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africa Archive

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“Il vestito di Ilda”, di Anna Fresu

ILDA ANNA FRESUEccola qui Ilda col suo vestito nuovo a quadretti bianchi e rossi e una tracollina di paglia con dentro un quaderno e una penna e pochi spiccioli caso mai passasse un autobus. Ma autobus ce ne saranno uno o due in tutta la città e non è detto che oggi abbiano trovato la benzina.

E infatti oggi non ne passa nessuno. Ilda abita a Matola, la scuola è a Maputo a 8 chilometri di distanza. Miracolosamente riesce ad arrivare con solo pochi minuti di ritardo.

All’uscita di scuola sarà un problema. Le lezioni finiscono alle 18 e a Maputo fa notte presto. Autobus non ce ne saranno, non ce ne sono mai.

Non ho detto delle scarpe di Ilda, scarpe di gomma, tipo giapponese, ricavate da vecchi pneumatici opera di normali africani artisti del riciclo. Forse resisteranno a tanti chilometri, forse no.

In classe Ilda parla pochissimo … ascolta, ascolta tutto, tutti: insegnanti, compagni.

Un giorno parlerà, non ancora.

Ogni giorno è così: la mattina una tazza di tè in fretta, con tanto zucchero per resistere fino alla sera, poi i chilometri a piedi con il sole, con la pioggia … E a scuola tacere, ascoltare. Poi la lunga strada per Matola.

Ogni sera Ilda lava il suo vestito con un pezzo di sapone quando c’è o solo con l’acqua, lo asciuga col ferro scaldato sul fuoco e lo indossa la mattina. Il rosso dei quadretti diventa sempre più rosa, poi beige, poi quasi sparisce. La stoffa è sempre più leggera, sottile. Ma il vestito è sempre pulito, stirato.

Stamattina Ilda non ha preso il suo tè, doveva rammendare il vestito che comincia a lacerarsi qua e là.

Stasera è troppo stanca sulla strada per Matola, le si è anche rotto l’infradito. Ilda si siede sul bordo della strada. Il sole che tramonta arrossa le saline che si vedono in lontananza. Fra un po’ sarà notte, cala presto la notte a Maputo. Un fuoristrada si ferma. È una macchina nuova, sulla portiera ha l’insegna di un’organizzazione umanitaria. Quei signori là dentro non parlano changana, parlano un portoghese stentato ma sono gentili, l’accompagneranno loro a casa.

Ilda sale sulla macchina, un altro strappo alla manica mentre si arrampica.

Oggi i minuti di ritardo diventano ore, si alternano gli insegnanti, finiscono le lezioni.

Domani ci sarà un posto vuoto e così domani e domani ancora.

Sulla strada di Matola qualcuno ha raccolto un vestito, (“con qualche rammendo andrà bene per Josina”) ma il vestito è troppo rotto e non basterà il sapone a far sparire tutte quelle macchie di fango e di sangue.

(da “Sguardi altrove” di Anna Fresu, ed. Vertigo, Roma, 2013)

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“Wangari Maathai, la donna del ritorno al futuro”, di Igor Giussani

Un articolo di Igor Giussani che raccontandoci chi era Wangari Maathai, premio Nobel per la Pace nel 2004 scomparsa qualche settimana fa a Nairobi, ci fa sapere che esistono altri modi di stare al mondo, di concepire le relazioni fra gli esseri e anche di difendere i diritti delle donne.

 

Il 25 settembre scorso Waangari Muta Maathai ha lasciato questa Terra, da lei amata e difesa con passione e tenacia straordinaria. Biologa, militante ambientalista, paladina dei diritti delle donne keniote, nelle narrazioni sintetiche in stile Wikipedia passerà alla storia soprattutto per i suoi primati: 40 milioni di alberi piantati con l’associazione Green Belt Movement (GBM), prima donna africana a conseguire un PhD e soprattutto il Nobel per la Pace (2004); ma un mero elenco di questi traguardi non le rende assolutamente giustizia. Per comprenderne la reale statura, consiglio l’ottimo articolo di Kerry Kennedy, La donna che sussurrava ai potenti, reperibile sul sito Web del Fatto Quotidiano.  In questa sede vorrei piuttosto condividere alcuni insegnamenti che rappresentano il nucleo fondamentale della sua eredità ai posteri.

Malgrado gli studi condotti negli USA, la Maathai per tutta la vita non solo non ha mai ripudiato le proprie origini ma le ha anzi elevate a motivo di orgoglio. Fedele al principio africano per cui la conoscenza consiste in una visione olistica di tutte le manifestazioni culturali, nei suoi libri mischiava volontariamente politica, scienza, religione e saggezza popolare, violando tutte le prescrizioni accademiche occidentali che scindono radicalmente oggettivo e soggettivo, riscontri empirici e mito. In Occidente, abbiamo avuto bisogno di pensatori eterodossi come Illich o Bookchin per riflettere seriamente sull’alienazione uomo-tecnologia-natura, e c’è voluto un gruppo di scienziati del MIT riuniti nel celebre Club di Roma a inizio anni Settanta per ammettere la necessità di limitare lo sviluppo e preservare il pianeta. Le tribù kikuyu, da cui Wangari discendeva, attuavano invece pratiche di conservazione della biodiversità da tempi ancestrali, millenni prima che concetti come ‘sostenibilità’ ed ‘ecocompatibilità’ fossero mai stati teorizzati.

Quando le chiesero come riuscisse a conciliare l’impegno ambientalista con quello sociale – dilemma che da sempre attanaglia gli ecologisti europei e nordamericani – rimase stizzita per la stupidità della domanda: “Quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini… e allora non puoi più pensare solo a piantare alberi”. Per lei era tutto assolutamente ovvio, perché da perfetta kikuyu non riusciva a separare ‘natura’ e ‘umanità’ in entità distinte. Invece di occidentalizzare l’Africa, si propose pertanto di trasmettere all’Occidente un po’ di saggezza del continente nero.

Anche se sarà ricordata come una pioniera del cosiddetto ‘sviluppo sostenibile’, un’etichetta che troppo spesso le multinazionali utilizzano per ‘tinteggiare di verde’ il vecchio business, il suo approccio è stato di gran lunga più profondo: contenere l’avidità umana per una convivenza pacifica e fruttuosa con la Natura, ponendo l’accento non tanto sui limiti produttivi dell’ambiente quanto sulla voracità dell’uomo e sulla tendenza cronica a colmare il vuoto spirituale con l’abbondanza materiale. Malgrado fosse una scienziata, era più che mai convinta che non si potesse ridurre l’ambientalismo agli aspetti tecnici – per quanto ineludibili – perché solo un nuovo umanesimo può convincere la popolazione mondiale a vivere meglio con meno.

In Occidente la Maathai era oggetto di rispetto e ammirazione, ma ho sempre percepito un certo sospetto da parte del femminismo per così dire ‘storico’ a causa della sua convinta appartenenza culturale, che non si limitava a presenziare agli eventi internazionali in abiti tradizionali. Waangari era convinta che l’emancipazione delle donne keniote non derivasse dall’imitazione di modelli stranieri ma passasse per l’agricoltura tradizionale, fatta di pratiche che in Occidente non esiteremmo a bollare come ‘patriarcali’. Volendo filosofeggiare, si potrebbe obbiettare che la sua concezione era forse più ispirata alla ‘complementarietà dei sessi’ che all’uguaglianza vera e propria. Ma più di tutto creava problemi la sua visione critica del progresso e della scienza.

Molte militanti femministe, penso ad esempio a figure come Emma Bonino, hanno spesso mostrato una fiducia acritica nei confronti del progresso tecnologico-scientifico, forse perché tante innovazioni hanno aiutato le donne a riappropriarsi del proprio corpo (come la contraccezione) o a sollevarle dalla schiavitù di pesanti compiti domestici. Ma in un contesto come quello africano e asiatico, dove la realtà prevalente è quella contadina (anche in nazioni come l’India, dove i mass-media tendono a presentare solo scenari high-tech come Bangalore) lo ‘sviluppo’ sotto forma di meccanizzazione di massa e sementi OGM espelle le donne da alcune funzioni fondamentali come la selezione dei semi, degradando la loro funzione sociale, riducendo la loro indipendenza e favorendo abusi e sfruttamento sessuale. Uno sviluppo tecnologico che quindi impedisce un reale progresso, dove al degrado sociale quasi sempre si associa quello dell’ambiente.

Nel nostro immaginario, la donna emancipata è attiva nel settore dei lavori di intelletto, dei servizi o al più come operaia nell’industria; prendere dimestichezza con le innovazioni evitando una discriminazione su base tecnologica è giustamente ritenuto una priorità. Ma molto raramente le iniziative a favore delle donne si interessano al mondo agricolo e contadino, quasi completamente di pertinenza maschile, e in prospettiva potrebbe rivelarsi un errore gravissimo.

Nei prossimi quindici-vent’anni, la fine dei combustibili fossili e la crisi economico-climatica comporteranno un sostanziale ‘ritorno alla terra’ anche nei paesi più avanzati. Alla nuova classe contadina non sarà chiesto solo di produrre cibo per sfamare una popolazione più numerosa: dovrà anche combattere il riscaldamento climatico fissando CO2 nel terreno e collaborare alla creazione di reti energetiche e produttive sostenibili sul piano ambientale e sociale. Se le donne occidentali non saranno coinvolte attivamente in questi processi, il rischio di esclusione è fortissimo, e non si può neppure scartare la riproposizione tout court di schemi maschilisti tratti dal patriarcato agricolo arcaico. Certo molte donne sono impegnate nel campo delle energie rinnovabili, dell’agronomia o militano a favore dell’ambientalismo; ma le leader dei movimenti per una transizione post-fossile e una visione critica della tecnologia appartengono quasi sempre a nazioni del sud del mondo, come Vandana Shiva o Arundhati Roy.

Waangari ha indicato la direzione: nel loro piccolo le piantatrici d’alberi del GBM – spesso con scarsi livelli di istruzione se non proprio analfabete – rappresentano un’avanguardia a cui le donne occidentali possono e devono ispirarsi al fine di coniugare emancipazione sessuale e salvezza del pianeta.

 

Igor Giussani

 

L’immagine è tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Wangari_Maathai_no_Brasil.jpg

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Abitare le frontiere (perché tradurre non è mica solo un mestiere)

Sono partita stamattina presto da casa. Ho lasciato mio figlio che alla notizia della mia partenza mi ha detto “mi dispiace che parti , ma tu sei così, mamma, una nomade”.

Alla stazione vado dal giornalaio con cui ci conosciamo da anni. Mi ha guardato e mi ha detto “non ne posso più”. Io l’ho capito cosa voleva dire, non ne può più di essere onesto, di lavorare, di vedere quello che dal suo speciale osservatorio vede tutti i giorni. Un paese che va a rotoli, chiuso su sé stesso incapace di parlare alle sue parti. Mi sento pure io così e proprio per questo ho deciso di partire. Read the rest of this entry »

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Il ruolo delle donne tra tradizione e modernità

Oggi pubblico un post, piuttosto lungo ma alla fine non ho voluto tagliarlo e, anzi, ho deciso perfino di aggiungere un altro breve stralcio dai suoi scritti sul Senegal che Chiara Barison mi ha così gentilmente mandato, un post che mi emoziona particolarmente perché parla di Africa, un continente a cui mi sto avvicinando attraverso i miei studi e le mie letture e dove spero di andare presto – in Mozambico, in particolare – con qualcosa di interessante da fare. Chiara è un’antropologa straordinariamente appassionata, con una scrittura coinvolta e penetrante che mi ha subito catturata. Non crediate che questa testimonianza sulle donne senegalesi abbia poco a che fare col nostro percorso sulla femminilità, su modelli diversi di vivere il proprio “essere donna” che è importante conoscere dentro a quest’Italia sempre più appiattita in immagini patinate e asettiche: persone come Chiara, con le loro conoscenze approfondite e con la loro voglia e capacità di raccontare queste esperienze così rare di contatto effettivo con mondi diversi dal nostro, sono medium preziosi verso quell’alterità che fa tanto parte di noi e che spesso ci ostiniamo a estromettere e a ignorare. Una tematica cruciale, come ho cercato di far capire nel dibattito che ho avviato all’interno del nostro forum, sull’empatia. Read the rest of this entry »