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LA PRESIDENTE DI TELEFONO ROSA SCRIVE UNA LETTERA APERTA ALLA MINISTRA SEVERINO, SIAMO INFURIATI PER GLI ARRESTI DOMICILIARI CONCESSI ALLO STUPRATORE DI UNA RAGAZZA DELL’AQUILA. COME CONTINUARE A CREDERE NELLA GIUSTIZIA?

(ANSA) – ROMA, 11 GIU – “Addolorata, allibita e infuriata”:
queste le parole con le quali la presidente dell’associazione
nazionale Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli,
descrive, in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera e
indirizzata al ministro della Giustizia Paola Severino, il suo
stato d’animo, dopo aver letto che l’ex caporale dell’Esercito
accusato di aver stuprato e quasi ucciso una giovane ventenne
tre mesi fa a l’Aquila, ha ottenuto gli arresti domiciliari.
“Sono 25 anni che operiamo al fianco delle vittime,
invitandole innanzitutto a denunciare – ricorda MOscatelli – una
percentuale bassissima, pari all’8% di donne, trova il coraggio
di farlo. Ci dica, signora ministra, dopo una decisione simile,
con quale animo possiamo continuare a fare il nostro lavoro? Con
che forza possiamo dire alle donne di denunciare e a questa
ragazza di credere alla giustizia?”.
La presidente di Telefono Rosa chiude la lettera con un
abbraccio alla vittima “che in questo dramma si e’ sentita
sola, non protetta dalla giustizia e ha perso la fiducia nel
nostro Paese. A questa ragazza – conclude – diciamo che noi di
Telefono Rosa ci siamo ma e’ lo Stato che non puo’ restare in
silenzio e fermo”. (ANSA).

 

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«Non solo appelli, ma azioni concrete» Un patto contro la violenza maschile

DAL MANIFESTO del 10 maggio 2012

Di Luisa Betti

Non se n’è mai parlato tanto come adesso e anche se le italiane uccise da familiari non sono una novità, ormai si tiene il conto: una sessantina di donne uccise in 4 mesi e mezzo per mano di mariti e fidanzati, pesano anche qui dove il delitto d’onore è stato abrogato nel 1981. E l’appello «Mai più complici» (Lipperini-Zanardi-Snoq) ha raggiunto più di 30mila firme. Ieri a Roma si sono anche incontrate, alla Casa internazionale delle donne, un gruppo di organizzazioni che con la violenza ci lavorano e che da tempo usano – senza problemi di eleganza fonetica – i termini femmicidio e femminicidio. Francesca Koch (Casa Internazionale), Vittoria Tola (Udi) Valeria Fedeli (SNOQ), Titti Carrano (D.i.Re), Simona Lanzoni (Pangea Piattafroma Cedaw), Monica Pepe (Zeroviolenza donne), Celeste Costantino (Donne Da Sud), Paola Lattes (Telefono Rosa), Maria Grazia Passuello (Solidea), Oria Gargano (BeeFree), Maria Pia Pizzolante (Tilt) e Chiara Scipioni (Differenza Donna), hanno dato il via a un tavolo aperto a chi lavora sulla violenza, mettendo a disposizione esperienza e dati, per costruire una «Convenzione che contrasti la violenza maschile» e un «Patto per azioni comuni».
«Si rischia la spettacolarizzazione del fenomeno – dice Simona Lanzoni – senza una chiara richiesta poltica. E proporre una sorta di Stati generali sulla violenza, in cui siano indicate tappe che coinvolgano anche uomini, mi sembra un buon avvio per costringere le istituzioni a intervenire concretamente». Perché il problema è proprio questo: a cosa serve che la ministra degli interni Cancellieri o la presidente della regione Lazio Polverini firmino l’appello contro la violenza, se poi a questo non si aggiunge un’azione concreta proprio da loro, che hanno il potere di farlo? Tra due anni l’Italia dovrà rendere conto all’Onu di come ha applicato le raccomandazioni ricevute dopo la presentazione del «Rapporto Ombra» della Piattaforma Cedaw, mentre a giugno Rachida Manjoo, relatrice speciale dell’Onu contro la violenza, renderà noto al Palazzo di vetro il rapporto che ha messo insieme sull’Italia. Cosa ne verrà fuori? Ma soprattutto: che figura ci fa l’Italia che si preoccupa delle donne morte se poi non ha ancora ratificato (né firmato) la «Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne» di Istanbul?
L’Udi ha interpellato più volte la ministra del lavoro con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero, per l’avvio di un tavolo di lavoro, e sono andate anche dal presidente Napolitano, chiedendo di fare pressione affinché il governo di Monti intervenga sui femmicidi: «Non servono molti soldi – dice Vittoria Tola – basterebbe spartire tra le regioni un budget minimo per finanziare strutture che già ci sono. Ma serve la volontà di farlo». Alcuni interventi potrebbero essere varati subito dal governo: «Il problema non è di sicurezza – spiega Titti Carrano – perché gli strumenti ci sono, vanno rivisti e applicati. Il Piano nazionale varato l’anno scorso contro la violenza è rimasto vago su cose che andrebbero corrette subito: non c’è un osservatorio nazionale su violenza e femmicidi, non ci sono dati, scarsa è la preparazione di operatori e forze dell’ordine, nulla è l’indicazione sui finanziamenti degli enti locali ai centri antiviolenza, e i soldi per il piano nazionale sono in parte bloccati. E ci sono provvedimenti che si potrebbero prendere subito a costo zero, come l’esclusione della prescrizione per i reati contro le donne. Perché le istituzioni non lo fanno?».

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L’8 marzo degli uomini

Rilanciamo l’articolo apparso sul manifesto di Oggi

SCRITTO DA STEFANO CICCONE, CLAUDIO VEDOVATI – IL MANIFESTO | 08 MARZO 2012

QUESTIONE MASCHILE

Le date sono importanti, ma è importante anche come le usiamo. L’8 marzo di per sé è una data a rischio, perché quello a cui rimanda è cosa che ci riguarda tutti i giorni dell’anno: non solo e non più l’emancipazione delle donne, ma la qualità delle relazioni tra uomini e donne, che è qualità costitutiva di ciò che chiamiamo una società. Per questo possiamo anche correre il rischio che l’8 marzo sia ridotto a retorica, ma diciamo che ci preoccupa molto di più l’insofferenza diffusa nei suoi confronti.  Come l’insofferenza verso il politicamente corretto è divenuta alibi per dare sfogo al politicamente indecente, oggi il rifiuto del rito dell’8 marzo nasconde anche l’insofferenza verso una domanda che mette in discussione il nostro modo, di noi uomini, di stare al mondo, le nostre tranquille categorie di lettura della realtà.

L’8 marzo nella nostra memoria corrisponde alla sorpresa di non trovare la donna dove l’abbiamo collocata. Anche una festa, sì: una trasgressione dell’ordine delle cose; la scoperta di una libertà femminile e di una presenza delle donne nel mondo che ha cambiato le nostre vite e l’immagine di noi stessi, che ha messo fine allo sguardo universale e neutrale che avevamo interiorizzato come uomini, che ci ha posto un limite e fatto delle domande. Un blog di donne lanciava l’idea «a noi la festa a voi la parola».

Parliamo, dunque. E prima di tutto della violenza di genere, per cancellare ogni equivoco. Dall’inizio dell’anno 37 uomini hanno ucciso la propria compagna, la propria vicina di casa, la donna che aveva deciso di andarsene. Ma le uccisioni sono solo l’espressione estrema di un universo di violenze, abusi, minacce, ricatti. Paradossalmente più enfatizziamo i casi più efferati e più alimentiamo la percezione che la violenza di genere sia estranea alla nostra quotidianità: la releghiamo ai margini convinti che non ci riguardi ridotta a impazzimento o frutto di culture arcaiche ed estranee.

Violenza di genere, cioè violenza sessuata, di uomini su donne, una violenza che non può essere ridotta neanche a patologia, ad anormalità, a mostruosità. Essa affonda le radici ed è espressione, invece, di una normalità, che ci riguarda proprio in quanto uomini. In quest’ordine il desiderio femminile è cancellato e la donna ridotta a corpo disponibile per un desiderio maschile che si dà senza relazione. E’ lo stesso ordine che espropria il corpo delle donne riducendolo a «funzione materna», cancellandone la soggettività e le relazioni che la costituiscono.

Non c’è modo migliore e più “normale” di cancellare la dimensione sessuata della violenza se non parlando di “amore”, facendo ricorso alla categoria dell’omicidio passionale. Come notava anche Michele Serra in un articolo su La Repubblica del 6 marzo: «passione e amore non c’entrano, c’entrano il potere, il terrore di perderlo, l’odio della libertà».

Quel che tutti noi uomini dovremmo cambiare è il nostro linguaggio «interiore», quello che usiamo per dire di noi stessi, del mondo e della realtà. Dovremmo indagare l’idea di passione maschile e chiederci perché la nostra idea dell’amore è così spesso contigua al controllo e al dominio e ostile alla libertà dell’altra. Il manifesto, più di altri, ha mostrato come la violenza di genere, i rapporti tra i sessi siano questione tutta politica che riguarda i poteri, le culture, i saperi. E come il «berlusconismo» sia un pensiero di sistema e non un’eccezione. Oggi il risentimento maschile, il revanscismo, la reazione frustrata di molti uomini assumono sempre più visibilità politica, diventano fatti collettivi. Contemporaneamente, i modelli virilisti colonizzano anche l’immaginario delle culture radicali. In questo senso la violenza nelle relazioni di intimità, l’ostentazione di una sessualità bulimica e predatoria è segno di una crisi maschile che riguarda tutti.

Occorre una risposta politica che sia anche una critica dei modelli maschili. Occorre che la scena pubblica, tanto quanto le relazioni private, diventi il luogo dove gli uomini comincino a parlare partendo da sé, mettendo in discussione la propria passione per il potere. Non dobbiamo, noi uomini, solo affrontare la responsabilità di una crisi maschile che rischia di essere rovinosa ma ancor di più cogliere l’occasione di libertà e di trasformazione offerta quotidianamente dalla libertà delle donne. L’8 marzo ci ha già cambiato in molti, può cambiarci tutti.

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Cinquemila firme per la dignità delle donne: parte l’ultimo lancio dell’appello alla Direttrice generale della RAI

Cinquemila firme per la dignità delle donne: parte l’ultimo lancio dell’appello alla Direttrice generale della RAI
Nato e cresciuto in rete, dal basso l’appello alla Direttrice generale della RAI Lorenza Lei per il servizio del TG1 sulla “Donna dell’Ariston” ha raccolto in pochi giorni 3.300 firme. Il video del servizio pubblicato sul canale “Donne e Media” di youtube ha avuto 62.000 visualizzazioni.
Segno evidente che l’uso improprio, distorto e umiliante dell’immagine femminile nei media indigna gli utenti della rete e i cittadini che vedono leso il proprio diritto ad una rispettosa e dignitosa comunicazione del femminile, soprattutto da parte del servizio pubblico della RAI che per primo in fatto di questioni di genere e Pari Opportunità dovrebbe dare il buon esempio, in particolare oggi che ai suo vertici siede una donna.
Lanciato da Associazione Pulitzer con il sostegno di Zeroviolenzadonne, Vita da Streghe, Lipperatura, Disambiguando, Il corpo delle donne, Un altro genere di comunicazione, Agoravox, Woman’s Journal, LSDI, Se Non Ora Quando, Le Vocianti- Associazione Donne Pensanti  l’appello ancora firmabile sul sito di Associazione Pulitzer http://www.associazionepulitzer.it/appello-al-direttore-generale-della-rai-lorenza-lei chiede un “risarcimento” di immagine e una presa di posizione pubblica contro questo servizio ( e non certo contro Ivana Mrazova) umiliante e offensivo ed uno spazio, all’interno di quello stesso TG delle 20.00, dove l’autore ed i due presentatori chiedano pubblicamente scusa alle donne italiane.
Ad oggi, e non a noi direttamente, è arrivata solo la sintetica dichiarazione di Vincenzo Mollica che si è espresso così: “Nessuna intenzione da parte del TG1 e mia personale di offendere le donne”.
Le associazioni sostenitrici pertanto, insieme a tutti i firmatari, chiedono a chi non avesse ancora sottoscritto di farlo al più presto a questo indirizzo http://www.associazionepulitzer.it/appello-al-direttore-generale-della-rai-lorenza-lei.
Mentre ai vertici della RAI fanno presente che non intendono fermarsi fino a quando non avranno ottenuto una risposta e una pubblica presa di posizione.

 

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La Cassazione sullo stupro di gruppo: ecco per cosa vale la pena di indignarsi.

Rilanciamo l’articolo di Barbara Spinelli, comparso sul suo blog: http://femminicidio.blogspot.com/

Sono un’avvocata e sono una femminista. E sono indignata.
No, non per la famigerata sentenza della Cassazione, ma per come è stata raccontata dai media e commentata da esperti, politici e per le reazioni del movimento femminista stesso.
La disinformazione regna sovrana, circa l’effettivo significato ed il contenuto della sentenza.
Il populismo è il modo più semplice per raccogliere consensi cavalcando la disinformazione.
Il perché della mia voce fuori dal coro, ho cercato brevemente di spiegarlo nella puntata di Fahrenheitdi venerdi’. E ringrazio di cuore Loredana Lipperini per avermi dato la possibilità di farlo. Ma cercherò di essere ancora più chiara e più precisa.
Partiamo dall’inizio.
Con legge n. 94/2009 l’allora Ministero delle Pari Opportunità Carfagna modificava l’art. 275 co.3 c.p.p., introducendo l’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere per chi fosse indagato, tra gli altri, anche per il reato di violenza sessuale.
Si trattò della classica modifica legislativa raccogli-consensi: come già commentato qui, era infatti solo un “palliativo” capace di “sedare l’opinione pubblica” a fronte dell’incapacità da parte delle Istituzioni di garantire adeguata protezione alle vittime donne e minori che scelgono di denunciare situazioni di violenza sessuale, atti sessuali con minorenne e prostituzione minorile.
Ma ai giuristi era evidente da subito che quella disposizione era microscopicamente incostituzionale.
Perché?
Perché –come già commentato qui nel lontano 2010- nel nostro ordinamento, l’applicazione delle misure cautelari è subordinata a specifiche condizioni di applicabilità (273 c.p.p.: gravi indizi di colpevolezza) ed a esigenze cautelari (274 c.p.p.: o esigenze probatorie o pericolo di fuga o pericolosità sociale). La custodia cautelare (cioè il carcere obbligatorio) può essere disposta solo come extrema ratio, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata (275 co.3 c.p.p.).
L’unico caso in cui il nostro ordinamento prevede per legge “il carcere obbligatorio” come misura cautelare (e quindi il legislatore presume che chiunque viene accusato di questi reati è certamente talmente pericoloso e a rischio di fuga e capace di inquinare le prove che l’unica misura cautelare adeguata è il carcere) è per i reati di criminalità organizzata.
Per tutti gli altri casi (anche nel caso del più efferato omicidio volontario), spetta al giudice valutarese nel caso concreto se sussistono i requisiti richiesti dalla legge per applicare la misura cautelare all’indagato e stabilire quale misura cautelare è la più adeguata al caso concreto.
E’ proprio sulla base di questa logica di funzionamento del nostro sistema procedurale penale (ricordiamo gli art. 13, 24, 27, 28 e 111 Cost.) che la Corte Costituzionale, nel 2010, con la sentenza n. 265/2010 aveva, come era ovvio che fosse, dichiarato l’incostituzionalità della modifica normativa introdotta dalla Carfagna nella parte in cui introduceva il “carcere obbligatorio” per legge per tutti gli indagati per violenza sessuale.
Ma in realtà la sentenza non era così ovvia né per l’opinione pubblica, né per i politici pronti a cavalcarla. E infatti si sollevò un polverone analogo a quello sollevato oggi dalla sentenza di Cassazione.
Ancora una volta, a mio avviso un polverone:
a) molto preoccupante, dal punto di vista dello stato della democrazia nel nostro Paese
b) del tutto ingiustificato dal punto di vista del contenuto della sentenza e degli obbiettivi del movimento femminista
Mi spiego meglio.
a) E’ preoccupante se neppure chi siede in Parlamento ha percepito la gravità della modifica normativa che era stata approvata e il significato della sentenza della Cassazione. Perché? NON E’ UN CAVILLO LEGALE. E’ una questione di DEMOCRAZIA. Cosa ne pensate infatti se domani il legislatore si svegliasse, e scegliesse di introdurre per legge, a parte che per i reati di criminalità organizzata, il “carcere obbligatorio” per gli indagati, oltre che per stupro, anche per un qualsiasi altro reato, come la resistenza a pubblico ufficiale, o i reati di opinioneSe la modifica introdotta dalla Carfagna fosse stata giudicata legittima dalla Corte Costituzionale si sarebbe aperta una breccia nel sistema, che avrebbe consentito al legislatore di turno di utilizzare lo spauracchio della custodia cautelare in carcere prevista obbligatoriamente per legge per criminalizzare “il nemico” di turno. Pensate in una situazione di crisi che utile strumento di controllo politico delle manifestazioni di dissenso sarebbe stato introdurre la custodia cautelare in carcere obbligatoria per tutti i classici reati per cui solitamente vengono fermati i dimostranti…Ma per fortuna la Consulta c’è, anche se in questo Paese nessuno in questo caso pare essersi accorto della sua utilità. Tuttavia, se né la società civile, né il legislatore sono in grado di cogliere che una modifica normativa raccogli consensi è in grado di aprire una pericolosa breccia nel sistema, significa che siamo pronti per il fascismo, che potrebbe tornare in forme nuove trovandoci totalmente disarmati e incapaci di riconoscerlo (e quindi di combatterlo).
b) Che cosa diceva la sentenza della Corte Costituzionale nel 2010? Che non può essere il legislatore a prevedere “il carcere obbligatorio” per gli indagati per violenza sessuale, ma deve essere il giudice a valutare se nel caso concreto il carcere è l’unica misura adeguata. Che cosa dice oggi la Cassazione? Che il principio affermato dalla Corte Costituzionale nel 2010 si applica non solo agli indagati per violenza sessuale, ma anche agli indagati per violenza sessuale di gruppo.
Dov’è il problema? Il problema non sta nel contenuto della sentenza, ma nella macroscopica e colpevole ignoranza di chi la commenta.
· In primo luogo, perché non è affatto vero che con questa sentenza la Cassazione ha equiparato la violenza sessuale allo stupro di gruppo, ma ha semplicemente stabilito che il principio affermato dalla Corte Costituzionale (che l’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere non può essere decisa dal legislatore ma va valutata caso per caso) per la violenza sessuale può essere applicato anche ai casi di violenza sessuale di gruppo
· In secondo luogo, perché sia prima della l. 94/2009, sia oggi, il giudice può, poteva e potrà mandare in carcere gli indagati per violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo, se ritiene esistenti le condizioni di applicabilità della misura e le esigenze cautelari.
Dobbiamo chiederci se lo fa, e se non lo fa perchè non lo fa.
Ecco allora dove sta il vero NOCCIOLO DEL PROBLEMA.
1) IL PROBLEMA VERO E’ NEL RENDERE I MAGISTRATI CAPACI DI RICONOSCERE IL DISVALORE DELLA VIOLENZA DI GENERE E DUNQUE IN GRADO DI ADOTTARE TUTTE LE MISURE CAUTELARI ADEGUATE A PROTEGGERE LE DONNE DALLA RIVITTIMIZZAZIONE (INCLUSA LA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE DEGLI STUPRATORI).
Il problema non è quindi avere una legge che obblighi i magistrati a mandare in carcere tutti gli indagati per violenza sessuale, ma è avere dei giudici in grado di cogliere il disvalore di questi reati e capaci quindi di applicare anche in queste ipotesi la misura della custodia cautelare in carcere.
Ce lo dobbiamo mettere in testa: salvo voler minare il nostro sistema democratico alle sue fondamenta, non possiamo prevedere per legge il carcere obbligatorio (come misura cautelare) per gli stupratori (o meglio per gli indagati per violenza sessuale). Non dobbiamo neanche desiderarlo.
E’ facile essere giustizialisti e populisti e volere tutto e subito per legge, ma questo certo non aiuta a cambiare quella mentalità patriarcale che costituisce la ragione della violenza sessista e dell’impunità di chi la commette.
Nel 2010 qui commentavamo così la sentenza della Corte Costituzionale:
“Si deve prendere atto che in Italia c’è un diffuso clima culturale sessista che permea non solo chi commette questi reati, ma qualche volta anche chi è chiamato a decidere sugli stessi.

Molto spesso ad esempio nei reati di violenza sessuale la valutazione della gravità della condotta è sempre più ravvisata quando l’azione è commessa da un estraneo e su strada; al contrario, per le violenze che avvengono all’interno delle relazioni di lavoro, familiari, amicali, molto spesso viene riconosciuto un minore disvalore sociale, che a volte si traduce addirittura nella applicazione di una pena nei limiti della sospensione condizionale. Quale tutela per queste donne? Ovvero, quale tutela per la maggior parte – statisticamente parlando – delle vittime di violenza sessuale?
Detto questo, non si può pensare che il problema si risolva prevedendo la carcerazione come obbligatoria: il problema è culturale, e si risolve da un lato decostruendo gli stereotipi patriarcali sul ruolo della donna all’interno della società, e dall’altro con una adeguata formazione.
E’ tempo, anche in Italia come nel resto dell’Europa, di iniziare ad approcciare al gravissimo fenomeno criminale della violenza maschile sulle donne non soltanto attraverso l’utilizzo dello strumento penale, ma anche migliorando ed implementando l’utilizzo della l. 154/2001 e dunque degli ordini di allontanamento, fornendo ascolto e supporto effettivo, anche e soprattutto in termini psicologici ed economici, alle donne che denunciano di essere vittime di tali crimini durante la fase delle indagini e del procedimento penale.
E’ necessaria una formazione adeguata per valutare la situazione di rischio specifico che la donna corre nel momento in cui sceglie di denunciare la violenza che subisce.
Anziché imporre ai magistrati la carcerazione obbligatoria dell’indagato è decisamente più opportuno provvedere alla formazione specifica delle forze dell’ordine e della magistratura affinché venga garantita la protezione delle vittime di tali reati, con un uso adeguato di tutte le misure cautelari previste dal nostro ordinamento.
Questo richiede molte più risorse ovviamente, forse è per questo che nessuno ha il coraggio di parlarne.
Ma è questo quello che le donne che denunciano si aspettano: non vendetta, ma protezione, e il ritorno a una vita libera dalla violenza. Questo è diritto fondamentale che lo Stato ha l’obbligo di garantire sì, ma con gli strumenti adeguati.
L’incolumità psico-fisica della vittima non trova la sua massima tutela nella privazione obbligatoria per legge della libertà dell’indagato, ma in una rete di protezione che è obbligo del Governo prevedere, garantire e attuare”.

Il vero obbiettivo dunque è quello di proteggere le vittime di violenza sessuale (più in generale: di violenza di genere) dalla rivittimizzazione, ma senza leggi speciali, senza rivendicare con forza l’utilizzo di un “diritto speciale del nemico” (è un orrore che sia anche il movimento femminista a chiedere questo!).
iniziamo a chiedere quello che è giusto chiedere per il raggiungimento dei nostri obbiettivi.
Iniziamo a chiedere alle Istituzioni di far fronte alla loro responsabilità di proteggere in maniera adeguata le donne vittime di violenza di genere (e dunque anche le vittime di stupro).
Al posto di gridare allo scandalo per sentenze che in sé nulla hanno di scandaloso, io porrei le seguenti domande alla Ministra della Giustizia.
1) Esistono statistiche circa le misure cautelari applicate nei confronti di indagati per violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo (ma aggiungerei anche in caso di maltrattamenti)? In quanti casi è stata applicata la custodia cautelare in carcere?

2) Nei casi in cui non è stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere, come è stata assicurata la protezione della persona offesa dal rischio di rivittimizzazione? In quanti casi la vittima ha presentato ulteriori denunce per stalking, molestie, o altri reati nei confronti del soggetto indagato lasciato a piede libero? Quali misure sono state adottate in questi casi? In quanti casi la donna è stata uccisa dal soggetto già denunciato e sottoposto a misure cautelari diverse dalla custodia in carcere?
E’ evidente che questi dati non esistono..
Ma se esistessero, andrebbero analizzati e di quei dati dovrebbe essere fatto tesoro. Di certo confermerebbero che la scarsa applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti degli indagati per violenza sessuale (salvo che si tratti di stranieri, per i quali il pericolo di fuga molto spesso giustifica più facilmente la misura) –ma più in generale per reati che rientrano nella violenza di genere- trova spiegazione nella difficoltà da parte dei magistrati di ri-conoscere il disvalore sociale di queste condotte e di valutarle adeguatamente ai sensi degli art. 274 lett. c) e 275 c.p.p.
Un giudice in grado di riconoscere il disvalore della violenza sessuale, di valutare la pericolosità dell’aggressore sessuale (ma lo stesso discorso vale per i maltrattatori) utilizzando anche i sistemi di valutazione del rischio esistenti, è un giudice in grado di disporre immediatamente l’arresto dell’indagato per stupro e di motivare adeguatamente l’ordinanza con cui dispone la custodia cautelare in carcere.
E’ su questo che si deve lavorare.
Per questo occorre una formazione specifica e sistematica della magistratura su come riconoscere la violenza di genere, e attraverso quali metodi valutare la pericolosità sociale di questa categoria di aggressori e le specifiche esigenze di protezione della persona offesa.
Il Comitato ONU per l’applicazione della CEDAW, nella raccomandazione n. 26/2011 al Governo italiano si è definito preoccupato “per il persistere di attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica” e ritiene che l’elevato numero di femminicidi possa “indicare il fallimento delle Autorità dello Stato-membro nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner”.
Anche la Relatrice speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, in gennaio in visita ufficiale in Italia, ha osservato che:
la violenza domestica risulta essere la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza tra le mura domestiche si riflette nel numero crescente delle vittime di femminicidio: dalle statistiche fornite risulta che, nel 2006, 101 donne sono state uccise dal partner, dal marito o dall’ex partner, e il dato per il 2010 è aumentato a 127. Gran parte delle manifestazioni della violenza non viene denunciata in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia; la violenza domestica, inoltre, non sempre viene percepita come reato; emerge poi il tema della dipendenza economica, come pure la percezione che la risposta dello Stato a tali denunce possa non risultare appropriata o utile. Per di più, un quadro giuridico frammentario e l’inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle donne vittima di violenza sono fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema“.

Per questo motivo, il Comitato CEDAW ha raccomandato alle Istituzioni italiane di attuare entro due anni, tra le altre, le seguenti misure per il contrasto alla violenza di genere:

- racc. 27b/2011: assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compreso l’allontanamento dell’aggressore dall’abitazione, la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale; che possano avere accesso al gratuito patrocinio, alla assistenza psico-sociale e ad un’adeguata riparazione, incluso il risarcimento;
- racc. 27c/2011: assicurare che i pubblici ufficiali, specialmente i funzionari delle Forze dell’ordine ed i professionisti del settore giudiziario, medico, sociale e scolastico sistematico ricevano una sensibilizzazione sistematica e completa su tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle bambine;
- racc. 27d/2011: migliorare il sistema per un’appropriata raccolta dei dati relativi ad ogni forma di violenza nei confronti delle donne, compresi dati relativi alla violenza domestica, alle misure di protezione, alle azioni penali ed alle sentenze di condanna.
A mio avviso quindi la società civile dovrebbe rimodulare le proprie istanze, chiedendo un impegno concreto e strutturale di tutte le Istituzioni per la protezione delle donne vittime di ogni forma di violenza maschile.
2) PROBLEMA NON MENO GRAVE E’ LA DISINFORMAZIONE, CHE ALIMENTA DERIVE POPULISTE E STRUMENTALIZZAZIONI POLITICHE SUL TEMA DELLA VIOLENZA DI GENERE.
Sicuramente un’adeguata informazione sui contenuti e sul significato della sentenza della Corte Costituzionale del 2010 e della Cassazione del 2012 avrebbero impedito lo stravolgimento del significato e di conseguenza la deriva populista e giustizialista dei commenti di politici e opinione pubblica.
Anche su questo punto, torna prepotente il tema della decostruzione degli stereotipi patriarcali e della formazione di genere degli operatori del diritto, dei servizi, della sanità….ma anche dei giornalisti! Colpevoli, in questo caso, di una sorta di femminicidio simbolico, perchè sicuramente hanno causato attraverso una falsa notizia (equiparazione dello stupro allo stupro di gruppo / niente carcere per gli stupratori) una ulteriore sfiducia di molte donne (e uomini) nella giustizia italiana e dunque nell’efficacia della denuncia penale di questi reati.
Ma forse il problema di fondo è a monte, in noi che riceviamo questa notizia, e dell’uso che ne facciamo.
Tutti/e sono bravi/e (e si divertono) a gridare al lupo al lupo per farlo scappare, ma nessuno/a è davvero interessato a costruire la trappola giusta per acchiapparlo?
Donne, femministe, ma voi siete interessate? O vogliamo ancora limitarci all’indignazione (e a questo punto almeno facciamo che sia per qualcosa di fondato…)?
Vero è che l’indignazione comunque è un “segnale”, come bene dice Giovanna Cosenza qui, e Lorella Zanardo qui, ma forse è arrivato anche il tempo di passare oltre, ed organizzarci per la rivendicazione di azioni strutturali ormai improrogabili.
Siamo pronte???
Info sull’autrice dell’articolo

Barbara Spinelli
Avvocata e attivista per i diritti delle donne.

La sua attività è centrata sulla violenza contro le donne (violenza domestica, matrimoni forzati, violenza per motivi d’onore, persecuzione di genere, femicidio e feminicidio) e sull’implementazione nella legge nazionale dei diritti delle donne.

Ha tenuto svariate lezioni sui temi legati ai diritti delle donne e alla violenza di genere per diversi soggetti istituzionali e privati: avvocati, forze dell’ordine, operatori sociali e insegnanti.

Nel 2011 ha scritto e presentato la sezione italiana del Rapporto Ombra in occasione della quarantanovesima sessione del CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) come rappresentante dell’ONG Italiana “30 anni del CEDAW-lavori in corso”

È stata invitata a New York,  per presentare il rapporto su “Femicidio e Feminicidio in Europa” all’UNFPA – United Nations Population Fund.

È inoltre autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionle”

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Il populismo, la democrazia e il femminile addomesticato

Rilanciamo l’articolo di Olivia Guaraldo pubblicato sul sito Italianieuropei.it

Nella società dello spettacolo il corpo delle donne è merce di scambio ed elemento rassicurante per l’identità maschile. Con la complicità del mondo femminile, il “populismo mediatico” degli ultimi vent’anni ha intrappolato la donna nel suo atavico ruolo di oggetto di piacere. È lecito allora chiedersi: come mai la lunga storia di lotte e di consapevolezza è stata cancellata nello spazio di uno spot?
Carpe diem Inutile negare il sollievo “epocale” provato da molte e molti all’uscita di scena di Silvio Berlusconi e delle schiere dei suoi volenterosi difensori – politici, culturali, mediatici. Tuttavia, come da più parti sobri intellettuali ci ricordano, il berlusconismo non è morto, e ci vorrà del tempo per sanare la lacerazione profonda da esso prodotta nella società italiana. Forse questo tempo del sollievo durerà poco, non solo per quegli impronunciabili sacrifici nascosti nelle lacrime della neo-ministra Elsa Fornero, ma anche per un compito simbolicamente altrettanto impegnativo, che incombe sul paese intero: raccontare e raccontarsi quello che è accaduto in questo paese negli ultimi vent’anni. Come è noto, il racconto costituisce la prima e più elementare forma di comprensione degli eventi, una sorta di prodromo della razionalizzazione o, come diceva Hannah Arendt, il modo più immediato che gli esseri umani hanno per riconciliarsi con la realtà.

L’arte del raccontare comporta tuttavia un rapporto diretto e condiviso con la memoria, una familiarità con lo scorrere del tempo, con il succedersi di eventi fra loro concatenati. Tutto questo è stato parzialmente abolito dal berlusconismo, che, da questo specifico punto di vista, coincide essenzialmente con una studiata abolizione del tempo, della dimensione storica e consequenziale dell’accadere, al fine di immergere la realtà nella sua totalità in un eterno presente, privo di memoria ma saturo di immagini mediatiche che celebrano la bontà e la giustezza del qui e ora.1 L’ottimismo berlusconiano non è altro che la versione morbida, secolarizzata e profana della teodicea: viviamo nel migliore dei mondi possibili, non c’è ragione per agire o pensare altrimenti.

L’eterno presente dell’epoca berlusconiana ha contagiato anche i suoi più acerrimi nemici, costretti a rincorrere il berlusconismo nelle sue acrobazie mediatico-politiche per “restare sul pezzo”, rendendoli spesso incapaci di uno sguardo d’insieme più radicale, meno effimero ed evenemenziale. Detto altrimenti: il berlusconismo si dice in molti modi, e ciascuno può avere una sua plausibilità, certo è che esso non si esaurisce e non si fa esaurire dalla cronaca, giudiziaria, politica o pettegola che sia. Esso affonda le sue radici in una dimensione storico-sociale più ampia, che necessita appunto di essere dispiegata, svelata, raccontata.

Per esorcizzare gli insidiosi spettri del berlusconismo sarebbe innanzitutto necessario trovare una lingua comune in grado di raccontare, agli italiani e alle italiane, la storia recente di questo paese, di dare forma a una narrazione che sia però anche un’auto-narrazione, un “esame di coscienza”. Saper raccontare, sapersi raccontare dentro e attraverso gli anni dell’ascesa potente della TV commerciale, della costruzione impercettibile e quotidiana di un immaginario collettivo nuovo, del confluire pericoloso e inesorabile di politica e spettacolo, della fine delle ideologie e del trionfo del nulla smaltato di paillettes dovrebbe comportare anche la capacità di situare tutto questo in una prospettiva cronologica, che sappia individuare un prima e un dopo, che scalzi il presente dalla pretesa di vigere eternamente. Le cose sono cambiate, le cose cambiano, le cose cambieranno. Raccontare significa apprendere la contingenza dell’accadere e dell’esistere, per riconciliarsi con essa quando il passato è doloroso, per auspicare un cambiamento quando il presente è insopportabile.
L’inenarrabile

Il 31 gennaio del 2011 Loredana Lipperini scriveva su “l’Unità”: «Ci sono molte cose che l’Italia non sa raccontare di se stessa», alludendo al fatto che la complicità di un paese intero (uomini e donne compresi) nei confronti del berlusconismo diventava, ai tempi della sua inevitabile crisi (e il 31 gennaio scorso la crisi era al suo apice anche grazie all’annunciata mobilitazione femminile di “Se non ora quando?”) un ricordo scomodo, ingombrante, appunto “inenarrabile”. Il rapporto tra presente e passato, indispensabile affinché ci possa essere racconto, è stato abolito dal berlusconismo, dalle sue innovative tecniche comunicative e persuasive, ma anche dall’incapacità della società contemporanea (non solo italiana) di rapportarsi in forma narrativa alla realtà e, nello specifico caso degli italiani, dal loro adeguarsi, volenterosi, al grande gioco seduttivo di imbonitori di varia natura: la nostra storia recente ci è stata sottratta, ed è stata trasformata in uno spot.

Al centro di questo spot sta il corpo femminile, oggetto di desiderio e simbolo di potere, strumento di persuasione, di ipnosi collettiva fatta di intrattenimenti quotidiani e di immagini martellanti, merce di scambio e di autopromozione, ultimo feticcio di un liberismo scambiato per libertà. Il berlusconismo rappresenta in fondo il risorgere audace di una Italia arcaica, patriarcale e misogina, camuffata sotto le mentite spoglie di una società iper-moderna: la sua novità consiste proprio nell’aver saputo brillantemente coniugare capitalismo e società dello spettacolo, innestando questi due capisaldi dell’iper-modernità sui resti sfilacciati di una società arretrata, se non altro in tema di libertà femminile. Detto altrimenti, il processo di spettacolarizzazione della politica – tipico dell’Occidente tutto, in epoca contemporanea – ha trovato in Italia un fertilissimo terreno su cui fiorire, un potente catalizzatore che ne ha determinato l’innovativa versione: “berlusconismo” è il nome che oggi diamo a una avanguardistica declinazione del “populismo nell’epoca della sua quotidiana riproducibilità mediatica”. Ed è a questo lavorio quotidiano, alla sua apparentemente innocua banalità da televendita che esso si è affidato per colonizzare spazi di vita e di immaginario, saturandoli entrambi.

La storia potrebbe iniziare da molto più lontano, dal pesante fardello misogino della cultura occidentale, ma non è con le grandi narrazioni epocali che la banalità mediatica della cultura di massa odierna può essere compresa. Il berlusconismo va letto e interpretato iuxta propria principia, cioè secondo quei modelli entro cui esso stesso si è pensato e costruito. Per comprendere quindi la storia recente e il lavorio quotidiano dell’immaginario di massa a matrice maschilista può forse essere utile guardare con occhio disincantato ai suoi albori: da “Colpo Grosso” al “Bagaglino”, da “Non è la Rai” a “Striscia la notizia” l’entertainment nostrano ha proliferato massivamente su corpi femminili quotidianamente scrutati, esibiti, sezionati dallo sguardo collettivo, pesantemente reificati nella loro sostanza carnale. Corpi muti ma loquaci nella loro funzione di segni: procaci e perfetti, disponibili e docili, essi alludono a una soggettività muta che tutta coincide con quella che Simone de Beauvoir definiva “l’alterità del femminile funzionale al maschile”, espressione innanzitutto di un ideale di bellezza che deve rispondere al destino di essere posseduta, deve avere le qualità passive di un oggetto.2Così facendo essa rafforza l’identità maschile, gratifica l’uomo e lo conferma in qualità di possessore esclusivo di tale bellezza, soggetto principe nell’universo simbolico e materiale della “lotta per il riconoscimento”. La donna è definita solo a partire dal suo rapporto con l’uomo, ella è l’oggetto sul quale il maschio proietta le sue speranze, paure, frustrazioni, gioie.3 Tuttavia, tale processo di rispecchiamento comporta una reciproca dipendenza tra maschile e femminile, una sorta di complicità di quest’ultimo nel meccanismo della propria subordinazione.
Il dispositivo della bellezza

In Italia, del resto, la persistente cultura patriarcale, rafforzata e “naturalizzata” dalla permanenza e dalla diffusione capillare di un certo immaginario cattolico,4 non ha avuto difficoltà ad assorbire e interiorizzare un immaginario mediatico costruito sui corpi delle donne. Inoltre, la preminenza della prospettiva dell’eterno presente a cui si faceva cenno sopra, l’esaltazione di un godimento di massa da esaudire “qui e ora” come versione banalizzata e consumistica dell’antico motto oraziano del carpe diem, è come se avesse convinto molti, e soprattutto molte, che le donne sono sempre state così, che in fondo il femminile a cui l’immaginario mediatico si rifà è quello sempre identico a se stesso di un bel corpo a disposizione, perché in fondo a tutti è chiaro che la bellezza è l’indispensabile viatico femminile alla realizzazione di sé. Cosa fanno in realtà i modelli preconfezionati del femminile televisivo e politico dell’era berlusconiana? Rafforzano (con in più la pervasività mediatica del modello, ineguagliabile per influenza rispetto ad altri modelli, in altre epoche) l’atavica idea che solo attraverso la bellezza il femminile possa uscire dal buio della sfera privata, per solcare la pubblica. Non è del resto un caso che la parola pubblica di questo femminile addomesticato sia spesso subalterna, docile, conservatrice.

Ma qual è il meccanismo che ha permesso di dimenticare, in maniera così massiccia, la libertà delle donne, audacemente conquistata, seppure provvisoriamente, durante gli anni Settanta? Cos’è che ha fatto sì che una storia di lotte e di consapevolezza fosse cancellata in poco tempo, e nello spazio di uno spot?

Una possibile spiegazione è forse rintracciabile in quello che Michel Foucault ha chiamato, in riferimento alle trasformazioni del potere in epoca contemporanea, il “dispositivo biopolitico”, una presa in carico (da parte di diversi agenti politici, sociali e culturali) dei corpi, materiale prezioso per un controllo sociale molto raffinato, determinato da meccanismi non repressivi ma produttivi.5 Il dispositivo biopolitico funziona in modo tale che i soggetti “governati” non sono semplicemente “dominati”, prigionieri della volontà altrui, bensì partecipano essi stessi all’attuazione delle norme che li costituiscono: la norma dice cos’è “normale” e cosa non lo è, e ciascuno, singolarmente ma in stretto rapporto con la dimensione collettiva, deve provvedere alla propria normalizzazione.

Tale dispositivo ha agito sui corpi delle donne in maniera molto più significativa di quanto non abbia fatto sui corpi in generale: il corpo liberato dal Sessantotto e dal femminismo è diventato il terreno privilegiato di una strategia di governo e di normalizzazione.

Entro questo abbozzo di comprensione, allora, potremmo collocare il femminile come “governato” dal dispositivo della bellezza. Cos’è una donna, in altre parole, lo dice la “normalità” della sua bellezza, postulata come tale da un dispositivo che non la vuole semplicemente “controllare” – com’era nel caso del vecchio regime patriarcale in cui la donna dipendeva dal volere del padre, del fratello o del marito – bensì produrre in serie come espressione di ciò che è familiare, rassicurante, disponibile e docile, normale appunto. Che tale normalità di una bellezza muta e a disposizione sia indispensabile al rafforzamento dell’identità maschile, come ci ricorda Beauvoir, complica ulteriormente la scena, ma non smentisce un assunto centrale dell’analisi: le donne sono state complici solerti nel gioco del loro stesso assoggettamento. La pensatrice francese lo diceva delle donne in generale, all’interno della cultura patriarcale dell’Occidente. In maniera forse meno roboante, guardandoci dalle generalizzazioni troppo facili e spostandoci dai miti indoeuropei di cui parlava Beauvoir alle trasmissioni trash nostrane, notiamo un andamento simile: una certa compiacente complicità del femminile “mainstream” nel farsi ingabbiare nel dispositivo della bellezza c’è e c’è stata. Ma tale complicità, spiegata da molti come un difetto psicologico, una propensione di alcune a essere più “mignotte” di altre, è banale e difettosa, anche perché colloca la questione ancora una volta entro una cornice in fin dei conti moralistica.
Politica, non moralismo

Il problema, complesso e controverso, di una libertà femminile scambiata per liberismo, di un corpo trasformato in merce o in oggetto, senza scarti, è tale non perché riguarda la morale. Troppo spesso le donne sono state le fedeli custodi di una morale a loro ostile, ospiti alienate di un discorso che le collocava sempre all’interno di un gioco di scambio dei loro corpi. Il problema del dispositivo normalizzante della bellezza docile, del corpo esibito, scrutato e scambiato sul mercato del potere, del denaro, dei simboli è innanzitutto politico.

C’è una costitutiva duplicità nel dispositivo che assoggetta il femminile attraverso la sua bellezza: centrale e fondante dell’identità maschile, il suo “altro”, essa resta tuttavia marginale, accessoria, di cornice per quanto riguarda la propria identità. Sul versante dell’identità femminile, quindi, ciò che la cultura “popolare” del berlusconismo ha in questi anni elaborato, veicolato e diffuso con la potenza inedita dei mezzi di comunicazione di massa è stata la “naturalizzazione” della donna nei panni di un corpo a disposizione. Come se non ci fossero altre “identità” disponibili per il femminile, se non l’eterno alter ego della prostituta, e cioè la moglie/madre (altro luogo simbolico di pesante “naturalizzazione”).

La questione della “naturalizzazione” si è ulteriormente rafforzata all’interno di un codice linguistico dell’auto-imprenditorialità e del liberismo economico (i quali, sempre secondo Foucault, sono un’ulteriore declinazione del paradigma del “governo del vivente”) per cui la subordinazione è resa invisibile e indicibile. I corpi delle donne non sono più protetti dal patto patriarcale e dal rigido protezionismo che ne regolava lo scambio (dal padre al fratello, dal padre al marito), ma circolano liberamente nel mercato del sesso e del potere, come una sorta di traffico illecito di esseri umani dove però lo sfruttamento è difficile da individuare, da nominare, intrappolato com’è nelle maglie della stessa soggettività che si pretende “libera”. Ecco perché la questione è politica e non morale: il linguaggio che dice questi corpi, forgiato nei dispositivi normalizzanti del neoliberismo e dell’auto-imprenditorialità, impedisce il conflitto, la critica, la trasformazione. Resta solo un’inclusione docile, un disciplinamento delle forze vitali, una normalizzazione biopolitica. Come uscire dal dispositivo normalizzante e riappropriarci dei nostri corpi? Fino a qui la narrazione è stata scomoda e frustrante, tuttavia necessaria. Ci sono però molte altre narrazioni in corso, sotterranee e poco visibili, ma progressivamente emergenti nel panorama di un paese che sta cambiando. Non godono della quotidiana esposizione mediatica che invece spetta ai corpi addomesticati e normalizzati, ma lavorano dal basso e sono espressione di corpi desideranti e pensanti,6 di corpi che si sono ricongiunti miracolosamente con le loro anime, hanno voce e voglia di rimettere al centro della vita del paese e delle vite individuali la politica, come capacità di azione, di cambiamento, di libertà. Il nostro compito è quindi quello di raccontare a noi stesse e alle altre una storia che parli della nostra frustrazione ma anche della nostra voglia di libertà e di iniziativa, che incoraggi ad avere più a cuore il pubblico del privato, più il corpo politico del corpo addomesticato, più l’intelligenza della bellezza, per parafrasare, ribaltandola, una nota frase che è espressione perfetta di una strategia di “normalizzazione” del femminile. Per resistere ad essa serve il nostro coraggio, la virtù politica per eccellenza, che ci sottragga all’eterno presente di un oggi immodificabile e ci proietti in un futuro diverso e non troppo lontano.

 


 

 

[1] Sulle implicazioni nichiliste di questa glorificazione dello status quo si veda C. Chiurco, Il nulla in casa. Il berlusconismo tra nichilismo compiuto e balcanizzazione dell’Occidente, in Chiurco (a cura di), Filosofia di Berlusconi. L’essere e il nulla nell’Italia del Cavaliere, Ombre Corte, Verona 2011, pp. 72-96.

[2] S. de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 1999, p. 205.

[3] Ivi, p. 164.

[4] Sulle molte possibili letture del corpo femminile all’interno della tradizione cristiana, trascurate e oscurate da una visione fondamentalmente misogina del corpo femminile abbracciata dalla Chiesa cattolica in tempi recenti si veda M. Murgia, Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino 2011.

[5] M. Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano 1998. Per una esaustiva e chiara trattazione del pensiero di Foucault, si veda anche L. Bernini, Le pecore e il pastore, Liguori, Napoli 2008.

[6] Si veda F. Giuliani, Il peso del corpo (Like a Train on a Track), in “Italianieuropei”, 10/2011.