto detto dall’ambientalista statunitense Klaus Toepfer, che “perdere un linguaggio e il suo contesto culturale è come bruciare un testo fondamentale relativo al mondo naturale”. È possibile allora passare proprio per la lingua per rigiocarsi il dialogo fra diversità e trasformare la connotazione dispregiativa che, per motivi storici facilmente intuibili, tradizionalmente ha in mapudungun la parola “lenguaraz, interprete, in una metafora finalmente positiva, di colui che riesce a creare un intimo scambio con l’alterità (e di nuovo pensiamo alla bella metafora di Berman, della traduzione come’albergo nella lontananza).

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Araucanía

E la lingua mapudungun è proprio manifestazione del legame che esiste fra i mapuche e la terra: è lei che dice il loro percepirsi come un popolo, con i suoi spazi, le sue storie, canzoni e riti. Tradizionalmente la sapienza mapuche era trasmessa oralmente nell’ambito del lof, la comunità, attraverso racconti e manufatti. La grafia ufficiale è stata creata dopo la loro sottomissione agli winka. Nella loro saggezza ancestrale troviamo infatti lo sguardo proprio dell’oralità, che è uno sguardo letteralmente più ampio, visto che, come ha scoperto l’antropologo Pierre Pica, alfabetizzandoci perdiamo la visione laterale dello spazio (1) .

Yo canto a la diferencia: rac-cantando i Mapuche insieme a Violeta Parra

(rapido excursus storico)

Interpretando Arauco tiene una pena di Violeta, il contatto con il mondo dei nativi si fa ravvicinato: il secolare sopruso degli uomini sugli uomini. Vi compaiono i nomi degli eroi mapuche, Lautaro Caupolicán Galvarino, che nel XVI° secolo combatterono con coraggio impressionante per preservare l’indipendenza delle loro genti , ma anche i nomi di quei mapuche che piegarono la testa, concedendo troppo ai bianchi o addirittura agevolandoli nel loro smisurato impeto di sopraffazione. A cento anni dall’arrivo di Pedro de Valdivia in Cile , nel 1641, gli Spagnoli firmarono con i mapuche, un trattato di rispetto dei territori indigeni che inaugurò 240 anni di orgogliosa indipendenza per il popolo nativo.

Il periodo tra il 1793 e il 1881, in cui cade anche l’indipendenza cilena dalla corona spagnola (18 settembre 1810),  possiamo considerarlo l’età d’oro dei mapuche. Nel 1861, Saavedra fece il suo piano di pacificazione dell’Araucanía, progettando di utilizzare il metodo nordamericano delle riserve, costruendo poi ferrovie e infrastrutture. È del 1881, anno della fondazione di Temuco, la prima legge che tentò di colonizzare i mapuche con le armi: le città si riempirono di coloni, le terre vennero date a latifondisti, gli indigeni furono confinati nelle riserve (reducciones) e si ritrovarono a poco a poco schiacciati dalla macchina del capitalismo neoliberista. Tra 1878 e 1884 si ordinò di cacciare gli indigeni come fossero “cinghiali selvaggi”: 20 anni ci vollero per assoggettare l’Araucanía. Nel 1930, con la cosiddetta radicación, le terre dei Mapuche – il leggendario territorio wallmapu – passarono da 10 milioni di ettari a 500 mila e gli indigeni vennero confinati in 3078 riserve. Gli eroi nazionali mapuche sono stati strumentalizzati a lungo dalla propaganda nazionalista cilena:  l’orgoglio per questi valorosi combattenti coesiste(va) acriticamente col disprezzo per gli indigeni coevi.

Al popolo della terra la terra viene brutalmente rubata.

Tra 1890 e 1895 ai Mapuche vennero inflitte traumatiche sconfitte: furono anni di paura, epidemie, gravissime crisi soggettive. Iniziò allora il processo di ridefinizione dell’identità dei Mapuche come minoranza etnica nell’ambito della società rurale cilena. Tra il 1884 e il 1919, circa 80mila nativi vennero confinati in 3000 reducciones, mentre 9 milioni di ettari vennero assegnati a stranieri e a coloni cileni. La storia ufficiale, come spesso accade, ha tentato di giustificare questo sopruso adducendo come scusa una sorta di difetto intrinseco degli Araucani, preferendo omettere la brama smodata con cui si puntava alle loro terre.

Qual è il motivo della persistente incapacità dello stato di consultarsi con i propri cittadini indigeni? L’autodeterminazione della popolazione indigena continua a essere motivo d’inquietudine per i governi di Cile e Argentina.

Tra 1927 e 1972, 800 comunità indigene (125mila ettari) vennero suddivise in unità familiari. La frammentazione delle terre mapuche conobbe un ulteriore incremento durante la dittatura di Pinochet. La parcellizzazione ha avuto effetti distruttivi per la coesione interna della nazione mapuche: i lonko, capi tradizionali dei lof, le comunità, vedono oggi drasticamente ridotta la loro autorità. Sempre più importante sul piano dell’identità collettiva diventa, allora, il ruolo della machi, protagonista nella canzone di Violeta El Guillatún.

VULCANO CILE

Natura cilena: gli opposti si toccano

Il guillatún è una delle più importanti cerimonie ancora oggi celebrate dalle comunità indigene. Nella cultura mapuche le donne hanno un ruolo di guida nel conservare e nel tramandare una cultura che affonda le sue radici nella natura stessa del luogo, decostruendo con istintiva semplicità un’altra delle dicotomie care alla mentalità esclusivista dell’aut/aut occidentale. Donne sono, nell’80% dei casi, le machi, che salvaguardano la salute della comunità grazie alle loro conoscenze delle proprietà terapeutiche delle piante e all’interpretazione dei segni che gli elementi naturali forniscono. Rappresentano anche il collegamento con la forza superiore, che vede ciò che sarà e che non dipende dalla volontà umana: non c’è mania di controllo. Si parte da una constatazione di umana impossibilità di dominio, che è la condizione della parità, dell’armonia. In questa canzone vediamo la relazione stretta che i Mapuche hanno con gli elementi, la centralità della voce e la fiducia nel potere performativo della parola: parole, suono ed elementi confluiscono in una straordinaria intesa, che nasce dalla concentrazione e dall’ascolto della natura.

Millelche, villaggio dell’Araucanía, è triste per il temporale che minaccia di rovinare la cerimonia. Gli indios piangono, poi si rivolgono sincretisticamente a varie divinità, cattoliche o cosmiche, tutti in piedi, anche gli infermi, battono sul kultrun, una specie di tamburo fatto con legno di alloro e cannella, il suo battito è il battito della terra e sotto la sua pelle tesa viene custodito il canto prezioso, perché curativo, della machi. Capiscono allora che devono cantare al ritmo del kultrun, mentre la machi ripete la parola “sole” col campo che la riecheggia finché “il re dei cieli” spinge i venti su un’altra regione e la cerimonia può avere inizio. Come in molti miti ancestrali, la parola ha valore performativo: fa essere.

Riprendiamo il filo della storia. Richiami all’integrazione fra l’etnia araucana e quella winka sono una tematica ricorrente tra gli artisti e intellettuali novecenteschi, ma fino al governo della Unidad Popular di Salvador Allende (1970-73) ben poco fu fatto per restituire ai Mapuche la terra che era stata loro sottratta. Sotto il suo governo il numero di tomas (riappropriazioni delle terre da parte dei nativi) aumentò notevolmente, in un’ottica di lotta di classe (proletariato rurale), non di etnie: 1700 solo nel primo anno di governo. Nel 1972 fu approvata la legge 17729 che includeva la normativa per la protezione delle terre degli indigeni e che prevedeva la creazione dell’Istituto per lo sviluppo indigeno, autorizzato a espropriare la terra di patrimoni privati a beneficio della comunità mapuche. Fra il 1972 e il settembre 1973 più di 700mila ettari furono trasferiti alle comunità. Diversamente da quanto previsto dalla legislazione precedente, la divisione della terra sarebbe stata possibile solo con il consenso del 100% dei membri della comunità. Le modalità con cui il governo di Unità Popolare di Allende trattò i Mapuche traspare dal suo programma, che prometteva “la difesa dell’integrità e dello sviluppo delle comunità indigene minacciate dall’usurpazione e la garanzia della pratica democratica, in modo che ai Mapuche e agli altri indigeni siano garantiti un territorio sufficiente, un’adeguata assistenza tecnica e un credito finanziario”. Nel 1964, quando era candidato alla presidenza, Allende aveva solennemente negoziato il Patto di Cautín, sul Cerro Ñielol, la collina cerimoniale mapuche che sovrasta Temuco, in cui riconobbe “la volontà del popolo araucano di mantenere e sviluppare tutti quegli aspetti positivi della sua cultura tradizionale che arricchiscono il bagaglio culturale della nazione cilena, quali la lingua, le leggende, le idee religiose e l’artigianato…”.

Un progetto particolarmente interessante, anche perché esempio d’integrazione fra i saperi occidentali e quelli mapuche, è il Programma di assistenza sanitaria interculturale, sostenuto da un team medico che includeva membri Mapuche nella zona di Malleco e Cautín e combinava le tecniche della medicina allopatica con  elementi di quella  ancestrale dei nativi, mettendo in primo piano il ruolo della machi nel processo terapeutico. La sua natura innovativa è evidente anche per il fatto che venne immediatamente percepito come potenzialmente sovversivo  progressista è evidente se si considera quanto lo percepissero come pericoloso Pinochet e i suoi seguaci. Con il colpo di stato dell’11 settembre 1973 circa 40 organizzazioni mapuche vennero dichiarate fuorilegge.

Il periodo in cui Pinochet comprese che il suo potere dittatoriale non sarebbe durato a lungo coincise con la formazione di una delle più importanti organizzazioni mapuche. Alla fine del 1989 fu creato l’Aukiñ Wallmapu Ngulam (Consiglio di tutte le terre), con molto socialisti dissidenti. (102) ecc.

La lotta per l’autodeterminazione mapuche è, a tutt’oggi, fortemente criminalizzata e ostracizzata.

 

Ancora sul potere della parola: la poesia per la natura

Cile. mural Lucia2

Mural di Santiago, foto di Lucia Melotti

Rolf Foerster, uno dei più attenti conoscitori della cultura mapuche, è convinto che i poeti radicali abbiano oggi un ruolo centrale nel rinsaldare una percezione positiva dell’identità mapuche nel complesso contesto urbano. E si torna alla profonda sacralità della parola in queste culture. In queste poesie spesso ci si scaglia contro l’inquinamento e i disastri ecologici:

 

Mapurbe

E io sto qui immobile

fra pewen (2) fulminati

infettandomi del cancro

che erode la terra.

E io sto qui immobile

guardando da qualche parte e da nessuna

affogando con le verità

i fantocci della diga-ttatura.

La metropoli geme;

lacrime acide

cadono dalle nere nubi

e si rapprendono nel pensiero.

La poetessa Maria Huenuñir la usa per “far prendere coscienza alle persone che fanno abusi smisurati delle risorse naturali”, per tornare a curare il cuore di Madre Terra, ferito dall’ingiustizia, da menti obnubilate che cercano solo il lucro dentro a tutta la ricchezza che la natura offre, gratuitamente”.

Poeta preferito della bravissima cantante mapuche Beatriz Pichi Malen è Elicura Chihuailaf, profondamente legato alla spiritualità del suo popolo. Dice Beatriz di lui: “ scrive dell’azzurro, il colore del mistero e della rivelazione della vita. E lo fa in versi molto concreti. La biodiversità della Madre Terra è molto presente nel suo pensiero e questo è molto mapu e molto attuale”. “Veniamo dall’azzurro”, dice Elicura, “dal mistero dell’azzurro che si crea fra la fine della notte e l’inizio del giorno. L’azzurro è il nostro colore di vita, è un fiore di cui sempre ci prendiamo cura e che annaffiamo con la parola“. La parola non si limita a riflettere ma fa ed è.

 

Cile. mural Lucia3

Altro mural a Santiago, vicino al Sindicato Social e Cultural, Barrio Yungay

 

(1) Pierre Pica, facendo ricerca fra indios brasiliani munduruku, ha scoperto che, quando si entra nel mondo della scrittura, un muscolo che dà lateralità alla visione si atrofizza. Anche contare pare penalizzi il senso dell’orientamento: i munduruku contano fino a 5, per quantità superiori usano indicazioni generiche. Nel loro contesto non vi è la necessità di contare e, dice Pica, per farlo, il cervello perde altre abilità che, nel loro ambiente, sono quelle che possono salvarti la vita, come, appunto, il senso dell’orientamento.

(2) I pewen sono alberi sacri ai Mapuche.

 

Per la stesura di questo scritto, molto utile è stata la lettura di La lingua della terra. I Mapuche in Argentina e Cile di Leslie Ray. A Bologna lo trovate alla biblioteca del “Centro Amílcar Cabral“.

 

 

 

 

 

0

Un canto alla differenza. Riflessioni di viaggio

arpillera sul viola

Arpillera di Violeta Parra

Il 14 dicembre sono andata a raccontare il mio viaggio in Sudamerica all’interno di un ciclo di conferenze, organizzate dal quartiere Savena e da Anffas di Bologna, intitolate Viaggiare la differenza – Un mondo da integrare. Stimolo comune per i nostri interventi, questa frase di Giuseppe Ferricelli:  ”Ogni persona è un pezzo insostituibile della realtà. Se non la comprendiamo, ci poniamo fuori dalla stessa”.

Condivido qua la mia riflessione, che si è concentrata in particolare su due luoghi che ho visitato l’agosto scorso: l’Escuelita Caraguatá di Tigre, in Argentina e Vilcún, in Cile, dove sono entrata in contatto, seppur fugace,  con i mapuche, discendenti delle popolazioni aborigene dell’Araucanía.

 

NUVOLE DISEGNATE 3

Nuvole a Buenos Aires

Sono partita con un sentiero, anche se non tracciato , per il mio viaggio fra Buenos Aires e il Cile, l’estate scorsa. Sono partita per Violeta Parra, perché non mi bastava più ascoltare le sue canzoni, scorrere le sue lettere, guardare le sue arpillera, leggere le sue biografie, vederla in un film. Non mi bastava più nemmeno cantare le sue canzoni. Volevo toccare la sua terra, respirare l’aria dei suoi luoghi, imprimermi sulle retine i suoi paesaggi. “Perché la vita, amico, è l’arte dell’incontro”, come disse Vinicius de Morães, e un’arte non s’improvvisa: serve un humus da coltivare giorno per giorno, una disponibilità all’ascolto, un’apertura che non è fugace curiosità ma ha dentro l’ostinazione amorosa della cura. Gli incontri migliori, poi, sono forse quelli che involontariamente abbiamo provocato, per dirla con un paradosso , che è figura che già ci introduce in un’ottica di lettura della realtà diversa da quella in cui molti di noi sono stati educati: quella del pensiero binario, che sempre ci pilota a gerarchizzare, discriminare, escludere. Il cortocircuito che da questa impostazione gnoseologica ci porta a una sostanziale incapacità di autentica accoglienza ci mette un attimo a scattare. Formatici nel pensiero lineare proprio dell’impostazione classica del sapere, siamo sempre proiettati in avanti, ansiosamente protesi verso un ipotetico traguardo sul cui aspetto nemmeno ci interroghiamo più o ripiegati in un passato idealizzato che avvertiamo come irrimediabilmente perduto. Ancora figli di un’impostazione scientifica classica, per cui l’anomalia è un fastidioso contrattempo, siamo poco abituati all’idea di lasciarci disorientare e di perderci. Di metterci davvero in ascolto.

Certi incontri, invece, arrivano per raccontarci storie diverse. E farci altrove.

FARFALLA TERESA

E Teresa manda farfalle dall’Argentina

Renderci disponibili a entrare in una logica paradossale, in cui il giudizio è sospeso a favore dell’ascolto, ci dà la misura di come l’integrazione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di adattamento di queste differenze al sistema globale)  possa evolvere in inclusione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di trasformazione del sistema stesso), arrivando addirittura a farci desiderare quel salto di paradigma ormai ineludibile e che, per forza d’inerzia, tanto temiamo: non stiamo benevolmente concedendo spazio in quello che consideriamo il nostro mondo, ma stiamo, piuttosto, prendendo atto della necessità di aprirci all’altro, che col suo sapere può darci una chiave di svolta per questioni di un certo peso, tipo, per dirne una, salvare il pianeta.

Come Violeta, che cantava alla differenza, ci sembra sempre più evidente che la diversità non è qualcosa da tollerare, ma “qualcosa da celebrare, in quanto condizione essenziale per la nostra esistenza”. Lo ha scritto Vandana Shiva nel suo acutissimo manifesto Terra viva. Direi, ancora meglio, che la diversità è qualcosa da stimolare. Questo manifesto che, in occasione della Conferenza sul Clima di Parigi, ho cercato di analizzare con i miei alunni di prima media, si definisce “una nuova visione per una cittadinanza planetaria”. E questo aggettivo, planetario, che poi non è trovata originale di Vandana Shiva ma termine scelto in un percorso di progressiva presa di coscienza a cui tante persone stanno contribuendo, mi ha fatto pensare alle parole di Gayatri Spivak che, nel 2003, scriveva in Morte di una disciplina: “Propongo di sovrascrivere il globo con il pianeta. La globalizzazione è l’imposizione dello stesso sistema di scambio ovunque. […] Il globo è nei nostri computer. Nessuno vive lì. Ci consente di pensare che possiamo mirare a controllarlo. Il pianeta rientra tra le specie di alterità, che appartengono ad un altro sistema; eppure lo abitiamo, a prestito. Non è effettivamente in netto contrasto con il globo. […] Essere umano è da intendersi verso l’altro. Noi forniamo a noi stessi raffigurazioni trascendentali di ciò che pensiamo sia l’origine di questo dono che ci anima: la madre, la nazione, Dio, la natura. Questi sono i nomi delle alterità, alcuni più radicali di altri. Il pensiero del pianeta si apre ad abbracciare un’inesauribile tassonomia di tali nomi, inclusi, ma non identici, nell’intera gamma degli universali umani: l’animismo aborigeno così come la mitologia spettrale bianca della scienza post-razionale. Se immaginiamo noi stessi come creature planetarie piuttosto che come entità globali, l’alterità resta non derivata da noi; non costituisce la nostra negazione dialettica, ci contiene così come ci scaglia lontano. E così, pensare ad essa è già trasgredire.” Il pianeta, poi, come scrive Paola Zaccaria in La lingua che ospita, è etimologicamente (dal greco) “ciò che va errando”, denota un corpo celeste che gira intorno al Sole, “pianeta/planetario/planetarietà è nucleo semantico che in quanto originato nelle acque amniotiche dell’erranza, del movimento, meglio si addice all’odierna storia di migrazioni intercontinentali ” (p. 202). L’idea della lingua ospitante che dà il titolo al saggio di Zaccaria, inoltre, mi permette di introdurre quella che considero una bellissima figura di questa rivoluzionaria relazione con l’alterità, ossia la figura della traduzione così come la delinea Antoine Berman nel suo saggio La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza: una pratica di intima frequentazione di un’alterità destinata a rimanere irriducibile, verso la quale abbiamo abbandonato qualsiasi velleità di addomesticamento. Una traduzione che, dopo aver finalmente rinunciato alle sue secolari tendenze etnocentriche, ipertestuali e platoniche, dovrebbe puntare a farsi etica, poetica e pensante. Impossibile realizzarla del tutto ma viaggiare in questa aporia è preziosa opportunità di dialogo.

arpillera VIOLETA FOTO DISCHI

Violeta. Fiori, dischi e colori

Siamo capaci di inaugurare una stagione umana fondata su questa accoglienza non fagocitante? Sulla complementarietà e non più sulle contrapposizioni binarie? Siamo pronti ad abitare un pianeta fatto di alberghi nella lontananza?

Si tratta di questioni cruciali. E urgenti. Scrive Vandana Shiva che l’umanità sta affrontando molte crisi: catastrofi climatiche, fame, povertà, disoccupazione, criminalità, conflitti e guerre. Tutto questo sembra spingerla al collasso.

Cosa alimenta questa distruttività e ci impedisce di fermarla?

Il modo di pensare di quella parte di esseri umani che hanno dominato la Terra per secoli e secoli. Vi sono in particolare tre percezioni ingannevoli, dice, che impediscono di correggere e trasformare il nostro modo di pensare il suolo e la terra, il cibo e il lavoro, l’economia e la democrazia:

• gli esseri umani sono separati dalla Terra;

• la formazione della ricchezza nel mercato è separata dal contributo di “altri”: la natura, le donne, i lavoratori, gli antenati e le generazioni future;

• le azioni sono separate dalle conseguenze e i diritti dalle responsabilità.

Occorre cambiare questo modo di pensare, occorre rapportarsi alla terra e alla vita, alle altre persone anche, in modo diverso da come gli uomini più potenti e le civiltà che essi hanno voluto imporre hanno fatto per tanto tempo. Molti di noi ci stanno già provando.

Tenendo presente questo canovaccio, ho scelto, dal mio viaggio, di parlare in particolare di due luoghi. Partendo dalla consapevolezza di essere all’inizio di un percorso di scoperta di terre per me nuove, anche se da sempre mi sembrava di sentirle vicine, scelgo un percorso che definirei elementare, nei due sensi di semplice e basico, ma anche di legato agli elementi.

Due in particolare: l’ACQUA e la TERRA.

 

[continua]

 

 

0

Eduardo Galeano e Camille Claudel

eduardo-galeano-1A raccontare il viaggio in Argentina e Cile, che ho fatto con la mia amica Beatrice e da cui sono tornata quattro giorni fa, comincio da una coincidenza che mi ha fatto contenta subito prima di partire, ultima di una serie così lunga che alla fine mi ero quasi abituata a quel concatenarsi fluido e amichevole di corriere che partivano proprio cinque minuti dopo il nostro rocambolesco arrivo in stazione, tunnel andini pieni di neve che si aprivano giusto quelle due ore in cui eravamo giunte su al passo pronte a passare la frontiera, incontri buffi, commoventi o altamente improbabili, casuali e necessari insieme. Read the rest of this entry »

4

Il sopruso della cancellazione. 17 novembre: Le Malamate al Festival della Violenza Illustrata

Ulduz Malamate

Siamo molto contente di riproporre, il prossimo 17 novembre, le nostre Malamate nell’ambito di un contenitore speciale: il FestivalLa violenza illustrata“, organizzato dalla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, dal 4 novembre al 6 dicembre (qui l’intero programma).

Saremo al Granata di via San Carlo 28/D  a Bologna, a partire dalle ore 21.

In scena:

Silvia Cavalieri     voce e testi

Francesca Colli    voce, testi e chitarra

Hugo Venturelli   chitarra e voce

Bianca Ferricelli    attrice

Ulduz Ashraf Gandomi attrice

Su come è nato questo progetto e sulle motivazioni che sottende ci siamo soffermate qualche mese fa, in questo articolo. Vorremmo ora proporvi alcune riflessioni a partire dalla tematica specifica del Festival, secondo una particolare curvatura che è quella della violenza come esclusione o mancato riconoscimento.

 

Che ticchettio scandisce il tempo dell’esclusione? Tempo dilatato all’infinito che minaccia di fagocitarci. L’idea della gabbia mi angoscia, l’impotenza generata da pareti che limitano le mie possibilità di movimento e mi rendono invisibile, cancellandomi dal mondo condiviso dove circola la vita, mi abita come una minaccia di cui fatico a rintracciare le origini. Pareti reali o metaforiche. Le parole di Camille Claudel dalla sua reclusione forzata in manicomio, dove rimase per trent’anni senza più riuscire a scolpire nulla, mi rimbombano dentro e sono la denuncia – flebile ma coriacea – di un sopruso che sento sulla mia pelle senza averlo vissuto in prima persona. Così scriveva a suo fratello Paul nel marzo del 1930, dopo diciassette anni di clausura prima nei pressi di Parigi poi a Montdevergues, vicino ad Avignone:

 

“C’è forse qualcuno che nutre almeno un po’ di riconoscenza per chi lo ha nutrito, che sa dare qualche risarcimento a colei che hanno depredata del suo genio? No! Un manicomio! Nemmeno il diritto di avere una casa mia!…

Perché devo restare alla loro mercè? È lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista a cui si vuol far sudar sangue.”

 

Riconoscenza, dice Camille Claudel. Una parola spaesante se non ci soffermiamo a meditarne il senso profondo, scomponendola: ri-conoscenza è il tornare a conoscere. Perché vi siete scordati di me, madre e fratello che tanto mi avevi amata? Perché non lucidate i vostri sguardi opachi e tornate a vedermi, a capire chi sono, a riflettermi un’immagine? Dannati specchi silenti. Riconoscenza e riconoscimento sono legati. Hanno dentro una noce preziosa che conferisce consistenza a un io che senza la percezione contenente dell’altro si fa aerea fluttuazione. Pulviscolo disperso.

 

Bianca MalamateViviamo tanti tipi di abbandono: certuni brutali, traumatici, altri fisiologici allo scorrere crudo e impermeabile dell’esistenza; alcuni sono distacchi reali, totali cambiamenti di rotta che ci vengono imposti senza che possiamo avere voce in capitolo, altri sono strane forme di ottusità, sguardi negati, mancati riconoscimenti che ci trasformano in estranee per qualcuno che sentivamo vicino, parente di vita per uno sguardo, una coincidenza, un odore che ci sapeva di casa. Qualcuno che, a volte senza nemmeno rendersene conto, ci aveva illuse di essere meno sole forse perché, come scrive incantata Laura Lamanda nell’Aeroracconto dell’amore fatale, ha un “mistero compatibile” con il nostro. E non è cosa ovvia né troppo comune: i misteri compatibili sono la condizione necessaria perché si inneschino quelle alchimie che fanno prendere corpo al mondo, conferendogli la bellezza di un raro fulgore.

 

Francesca MalamateQuanto bisogno abbiamo di essere viste e riconosciute? Con le mie figlie o nel mio lavoro di educatrice e insegnante, guardandomi attorno, confidandomi con le mie amiche e raccogliendo storie che mi sono arrivate soprattutto nel momento in cui ho deciso di dare forma alle mie eccedenze, provando a trasformare un’ipersensibilità scomposta in qualcosa di condivisibile, come una canzone o un testo, mi accorgo che quasi tutti in un modo o nell’altro cerchiamo questo, perché l’identità si dà nella relazione e lo sguardo dell’altro ci dà fondatezza. Può indispettirci questa vulnerabilità, ma siamo figli/e di uno sguardo innamorato: quello di nostra madre e di nostro padre che ci hanno tenute fra le braccia piccolissime o di chi per loro. Se quello sguardo ci è stato negato continueremo a cercarlo per tutta la vita, se lo abbiamo avuto ne sentiremo lo stesso l’atroce mancanza nei nostri momenti più bui. Salus è il saluto che ci porta salute e salvezza: quanta pregnanza in questa parola così breve. Chi ci saluta ci vede e ci riconosce, questo gesto ci restituisce un’immagine, è un riflesso che siamo: ci salva dall’abisso dell’irrelatezza.

 

Quanta sofferenza che circola nelle contrade del mondo è frutto di questo sguardo negato? Quanta cecità gratuita?

Trovo una sofferta riflessione a proposito della negazione in questo scritto, che ne mette in luce i vari gradi: dalla banalità quotidiana – ogni giorno subiamo piccole cancellazioni o le mettiamo in atto per affermarci a spese degli altri – alla violenza subdola e indenunciabile di chi ostentatamente ci rifiuta:

“Forse perché per donarsi senza filtri, per chi sa ancora farlo, ci vuole davvero solo un momento. Forse perché non c’è un tempo predefinito per amare, non ci sono regole, forme statiche e fisse che stabiliscano dopo quanto tempo o dopo quali esperienze condivise si possa amare. Quell’energia attraversa le case, i corpi e le anime (per chi più che crederci ne sente ancora l’esistenza) e si contagia come la più irrinunciabile e meravigliosa delle malattie-medicina  per nascere alla vita.

            È la malattia più potente che attraverso la negazione davvero uccide, è la medicina più potente che attraverso il Riconoscimento davvero può riportare in vita qualsiasi cosa dal limbo della non-vita, della cancellazione.”

 

Silvia Hugo MalamateEssere invisibili o anche diventarlo all’improvviso ci avvelena la vita, ma il silenzio non è detto che sia assoluto. E il veleno è un liquido che può circolare lungo rivoli inattesi, non solo nelle nostre vene. C’è un mito ancestrale sotteso a molti dei brani che interpretiamo nel nostro spettacolo delle Malamate: il mito della Llorona, una storia dilaniante, refrattaria a ogni facile ricomposizione. Un’amante abbandonata e condannata all’oblio senza appello impazzisce di dolore e uccide i suoi figli, avuti dall’uomo che a un certo punto l’ha rifiutata per sposare una donna ricca, e poi si suicida. Questo gesto la rende maledetta, senza requie perfino al di là della morte, la condanna a cercare disperatamente i suoi figli nel fiume in cui li ha gettati, senza mai una tregua. Simbolicamente in questo mito vediamo rappresentata la rabbia che è tormento inarrestabile, il furore che ci spinge a fare gesti estremi, che ci rigettino al centro di quella scena da cui siamo state violentemente strappate, nocivi per noi stesse e per ciò che più amiamo. Ma questo male non è solo nostro: nella celebre canzone popolare messicana chi parla è colui che è rimasto, l’amante che ha scelto di cancellare la Llorona e che ha visto la sua furia, marchiato indelebilmente da una passione a cui pensava di essersi sottratto, recidendola crudelmente, ma il cui veleno dolcissimo invece si infiltra, paralizzandogli ogni alternativa di vita. La rimozione non può cancellare ciò che è stato e tutto drammaticamente riaffiora. Gli scarti che galleggiano disordinati sul fiume delle nostre vite possiamo richiamarli appassionatamente dentro un disegno, frammentario e discontinuo ma sicuramente un gesto di dialogo.

 

Lhasa

Lhasa

Lhasa de Sela (1972-2010), una delle cantautrici  a cui vogliamo rendere omaggio con questo nostro spettacolo, ha scelto di dedicare un intero album alla Llorona: ferita, la ascoltiamo cantare il deserto del disamore, abitato da una donna che di questo deserto non si spaventa ma, anzi, vi legge riflesso il suo paesaggio interiore: Sono venuta nel deserto per andarmene dal tuo amore / che il deserto è più tenero e la spina è un bacio migliore […] Sono venuta nel deserto per bruciare / perché l’anima prende fuoco quando smette di amare.

 Capita che disprezziamo proprio il contatto che ci ha esposte troppo, allora ci neghiamo allo scambio per ricostruirci quella “verginità di ritorno” che, sola, pare in grado di proteggerci: soffochiamo la nostra naturale tensione verso l’altro per ritirarci, “disdegnose”, in un’esistenza altera, lottando per dimenticare la vergogna del nostro amore rifiutato, negandone sprezzanti la necessità.

Ma non sappiamo restare a lungo dormienti. Nel Pajaro è così lampante che il risveglio si dà solo sull’orlo dell’abisso: “Guardatemi”, dice, “son già qui che ritorno alla vita”, “ti ho aspettato nell’abisso e dell’abisso mi sono innamorata”, “tu mi hai risvegliata, ora insegnami a vivere”. Non sappiamo condannarci all’intransitività e ricadiamo nella disposizione allo scambio, in un carosello di doni e perdoni, come acrobate non troppo aggraziate in equilibrio su un filo: perché chi entra nel circo Firuliche – lo diceva Eduardo Galeano nel suo Libro degli abbracci non ne esce mica più.

 

E allora, come mi dice sempre la mia saggia amica Valentina, se proprio volete fare le funambole vedete almeno di non precipitare sul pubblico, per favore!

(Non si ricompongono i cocci ma lo stupore davanti alla vita può tornare intatto. Le Malamate vorrebbero raccontare questa magia)

Silvia Cavalieri

 

 

 

2

Bangkok: dietro le quinte di un distretto erotico

Alessandra l’ho conosciuta tre anni fa, durante una supplenza alle medie: Angela l’aveva invitata a scuola perché parlasse del suo lavoro per “Medici senza frontiere” con cui è partita varie volte in qualità di giornalista. Fotografie di Haiti, della Colombia, dell’Etiopia sfilavano davanti agli occhi dei ragazzi, avvinti dai racconti con cui Alessandra sapeva accompagnarle. Bello ascoltarla e bello vedere loro così presi, segno che l’esperienza autentica fa ancora breccia in questa generazione che troppo spesso viene demonizzata, soprattutto dai media. Ora Alessandra è in Thailandia e mi ha mandato questa testimonianza che, mentre ci racconta di lei, del suo coraggio e della sua intraprendenza, ci parla anche di altre donne, che a Bangkok fanno una vita durissima. Ma non si arrendono. Read the rest of this entry »

1

Io e la lingua italiana

Praticare la lingua dell’altro fino al punto da riuscirci a raccontare attraverso di lei, riscoprendoci trasformati dal suo timbro, dal suo lessico, dai suoi suoni: la mia amica Sara, dei giri lisboneti e di quella lunga chiacchierata davanti all’oceano in un posto che si chiama Telheira da Foz, dove finisce la ferrovia, la mia amica dalle parole precise e poetiche, pronunciate con voce un po’ roca in portoghese, la lingua meravigliosa in cui amo rifugiarmi e cercare quello che non trovo più nella mia, la mia amica fa proprio questo nel post che pubblico oggi: un formidabile esercizio di alterità, la strada che tante volte ci porta un po’ più in là nel farci conoscere noi stessi e quello che ci sta intorno. Read the rest of this entry »

5

Il ruolo delle donne tra tradizione e modernità

Oggi pubblico un post, piuttosto lungo ma alla fine non ho voluto tagliarlo e, anzi, ho deciso perfino di aggiungere un altro breve stralcio dai suoi scritti sul Senegal che Chiara Barison mi ha così gentilmente mandato, un post che mi emoziona particolarmente perché parla di Africa, un continente a cui mi sto avvicinando attraverso i miei studi e le mie letture e dove spero di andare presto – in Mozambico, in particolare – con qualcosa di interessante da fare. Chiara è un’antropologa straordinariamente appassionata, con una scrittura coinvolta e penetrante che mi ha subito catturata. Non crediate che questa testimonianza sulle donne senegalesi abbia poco a che fare col nostro percorso sulla femminilità, su modelli diversi di vivere il proprio “essere donna” che è importante conoscere dentro a quest’Italia sempre più appiattita in immagini patinate e asettiche: persone come Chiara, con le loro conoscenze approfondite e con la loro voglia e capacità di raccontare queste esperienze così rare di contatto effettivo con mondi diversi dal nostro, sono medium preziosi verso quell’alterità che fa tanto parte di noi e che spesso ci ostiniamo a estromettere e a ignorare. Una tematica cruciale, come ho cercato di far capire nel dibattito che ho avviato all’interno del nostro forum, sull’empatia. Read the rest of this entry »

6

Dall’altra parte del mare: storie di donne pensanti

Ancora una volta mi sono commossa rileggendo lo scritto che sto per pubblicare: le tre storie che contiene, le considerazioni finali e la brevissima conclusione in forma di apologo, che Sandra ha saputo trovare per darci una testimonianza così densa e perfetta. Sono storie raccolte in un Brasile lontano dai riflettori, quello dove Sandra ha vissuto per quasi undici anni, dove torna ogni volta che può e di cui ha sempre voglia di parlare, come scrive nel suo blog, che consiglio di visitare a tutti quelli che hanno voglia di capire cosa racchiuda questo enorme paese, spesso conosciuto solo per frasi fatte. Anch’io Sandra l’ho scoperta proprio così, guidata dalla volontà di conoscere un luogo di cui tanto ho letto ma dove non sono mai stata, e dall’intuizione che in lei avrei trovato uno sguardo coinvolto e sapiente, che mi avrebbe trasmesso il senso complesso di una nazione, smascherata nelle sue contraddizioni più intime e, insieme, profondamente amata. Leggendo le vite di Célia, Luiza e Ana Lúcia, ritrovo anche un pezzo importante di una donna nata in una vita simile alla mia, che ha avuto il coraggio di aprire gli occhi su un mondo che spesso preferiamo ignorare, raccontandocene l’umanità e il coraggio. Read the rest of this entry »