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Racconto dell’ACQUA: l’Escuelita fluvial di Buenos Aires

[continua]

OLYMPUS DIGITAL CAMERALo scorso Ferragosto, mentre navigavamo sulla lancha colectiva verso l’Escuelita Caraguatá – finalmente! – era come se tutte le cose fossero andate al loro posto, in un’istantanea di perfezione: l’attesa pronta a sciogliersi, la luce densa della mite umidità invernale, l’esattezza noncurante dei gesti del timoniere e del ragazzo dai tratti indigeni che aiutava i passeggeri a salire e scendere dalla piccola imbarcazione che ci stava conducendo laggiù.

 

La geografia è indissolubilmente storia da queste parti, lo si capisce bene leggendo la vissuta presentazione nel sito, dove si racconta che la famiglia dell’Escuelita è nata nel 2007, quando all’interno del delta del Paraná, poco fuori Buenos Aires, più esattamente nell’Arroyo Caraguatá, è stato riscoperto un edificio in stile indo-inglese del 1910, che fino agli anni Settanta aveva ospitato una scuola pubblica, poi abbandonata e lasciata andare in rovina. Dopo una serie di lavori di ristrutturazione alla casa, si è cominciato a coltivare un orto biologico e a raccogliere volumi in quella che è poi diventata la luminosa biblioteca popolare, all’interno del centro culturale comunitario.

Oggi l’Escuelita è una variegata comunità. Laboratori, merende, prove di giovani musicisti, registrazioni di gruppi affermati, feste, ritrovi: un confluire variopinto di vite, le cui traiettorie fantasiosamente si incrociano in mezzo alla natura e ai sorrisi, che all’escuelita sembrano riprodursi esponenzialmente, accantonando, anche se solo per un attimo, fatiche e preoccupazioni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ambiente del delta, lungo 320 chilometri, è unico e sfuggente. Qui le acque del Paraná si incontrano con quelle del Rio de la Plata, mescolando i rispettivi sedimenti, su cui cominciano a crescere i giunchi e, a volte, s’incagliano ostacoli che rimangono sul fondo per anni: dragare l’affluente è una spesa poco urgente nella lista dell’amministrazione locale, anche perché l’Arroyo si trova un po’ scostato rispetto alla zona più turistica. Le maree e la nebbia, che in certi periodi rende la navigazione poco sicura, fanno sì che l’escuelita non sempre sia raggiungibile.

Gli aborigeni di questo territorio si chiamavano Chaná ma sono stati sterminati. La zona è stata ripopolata con immigrati europei e, più tardi, ha visto arrivare famiglie di umili origini, soprattutto uruguayane. Molti occuparono proprietà abbandonate. Negli ultimi decenni, la bellezza del posto ha attratto molti villeggianti, soprattutto da Buenos Aires, che vi hanno collocato la loro seconda casa per i fine settimana fuori città. All’escuelita si ritrovano bimbi, ragazzi e adulti del luogo o che arrivano da Tigre, l’ultima cittadina sul continente, prima del fiume, o dalla capitale. Si fanno laboratori bellissimi: si costruiscono burattini che diventano i protagonisti di fiabe animate, si suona, si fa l’orto. Ognuno va portando quel che è, per condividere e scambiare il suo con altri saperi. L’Escuelita è attualmente frequentata da circa 400 persone, fra cui 80 bambini e adolescenti, molti dei quali discendenti da quegli índios che in Argentina sono ancora gravemente stigmatizzati.

Eppure sono proprio loro (toba, quechua e guaranì) che, attraverso dimostrazioni pacifiche e cerimonie propiziatorie, si stanno battendo affinché nel Delta una certa zona non troppo distante dall’Escuelita, detta Punta Querandí, venga riconosciuta come luogo di interesse culturale e sito archeologico e perché non venga completamente snaturata dalla febbre immobiliare . Le parole di uno dei protagonisti di questa battaglia pacifica ci rimandano a una consapevolezza profonda, che è la stessa a cui mi riferivo nella mia introduzione, qualche giorno fa: “Ciò che stiamo facendo non è per noi stessi. La ragione sono i bambini, ai quali chiediamo perdono per quello che gli stiamo lasciando. I governi sono responsabili però anche noi lo siamo. È per questo che insegniamo ai nostri bimbi che una pannocchia di granturco vale più di un anello d’oro, perché col mais possiamo riprodurre la vita mentre l’anello non possiamo mangiarlo […] vogliamo recuperare il paradigma che ci hanno fatto perdere che è quello di fare tutto in forma comunitaria. Noi non siamo violenti, non siamo venuti a distruggere nulla”. Alcune insegnanti portano qui le loro classi in visita d’istruzione – un vero e proprio cimitero archeologico con punte di lancia e oggetti della quotidianità di popolazioni cancellate dalla violenza cieca degli invasori europei – per contribuire a “decolonizzare la storia”, dice una di loro , perché è necessario un lavoro di rivalutazione delle origini indigene, troppo a lungo rimosse con vergogna dall’identità nazionale argentina: la parola “índios” è troppo spesso usata con connotazioni dispregiative, la loro cultura eliminata dai curriculum scolastici e dai libri di testo. L’Argentina ufficiale che, da secoli, si ritiene ed è ritenuta il baluardo della civiltà europea nel continente sudamericano, pare non voler rispecchiarsi nelle proprie radici autoctone: una tematica particolarmente urgente in questi giorni in cui il paese comincia già a risentire negativamente dell’elezione di Mauricio Macri, conservatore liberista, elezione che contribuisce a ribadire l’identità del continente sudamericano come “cortile di casa delle grandi corporazioni che detengono il potere […] anche politico”, come affermava pochi giorni fa lo scrittore cileno Luís Sepúlveda, riprendendo l’immagine del “cortile di casa”, che è il modo in cui, sprezzantemente, gli Stati Uniti trattano il Sudamerica ormai da due secoli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAscoltare certe sensibilità in contatto più immediato con l’ambiente naturale non significa ovviamente scadere in certa datata retorica del buon selvaggio o prospettare come idilliache realtà che presentano difficoltà ed elementi contraddittori (chiunque s’impegni attivamente in progetti comunitari conosce bene i dubbi, i momenti di sconforto, le difficoltà che nascono talora non solo all’esterno, le contraddizioni su cui ci si interroga, certi nervosi per l’impressione di “lottare contro i mulini a vento”) ma significa piuttosto procedere nella presa di coscienza che certe tendenze non vanno assecondate per inerzia soltanto perché sono quelle della maggioranza, che lo stile di vita che la parte più influente dell’umanità ha adottato non è sostenibile e che un primo passo per cominciare a contrastarlo è scegliere di vivere diversamente, recuperando un dialogo con l’ambiente, valorizzando le (bio)diversità e scegliendo chi ascoltare senza pensare che sia tutto incontrovertibilmente deciso. Scegliere chi essere.

 

 

lancha2Dell’escuelita aveva già raccontato, facendoci viaggiare con l’immaginazione, Valentina Timpani, che vive a Buenos Aires da ormai cinque anni, dove è maestra elementare e che è fra le persone che con più continuità ed entusiasmo si adoperano dentro a questa bella realtà (e che lì ci ha portate!!).

Pochi giorni fa, nel pieno dell’estate argentina (che invidia!), c’è andata anche Teresa Rossano, insegnante di passaggio a Buenos Aires per fare gli esami di maturità in una scuola bilingue, portandone una bellissima testimonianza.

 

[continua col Racconto della TERRA, dal Cile dei mapuche]

 

 

 

 

 

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25 novembre: storia di Anna

scarpette rosseIeri sera, per chiudere la giornata della Società a Teatro di Ferrara, abbiamo letto questo testo, raccolto e rielaborato da un educatore per disabili. Alla fine, in un teatro comunale immerso nel silenzio, una dopo l’altra, una dozzina di persone si sono alzate dal pubblico e hanno depositato sul palco un oggetto femminile rosso, così abbiamo fatto anche noi Cantiga Caracol e, per ultima, Agnese Di Martino, la regia di questo bel progetto, ha lasciato sulla triste mucchia scarlatta un vestitino nero, da bimba. 

Questa storia è tragicamente vera. Una storia che ho raccolto facendo il mio lavoro, fortunatamente isolata ma purtroppo non unica (ricerche mirate sugli abusi in famiglia rilevano che le percentuali a danno di soggetti disabili sono almeno doppie rispetto agli altri casi, nonostante la difficoltà a monitorarle quando si tratta di disabilità psichica molto grave). Essa testimonia quanto sia difficile abitare la normalità quando si è donna e disabile e in questo caso figlia. Lascio la semplicità disarmante delle parole con cui mi è stata raccontata da Anna (nome di fantasia), una ragazza con deficit intellettivo e disturbo della personalità, ma fisicamente normale. Quella normalità (e semplicità) di cui non si è potuta mai rendere conto mentre fioriva, e che è stata oggetto di attenzioni particolari: quella normalità e integrità che non ha potuto difendere, specialmente nel contesto che doveva essere più tutelante, quello familiare.

“Sono nata nel 1970. E adesso, che siamo nel 2010, ho cinque anni. Non sono andata a scuola perché ero handicappata, e mio padre diceva che potevo fare brutti incontri. Però adesso ci vado a scuola, una scuola per quelle come me. Quando ero piccola sono andata al mare, qualche volta, ma non prendevo il sole perché mi faceva male. E poi mio padre diceva che non dovevo farmi vedere in giro nuda. Non devo parlare con le altre persone, ma solo con le donne. Tu sei un uomo, ma sei un maestro, e con i maestri ci posso parlare, se sono a scuola. Però non devo dire le cose che non devo dire. Mi piace mangiare i dolci ma non li posso mangiare perché sono grassa. E se divento grassa poi mi ammalo. E se mi ammalo poi prendo le medicine che mi fanno stare a letto. A me non piace stare a letto. Quando sono a letto deve venire il dottore. E siccome il dottore è un uomo, mio padre non lo fa venire, Le medicine che mi servono me le da sempre lui e a me non piace stare a letto nuda. Mio padre mi cura lui. E siccome sono malata deve fare le cose per guarire. Le cose per guarire le devo fare solo con lui. E’ un segreto che non deve saperlo nessuno. Alla mamma devo dire che sono guarita con le medicine. Certe volte mi sono ammalata tante volte. Quando avevo cinque anni venivano a trovarmi dei parenti che avevano le gonne, ma io portavo i pantaloni perché le gonne le mettono solo le donne cattive. Adesso mio padre è dovuto partire per lavorare e non mi cura più quando sono ammalata. Adesso non mi ammalo più. Non mi hanno detto quando torna mio padre, ma adesso che vado a scuola mi fanno mettere anche la gonna e poi posso portare i capelli lunghi. Quando faccio il compleanno mi fanno mangiare la torta …” … …

 

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Venerdì 23 novembre: doppio appuntamento con Le Vocianti

Continuano, all’interno del VII Festival La Violenza Illustrata organizzato dalla Casa delle donne per non subire violenza, gli eventi che vedono il nostro collettivo in prima linea. Venerdì prossimo, 23 novembre, l’appuntamento sarà doppio: alle 17 alla Biblioteca Italiana delle Donne di via del Piombo 5, a Bologna, presenteremo insieme all’Associazione Hamelin il documentario 2012: Comizi d’amore. Ricerche sul genere, frutto dell’omonimo progetto di educazione al genere realizzato nelle scuole superiori da Hamelin Associazione Culturale, Paper Moon Associazione, Valentina Greco e Stefania Voli. Read the rest of this entry »

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Violenza e rivalsa

Martedì 20 novembre,  ore 16,30
Sala dello Zodiaco – Palazzo della Provincia,
via Zamboni 13 BOLOGNA

VIOLENZA E RIVALSA

Riflessioni e osservazioni in merito ai possibili scenari futuri del quadro legislativo italiano in materia di affido condiviso,
separazione e riconoscimento della PAS (sindrome di alienazione parentale).
Intervengono
· Elena Tasca
Avvocata, Casa delle donne
· Luca Degiorgis
Giudice Onorario del Tribunale per i Minorenni di Bologna

(foto scattata da Cristina Demaria)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Presentazione del progetto Comizi d’amore. Ricerche sul genere

Il 2 ottobre alle ore 10 si terrà al Cinema Lumière la giornata conclusiva, dedicata alle scuole, del progetto 2012: Comizi d’amore.

Il progetto, curato dalle Associazioni Hamelin e Paper Moon in collaborazione con Valentina Greco e Stefania Voli, vuole ricordare Pier Paolo Pasolini nel 90° anniversario della nascita, riprendendo e aggiornando l’omonimo film-inchiesta del 1965.

Saranno presenti Gabriella Montera, Assessora alle Pari Opportunità della Provincia e Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna.

Se Pasolini offriva il quadro di un paese profondamente contraddittorio riguardo i ruoli di genere, 2012: Comizi d’amore si propone di indagare una società in cui nonostante le apparenze non è chiaro quali siano davvero le conquiste raggiunte. Malgrado l’Italia abbia ratificato nel 1985 la Convenzione dell’ONU per l’eliminazione di ogni discriminazione di genere, poco o nulla è stato fatto sul piano dell’immaginario per applicarla. Basta guardare le pubblicità che, caso unico in Europa, propagandano ancora stereotipi di genere che ingabbiano uomini e donne in ugual misura. Basta scorrere i nomi delle donne uccise dall’inizio dell’anno a oggi per trovarsi di fronte a un vero e proprio bollettino di guerra che, inesorabile, conta già 107 “cadute”. In un momento come l’attuale, è quindi sempre più vitale costruire terreni di incontro in cui promuovere la cultura e il rispetto delle differenze, specie di genere. Il progetto 2012: Comizi d’amore ne ha voluto costruire uno, accomunando di proposito 5 scuole del territorio bolognese molto diverse tra loro: licei classici, enti di formazione professionale e istituti tecnico-professionali. Ha voluto costruire, cioè, le condizioni per cui ragazzi e ragazze potessero conoscersi, confrontarsi su vissuti di genere e incontrare la cittadinanza.

Il progetto si è svolto da gennaio a maggio 2012. Nella prima fase, ha proposto incontri-laboratori di sensibilizzazione e discussione delle principali tematiche legate all’identità di genere e all’educazione sentimentale, con un ultimo incontro dedicato alla stesura delle domande in preparazione dell’intervista. La seconda fase ha visto la realizzazione delle interviste da parte dei ragazzi e delle ragazze ai coetanei/alle coetanee delle altre scuole partecipanti e alla cittadinanza negli spazi della città, nei marcati e a scuola, in piazza e in zona universitaria.

Dalle interviste è stato tratto un video documentario che verrà proiettato in anteprima il 2 ottobre e che è già stato selezionato per partecipare alla XXXIV edizione del Festival “Cinema e Donne” di Firenze.

Come Comizi d’amore di Pasolini, anche il documentario realizzato dalle scuole contiene interviste a personalità della cultura e dell’informazione.

A tal proposito, sono stati intervistati Gianni Sofri, Linda Chiaramonte e Porpora Marcasciano.

A conclusione del progetto, si sono registrati risultati ben oltre le aspettative. I 200 ragazzi e ragazze coinvolti si sono assunti la responsabilità di 2012: Comizi d’amore e lo hanno trasformato in un loro progetto, diventandone gli autori principali. Si sono posti e hanno posto domande sulla sessualità, sull’identità di genere, sull’educazione sentimentale, sull’orientamento sessuale, sulle relazioni famigliari; e sono stati i primi ad accorgersi che c’è qualcosa di stonato nella rappresentazione dei corpi e dei ruoli femminili e maschili nei media, i primi a individuare gli stereotipi e a controbattere. Segno che i ragazzi e le ragazze, quando si mettono in gioco, rispondono bene e con prontezza agli stimoli, alla riflessione, alla discussione.

Non restano solo le interviste realizzate, un dvd e un libretto, che verranno distribuiti alle scuole partecipanti, ma anche la consapevolezza che la strada da percorrere è lunga, ma che, forse, qualche primo passo sia già stato fatto.

Il progetto è a cura di Hamelin Associazione Culturale e Paper Moon, in collaborazione con Valentina Greco e Stefania Voli, con il sostegno della Provincia di Bologna, la partecipazione di Cineteca di Bologna e di Biblioteca Salaborsa Ragazzi, e il patrocinio del Comune di Bologna e del Servizio Sanitario Regionale dell’Emilia-Romagna.

Scuole coinvolte: CIOFS/FP; ECIPAR Bologna; Liceo Galvani; Liceo Minghetti; Istituto tecnico-professionale Manfredi-Tanari.

Per maggiori informazioni:
www.hamelin.net
051.233401
info@hamelin.net

 

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4. Appunti di educazione al genere: la mia esperienza alla scuola estiva di italiano

Con una collega particolarmente sensibile a questi temi, abbiamo deciso quest’anno di imperniare la scuola estiva d’italiano per stranieri, che ha accolto ragazze e ragazzi delle scuole medie inferiori nelle ultime due settimane di giugno, su un percorso di educazione al genere. Dovevamo insegnare l’italiano utilizzando approcci il più possibile ludici – lezione frontali vietate, in altre parole! – e abbiamo scelto di farlo dando una curvatura improntata all’educazione al genere. Avevamo con noi una trentina di ragazzini dai livelli linguistici molto diversi (alcuni in Italia da 3-4 anni, altri da pochissime settimane), provenienti da tanti paesi – un folto gruppo di pakistani e filippini, ma anche indiani, bangalesi, moldavi, rumeni, russi, ucraini, un ragazzo peruviano, una ragazza della Costa d’Avorio e una marocchina. Un gruppo bellissimo in cui si è creata in poche ore un’atmosfera insieme distesa e stimolante: sono nate delle amicizie, sono partiti dei dibattiti in cui “i più audaci” si esponevano dando fondo a tutte le loro risorse linguistiche pur di far capire come la pensavano. Nel corso delle prime due giornate, ci siamo concentrate su una serie di attività che ci dessero modo di cominciare il nostro breve percorso didattico, mirato all’insegnamento dell’italiano L2, permettendoci al tempo stesso di fare una prima conoscenza con i partecipanti, nonché di valutare sinteticamente il loro livello nella comprensione e nella produzione in italiano. Inoltre, visto che gli allievi provenivano da tante scuole diverse (una decina), era  necessario anche creare un breve periodo di confronto affinché gli utenti cominciassero a familiarizzare fra di loro. Abbiamo così organizzato una serie di giochi di presentazione corredati da esercizi svolti in un unico gruppo, nel giardino sottostante la sede del corso. Si è lavorato soprattutto sulla presentazione di se stessi: dai dati basilari alla descrizione fisica e, a grandi linee, psicologica. Dal terzo giorno abbiamo iniziato a connotare più decisamente il corso nella direzione che avevamo progettato introducendo nell’insegnamento della lingua seconda elementi che avessero a che fare con l’educazione al genere. Le nozioni appena apprese, relative alla descrizione (tratti fisici, vestiti, colori, espressioni, sentimenti), sono state utilizzate dagli apprendenti per illustrare con brevi testi due immagini per ognuno, una raffigurante un uomo e l’altra una donna, ritagliate da una serie di riviste fornite da noi educatrici o portate dagli alunni. Nei giorni successivi, gli incontri si sono sempre articolati sostanzialmente in due momenti distinti: la prima parte della mattinata l’abbiamo passata lavorando con il gruppo nella sua interezza, giù in giardino, con attività tese a fornire il lessico e le strutture morfo-sintattiche più adeguate per poi svolgere i laboratori in cui all’apprendimento della lingua veniva data una curvatura che aveva a che fare, più o meno direttamente, con l’educazione al genere. Gli utenti sono stati allora suddivisi in cinque gruppi omogenei per genere e sono stati invitati a creare due cartelloni ciascuno, intitolati “Lui” e “Lei”, con immagini e parole riconducibili rispettivamente all’universo maschile e a quello femminile. E qui i partecipanti si sono sbizzarriti, non utilizzando solo le foto ritagliate, ma disegnando anche, o aggiungendo parole significative. Sono usciti dati interessanti: anche a causa delle immagini femminili che ricorrono sui giornali, le donne raffigurate sono sempre giovani (spesso giovanissime) e molto attraenti, vestite elegantemente e sempre truccate; gli uomini hanno età più differenziate, sono attraenti ma quasi per sbaglio, come se il punto fosse un altro: sono professionisti realizzati nel lavoro, possibilmente ricchi, come indicano gli accessori che li accompagnano: orologi costosi e auto di lusso. Un gruppo costituito esclusivamente da ragazzi orientali ha disegnato attorno ai figurini delle modelle tante belle case, rinchiudendole amorevolmente (considerata la cura e il tempo che hanno dedicato al disegno) in una sorta di recinto dorato; un altro gruppo, sempre maschile, ha disegnato, nel cartellone dedicato ali uomini, strade che si perdevano all’orizzonte e fuoristrada.

Alcune alunne hanno scattato delle foto in primo piano ai partecipanti e poi ognuno ha creato, aiutato dai compagni e dalle educatrici, un acrostico del suo nome che lo raccontasse attraverso delle qualità positive.

A partire da una brevissima fiaba di Fabian Negrin, contenuta in Favole al telefonino, a cui abbiamo cancellato il finale che è stato così inventato dagli studenti di nuovo divisi in gruppi (sia omogenei che eterogenei per genere), le ragazze e i ragazzi sono stati invitati a riflettere sulla relazione fra apparenza e interiorità della persona.

I vari acrostici sono stati riportati accanto alla foto di ogni alunno. Abbiamo così delineato un percorso teso a mettere in luce quella che noi consideriamo un’evoluzione spesso non colta nella società in cui viviamo: dalla rappresentazione falsa e patinata all’unicità irripetibile di ogni persona vera e in carne e ossa.

Lavorando soprattutto con ragazze e ragazzi provenienti da famiglie migranti, tocco ogni giorno con mano quanto sia assolutamente necessario, oggi, affrontare quei percorsi di educazione al genere che, per tanti motivi, ci sembrano sempre più urgenti, in un’ottica complessa, perché i piani che si intersecano sono molteplici e le istanze appaiono spesso talmente complicate e, non di rado, contraddittorie, che una soluzione unica e lineare è altamente sconsigliabile perché implicherebbe indubbiamente omissioni gravi. Rifacendosi al pensiero del filosofo e sociologo Edgar Morin molti pedagogisti contemporanei sottolineano proprio l’importanza di pluralizzare il proprio sguardo, non limitandosi a un approccio esclusivamente improntato alla differenza di genere che, in ogni caso – è importante ribadirlo – rimane un tema ineludibile e ancora troppo poco battuto in ambito educativo, ma coniugando questa componente formativa fondamentale nell’ambito di sensibilità consapevoli che in gioco ci sono altre differenze estremamente potenti sul piano della formazione degli individui e delle loro relazioni.

Vorrei allora segnalare alcuni testi in cui si prende atto di questa complessificazione:

-Educare al genere. Riflessioni e strumenti per articolare la complessità, che propone percorsi di decostruzione e ricostruzione delle rappresentazioni sul genere in linea con le ultime acquisizioni teoriche.

- Donne migranti. Verso nuovi percorsi formativi (a cura di Cambi, Campani, Ulivieri)

- Migrazioni al femminile (monografico rivista “Inchiesta”)

- Fuori dal silenzio, a cura di Antonio Genovese, Federica Filippini e Federico Zannoni, in cui le questioni di genere sono state affrontate da ragazze/i evidenziandone il legame con le questioni generazionali.

[continua]

 

L’immagine è tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Summer_school_painting_class_2006_009.jpg

 

 

 

 

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Note a margine – Lettura musicata da “Svegliatevi, bambine!”

Mercoledì 11 Luglio alle 18.30
presso il Centro Documentazione Donne in via del Piombo 5, Bologna

Note a margine – Lettura musicata da “Svegliatevi, bambine!”


Combattere gli stereotipi sul femminile significa anche portare alla
luce voci dissonanti, vissuti che eccedono l’omologazione e che spesso vengono taciuti dalle rappresentazioni egemoni. Noi le abbiamo raccolte in uno scritto collettivo: sconosciute unicità prendono forma davanti ai nostri occhi per creare una trama fitta che sa di passato e presente, di vicino e lontano, di quotidiano e di ancestrale. Il tutto accompagnato da brani di vari repertori: dal Barocco alla musica popolare siciliana, dal Fado portoghese al Blues nostrano.

      Jessica Bruni, voce narrante

        Beatrice Sarti, voce (contralto)

              Silvia Cavalieri, voce

                  Vincent Spinelli, chitarra e voce

Testi di Isabela Figueiredo, Angela Perna, Lucianna e Clarissa Pinkola Estés.

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flash mob contro la violenza maschile sulle donne

Le pietre della piazza mi bruciano i polpacci, non pensavo si scaldassero così tanto, intanto guardo le nuvole che si chiudono lentamente sul cielo velato dallo smog.
Ci siamo trovate poco più di mezz’ora fa, davanti alla casa delle donne, in tante.

Più di settanta persone. Ci hanno dato dei cartelli e ci siamo incamminate, chi lungo via Castiglione, chi per il portico del Pavaglione, passando vicino ai negozi dell’alta moda Bolognese.

A tutte hanno regalato degli sguardi straniti, una donna seduta ad un tavolino davanti al bar si è chinata verso il compagno e ci ha indicate leggendo sottovoce i nomi che abbiamo sul petto.

Il mio è quello di una donna di 82 anni, si chiamava Giovanna, Stefania invece indossa quello di una ragazza di poco più di trenta. Intorno a noi sfilano donne di ogni età.

Arriviamo in piazza del Nettuno dove qualcuno ci chiede che cosa stiamo facendo, poi partono le percussioni e entriamo.

La piazza è grande, nel week end si riempe dei ragazzi che chiacchierano davanti alla sala borsa e del pubblico di Beppe Maniglia, quando ci apriamo la riempiamo tutta e la cosa mi impressiona

Iniziano a chiamare i nomi, e piano piano ci sdraiamo a terra.

“Giovanna Sfoglietta, 82 anni uccisa dal marito” è il mio, mi stendo e le pietre iniziano a bruciare come il peso che ho sul petto.

“DAL PRIMO GENNAIO 2012 IN ITALIA SONO STATE UCCISE 67 DONNE DALLA VIOLENZA MASCHILE”

   

   

   

 

 

le foto sono di Cristina De Maria

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#apply 194

La consulta ha dichiarato inammissibile la richiesta di incostituzionalità su l’articolo 4 della legge 194.

Bene, quindi tutto a posto?

Assolutamente no.

Quel diritto è posto costantemente sotto attacco, basta leggere come la notizia viene commentata sull’avvenire di oggi da Lucio Romano (presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita), che rilancia la necessità di arrivare ad una modifica che tenga conto del diritto all’obiezione di coscienza, ma che evidentemente ignori il diritto delle donne, sancito dalla legge.

Si mette quindi, ancora una volta, la confessione davanti alle persone.

 

Bisogna quindi attivarsi perché l’attenzione e le azioni per la salvaguardia e l’applicazione della 194 continuino.

Per questo rilanciamo il post firmato da Blogger Unite(D) e condiviso da :

Vita da streghe,  Giovanna CosenzaMarina TerragniAssociazione Pulitzer Loredana Lipperini 

E’ accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove l’hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.
Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.
Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.
Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.
Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.
Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).
Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi  ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.
Occorre difenderla e rilanciare:
– con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione
– con il rafforzamento dei consultori
– con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo
– con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486
– con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.

Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.

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22 giugno: Nessun(A) dorma, la notte bianca dei centri antiviolenza

Venerdì 22 giugno i centri antiviolenza apriranno le porte e accoglieranno gli uomini e le donne che vorranno visitare i luoghi dove si lavora a sostegno delle donne vittime di violenza. L’iniziativa è nata dall’associazione nazionale D.i.Re (donne in rete contro la violenza) e dei 60 centri antiviolenza aderenti che operano sul territorio italiano.

I centri che parteciperanno all’iniziativa, per questioni logistiche una trentina, resteranno aperti dalla sera fino alla notte, (ognuno ha scelto fasce orarie differenti) e molti hanno affiancato a questa iniziativa anche altre manifestazioni pubbliche.

Una notte bianca per testimoniare la volontà di esserci in un momento di tagli ai finanziamenti e alle convenzioni, o nonostante finanziamenti che non ci sono mai stati e che probabilmente non ci saranno mai; l’Onu la scorsa estate ha giudicato inadempiente l’Italia nelle politiche in materia di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne.

Le operatrici stringono i denti e vanno avanti con quella determinazione caparbia e ostinata delle donne, esperte millenarie di resistenza.

Quando non ci sono risorse economiche l’unica strada è l’autotassazione di tempo e di denaro. Si ritagliano ore e giorni della propria vita affettiva o lavorativa per ascoltare gli “indicibili racconti delle segrete stanze” come amava dire Carmine Ventimiglia nelle occasioni di scambio e confronto con i centri. Aiutare le donne a spezzare una relazione violenta è un percorso che in Italia ancora oggi, è irto di ostacoli fatti di pregiudizi culturali, disinformazione, smagliature volontarie o involontarie della politica e delle istituzioni, leggi e procedure ancora inefficaci.

Si sta lì mentre la violenza familiare aumenta insieme ai femminicidi e soprattutto mentre cresce ciò che la alimenta: l’impoverimento economico ma anche culturale, e all’interno di questi la disparità di potere nelle relazioni tra uomini e donne.

Esiste anche una violenza sociale fatta dalle dimissioni in bianco, dal precariato e dalla disoccupazione che colpisce tutti ma ancora di più le donne; la violenza sociale ha anche il volto del boicottaggio della legge 194 che con l’obiezione di coscienza sta rendendo impossibile l’interruzione volontaria della gravidanza e apre le porte all’aborto clandestino per cui si paga o si muore. La libertà di scegliere la maternità si nega con il licenziamento e con l’obiezione alla 194 che in Italia è ormai tra il 50 e il 70%. Schizofrenie su cui impattano le vite delle donne.

Violenza sociale sono le proposte di legge che vorrebbero imporre con la separazione, l’affido condiviso sempre e comunque, anche nei casi di maltrattamento, esponendo le donne vittime di violenza ad una continua e pericolosa relazione con i mariti o padri maltrattanti come sta avvenendo con i disegni di legge di modifica della legge 54/2006 in questi giorni. I nostri governi da una parte varano le leggi antistalking e dall’altra preparano leggi che espongono le vittime allo stalker: ancora schizofrenie di una politica oligofrenica.

Eppoi ci sono le donne ancora più ai margini: le donne straniere penalizzate nella denuncia contro la violenza familiare perché più povere, più isolate e penalizzate anche dalle leggi sull’immigrazione.

Lo spettro di una società che pensavamo di esserci lasciata alle spalle si fa sempre più consistente ed è ancora più minaccioso di un tempo con i suoi conati di fascismi ed integralismi che portano sempre come conseguenza anche la negazione della libertà e della dignità delle donne.

I centri resteranno aperti la notte bianca anche per questo: per testimoniare che ci sono e vanno avanti, nonostante le difficoltà, abitati dalla caparbia e ostinata determinazione delle donne, esperte millenarie di resistenza.