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Il sopruso della cancellazione. 17 novembre: Le Malamate al Festival della Violenza Illustrata

Ulduz Malamate

Siamo molto contente di riproporre, il prossimo 17 novembre, le nostre Malamate nell’ambito di un contenitore speciale: il FestivalLa violenza illustrata“, organizzato dalla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, dal 4 novembre al 6 dicembre (qui l’intero programma).

Saremo al Granata di via San Carlo 28/D  a Bologna, a partire dalle ore 21.

In scena:

Silvia Cavalieri     voce e testi

Francesca Colli    voce, testi e chitarra

Hugo Venturelli   chitarra e voce

Bianca Ferricelli    attrice

Ulduz Ashraf Gandomi attrice

Su come è nato questo progetto e sulle motivazioni che sottende ci siamo soffermate qualche mese fa, in questo articolo. Vorremmo ora proporvi alcune riflessioni a partire dalla tematica specifica del Festival, secondo una particolare curvatura che è quella della violenza come esclusione o mancato riconoscimento.

 

Che ticchettio scandisce il tempo dell’esclusione? Tempo dilatato all’infinito che minaccia di fagocitarci. L’idea della gabbia mi angoscia, l’impotenza generata da pareti che limitano le mie possibilità di movimento e mi rendono invisibile, cancellandomi dal mondo condiviso dove circola la vita, mi abita come una minaccia di cui fatico a rintracciare le origini. Pareti reali o metaforiche. Le parole di Camille Claudel dalla sua reclusione forzata in manicomio, dove rimase per trent’anni senza più riuscire a scolpire nulla, mi rimbombano dentro e sono la denuncia – flebile ma coriacea – di un sopruso che sento sulla mia pelle senza averlo vissuto in prima persona. Così scriveva a suo fratello Paul nel marzo del 1930, dopo diciassette anni di clausura prima nei pressi di Parigi poi a Montdevergues, vicino ad Avignone:

 

“C’è forse qualcuno che nutre almeno un po’ di riconoscenza per chi lo ha nutrito, che sa dare qualche risarcimento a colei che hanno depredata del suo genio? No! Un manicomio! Nemmeno il diritto di avere una casa mia!…

Perché devo restare alla loro mercè? È lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista a cui si vuol far sudar sangue.”

 

Riconoscenza, dice Camille Claudel. Una parola spaesante se non ci soffermiamo a meditarne il senso profondo, scomponendola: ri-conoscenza è il tornare a conoscere. Perché vi siete scordati di me, madre e fratello che tanto mi avevi amata? Perché non lucidate i vostri sguardi opachi e tornate a vedermi, a capire chi sono, a riflettermi un’immagine? Dannati specchi silenti. Riconoscenza e riconoscimento sono legati. Hanno dentro una noce preziosa che conferisce consistenza a un io che senza la percezione contenente dell’altro si fa aerea fluttuazione. Pulviscolo disperso.

 

Bianca MalamateViviamo tanti tipi di abbandono: certuni brutali, traumatici, altri fisiologici allo scorrere crudo e impermeabile dell’esistenza; alcuni sono distacchi reali, totali cambiamenti di rotta che ci vengono imposti senza che possiamo avere voce in capitolo, altri sono strane forme di ottusità, sguardi negati, mancati riconoscimenti che ci trasformano in estranee per qualcuno che sentivamo vicino, parente di vita per uno sguardo, una coincidenza, un odore che ci sapeva di casa. Qualcuno che, a volte senza nemmeno rendersene conto, ci aveva illuse di essere meno sole forse perché, come scrive incantata Laura Lamanda nell’Aeroracconto dell’amore fatale, ha un “mistero compatibile” con il nostro. E non è cosa ovvia né troppo comune: i misteri compatibili sono la condizione necessaria perché si inneschino quelle alchimie che fanno prendere corpo al mondo, conferendogli la bellezza di un raro fulgore.

 

Francesca MalamateQuanto bisogno abbiamo di essere viste e riconosciute? Con le mie figlie o nel mio lavoro di educatrice e insegnante, guardandomi attorno, confidandomi con le mie amiche e raccogliendo storie che mi sono arrivate soprattutto nel momento in cui ho deciso di dare forma alle mie eccedenze, provando a trasformare un’ipersensibilità scomposta in qualcosa di condivisibile, come una canzone o un testo, mi accorgo che quasi tutti in un modo o nell’altro cerchiamo questo, perché l’identità si dà nella relazione e lo sguardo dell’altro ci dà fondatezza. Può indispettirci questa vulnerabilità, ma siamo figli/e di uno sguardo innamorato: quello di nostra madre e di nostro padre che ci hanno tenute fra le braccia piccolissime o di chi per loro. Se quello sguardo ci è stato negato continueremo a cercarlo per tutta la vita, se lo abbiamo avuto ne sentiremo lo stesso l’atroce mancanza nei nostri momenti più bui. Salus è il saluto che ci porta salute e salvezza: quanta pregnanza in questa parola così breve. Chi ci saluta ci vede e ci riconosce, questo gesto ci restituisce un’immagine, è un riflesso che siamo: ci salva dall’abisso dell’irrelatezza.

 

Quanta sofferenza che circola nelle contrade del mondo è frutto di questo sguardo negato? Quanta cecità gratuita?

Trovo una sofferta riflessione a proposito della negazione in questo scritto, che ne mette in luce i vari gradi: dalla banalità quotidiana – ogni giorno subiamo piccole cancellazioni o le mettiamo in atto per affermarci a spese degli altri – alla violenza subdola e indenunciabile di chi ostentatamente ci rifiuta:

“Forse perché per donarsi senza filtri, per chi sa ancora farlo, ci vuole davvero solo un momento. Forse perché non c’è un tempo predefinito per amare, non ci sono regole, forme statiche e fisse che stabiliscano dopo quanto tempo o dopo quali esperienze condivise si possa amare. Quell’energia attraversa le case, i corpi e le anime (per chi più che crederci ne sente ancora l’esistenza) e si contagia come la più irrinunciabile e meravigliosa delle malattie-medicina  per nascere alla vita.

            È la malattia più potente che attraverso la negazione davvero uccide, è la medicina più potente che attraverso il Riconoscimento davvero può riportare in vita qualsiasi cosa dal limbo della non-vita, della cancellazione.”

 

Silvia Hugo MalamateEssere invisibili o anche diventarlo all’improvviso ci avvelena la vita, ma il silenzio non è detto che sia assoluto. E il veleno è un liquido che può circolare lungo rivoli inattesi, non solo nelle nostre vene. C’è un mito ancestrale sotteso a molti dei brani che interpretiamo nel nostro spettacolo delle Malamate: il mito della Llorona, una storia dilaniante, refrattaria a ogni facile ricomposizione. Un’amante abbandonata e condannata all’oblio senza appello impazzisce di dolore e uccide i suoi figli, avuti dall’uomo che a un certo punto l’ha rifiutata per sposare una donna ricca, e poi si suicida. Questo gesto la rende maledetta, senza requie perfino al di là della morte, la condanna a cercare disperatamente i suoi figli nel fiume in cui li ha gettati, senza mai una tregua. Simbolicamente in questo mito vediamo rappresentata la rabbia che è tormento inarrestabile, il furore che ci spinge a fare gesti estremi, che ci rigettino al centro di quella scena da cui siamo state violentemente strappate, nocivi per noi stesse e per ciò che più amiamo. Ma questo male non è solo nostro: nella celebre canzone popolare messicana chi parla è colui che è rimasto, l’amante che ha scelto di cancellare la Llorona e che ha visto la sua furia, marchiato indelebilmente da una passione a cui pensava di essersi sottratto, recidendola crudelmente, ma il cui veleno dolcissimo invece si infiltra, paralizzandogli ogni alternativa di vita. La rimozione non può cancellare ciò che è stato e tutto drammaticamente riaffiora. Gli scarti che galleggiano disordinati sul fiume delle nostre vite possiamo richiamarli appassionatamente dentro un disegno, frammentario e discontinuo ma sicuramente un gesto di dialogo.

 

Lhasa

Lhasa

Lhasa de Sela (1972-2010), una delle cantautrici  a cui vogliamo rendere omaggio con questo nostro spettacolo, ha scelto di dedicare un intero album alla Llorona: ferita, la ascoltiamo cantare il deserto del disamore, abitato da una donna che di questo deserto non si spaventa ma, anzi, vi legge riflesso il suo paesaggio interiore: Sono venuta nel deserto per andarmene dal tuo amore / che il deserto è più tenero e la spina è un bacio migliore […] Sono venuta nel deserto per bruciare / perché l’anima prende fuoco quando smette di amare.

 Capita che disprezziamo proprio il contatto che ci ha esposte troppo, allora ci neghiamo allo scambio per ricostruirci quella “verginità di ritorno” che, sola, pare in grado di proteggerci: soffochiamo la nostra naturale tensione verso l’altro per ritirarci, “disdegnose”, in un’esistenza altera, lottando per dimenticare la vergogna del nostro amore rifiutato, negandone sprezzanti la necessità.

Ma non sappiamo restare a lungo dormienti. Nel Pajaro è così lampante che il risveglio si dà solo sull’orlo dell’abisso: “Guardatemi”, dice, “son già qui che ritorno alla vita”, “ti ho aspettato nell’abisso e dell’abisso mi sono innamorata”, “tu mi hai risvegliata, ora insegnami a vivere”. Non sappiamo condannarci all’intransitività e ricadiamo nella disposizione allo scambio, in un carosello di doni e perdoni, come acrobate non troppo aggraziate in equilibrio su un filo: perché chi entra nel circo Firuliche – lo diceva Eduardo Galeano nel suo Libro degli abbracci non ne esce mica più.

 

E allora, come mi dice sempre la mia saggia amica Valentina, se proprio volete fare le funambole vedete almeno di non precipitare sul pubblico, per favore!

(Non si ricompongono i cocci ma lo stupore davanti alla vita può tornare intatto. Le Malamate vorrebbero raccontare questa magia)

Silvia Cavalieri

 

 

 

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Noi siamo emozione: in scena “Le Malamate”

Le malamate- ScenaNel suo prologo a Vite sbobinate di Alfredo Gianolio, Ugo Cornia dice che le vite delle persone sono come dei lenzuoli stesi sulla terra: dentro ci può finire di tutto, “un po’ di prati, pioppeti, lavori, hobby, nuvole, carriole del nonno, automobili, mamme”, lavatrici anche, poi a un certo punto quei lenzuoli vengono annodati in fagotti, che sono appunto le vite di ognuno. Con dentro tutta quella roba, ogni fagotto, si capisce, sta in bilico come può, certe volte “diventa uno sfacelo” e si può anche rompere, ma ci son dei momenti, invece, che ci sembra che quel nostro fagotto “abbia una sua armonia incredibile”.
E armonia è relazione sincronica: il nostro fagotto ha dentro anche suoni e parole che non sono stati creati direttamente da noi ma che abbiamo sentito combaciare a tal punto con il nostro stare al mondo da farli nostri, attualizzandoli – agendoli quasi – dentro di noi. La nostra qualunquità si fa così insieme unica e transitiva, perché dialogante. È confidando in questo che portiamo in scena Le Malamate, che afferma la convinzione che quell’ingorgo emotivo che tante volte ci siamo sentite non è necessariamente vicolo cieco ma può farsi espressione condivisa, a partire da un palcoscenico che diventa così teatro di quelle emozioni che bisogna imparare a non occultare e a trasformare in gesto comunicativo. Senza vergogna siamo partite dal nostro vissuto più intimo, da quel nostro sentirci esposte e in balia degli eventi e abbiamo assecondato la nostra predilezione per poesie e voci che ci sembravano narrare proprio il nostro senso di sconforto, che plasmavano il magma confuso dell’abbandono da parte di chi pensavamo avrebbe dovuto amarci e non ne era stato capace, cominciando finalmente a fargli prendere una forma e una direzione. Le Malamate potrei chiamarle allora una specie di autodiscografia e di autobibliografia collettiva, perché a volte ho come l’impressione che siamo una trama e nel cercarci troviamo molto di più che noi stesse: certe parole, certe voci ci risuonano dentro con particolare persuasione. Troppa per essere totalmente altro da noi. E allora capiamo che fanno parte del nostro “fagotto di vita”: l’innocenza tragica di Violeta Parra, la sottile contraddittoria filosofia della rinascita femminile cantata da Lhasa de Sela, l’autoironia di Sofía Viola, la visceralità tellurica delle poesie di Goliarda Sapienza, l’asincronia crudele degli incontri sfiorati e perduti raccontata da Wisława Szymborska e da Edith Piaf. Nell’ascoltare loro, noi stesse ci siamo ritrovate e allora abbiamo scritto anche noi: canzoni, pensieri e poesie. Il risultato è una lettura-concerto drammatizzata, in cui non c’è vera soluzione di continuità fra un testo e l’altro perché attraverso parole e suoni di altre donne abbiamo scoperto le nostre voci più autentiche: i nostri testi originali e le nostre interpretazioni si intrecciano in un unico paesaggio sonoro, sottolineato dai nostri gesti e dagli oggetti evocativi che mettiamo in scena.

Fra-LE MalamateDa una volta all’altra c’è sempre qualcosa che cambia: non portiamo mai sul palco esattamente gli stessi brani né i nostri gesti sono identici ogni volta, a sottolineare la natura intrinsecamente rapsodica – rapsodia etimologicamente è un cucire insieme canti diversi – di ogni processo di costruzione del sé, sempre frammentario e in trasformazione.
Siamo consce che questo prendere parola in quanto creature emozionali è un gesto politico: la passione che cantiamo e recitiamo non è in fondo che un pretesto per sottrarci all’omologazione e per contrastare ogni tentativo di indocilimento. Il sistema patriarcale preferisce espungere l’imprevedibilità di questa schiettezza: non a caso tradizionalmente il femminile è stato relegato all’intimità domestica. Un gesto politico che libera energia contagiosa, Le Malamate è anche
un invito ad accompagnarci nel viaggio, ognuna e ognuno a partire dalle sue ferite e dal suo desiderio, ma anche dalla volontà di ridere insieme e di cercare forme convincenti per dirle, queste ferite e questo desiderio. La lacerazione rammendata con la bellezza, come scrive Carol Gilligan nella sua prefazione a Io sono emozione di Eve Ensler, rinnovando proprio questa immagine del rammendo, che ritrovo in una bellissima poesia di una nativa americana regalatami da una ragazza l’8 marzo, dopo la nostra lettura musicata dai Monologhi della vagina:

Cammino fra i cocci
e ho paura di lacerarmi
devo avere il coraggio di sanguinare
devo avere il coraggio di tagliarmi
per amputare la mia ferita purulenta.

La Donna Antica sta guardando
veglia su di voi
nel buio della tempesta
sta guardando
veglia su di voi
tessete e rammendate
tessete e rammendate
la Donna Antica sta guardando
veglia su di voi
con le sue ossa fatevi telaio
lei sta tessendo
veglia su di voi
tessete e rammendate,
sacre sorelle,
tessete e rammendate. 

Sono andata alla ricerca
perduta
sola
Sono andata alla ricerca
per molti anni

Sono andata alla ricerca
della Donna Antica

e l’ho trovata dentro di me.

Con Le Malamate saremo domenica 13 aprile, ore 21, alla Scuola Popolare di Musica “Ivan Illich”, in via Giuriolo 7, Bologna

Bianca e Ulduz

Questa volta saremo

Silvia Cavalieri     voce e testi

Francesca Colli    voce, testi e chitarra

Hugo Venturelli   chitarra

Bianca Ferricelli    attrice

Amelia Bagalà attrice

Le fotografie sono tutte di Regazzi Photograpghy. Altre le trovate qui

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8 marzo. “Senza paura” – Lettura musicata dai “Monologhi della vagina”

IMMAGINE SENZA PAURADella incredibile dirompenza simbolica dei Monologhi della vagina di Eve Ensler ho già scritto la scorsa estate. L’effetto dilagante che ha avuto quest’opera, in continua trasformazione da un’idea semplice e rivoluzionaria – ognuna a raccontarsi a partire dalla sua vagina, crogiolo di sensazioni, odori, sapori, traumi e scoperte – è l’ennesima prova di come la narrazione sappia tanto spesso innescare la miccia della complicità creativa, di una condivisione trasformativa, che dal punto di vista politico favorisce orizzontalità e partecipazione. Perché il pensiero evolve nella parzialità e nell’incompletezza, e ogni pretesa di essere esaustivi ormai la vivo come un malcelato bluff: tanto vale prendere atto della nostra intrinseca perifericità e schiuderci dal nostro angolo, dai nostri anfratti più oscuri e dimenticati. Farli parola, con umiltà e coraggio. Non è più in un dibattito che troppo spesso finisce per parlarsi addosso che trovo vera comunicazione e stimoli evolutivi – forse perché il dibattito tante volte dimentica di farsi dialogo – ma nell’effetto intensificante che certa arte riesce a creare. Può stupire allora quello a cui uno sguardo che pensavamo irrelato può dare vita: in un effetto-domino di scala intercontinentale, l’esperimento di Eve Ensler è diventato, nell’attivismo globale del V-day, movimento sociale, azione politica concreta, di denuncia contro la violenza sulle donne e di sostegno ai luoghi dove le donne che hanno subito violenza vengono ospitate e curate. Perché, nell’arte, la parzialità e il convivere di pulsioni opposte non necessitano di riconciliazione  e questo ci dà la misura della sua intrinseca, preziosa complessità: “L’arte ha reso l’attivismo più creativo e audace, l’attivismo ha reso l’arte più mirata, più concreta, più pericolosa. Il trucco, in entrambi i casi, è stato quello di evitare da una parte l’ideologia e il fondamentalismo, e la frammentazione e l’irresponsabilità dall’altra. Il trucco è stato cominciare a gettare le fondamenta […] e poi sperare che gli individui e i gruppi portassero in quell’esperienza la loro visione, la loro cultura e la loro creatività. Il trucco è stato creare qualcosa che fosse concreto ma fluido, qualcosa che può propagarsi rapidamente e tuttavia ha solidità, qualcosa che possa essere posseduto e modificato da molti e ha certi ingredienti e leggi che permettono questa adattabilità. Il trucco è stato vivere nelle contraddizioni pur mantenendo fermi i principi, le convinzioni e gli scopi”, scrive l’autrice nella prefazione.

Ancora una volta abbiamo colto la disponibilità alla personalizzazione che i Monologhi propugnano, affiancando alla recitazione dei brani per noi più significativi, canzoni e danze che a nostro avviso li sottolineano, per contrasto o per analogia, continuando a farli risuonare più a lungo e più in profondità.

L’8 marzo porteremo il nostro spettacolo a Ca’ de Mandorli, vicino a Bologna. Qui i dettagli

Senza paura

con

Bianca Ferricelli, attrice
Ulduz Ashraf Gandomi, attrice
Jessica Cestaro, danzatrice
Beatrice Sarti, voce
Silvia Cavalieri, voce
Hugo Venturelli, chitarra e percussioni

“Mettere fine alla violenza contro le donne significa aprirsi al grande potere delle donne, al mistero delle donne, al cuore delle donne, alla sfrenata, infinita sessualità e creatività delle donne. E non avere paura.”
Storie di vita che si incarnano senza reticenze né eufemismi a costruire un intenso mosaico di voci, corpi e sonorità disparate.

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Vulnerabili dee. Lettura musicata

 

Sheela na Gig

 Sabato 13 luglio alla Locanda della Canonica di Montalbano di Zocca (MO), h 21

Beatrice Sarti – voce (contralto)
Silvia Cavalieri – voce
Laura Francaviglia – chitarra e percussioni

 

Abbiamo letto I monologhi della vagina di Eve Ensler e abbiamo colto il suo invito a trasformare questo testo per farlo ancora più nostro, inserendoci poesie di altre scrittrici refrattarie ai codici condivisi, che parlano una lingua aspra e petrosa.

E poi ci abbiamo messo la musica intorno e addosso: musica che racconta di margini e abbandoni, ma anche delle gioie della carne e del piacere che sta nel riso e nell’oblio.

Storie di vulnerabilità e potenza, nel cortile della Locanda della Canonica: in cima al borgo medievale, tra le rocce e il cielo stellato.

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Focus group su conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro

Se qualcuna ha voglia di contribuire a questa ricerca, copiamo qui di seguito le parole con cui una delle ricercatrici la presenta:
Buongiorno,
 
sono Giulia Rodeschini, dottoranda all’Università degli Studi di Trento.
Sto collaborando a Bologna (dove vivo) ad una ricerca all’interno del , il cui obiettivo principale è quello di “analizzare come i sistemi di welfare in 11 città europee influenzino la partecipazione femminile al mercato del lavoro e come questa di conseguenza si ripercuota sul corso di vita di uomini e donne, sulla struttura delle ineguaglianze, sulla coesione sociale e sulla sostenibilità del modello sociale europeo”.
 
Vi scrivo perché il nostro gruppo di ricerca (coordinato dal prof. Costanzo Ranci del Politecnico di Milano) sta cercando alcune donne interessate a partecipare ad un focus-group (ovvero ad una discussione di gruppo della durata di circa un paio d’ore) dove si scambieranno opinioni e racconti sulla conciliazione tra il lavoro e le richieste della propria famiglia.
 
In particolare, le donne da coinvolgere devono essere occupate e residenti a Bologna e prendersi cura di:
- un bambino in età prescolare (sotto ai 6 anni)
- OPPURE di un anziano non auto-sufficiente.
 
Le persone interessate possono scrivere al mio indirizzo: giuliarodeschini@gmail.com
o telefonarmi al numero 3474014697
 
Grazie mille per la vostra disponibilità,
cordiali saluti
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One Billion Rising. Un’iniziativa contro la violenza alle donne il 14 febbraio

 

 

In occasione del V day “One billion rising” scendiamo tutte in piazza a ballare!

La Casa delle donne di Bologna e La Corte delle Fate aderisce e partecipa alla campagna mondiale
“One Billion Rising. Dance, Strike, Rise” organizzata dal team internazionale della scrittrice statunitense Eve Ensler (autrice dei Monologhi della vagina)

 

La campagna, finalizzata al contrasto della violenza sulle donne, prevede che in data 14 febbraio 2013 si svolga un flashmob danzante il cui slogan è:

“Una donna su tre, nel mondo, è stata stuprata o picchiata nella sua vita. Un miliardo di donne violate è un’atrocità.
Un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione.”

 

Ci siamo immaginate una folla di donne in rosso che avanzano per le vie della città danzando al ritmo dei tamburi.
Appropriamoci di questa manifestazione mondiale, per dire la nostra.
Giovedì 14 febbraio troviamoci tutte in piazza san Francesco con qualcosa di rosso (se possibile i capelli spryati di rosso) e qualcosa da percuotere o da scuotere: tamburi, djambè, tablas, pentole, maracas, sonagli, cavigliere indiane…

Gridiamo con gioia chi siamo.
Balliamo con forza e passione per ricordare al mondo che ognuna di noi è la favolosa protagonista della propria vita.
Battiamo con energia i nostri piedi fino a far tremare la terra.

Scateniamoci
Giovedì 14 febbraio 2013
appuntamento in piazza san Francesco alle ore 17.00

 
Pagina dell’organizzazione italiana di One Billion Rising: http://obritalia.livejournal.com/

Pagina ufficiale dell’evento: http://www.onebillionrising.org/

 

 

Per informazioni e organizzazione: cortedellefatemail.com – 329 2569037
Ufficio stampa Casa delle donne: info.casadonne@women.it cell. 340 1247013

 

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“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”: presentazione a Bologna

Rilanciamo l’iniziativa del Vag61 di Bologna, ricopiando per intero l’invito che abbiamo ricevuto:

Venerdì 18 gennaio 2013, dalle ore 20

a Vag61 (via Paolo Fabbri 110, Bologna)
torna l’appuntamento mensile con i libri e i vini di produttori non omologati di “Fermento” (in collaborazione con Drogheria 53).

ore 20, 15
Cena sociale e degustazione di vini

ore 21,30
Presentazione del libro
“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”
di Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani
prefazione di Silvia Baraldini.
ed. DeriveApprodi

Saranno presenti le autrici
Reading con video e letture di Paola Staccioli Read the rest of this entry »

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La strada canta – SaggiOmaggio in musica a Lhasa, Katia e Mariangiola

Con grande emozione e molta gioia copio qua sul nostro sito il volantino

dell’evento che si terrà giovedì 20 dicembre nell’Aula Magna del Convento di Santa Cristina di Bologna, presso il Centro delle Donne. Con grande  emozione perché l’evento è dedicato a tre donne speciali che non ci sono più, una delle quali è Lhasa de Sela, cantante che ho scoperto pian piano negli ultimi anni, innamorandomi della sua voce e del suo sguardo sulla vita.

L’altra è Katia Verdone, che con i suoi disegni e i suoi scritti intensi e

profondi tanta bellezza ha saputo portare fra le nostre pagine, grazie a sua mamma, Bruna, che ce l’ha fatta conoscere e ha partecipato con originalità e fervore a tante nostre iniziative. Bruna la conoscerò di persona giovedì perché arriverà qui, con due amici, proprio per partecipare a questo evento e anche questa è una notizia bellissima!

La terza persona a cui dedichiamo le nostre canzoni è Mariangiola Soldani,

che era una cara amica di Beatrice Sarti, fondatrice con Simona Selvini dell’associazione Percorso Vitale, di cui sentiremo cantare le allieve e

gli allievi. Read the rest of this entry »

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FILI NARRANTI. Laboratorio di auto-narrazione gratuito per donne italiane e migranti

MERCOLEDI’ 16 GENNAIO dalle 14 alle 16 presso il punto lettura Bollini-Speroni in via Pietralata 60 a Bologna

RICOMINCIA il laboratorio
 
         

                                                     FILI NARRANTI 
organizzato dalle associazioni SEMinARIA e Trame di Terra.
L’iniziativa, realizzata con il contributo del Quartiere Saragozza, è gratuita, e aperta a donne italiane e migranti.
Ci sono ancora alcuni posti per partecipare!
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Venerdì 23 novembre: doppio appuntamento con Le Vocianti

Continuano, all’interno del VII Festival La Violenza Illustrata organizzato dalla Casa delle donne per non subire violenza, gli eventi che vedono il nostro collettivo in prima linea. Venerdì prossimo, 23 novembre, l’appuntamento sarà doppio: alle 17 alla Biblioteca Italiana delle Donne di via del Piombo 5, a Bologna, presenteremo insieme all’Associazione Hamelin il documentario 2012: Comizi d’amore. Ricerche sul genere, frutto dell’omonimo progetto di educazione al genere realizzato nelle scuole superiori da Hamelin Associazione Culturale, Paper Moon Associazione, Valentina Greco e Stefania Voli. Read the rest of this entry »