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L’Iliade in prima media: lasciar parlare l’antica ferita

 

achille-trionfo-ettoreIl vero salto qualitativo nella storia dell’umanità […] non sarà il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, come riteneva Marx, ma il passaggio dal regno della violenza al regno della non violenza. 

Norberto Bobbio, Prefazione a L’eresia di Aldo Capitini di Pietro Polito

 

achille-trionfo-ettore È soltanto dal 2015 che insegno alle medie su supplenze annuali e sia questo sia lo  scorso anno ho svolto la maggioranza delle mie ore con una prima. Non ho una formazione classica, a lungo ho lavorato in università come lusitanista; ritrovandomi a insegnare i poemi omerici, con cui abbiamo imparato che “nasce la letteratura occidentale”, ho provato un sottile disagio. Ho indagato su questa sensazione, provando a incanalarla in percorsi che, oltre a commentare in classe i brevi estratti proposti dal libro di testo, li utilizzassero come spunti per dibattere, anche in chiave decostruttiva, su tematiche attuali. Il disagio si è attutito, ma non è scomparso. Ho deciso allora di tornare al testo, abbandonandomi alla sua densità, e non ne sono stata delusa: si sono aperti anelli concentrici sempre più larghi, che mi hanno schiuso orizzonti insperati.  Con una coincidenza finale che mi è sembrata un po’ magica.

L’Iliade ci offre l’opportunità di fare tre cose molto importanti in classe:

  • affrontare il tema della violenza;
  • riflettere sul valore delle parole;
  • fare educazione al genere, correlandola a entrambe le istanze precedenti.

 1. La violenza che snatura la lingua

La letteratura occidentale si apre, in fin dei conti, con un terribile racconto di guerra, che indulge nei dettagli più rivoltanti: i personaggi si muovono in mezzo a mucchi di cadaveri, divorati da sciami di mosche, che spesso vengono calpestati come se fossero un tappeto oppure galleggiano sul fiume Scamandro, tingendone le acque di rosso. Il sangue bagna torri e parapetti, decine di corpi vengono sbudellati, cervelli che si spappolano, colli mozzati, teste che rotolano: un furore smisurato acceca questi guerrieri-burattini-senza-colpa, tanto che non abbiamo personaggi davvero protagonisti perché, come scrisse Simone Weil: “Il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza” (1), che rende cose le persone, disumanizzando chi uccide e sfigurando chi muore. La filosofa francese, che scriveva negli anni della guerra civile spagnola, avvertiva tragicamente nel poema il predominio della violenza che ha attraversato tremila anni di storia, pronta di nuovo a esplodere con la brutalità smisurata di quel secondo conflitto mondiale, che avrebbe fatto, come scrisse Elsa Morante, “cinquanta milioni di morti contro natura” (2): “Non appena la pratica della guerra rende sensibile la possibilità della morte racchiusa in ogni minuto, il pensiero è incapace di trascorrere i giorni senza attraversarne l’immagine. Lo spirito allora è in tensione e può tollerare questa condizione solo per breve tempo; ogni nuova alba ripropone la stessa necessità e, un giorno dopo l’altro, trascorrono gli anni. L’anima patisce violenza tutti i giorni. Al mattino soffoca ogni aspirazione perché il pensiero non può viaggiare nel tempo senza passare per la morte. La guerra quindi cancella ogni idea di scopo, persino l’idea degli scopi della guerra. Essa cancella anche il pensiero di porre fine alla guerra […] la mente dovrebbe predisporsi a trovare una via d’uscita, ma ne ha smarrito ogni capacità. È interamente occupata a farsi violenza. Che si tratti di schiavitù o di guerra, le sventure intollerabili, sempre presenti tra gli uomini, durano a causa del loro stesso peso e così dall’esterno sembrano facili da portare; durano perché sottraggono le risorse necessarie per uscirne.” (pp. 66-67)

La forza è il contrario di quella sospensione paziente, fiduciosa e fibrillante, di cui il pensiero creativo ha bisogno. E nella guerra, esercizio assoluto della forza, si perde proprio la capacità di partorire il pensiero. Weil rileggeva, dunque, l’Iliade guardando al suo tempo, di cui avvertiva le contraddizioni laceranti: cresceva l’infelicità, cresceva l’ingiustizia e – cosa per lei veramente angosciante – le parole erano colluse con quell’assurdo che prendeva sordamente forma, erano diventate “parole omicide”, complici della guerra che, dai tempi dell’assedio di Troia, è motore delle società patriarcali, che l’hanno formalizzata come naturale prosecuzione della politica: “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi” scriveva Karl von Clausewitz, generale prussiano vissuto tra 1780 e 1831, e ancora oggi, come scriveva pochi anni fa lo storico inglese Tony Judt dal suo osservatorio statunitense, la guerra rimane per troppa parte del potere qualcosa che “funziona” (3). Secondo Simone, occorreva rinnovare il valore delle parole: cercarne l’esattezza, soppesarne gli effetti per poi utilizzarle come ponti d’umanità. Viene da pensare alla proposta politica, di pochi anni posteriore, fatta da Hannah Arendt, la quale, dopo gli orrori dei totalitarismi, risalì indietro fino alla Grecia classica, riconoscendo l’urgenza di trovare un paradigma alternativo a quello tradizionale della politica come dominio:  “la politica come spazio condiviso dell’azione di una pluralità di esseri unici che, interagendo con atti e parole, mostrano l’un l’altro siffatta unicità e la loro capacità d’iniziativa” (4). Una proposta affascinante e rivoluzionaria, anche se forse, considerato quanto sia limitata (per motivi di classe e di genere) l’esperienza democratica nel mondo greco, sarebbe stato necessario attingere ancora più indietro.

2. L’amore fra le righe: un poema a cavallo fra due mondi

cnosso“Quasi tutta l’Iliade”, scrive Simone, “si svolge lontano dai bagni caldi” (p. 41): sugli esseri prevale un’entità, la forza appunto, che di umanità insaziabilmente si nutre. Rachel Bespaloff, filosofa francese di origine bulgara vissuta tra 1895 e 1949, rilegge il poema negli stessi anni di Weil scegliendo di soffermarsi su ciò che nei “bagni caldi” si rivela, di stare, in altre parole, negli interstizi di umanità da cui l’Iliade – immane carneficina – è sottilmente illuminata. Le opere delle due filosofe sono state accomunate (non si conoscevano): è certo che i loro commenti al poema condividono l’urgenza di universalizzarne la portata, dandone una lettura fortemente radicata in un presente cupo, ma le loro prospettive sono, a mio avviso, differenti e complementari.

La forza è l’unico eroe, sì, ma la sua bellezza deriva all’Iliade da quei brevi “momenti di grazia” “in cui gli uomini hanno un’anima” (5): su queste interazioni si concentra Rachel, scegliendo di lavorare per tracce e non per macrostrutture. Il testo di Bespaloff si focalizza sui personaggi nella loro umanità, fra i quali spicca Ettore, che la colpisce più di tutti perché in lui “la volontà di grandezza non contrasta mai la volontà di felicità” (p. 26). È significativo che Omero ci conduca più verso Ettore, l’eroe dei vinti, che verso Achille. Di quest’ultimo, Bespaloff sottolinea la mortifera negatività, ma anche in lui tenta di distillare i rari momenti di umanità, come il monologo in cui lo vediamo scagliarsi contro la guerra e i suoi orrori, nel nono canto, che sarebbe interessante da proporre nelle antologie per le medie. Subito prima è stato immortalato mentre sta suonando una bellissima cetra e cantando imprese gloriose di eroi, addirittura “con gioia” (e l’area semantica della felicità è veramente poverissima nel poema): Rachel era pianista e compositrice, aveva insegnato musica all’Opéra di Parigi nei primi anni Venti, e questo particolare ovviamente non le sfugge. Subito dopo aver suonato, Achille esplicita, nel suo monologo antibellico, un amore per la vita che non gli sospettavamo. Ed è proprio l’amore ciò che più interessa Rachel, fuggita negli Stati Uniti dalla Francia collaborazionista, dopo l’emanazione delle leggi razziali, nel 1941, e morta suicida nel 1949. Con il suo incedere tipicamente aporetico, che è quello della vita stessa, Bespaloff si sofferma sul modo di amare dei personaggi perché è lì, dice, e non nei loro atti, “che Omero svela la natura profonda degli esseri” (p. 38). Rachel non discute la struttura patriarcale della società di cui l’Iliade prospetta il trionfo – la dà per scontata, non la coglie come un dato importante, come non la colse Weil né le diede troppo peso Arendt nel suo ispirarsi alla democrazia ateniese – ma riesce a smascherare l’astratta dicotomia su cui troppo spesso questa struttura si fonda, camminando “fino al punto in cui non ci sono più incroci”, come scrive Jean Wahl nella prefazione. Questa libertà di sguardo, che sa smarcarsi con una scrittura così delicata e profonda dalle strette maglie del pensiero binario, denota un’abilità speciale nel ritrarre i personaggi femminili, anche quelli che sembrerebbero mere comparse.

3. Ostinata insofferenza. L’Iliade come malinconico addio alle civiltà gilaniche nel Mediterraneo

 Soffermandosi sull’amore più che sulla guerra, Rachel Bespaloff, si colloca in quella che potremmo definire una genealogia di studiose inappagate dalle interpretazioni classiche, di cui, per meravigliosa coincidenza,  ho scoperto pochi giorni fa un altro esempio, dentro un cerchio di donne nella campagna toscana.

Sono numerose le occasioni offerte dai poemi omerici, l’Iliade in particolare, per educare al genere. Tocca alle/agli insegnanti saperle scoprire e declinare in una didattica efficace; ma ciò che nessun testo scolastico davvero dice è che l’Iliade può essere letta come la testimonianza dolorosa del passaggio, nell’Europa mediterranea, dalla prevalenza di civiltà matrifocali al patriarcato, come dimostra Mirella Santamato in un saggio molto interessante uscito nel 2016: Quando Troia era solo una città (Unoeditori, 2016). Grande-Dea--Malta

Parlando della morte che la violenza perpetrata dalla forza infligge, Weil sottolinea come non si tratti sempre e soltanto di morte fisica. È significativo che nell’Iliade queste morti in vita riguardino soprattutto le donne: quelle che piangono disperatamente Ettore (la moglie Andromaca, destinata alla schiavitù, la madre Ecuba, indubbiamente Elena, che in lui, solo fra i cognati, aveva trovato affetto e protezione), quelle legate ad Achille (Briseide, fatta schiava-amante dal re dei Mirmidoni, che ne ha ucciso il marito, la madre Teti, onnisciente e impotente insieme), e poi Niobe, a cui gli dei uccidono i dodici figli, ma anche le donne anonime che “col pretesto di Patroclo” piangono “ognuna sulle proprie sciagure”, donne che “in una vita così cupa” (Weil, 48), non possono che asservirsi al loro padrone e inventarsi in quella schiavitù un simulacro dell’affetto, donne bottino di guerra, “premio d’onore”, valutate quattro buoi a patto che sappiano fare molti lavori, ancelle ubbidienti, spesso accoppiate a vecchi che le repellono (un uso perdurato nei secoli) oppure sono ammaliatrici ingannevoli, “femmine impossibili”, “cagne sfacciate”, che vanno frustate per la loro “malizia” o appese a testa in giù nel vuoto, con due incudini ai piedi e le braccia legate, come fa Zeus con Era (Canto XV). Alla donna si lega la colpa. Nonostante nessuno abbia mai veramente colpa, nell’Iliade, e la deresponsabilizzazione degli uomini sia totale perché il Fato tutto preordina, la responsabile della guerra è senza ombra di dubbio Elena, una donna. Questa la mentalità paradossale che il poema avalla: Achille, a un certo punto, arriva a maledirla perché non è morta prima, attaccandole definitivamente lo stigma della colpa atavica – lo stesso di Eva, nelle religioni giudaico-cristiane. Per Bespaloff, Elena è anche il simbolo della Grecia stessa, culla dell’Occidente, attratta e insieme respinta da quella componente orientale, simboleggiata dal troiano Paride, con cui curiosamente proprio Simone Weil, nello scritto Sul colonialismo, fin dal sottotitolo auspica un ricongiungimento (6), come possibile cura agli eccessi del suo tempo, di cui aveva preso coscienza così lucidamente nel saggio sull’Iliade. Continuare a interpretare testi-chiave per la nostra civiltà è estremamente fruttuoso anche per Santamato, che, a partire dalle ricerche dell’archeologa Marija Gimbutas sulla Dea Madre nell’Antica Europa, legge nel poema omerico la narrazione “sotto metafora [di] un cambiamento radicale del pensiero dell’umanità: il passaggio da una società collaborativa e sostanzialmente egualitaria a una società di dominanza di un piccolo gruppo, gerarchicamente e sessualmente connotato, sul resto dell’umanità intera” (15-16) e va oltre, affermando: “Quello che si lascia scorgere tra le rime dell’Iliade è quel mondo perduto, in cui gli esseri umani privilegiavano la condivisione dei beni e il rispetto dei cicli naturali della vita. In quel mondo magico tutta la natura era sacra e aveva un’anima, anzi, spesso gli elementi, come i fiumi, il mare, le montagne, erano personificati” (154). Era il mondo di quella che, con un neologismo coniato da Gimbutas, utilizzando le radici greche gy (donna) e an (uomo), è stata chiamata gilania, per indicare un’organizzazione sociale anteriore al patriarcato, caratterizzata dall’eguaglianza tra sessi e dalla sostanziale assenza di gerarchia e autorità centralizzata.

dea Creta SerpenteIn altre parole, nell’Iliade, messa per iscritto nell’VIII secolo, si consacra sul piano simbolico ciò che nei fatti esisteva nel Mediterraneo già da quattrocento anni: la società patriarcale, ossessivamente performatizzata nelle lunghissime liste di patronimici con cui talora l’autore sceglie di annoiarci. I dieci anni di guerra, di cui il poema racconta una cinquantina di giorni, sul finire del conflitto, sono per Mirella metafora del lunghissimo periodo che va dalla fine del Neolitico all’età storica vera e propria (p. 17). La guerra di Troia avvenne, come testimoniano gli scavi di Heinrich Schliemann, alla fine dell’età del bronzo, sul declinare della maggior parte delle antiche società matrilineari studiate da Gimbutas: “Agli albori dei tempi appariva logico ed elementare che tutto si concentrasse sulla cura e lo sviluppo della Vita. Era così difficile sopravvivere che il solo fatto di procreare, e quindi mantenere viva la vita, era considerato divino” (p. 24), ci si concentrava sull’abbondanza e sulla prosperità: si cercava di alimentare la vita. Questa epoca aurea la vediamo sullo scudo di Achille, ricostruito da Efesto su richiesta di Teti: lì sono rappresentate le scene della vita antica, pacifica e festosa. Non si tratta, dice l’autrice, di una rappresentazione utopica, ma della rievocazione di un passato reale, come dimostra lo studio dei resti del labirinto di Cnosso, esattamente rispondente alla descrizione di Omero. Queste società arcaiche, purtroppo, fino alla prima metà del Novecento sono state studiate solo da uomini (Bachofen, Engels, Morgan), che le hanno descritte con supponente paternalismo e un miope senso di superiorità. Solo dalla seconda metà del Novecento si è cominciata a intuire l’enorme saggezza che esse custodivano.

La lettura in filigrana attraverso cui Mirella ci conduce è estremamente affascinante e non può che utilizzare un metodo indiziario, nella consapevolezza che nessuna sistematicità è possibile quando si indaga su qualcosa che il sistema dominante per secoli ha voluto occultare e reprimere:

-          dagli scavi archeologici, risulta che Troia avesse una pianta circolare, con al centro un tempio dedicato a una dea: il cerchio è una figura estremamente significativa nelle civiltà matrifocali.

-          Tra i tre doni proposti dalle dee a Paride, nel banchetto mitico che è all’origine del conflitto, Santamato nota che le dee già completamente patriarcali, Atena ed Era, offrono doni legati al potere, alla ricchezza e alla gloria, mentre Afrodite, che Paride sceglie, offre l’amore e la bellezza, valori legati a questo antico mondo di cui l’Iliade canta malinconicamente la fine (ed ecco che torna anche l’intuizione di Bespaloff!). Per questa sua scelta, il giovane troiano viene sbeffeggiato in vari punti del poema: nella cornice di valori che l’Iliade incarna, Paride è, infatti, un pavido mollaccione ed Elena, già profondamente intrisa di valori patriarcali, per questo lo disprezza, anche se poi è attratta dalla sua meravigliosa sensualità (v. p. 60).

-          Nel canto III, Priamo evoca il mito delle Amazzoni, totalmente svuotato di senso dal patriarcato: Santamato ritiene, con altri, che l’etimologia del nome rimandi al vivere “insieme agli animali” tipico di molte di queste società matrilineari che, si noti, non si sono tutte estinte sul finire della Preistoria (7).

-          C’è poi una netta distinzione fra gli dei schierati con gli Achei, i più patriarcalizzati, e quelli che stanno coi Troiani (ovviamente Afrodite, ma anche i gemelli – non legati da un rapporto gerarchico, quindi – Apollo e Artemide);

-          Interessante è l’analisi di quelli che Mirella chiama “Animali totemici” (da p. 93): nel canto VIII, Zeus manda in campo due animali emblematici, un’aquila con un cerbiatto tra le zampe. L’aquila è simbolo delle forze patriarcali, rapaci, che incombono minacciose dall’alto, mentre il cerbiatto, caro ad Artemide, è animale amato dalle civiltà matrilineari. Nel canto XII (v. pp. 98-99), mentre i Troiani stanno subendo un violento assalto da parte degli Achei, nel cielo compare nuovamente un’aquila, questa volta con un serpente sanguinante tra gli artigli, uno dei simboli principali dell’antica religione della dea.

-          Nell’Iliade troviamo poi tracce della tradizione ancestrale per cui le donne, soprattutto le sacerdotesse, conoscevano le piante medicinali e il potere curativo del veleno dei serpenti (p. 122): nel canto XI è contenuto un lungo racconto del vecchio Nestore in cui, risalendo ai tempi della sua giovinezza, viene evocata la figura di Agamede, “la quale conosceva tutte quante le droghe che nutre la vasta terra” (canto XI). Queste donne sapienti, di tradizione così atavica, saranno a lungo perseguitate e uccise nei bui secoli del patriarcato, con picchi gravissimi nel lunghissimo periodo dell’Inquisizione.

Possiamo allora leggere l’Iliade come il poema dello scontro tra due mondi: quello tra gli dei del Cielo, sopra, e le divinità della Madre Natura, sotto. Come ben sappiamo, saranno i primi a vincere e l’Iliade è il canto struggente – quasi suo malgrado – di questa vittoria: l’ultimo libro è particolarmente triste e le donne sono centrali, qui. Achille continua nella sua furia: oltraggia, folle di rabbia, il cadavere di Ettore, morto ormai da dodici giorni, che però non marcisce, continua a rimanere bellissimo e incontaminato, segno della “cura che si prendono gli dei beati” di lui, a loro così caro (questo persistere dopo la morte, questo permanere coriaceo, seppur dopo la sconfitta, mi pare un’altra splendida immagine di queste società al tramonto). A un certo punto, però, Achille si trasforma e, di nascosto da Agamennone, riceve il padre di Ettore, Priamo, e gli concede di dare al figlio morto la sepoltura dei giusti. Il vecchio re di Troia bacia le mani del re dei Mirmidoni, “le terribili mani sterminatrici che gli avevano ucciso tanti figli”, in un contatto che mi sembra raddensare magistralmente il tragico momento ossimorico in cui i due mondi si intersecano, uno, incarnato dall’anziano, sta declinando, mentre l’altro è destinato a vittoria e morte insieme, come il biondo Achille (biondo come gli uomini che venivano a cavallo dalle lontane pianure dell’alto Volga e dalle gelide terre del nord, portatori di una civiltà fortemente maschilista e gerarchizzata). Nelle ultime pagine la scena è occupata dalle donne, in un’atmosfera elegiaca: Briseide che si corica muta accanto ad Achille, Cassandra, che per prima avvista Priamo rientrare col cadavere dell’eroe troiano, il pianto di Andromaca, il lamento di Ecuba, poi quello di Elena, infelice perché, ora che Ettore è stato ucciso, si sente odiata da tutti. Il popolo troiano si raccoglie all’aurora attorno alla “pira del grande Ettore”: lo piangono e in fretta innalzano un tumulo, per paura che gli Achei non rispettino il patto e attacchino prima del tempo.

 

I sentimenti guerreschi di cui l’Iliade pullula – ora ne sono ben consapevole – hanno provocato il netto disagio che mi ha spinto a guardare a fondo in quelli che sono i miti fondativi della civiltà a cui ci insegnano che apparteniamo. Ma prima che c’era? Siamo sicuri che non valga la pena scavare ancora più indietro o anche altrove? Da questa necessità di decentrarci nel tempo e nello spazio per trovare risposte più appaganti, utili a farci fare quel salto di paradigma che sta diventando necessario per salvare la Terra e, possibilmente, gli esseri umani nascono i miei percorsi di ricerca, che avvengono ormai su tanti piani: dalla scuola al canto, attraverso viaggi, studi e incontri che vanno facendosi sempre più appassionanti.

 

(1)    Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza (1943), Asterios, 2012, traduzione dal francese di Francesca Rubini, p. 39.

(2)    Nella Storia (1974).

(3)    Tony Judt, L’età dell’oblio – Sulle rimozioni del ‘900, Laterza, 2009, traduzione dall’inglese di Paolo Falcone, p. 8.

(4)    Adriana Cavarero, saggio critico in Hannah Arendt, Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale, Raffaello Cortina Editore, 2016, a cura di Simona Forti, pp. 148-9.

(5)    Rachel Bespaloff, Dell’Iliade (1943), Città Aperta, 2004, traduzione dal francese di Alessandro Paris e Armido Rizzi, pp. 76 e 73.

(6)    V. Simone Weil, Sul colonialismo. Verso un incontro tra Occidente e Oriente, Medusa, 2003, a cura di Domenico Canciani.

(7)    I conquistadores spagnoli e portoghesi ne incontrarono, nel XVI secolo, nelle selve all’interno del continente sudamericano, che denominarono, appunto, Amazzonia; Francesca Rosati Freeman ne ha scritto pochi anni fa in Benvenuti nel paese delle donne (2010), parlando del popolo Moso, che vive in Cina, ai piedi dell’Himalaya.

 

 


 

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1. Violeta Parra. Lo scandalo dell’eccedenza

Ricordo di Violeta nel centenario, Rodrigo Elgueta

Ricordo di Violeta attaccato in via del Guasto a Bologna nel centenario, di Rodrigo Elgueta

Sento sempre più persone che cercano di ripararsi dal brutto che dilaga senza chiudersi al mondo, ma vivendo in cerca e ritagliandosi luminosi angoli di resistenza. La volgarità, mancanza d’amore, incombe, pronta a fagocitarci nei suoi subdoli automatismi, ma c’è chi continua a risponderle coltivando memoria e umanità, percorrendo lunghi o brevi cammini all’insegna dell’incontro: al di fuori degli spazi eterodiretti si vanno cucendo comunità differenti o campi di appartenenza dove ci è dato riconoscere la nostra risonanza più profonda. Pian piano ritroviamo la parola perduta, nella forma che ci è più congeniale e ci schiudiamo a quello che Violeta chiamava “il miracolo del contatto”. Dalla prima volta che ho conosciuto Sofie della Vanth, mi è rimasta impressa una sua definizione secondo cui il patriarcato neoliberista è un sistema fondato sulla disconnessione, sulla perdita del legame, sull’incapacità di vedere le corrispondenze. È la mortificazione del contatto che ci precipita in quella sensazione di perenne scarsità che genera le brame voraci del capitalismo: la separazione, la connessione recisa. Contatto è il contrario di tutto questo: è “la condizione di lasciarsi toccare e di toccare a nostra volta. La premessa del contatto è il mostrarsi con tutto ciò che è, con gli aspetti che consideriamo brutti, con le impossibilità, con lo splendore, la genialità, l’irripetibile diversità e bellezza unica, al di là dei giudizi” (1)

Violeta, “aspra e sincera”. Radicata nella terra e controcorrente – o, meglio, onestamente aderente al suo personale flusso – in un’epoca in cui le donne che non vivevano sottomesse erano rarissime, in Sudamerica e non solo. Il suo innato senso della giustizia la spingeva a contestare: non si indignava passiva, Violeta faceva, inarrestabile. “Chitarra lavoratrice, dal profumo di primavera”, come le diceva Victor Jara in Manifiesto la canzone dove il cantautore esplicita la sua poetica che è poi quella della Nueva Canción Chilena che in Violeta trovò  la propria coraggiosa iniziatrice. “Viola vulcanica”, uno dei tanti appellativi che le rivolge il fratello maggiore, Nicanor, in quel poema d’amore struggente e celebrazione della vita che è la Difesa di Violeta Parra, scritta dopo la morte della sorella.

Violeta y Angel Parra

Violeta y Angel Parra

“Con mia mamma c’era sempre qualcosa da fare: firmare una pratica, mandare un vaglia, mandare un telegramma, scrivere una poesia, sbattere i materassi, pulire la casa, aprire le finestre… c’era una gran attività”, così la ricorda il figlio Ángel in Viola Chilensis. E il quotidiano non aveva nulla di ordinario con lei, permeato com’era di arte e di accuratezza, bellezza e premura. Colori  suoni parole. Nulla di ermetico, ma piuttosto la volontà di svelarsi al mondo, carica di dolore e di un’arcaica innocenza. Manipolare la terra e reinventarla, per raccontare se stessa, il suo paese dalla parte dei dimenticati e l’identità sudamericana che rimaneva fuori dai circuiti accademici: “L’ondata di tristezza è già molto lontana. Quando arriva il lavoro, arriva anche l’allegria. Che meraviglia il lavoro! La forza mi cresce e la vita mi sembra più bella”, scrive all’amato Gilbert Favre in una lettera raccolta dalla figlia Isabel nel libro Mayor de Violeta Parra (pp. 125-126).

Senza maschere in una società maschilista e conservatrice, Violeta viveva esposta: vulnerabile lottatrice, con buona pace di chi vuole incapsulare in un’unica definizione una donna-pianeta, luce e ombra, sovraesposizione e mistero. “La única violeta que nació de una parra”, così ha detto Daniel Viglietti nel concerto che ha fatto a Barcellona venerdì scorso, il 7 aprile, durante il festival Barnsants quest’anno dedicato proprio al centenario della Viola: “l’unica violetta nata da una vite rampicante”. Un accostamento che sa di “verde selva”, con già dentro la fragilità meravigliosa delle tinte più intense e la ricerca forsennata della luce, l’orgoglio senza padroni della bellezza selvatica e il bisogno degli altri.

-          Se dovesse scegliere fra tutte le sue arti – poesia, musica, pittura, tessitura – quale sceglierebbe? –, le chiede una giornalista durante un’intervista del 1964 in Europa (Francia o Svizzera). Violeta si ferma per un attimo di dipingere e con voce dolce e ferma le risponde: “Sceglierei di restare con la gente. È la gente che mi fa fare tutte queste cose”

Madre affettuosa e madre che abbandonava, come la descrive, in un bel documentario alieno da inutili celebrazioni agiografiche, la sua biografa Mónica Echevarría, che le attribuisce anche grandi responsabilità nella fine della piccola Rosita Clara, la figlia più piccola morta di pochi mesi nel 1954, che Violeta aveva in pratica affidato alle cure del secondogenito Ángel, di soli undici anni, dovendo partire per l’Europa.

Javiera

Javiera

Sempre qui, ascoltiamo la nipote Javiera parlarne con sensibilità e acume, pur non avendola conosciuta personalmente: “Sento che lei era un po’ come Giovanna D’Arco: le canzoni le arrivavano, le arrivavano le arpilleras, le arrivavano le sculture e lei sentiva che doveva farlo, doveva lasciare i suoi figli piccoli, negli anni Sessanta, per andarsene al festival della canzone in Polonia. Erano cose difficili, soprattutto con zero soldi, madre, in un mondo machista. Però questo sentire era più forte di tutto: dare ciò che aveva da dare.”

Qui sta lo scandalo dell’eccedenza, che aiuta a spiegare le rimozioni, gli equivoci e le riduzioni che la Viola nazionale ha dovuto patire dopo il suo suicidio, nel 1967. E che ancora serpeggiano in chi vuole a tutti i costi spiegarla, nella pretesa di averla compresa. Violeta sfugge, perché eccede. Ed eccede per via dell’ingorgo, sbocco mancato del suo io ricco e profondo in un contesto angusto. L’intoppo.

Questa, appunto, l’etimologia di scandalo: ostacolo, inciampo, impedimento. Intoppo.

Il suo genio stava nel mettere la sua unicità al servizio del popolo cileno, sfruttato e senza voce, per farne racconto universale. Immersa nella connessione profonda: brodo ancestrale di lancinanti offese mai vendicate e di corpi allacciati nell’estasi del godimento.

“Praticamente davanti a tutto il vicinato, e alla luce dell’azzurro più azzurro dell’azzurro, ho ricevuto da lui un bacio. Non di uomo: di leone famelico era quel bacio [...] Mi fece male quel bacio e mi fecero male tutti quelli che ho ricevuto dopo, che mi hanno portata a letto tre volte, per approfondire la conoscenza di quel leone” 

Violeta en la carpa de la Reína

Violeta en la carpa de la Reína

La tragedia sta nell’evidenza dell’inconciliabilità che a un certo punto la sopraffece: il collasso del sogno che si alimentava nella sua attività incessante, nel suo andare. La sua Carpa troppo vuota delle persone che le restituivano quella trama d’amore in cui solo poteva alimentare la sua arte.

“Santito, mi sono fatta 1200 chilometri in un giorno per farti una sorpresa. E ora me ne torno in Cile per restarci solo pochi giorni. Sono fatta così. I fatti parlano più chiaro delle parole.” (2)

Gracias a la vida que me ha dado tanto / Me ha dado la marcha de mis pies cansados

I tuoi piedi stanchi per aver camminato a lungo, sì, Violeta: hai percorso le campagne del tuo paese a raccoglier canti, come fiori. Hai salvato così un patrimonio che sarebbe caduto nell’oblio, vittima dell’intellettualismo imperialista e della mania di discriminare che porta a rimuovere l’arte popolare dalla “cultura che conta”: scarpinavi fino a paesini sperduti a cercare cantrici e cantori per ascoltare le loro canzoni, registrarle e trascriverle.

È il fratello Nicanor, presenza decisiva nella sua formazione, a convincerla a partire per le campagne. Dei nove fratelli minori, tutti musicanti fin da piccoli, figli di una sarta, che non sapeva scrivere ma sapeva cantare, e di un maestro di musica, Nicanor aveva intravisto ben presto nella terzogenita qualcosa di eccezionale: l’aveva fatta andare da lui a Santiago, quando lei aveva solo 15 anni. Violeta era partita, con la sua chitarra. Lì aveva frequentato la scuola, fino a 17 anni, e conosciuto amici intellettuali a casa del fratello, che si accingeva a diventare una delle voci più significative della poesia cilena.

Sono una cilena

che non è mai andata a scuola

che preferiva il giardino

per afferrare le farfalle.

 

Per strada cantavo

come un povero uccello perduto […]

 

È mio fratello che mi ha fatto

conoscere la musica

è mio fratello che mi ha detto

bisogna lavorare l’argilla.

Nicanor

Nicanor

Scriveva in Écoute moi, petit, una poesia in francese, scritta quando era a Parigi.

Come aveva fatto fin da bambina coi suoi fratelli, nella regione natale del Bío Bío, per guadagnare qualche spicciolo in modo da aiutare la madre, a Santiago Violeta si esibiva nei bar, facendo musica popolare per lo più importata dalla Spagna. Quella musica però non le bastava, non era la sua, non era lei. E allora ascolta il consiglio di Nicanor e parte, alla ricerca della tradizione più vera: di villaggio in villaggio, con uno di quegli enormi vecchi registratori, pesantissimi. I contadini la accolgono offrendole le empanadas, la cazuela, le sopaipillas, con “quell’amore che esiste tra la gente povera”.

Anche Miguel Letelier, musicista e compositore cileno, se la ricorda in versione recopiladora, quando arrivava all’università con il suo registratore di dieci chili e il suo quaderno di appunti  per portare all’Instituto de Investigación folclorica i brani raccolti. Quelle canzoni Violeta iniziò a farle passare anche per radio. Una rivoluzione stava accadendo. Un giorno, racconta Miguel, arrivando in università la sentì suonare con attorno un gruppo di una quindicina di persone e rimase folgorato. “È la mia ultima composizione”, gli disse Violeta, El gavilán. “Lamore che distrugge quasi sempre e non sempre costruisce”. Solo chitarra e voce, non c’era una parte scritta. “Devi registrarla”, le disse Miguel. Finì che lo fece lui: si chiusero in casa per una settimana, lei cantava e lui scriveva – difficilissimo perché ogni volta, racconta, la cantava diversa, cambiando una nota di qua, una di là. Istintivamente Violeta usciva dalle armonie tipiche del folklore, introducendo una nota estranea, che produceva un effetto di tensione, di malessere: nel Gavilán usava armonie di quarta, un intervallo dissonante, per simboleggiare la bugia del falco-amante. Blocchi sonori che si succedono. Intuizioni musicali che si ritrovano in Stravinsky e Debussy, compositori che lei non aveva mai sentito, portandola ben oltre il folklore, che tuttavia mai tradisce. E tutto questo le era arrivato smarcandosi dalle maglie severe dell’accademia. Quanta sordità? Quante critiche cieche a quella voce così dolce e tagliente da lasciar intravedere le proprie cartilagini?

“Io credo che Violeta Parra abbia il dono, il genio poetico, e abbia la freschezza, la spontaneità, la sincerità, la naturalezza della grande poesia che tiene radici fortissime e veraci nella terra e in una tradizione orale: era un’artigiana della lingua e al tempo stesso aveva la libertà per afferrare questa tradizione e darle lei stessa un sigillo assolutamente personale. È la perfetta sintesi di una poetessa geniale, unica, individuale, ma profondamente radicata in una tradizione” (3)

Intensità. Dove arriva Violeta l’atmosfera si raddensa, non esistono possibilità di rarefazione e anche l’ironia diventa sarcasmo. Eppure sa anche essere aria.

Ancora nell’intervista europea, frammento prezioso per come ci sfiora delicatamente con una potenza perdurante, Violeta sta facendo una maschera con dei pezzi di cartone, ha un vestito campestre, con delle pezze colorate e le maniche a sbuffo, glielo ha confezionato la mamma con degli scampoli di tenda che conservava da quando era piccola, perché non avevano mai soldi.  Si rivolge all’intervistatrice:

-          Per esempio, per fare questa (…) io penso a te. Ti guardo un po’, senza che tu mi veda, per non disturbarti… Mi piace lavorare a memoria.

-          E come fa quando vede una persona per poco tempo? Riesce a captarla?

-          Quando sento qualcuno che è gentile, sensibile… non riesco a rimanermene tranquilla: devo fare qualcosa per… vedi, non riesco a spiegarlo…

-          Semplicemente fare. Le emozioni fluiscono nelle mani.

-          Sì, proprio questo.

 

Contra la guerra

Contra la guerra

Poi Violeta spiega la sua arpillera Contra la guerra (4): sono i personaggi che amano la pace. La prima è lei stessa, vestita di viola, come il suo nome, poi un amico argentino, un’amica cilena, un’india cilena. I fiori di ogni personaggio sono la sua anima, i fucili la morte.

“Tutti i contadini in Cile vivono poveri e io non posso restarmene indifferente, sono arrabbiata per questa situazione ed è per questo che ho fatto quest’opera che si chiama La rivolta dei contadini”.

 L’elfa si fa strega ispirata, quando l’amica con cui sta parlando mentre dipinge, le chiede se vuole mangiare qualcosa. “Non ho fame. Mi sono già nutrita con la tua anima”.

Ci nutriamo dell’anima di donne e uomini che alimentano il nostro naturale fulgore e ci aiutano a immetterci nell’infinito flusso. Da alcuni anni certe donne mi sono venute incontro, sul filo del canto, e io le ho accolte: Lhasa de Sela, Camille Claudel, Violeta. Altre le sento vicine, forse in arrivo. Questa permeabilità è il timido corollario del riattivarsi delle connessioni che violentemente, per millenni, sono state recise. Non esiste proprietà privata nell’arte, che è libera circolazione di un amore totale: siamo cassa di risonanza di un antico racconto che aspetta di essere riportato alla luce e magari ascoltato da chi non ha nessuna intenzione di cedere.    [continua]

 

(1) Sofie della Vanth, Il conflitto fra le donne – Esplorazione di un tabù sulla traccia del suo dono, Macerata, Simple, 2013, p. 135.

(2) Isabel Parra, Libro mayor de Violeta Parra, p. 129.

(3)  Cristián Warken, scrittore, intervistato in Viola chilensis, 9° minuto circa.

(4) Qui nell’interpretazione che ne ha dato pochi giorni fa Jorge Montealegre: Il messaggio pacifista di Violeta 50 anni dopo

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Le ruvide notti fumose: riti magici nell’ascolto, dal sud della Germania

rauhnacht2Questi appunti nascono per gioco, collaborazione istantanea fra me e la cara Giuliana Pellegrino, che ha colto con entusiasmo una mia curiosità, adoperandosi con le sue grandi qualità di ricercatrice e traduttrice (qui dal tedesco) per creare finalmente un po’ di materiale in italiano su una leggenda da noi quasi sconosciuta, eppur così densa di suggestioni. La pulce nell’orecchio me l’ha messa un’amica di Monaco di Baviera, qualche settimana fa, raccontandoci durante un bell’incontro fra donne, di queste Raunächte, le notti fra il 24 dicembre e il 5 gennaio, in cui le dee spazzano via tutto ciò che non è autentico: notti a cavallo fra la fine dell’anno e l’inizio del nuovo, precedute di poche ore da quel capovolgimento verso la luce che è il solstizio d’inverno, notti che sottendono silenziose una sottile trama di sensi nascosti, per chi ha voglia di ascoltarle. Un tempo di riposo, dove è bene non intraprendere nuove attività, ma poeticamente lasciarsi essere, magari sorseggiando birra e grappa e sgranocchiando nocciole. Lavoro invisibile per ricucire la nostra intesa col cosmo.

Questo scritto è sostanzialmente un mio rapido montaggio delle traduzioni che Giuliana mi ha spedito e anche la sitografia citata (qualcosa di minimo esiste anche in italiano) è frutto della sua indagine. In un articolo recente, leggiamo che la denominazione di queste notti rituali presenta, nella lingua tedesca, diverse grafie:  Rauhnächte, Raunächte o Rauchnächte, tutte comunque riferite alla stessa cosa, ossia alla preparazione spirituale e mentale al nuovo anno in arrivo.  Dodici notti fra Natale e l’Epifania ci preparano agli imminenti dodici mesi dell’anno nuovo. Qualsiasi grafia si scelga, il riferimento alla pratica della fumigazione è fondamentale (Rauch: fumo, räuchern: fumigare, ma anche rau: ruvido, generatore di attrito).  Nella fumigazione, degli spazi abitativi ma anche delle stalle degli animali, parti di piante ricche di oli eterici sono adagiate su carboni ardenti – ad esempio la resina. Ciò induce l’olio eterico ad abbandonare la pianta e a propagarsi nell’aria irrorandola del suo  profumo.

Rauhnächte come preparazione del nuovo anno solare.

Scrive Sepp Probst che le “Dodici Notti” che intercorrono dal primo giorno di Natale all’Epifania sono note anche come Losnächte, notti in cui l’animo attento potrà scorgere anticipazioni sull’anno a venire, giacché in esse è contenuto in nuce tutto il ciclo dei dodici mesi.  Si dice siano notti particolarmente dense, in cui il confine tra al di qua e al di là si fa più sottile e, se si affina a dovere l’orecchio, si potranno intendere gli animali parlare.

Ciascuna delle dodici notti corrisponde ad un mese del nuovo anno. La tradizione vuole che il fumo  liberato di notte porti alle persone chiarezza e visioni per ciascuno dei mesi corrispondenti , mentre la fumigazione diurna di una casa protegga e purifichi le persone che vi abitano.  Si tratta, naturalmente, di costumi non passibili di validazione scientifica, appartenenti ad un approccio di tipo essenzialmente soggettivo e personale. Chi esercita questi rituali con particolare sensibilità riferisce di un effetto inequivocabile generato dalle fumigazioni.  In ogni caso, è incontestabile che la fumigazione e l’uso di oli eterici agisca sull’atmosfera di un ambiente in maniera efficace. Con questo rito si vogliono cacciare le energie negative e gli spiriti maligni, per  far spazio alle nuove energie positive per un anno nuovo soddisfacente, come si può leggere nel  libro erboristico Kräuter, Hölzer, Harze für die Rauhnächte.

 

Le piante da bruciare a scopo di protezione sono: barba di bosco, assenzio, angelica, semi di frassino, resina di pino, sambuco, lavanda, vischio e salvia.  Ognuna di esse può essere utilizzata da sola o in combinazione con altre, a piacimento. Con questa pratica si percorre tre volte un cerchio in senso antiorario attraverso l’appartamento. Al termine bisognerebbe lasciar andare con amore tutto ciò che non serve più. A questo punto si può ripercorrere lo spazio abitativo tre volte in senso orario, con l’intento di colmarlo di luce e amore. Ciò serve a costruire una protezione energetica. Le piante per la divinazione sono:  radice di mandragola, artemisia, giusquiamo, alloro, vischio e achillea. 

Panoramica delle Rauhnächte

raunacht-1Il computo delle Rauhnächte inizia nella notte fra il 24 e il 25 dicembre, a mezzanotte.  L’ultima di Rauhnacht inizia il 5 gennaio 2017 a mezzanotte e finisce alle ore 24.  Vi sono poi, in questo lasso di tempo, alcune Rauhnächte particolarmente importanti, per così dire apicali, dotate di un significato speciale. Al di fuori di queste, vi è anche una specie di pre-Rauhnacht che può essere celebrata già prima di Natale, ossia il Solstizio d’inverno, il 22 dicembre.

Il solstizio d’inverno è la notte più lunga dell’intero calendario annuale. In questa notte, il corso annuale del sole raggiunge il suo punto più basso e la maggior parte del tragitto del sole si trova al di sotto dell’orizzonte. Nelle vicinanze del circolo polare artico vi è, in corrispondenza del solstizio d’inverno, un giorno senz’alba. In questo lasso di tempo, al polo nord l’intero tragitto quotidiano del sole si trova interamente al di sotto dell’orizzonte. Questa notte è del tutto particolare anche in ambito astronomico, pertanto si addice decisamente ad una prima fumigazione.

L’ultimo giorno delle Rauhnächte, il 5 Gennaio,  questo tempo magico si conclude e si può dare inizio al nuovo anno. Quest’ultimo giorno si addice all’esecuzione di un rituale conclusivo. Ripercorrete gli eventi e le annotazioni delle ultime 12 notti, ringraziando per  le indicazioni ottenute e per l’aver condotto l’intero processo. Volgete quindi lo sguardo con gioia e fiducia verso il nuovo anno, il futuro vicino.

Particolare attenzione meritano anche le condizioni meteorologiche delle Rauhnächte. Il meteo di ciascuna notte consente di prevedere il tempo che prevarrà in ciascuno dei mesi corrispondenti, poiché esso coinciderà. Le previsioni meteorologiche possono essere più precise, utilizzando cipolle e sale:  una cipolla cosparsa di sale e adagiata sul davanzale alla sera consente di prevedere tempo asciutto se rimane asciutta, piovoso se alla mattina risulta umida.

La coincidenza dei mesi  con le notti ed i giorni seguenti si ritiene  puntuale. Se la giornata è bella, lo sarà anche il mese corrispondente.  Variazioni di tempo nel corso della giornata possono implicare analoghe variazioni nel corso del mese.

Anche il giorno corrispondente a ogni notte, infatti, è importante: chi si è incontrato, com’era l’umore, ci sono stati conflitti, c’è stata gioia?

Rauhnächte e sogni

E pure ciò che si sogna in queste notti  è rilevante, e può avere funzioni oracolari. Si dice  sia presagio di quanto avverrà nei dodici mesi seguenti, in chiave analogica anche nei particolari: se il sogno è precedente alla mezzanotte, gli eventi si realizzeranno nella prima metà del mese; viceversa, nella seconda metà.

Chi volesse sfruttare al massimo le Rauhnächte può servirsi di un Libro dei sogni, annotando i sogni immediatamente dopo il risveglio, prima che si dimentichino i particolari. I sogni delle Rauhnächte mostrano in modo particolarmente intenso ciò che potrebbe realizzarsi nel mese corrispondente dell’anno solare. Quindi, carta e matita sul comodino, anche per i sogni che precedono un risveglio notturno! interessante sarà poi rileggere le annotazioni a fine anno per verificare l’attinenza con gli eventi effettivamente trascorsi.

Credenze correlate

In alcune zone della Foresta Bavarese vige la credenza che se nelle notti di Natale, Capodanno e Befana si lascia la biancheria stesa fuori tutta la notte, ciò possa comportare la morte di qualcuno in famiglia. È per questo che in quelle notti nessuno stende.

Si dice che la dodicesima notte sia la più grande e pericolosa, per cui è meglio non uscire di casa. In questa notte si spargono incensi in tutta la casa e ogni stanza è benedetta con acqua santa in vista dell’Epifania. Con l’intento di proteggersi in questa notte e nell’anno appena inziato, si getta sugli edifici (stalle incluse), una palla di neve spruzzata di acqua santa. In questa notte,  i contadini danno da mangiare agli animali nelle stalle del pane consacrato, al fine di proteggerli contro le malattie nel prossimo anno.

Due pagine in italiano

Qui, tra le altre cose, alcune curiose connessioni con saghe russe e tradizione persiana

e a Bolzano l’associazione Sagapoteatro ha dedicato uno spettacolo a questo tema

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Progressione delle notti
  Data Mese correlato Tematica
1 Notte dal 24 al 25 Dicembre 2016 (Natale) Gennaio 2017 Fondamento delle Rauhnächte
2 Notte dal 25 al 26 Dicembre 2016 Febbraio 2017 voce interiore, guida interiore, sé superiore
3 Notte dal 26 al 27 Dicembre 2016 Marzo 2017 Apertura del cuore, ammettere la meraviglia
4 Notte dal 27 al 28 Dicembre 2016 Aprile 2017 Rilascio di ciò che blocca
5 Notte dal 28 al 29 Dicembre 2016 Maggio 2017 Amicizia
6 Notte dal 29 al 30 Dicembre 2016 Giugno 2017 Purificazione
7 Notte dal 30 al 31 Dicembre 2016 Luglio 2017 Preparazione a ciò che viene
8 Notte dal 31 Dicembre 2016 al 1° Gennaio 2017 (S. Silvestro) Agosto 2017 Nascita del nuovo anno
9 Notte dal 1° al 2 Gennaio 2017 Settembre 2017 Benedizione, saggezza
10 Notte dal 2 al 3 Gennaio 2017 Ottobre 2017 Collegamento, Visioni, Ispirazioni
11 Notte dal 3 al 4 Gennaio 2017 Novembre2017 Lasciare andare, congedarsi
12 Notte dal 4 al  5 Gennaio 2017 Dicembre 2017 Purificazione, trasformazione

 

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Racconto dell’ACQUA: l’Escuelita fluvial di Buenos Aires

[continua]

OLYMPUS DIGITAL CAMERALo scorso Ferragosto, mentre navigavamo sulla lancha colectiva verso l’Escuelita Caraguatá – finalmente! – era come se tutte le cose fossero andate al loro posto, in un’istantanea di perfezione: l’attesa pronta a sciogliersi, la luce densa della mite umidità invernale, l’esattezza noncurante dei gesti del timoniere e del ragazzo dai tratti indigeni che aiutava i passeggeri a salire e scendere dalla piccola imbarcazione che ci stava conducendo laggiù.

 

La geografia è indissolubilmente storia da queste parti, lo si capisce bene leggendo la vissuta presentazione nel sito, dove si racconta che la famiglia dell’Escuelita è nata nel 2007, quando all’interno del delta del Paraná, poco fuori Buenos Aires, più esattamente nell’Arroyo Caraguatá, è stato riscoperto un edificio in stile indo-inglese del 1910, che fino agli anni Settanta aveva ospitato una scuola pubblica, poi abbandonata e lasciata andare in rovina. Dopo una serie di lavori di ristrutturazione alla casa, si è cominciato a coltivare un orto biologico e a raccogliere volumi in quella che è poi diventata la luminosa biblioteca popolare, all’interno del centro culturale comunitario.

Oggi l’Escuelita è una variegata comunità. Laboratori, merende, prove di giovani musicisti, registrazioni di gruppi affermati, feste, ritrovi: un confluire variopinto di vite, le cui traiettorie fantasiosamente si incrociano in mezzo alla natura e ai sorrisi, che all’escuelita sembrano riprodursi esponenzialmente, accantonando, anche se solo per un attimo, fatiche e preoccupazioni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ambiente del delta, lungo 320 chilometri, è unico e sfuggente. Qui le acque del Paraná si incontrano con quelle del Rio de la Plata, mescolando i rispettivi sedimenti, su cui cominciano a crescere i giunchi e, a volte, s’incagliano ostacoli che rimangono sul fondo per anni: dragare l’affluente è una spesa poco urgente nella lista dell’amministrazione locale, anche perché l’Arroyo si trova un po’ scostato rispetto alla zona più turistica. Le maree e la nebbia, che in certi periodi rende la navigazione poco sicura, fanno sì che l’escuelita non sempre sia raggiungibile.

Gli aborigeni di questo territorio si chiamavano Chaná ma sono stati sterminati. La zona è stata ripopolata con immigrati europei e, più tardi, ha visto arrivare famiglie di umili origini, soprattutto uruguayane. Molti occuparono proprietà abbandonate. Negli ultimi decenni, la bellezza del posto ha attratto molti villeggianti, soprattutto da Buenos Aires, che vi hanno collocato la loro seconda casa per i fine settimana fuori città. All’escuelita si ritrovano bimbi, ragazzi e adulti del luogo o che arrivano da Tigre, l’ultima cittadina sul continente, prima del fiume, o dalla capitale. Si fanno laboratori bellissimi: si costruiscono burattini che diventano i protagonisti di fiabe animate, si suona, si fa l’orto. Ognuno va portando quel che è, per condividere e scambiare il suo con altri saperi. L’Escuelita è attualmente frequentata da circa 400 persone, fra cui 80 bambini e adolescenti, molti dei quali discendenti da quegli índios che in Argentina sono ancora gravemente stigmatizzati.

Eppure sono proprio loro (toba, quechua e guaranì) che, attraverso dimostrazioni pacifiche e cerimonie propiziatorie, si stanno battendo affinché nel Delta una certa zona non troppo distante dall’Escuelita, detta Punta Querandí, venga riconosciuta come luogo di interesse culturale e sito archeologico e perché non venga completamente snaturata dalla febbre immobiliare . Le parole di uno dei protagonisti di questa battaglia pacifica ci rimandano a una consapevolezza profonda, che è la stessa a cui mi riferivo nella mia introduzione, qualche giorno fa: “Ciò che stiamo facendo non è per noi stessi. La ragione sono i bambini, ai quali chiediamo perdono per quello che gli stiamo lasciando. I governi sono responsabili però anche noi lo siamo. È per questo che insegniamo ai nostri bimbi che una pannocchia di granturco vale più di un anello d’oro, perché col mais possiamo riprodurre la vita mentre l’anello non possiamo mangiarlo […] vogliamo recuperare il paradigma che ci hanno fatto perdere che è quello di fare tutto in forma comunitaria. Noi non siamo violenti, non siamo venuti a distruggere nulla”. Alcune insegnanti portano qui le loro classi in visita d’istruzione – un vero e proprio cimitero archeologico con punte di lancia e oggetti della quotidianità di popolazioni cancellate dalla violenza cieca degli invasori europei – per contribuire a “decolonizzare la storia”, dice una di loro , perché è necessario un lavoro di rivalutazione delle origini indigene, troppo a lungo rimosse con vergogna dall’identità nazionale argentina: la parola “índios” è troppo spesso usata con connotazioni dispregiative, la loro cultura eliminata dai curriculum scolastici e dai libri di testo. L’Argentina ufficiale che, da secoli, si ritiene ed è ritenuta il baluardo della civiltà europea nel continente sudamericano, pare non voler rispecchiarsi nelle proprie radici autoctone: una tematica particolarmente urgente in questi giorni in cui il paese comincia già a risentire negativamente dell’elezione di Mauricio Macri, conservatore liberista, elezione che contribuisce a ribadire l’identità del continente sudamericano come “cortile di casa delle grandi corporazioni che detengono il potere […] anche politico”, come affermava pochi giorni fa lo scrittore cileno Luís Sepúlveda, riprendendo l’immagine del “cortile di casa”, che è il modo in cui, sprezzantemente, gli Stati Uniti trattano il Sudamerica ormai da due secoli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAscoltare certe sensibilità in contatto più immediato con l’ambiente naturale non significa ovviamente scadere in certa datata retorica del buon selvaggio o prospettare come idilliache realtà che presentano difficoltà ed elementi contraddittori (chiunque s’impegni attivamente in progetti comunitari conosce bene i dubbi, i momenti di sconforto, le difficoltà che nascono talora non solo all’esterno, le contraddizioni su cui ci si interroga, certi nervosi per l’impressione di “lottare contro i mulini a vento”) ma significa piuttosto procedere nella presa di coscienza che certe tendenze non vanno assecondate per inerzia soltanto perché sono quelle della maggioranza, che lo stile di vita che la parte più influente dell’umanità ha adottato non è sostenibile e che un primo passo per cominciare a contrastarlo è scegliere di vivere diversamente, recuperando un dialogo con l’ambiente, valorizzando le (bio)diversità e scegliendo chi ascoltare senza pensare che sia tutto incontrovertibilmente deciso. Scegliere chi essere.

 

 

lancha2Dell’escuelita aveva già raccontato, facendoci viaggiare con l’immaginazione, Valentina Timpani, che vive a Buenos Aires da ormai cinque anni, dove è maestra elementare e che è fra le persone che con più continuità ed entusiasmo si adoperano dentro a questa bella realtà (e che lì ci ha portate!!).

Pochi giorni fa, nel pieno dell’estate argentina (che invidia!), c’è andata anche Teresa Rossano, insegnante di passaggio a Buenos Aires per fare gli esami di maturità in una scuola bilingue, portandone una bellissima testimonianza.

 

[continua col Racconto della TERRA, dal Cile dei mapuche]

 

 

 

 

 

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Un canto alla differenza. Riflessioni di viaggio

arpillera sul viola

Arpillera di Violeta Parra

Il 14 dicembre sono andata a raccontare il mio viaggio in Sudamerica all’interno di un ciclo di conferenze, organizzate dal quartiere Savena e da Anffas di Bologna, intitolate Viaggiare la differenza – Un mondo da integrare. Stimolo comune per i nostri interventi, questa frase di Giuseppe Ferricelli:  ”Ogni persona è un pezzo insostituibile della realtà. Se non la comprendiamo, ci poniamo fuori dalla stessa”.

Condivido qua la mia riflessione, che si è concentrata in particolare su due luoghi che ho visitato l’agosto scorso: l’Escuelita Caraguatá di Tigre, in Argentina e Vilcún, in Cile, dove sono entrata in contatto, seppur fugace,  con i mapuche, discendenti delle popolazioni aborigene dell’Araucanía.

 

NUVOLE DISEGNATE 3

Nuvole a Buenos Aires

Sono partita con un sentiero, anche se non tracciato , per il mio viaggio fra Buenos Aires e il Cile, l’estate scorsa. Sono partita per Violeta Parra, perché non mi bastava più ascoltare le sue canzoni, scorrere le sue lettere, guardare le sue arpillera, leggere le sue biografie, vederla in un film. Non mi bastava più nemmeno cantare le sue canzoni. Volevo toccare la sua terra, respirare l’aria dei suoi luoghi, imprimermi sulle retine i suoi paesaggi. “Perché la vita, amico, è l’arte dell’incontro”, come disse Vinicius de Morães, e un’arte non s’improvvisa: serve un humus da coltivare giorno per giorno, una disponibilità all’ascolto, un’apertura che non è fugace curiosità ma ha dentro l’ostinazione amorosa della cura. Gli incontri migliori, poi, sono forse quelli che involontariamente abbiamo provocato, per dirla con un paradosso , che è figura che già ci introduce in un’ottica di lettura della realtà diversa da quella in cui molti di noi sono stati educati: quella del pensiero binario, che sempre ci pilota a gerarchizzare, discriminare, escludere. Il cortocircuito che da questa impostazione gnoseologica ci porta a una sostanziale incapacità di autentica accoglienza ci mette un attimo a scattare. Formatici nel pensiero lineare proprio dell’impostazione classica del sapere, siamo sempre proiettati in avanti, ansiosamente protesi verso un ipotetico traguardo sul cui aspetto nemmeno ci interroghiamo più o ripiegati in un passato idealizzato che avvertiamo come irrimediabilmente perduto. Ancora figli di un’impostazione scientifica classica, per cui l’anomalia è un fastidioso contrattempo, siamo poco abituati all’idea di lasciarci disorientare e di perderci. Di metterci davvero in ascolto.

Certi incontri, invece, arrivano per raccontarci storie diverse. E farci altrove.

FARFALLA TERESA

E Teresa manda farfalle dall’Argentina

Renderci disponibili a entrare in una logica paradossale, in cui il giudizio è sospeso a favore dell’ascolto, ci dà la misura di come l’integrazione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di adattamento di queste differenze al sistema globale)  possa evolvere in inclusione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di trasformazione del sistema stesso), arrivando addirittura a farci desiderare quel salto di paradigma ormai ineludibile e che, per forza d’inerzia, tanto temiamo: non stiamo benevolmente concedendo spazio in quello che consideriamo il nostro mondo, ma stiamo, piuttosto, prendendo atto della necessità di aprirci all’altro, che col suo sapere può darci una chiave di svolta per questioni di un certo peso, tipo, per dirne una, salvare il pianeta.

Come Violeta, che cantava alla differenza, ci sembra sempre più evidente che la diversità non è qualcosa da tollerare, ma “qualcosa da celebrare, in quanto condizione essenziale per la nostra esistenza”. Lo ha scritto Vandana Shiva nel suo acutissimo manifesto Terra viva. Direi, ancora meglio, che la diversità è qualcosa da stimolare. Questo manifesto che, in occasione della Conferenza sul Clima di Parigi, ho cercato di analizzare con i miei alunni di prima media, si definisce “una nuova visione per una cittadinanza planetaria”. E questo aggettivo, planetario, che poi non è trovata originale di Vandana Shiva ma termine scelto in un percorso di progressiva presa di coscienza a cui tante persone stanno contribuendo, mi ha fatto pensare alle parole di Gayatri Spivak che, nel 2003, scriveva in Morte di una disciplina: “Propongo di sovrascrivere il globo con il pianeta. La globalizzazione è l’imposizione dello stesso sistema di scambio ovunque. […] Il globo è nei nostri computer. Nessuno vive lì. Ci consente di pensare che possiamo mirare a controllarlo. Il pianeta rientra tra le specie di alterità, che appartengono ad un altro sistema; eppure lo abitiamo, a prestito. Non è effettivamente in netto contrasto con il globo. […] Essere umano è da intendersi verso l’altro. Noi forniamo a noi stessi raffigurazioni trascendentali di ciò che pensiamo sia l’origine di questo dono che ci anima: la madre, la nazione, Dio, la natura. Questi sono i nomi delle alterità, alcuni più radicali di altri. Il pensiero del pianeta si apre ad abbracciare un’inesauribile tassonomia di tali nomi, inclusi, ma non identici, nell’intera gamma degli universali umani: l’animismo aborigeno così come la mitologia spettrale bianca della scienza post-razionale. Se immaginiamo noi stessi come creature planetarie piuttosto che come entità globali, l’alterità resta non derivata da noi; non costituisce la nostra negazione dialettica, ci contiene così come ci scaglia lontano. E così, pensare ad essa è già trasgredire.” Il pianeta, poi, come scrive Paola Zaccaria in La lingua che ospita, è etimologicamente (dal greco) “ciò che va errando”, denota un corpo celeste che gira intorno al Sole, “pianeta/planetario/planetarietà è nucleo semantico che in quanto originato nelle acque amniotiche dell’erranza, del movimento, meglio si addice all’odierna storia di migrazioni intercontinentali ” (p. 202). L’idea della lingua ospitante che dà il titolo al saggio di Zaccaria, inoltre, mi permette di introdurre quella che considero una bellissima figura di questa rivoluzionaria relazione con l’alterità, ossia la figura della traduzione così come la delinea Antoine Berman nel suo saggio La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza: una pratica di intima frequentazione di un’alterità destinata a rimanere irriducibile, verso la quale abbiamo abbandonato qualsiasi velleità di addomesticamento. Una traduzione che, dopo aver finalmente rinunciato alle sue secolari tendenze etnocentriche, ipertestuali e platoniche, dovrebbe puntare a farsi etica, poetica e pensante. Impossibile realizzarla del tutto ma viaggiare in questa aporia è preziosa opportunità di dialogo.

arpillera VIOLETA FOTO DISCHI

Violeta. Fiori, dischi e colori

Siamo capaci di inaugurare una stagione umana fondata su questa accoglienza non fagocitante? Sulla complementarietà e non più sulle contrapposizioni binarie? Siamo pronti ad abitare un pianeta fatto di alberghi nella lontananza?

Si tratta di questioni cruciali. E urgenti. Scrive Vandana Shiva che l’umanità sta affrontando molte crisi: catastrofi climatiche, fame, povertà, disoccupazione, criminalità, conflitti e guerre. Tutto questo sembra spingerla al collasso.

Cosa alimenta questa distruttività e ci impedisce di fermarla?

Il modo di pensare di quella parte di esseri umani che hanno dominato la Terra per secoli e secoli. Vi sono in particolare tre percezioni ingannevoli, dice, che impediscono di correggere e trasformare il nostro modo di pensare il suolo e la terra, il cibo e il lavoro, l’economia e la democrazia:

• gli esseri umani sono separati dalla Terra;

• la formazione della ricchezza nel mercato è separata dal contributo di “altri”: la natura, le donne, i lavoratori, gli antenati e le generazioni future;

• le azioni sono separate dalle conseguenze e i diritti dalle responsabilità.

Occorre cambiare questo modo di pensare, occorre rapportarsi alla terra e alla vita, alle altre persone anche, in modo diverso da come gli uomini più potenti e le civiltà che essi hanno voluto imporre hanno fatto per tanto tempo. Molti di noi ci stanno già provando.

Tenendo presente questo canovaccio, ho scelto, dal mio viaggio, di parlare in particolare di due luoghi. Partendo dalla consapevolezza di essere all’inizio di un percorso di scoperta di terre per me nuove, anche se da sempre mi sembrava di sentirle vicine, scelgo un percorso che definirei elementare, nei due sensi di semplice e basico, ma anche di legato agli elementi.

Due in particolare: l’ACQUA e la TERRA.

 

[continua]

 

 

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“Il vestito di Ilda”, di Anna Fresu

ILDA ANNA FRESUEccola qui Ilda col suo vestito nuovo a quadretti bianchi e rossi e una tracollina di paglia con dentro un quaderno e una penna e pochi spiccioli caso mai passasse un autobus. Ma autobus ce ne saranno uno o due in tutta la città e non è detto che oggi abbiano trovato la benzina.

E infatti oggi non ne passa nessuno. Ilda abita a Matola, la scuola è a Maputo a 8 chilometri di distanza. Miracolosamente riesce ad arrivare con solo pochi minuti di ritardo.

All’uscita di scuola sarà un problema. Le lezioni finiscono alle 18 e a Maputo fa notte presto. Autobus non ce ne saranno, non ce ne sono mai.

Non ho detto delle scarpe di Ilda, scarpe di gomma, tipo giapponese, ricavate da vecchi pneumatici opera di normali africani artisti del riciclo. Forse resisteranno a tanti chilometri, forse no.

In classe Ilda parla pochissimo … ascolta, ascolta tutto, tutti: insegnanti, compagni.

Un giorno parlerà, non ancora.

Ogni giorno è così: la mattina una tazza di tè in fretta, con tanto zucchero per resistere fino alla sera, poi i chilometri a piedi con il sole, con la pioggia … E a scuola tacere, ascoltare. Poi la lunga strada per Matola.

Ogni sera Ilda lava il suo vestito con un pezzo di sapone quando c’è o solo con l’acqua, lo asciuga col ferro scaldato sul fuoco e lo indossa la mattina. Il rosso dei quadretti diventa sempre più rosa, poi beige, poi quasi sparisce. La stoffa è sempre più leggera, sottile. Ma il vestito è sempre pulito, stirato.

Stamattina Ilda non ha preso il suo tè, doveva rammendare il vestito che comincia a lacerarsi qua e là.

Stasera è troppo stanca sulla strada per Matola, le si è anche rotto l’infradito. Ilda si siede sul bordo della strada. Il sole che tramonta arrossa le saline che si vedono in lontananza. Fra un po’ sarà notte, cala presto la notte a Maputo. Un fuoristrada si ferma. È una macchina nuova, sulla portiera ha l’insegna di un’organizzazione umanitaria. Quei signori là dentro non parlano changana, parlano un portoghese stentato ma sono gentili, l’accompagneranno loro a casa.

Ilda sale sulla macchina, un altro strappo alla manica mentre si arrampica.

Oggi i minuti di ritardo diventano ore, si alternano gli insegnanti, finiscono le lezioni.

Domani ci sarà un posto vuoto e così domani e domani ancora.

Sulla strada di Matola qualcuno ha raccolto un vestito, (“con qualche rammendo andrà bene per Josina”) ma il vestito è troppo rotto e non basterà il sapone a far sparire tutte quelle macchie di fango e di sangue.

(da “Sguardi altrove” di Anna Fresu, ed. Vertigo, Roma, 2013)

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25 novembre: storia di Anna

scarpette rosseIeri sera, per chiudere la giornata della Società a Teatro di Ferrara, abbiamo letto questo testo, raccolto e rielaborato da un educatore per disabili. Alla fine, in un teatro comunale immerso nel silenzio, una dopo l’altra, una dozzina di persone si sono alzate dal pubblico e hanno depositato sul palco un oggetto femminile rosso, così abbiamo fatto anche noi Cantiga Caracol e, per ultima, Agnese Di Martino, la regia di questo bel progetto, ha lasciato sulla triste mucchia scarlatta un vestitino nero, da bimba. 

Questa storia è tragicamente vera. Una storia che ho raccolto facendo il mio lavoro, fortunatamente isolata ma purtroppo non unica (ricerche mirate sugli abusi in famiglia rilevano che le percentuali a danno di soggetti disabili sono almeno doppie rispetto agli altri casi, nonostante la difficoltà a monitorarle quando si tratta di disabilità psichica molto grave). Essa testimonia quanto sia difficile abitare la normalità quando si è donna e disabile e in questo caso figlia. Lascio la semplicità disarmante delle parole con cui mi è stata raccontata da Anna (nome di fantasia), una ragazza con deficit intellettivo e disturbo della personalità, ma fisicamente normale. Quella normalità (e semplicità) di cui non si è potuta mai rendere conto mentre fioriva, e che è stata oggetto di attenzioni particolari: quella normalità e integrità che non ha potuto difendere, specialmente nel contesto che doveva essere più tutelante, quello familiare.

“Sono nata nel 1970. E adesso, che siamo nel 2010, ho cinque anni. Non sono andata a scuola perché ero handicappata, e mio padre diceva che potevo fare brutti incontri. Però adesso ci vado a scuola, una scuola per quelle come me. Quando ero piccola sono andata al mare, qualche volta, ma non prendevo il sole perché mi faceva male. E poi mio padre diceva che non dovevo farmi vedere in giro nuda. Non devo parlare con le altre persone, ma solo con le donne. Tu sei un uomo, ma sei un maestro, e con i maestri ci posso parlare, se sono a scuola. Però non devo dire le cose che non devo dire. Mi piace mangiare i dolci ma non li posso mangiare perché sono grassa. E se divento grassa poi mi ammalo. E se mi ammalo poi prendo le medicine che mi fanno stare a letto. A me non piace stare a letto. Quando sono a letto deve venire il dottore. E siccome il dottore è un uomo, mio padre non lo fa venire, Le medicine che mi servono me le da sempre lui e a me non piace stare a letto nuda. Mio padre mi cura lui. E siccome sono malata deve fare le cose per guarire. Le cose per guarire le devo fare solo con lui. E’ un segreto che non deve saperlo nessuno. Alla mamma devo dire che sono guarita con le medicine. Certe volte mi sono ammalata tante volte. Quando avevo cinque anni venivano a trovarmi dei parenti che avevano le gonne, ma io portavo i pantaloni perché le gonne le mettono solo le donne cattive. Adesso mio padre è dovuto partire per lavorare e non mi cura più quando sono ammalata. Adesso non mi ammalo più. Non mi hanno detto quando torna mio padre, ma adesso che vado a scuola mi fanno mettere anche la gonna e poi posso portare i capelli lunghi. Quando faccio il compleanno mi fanno mangiare la torta …” … …

 

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Questa Cile di donna!

 

In Cile abbiamo rischiato di non arrivare. Sulle Ande continuava a nevicare e giù all’ostello di Mendoza, dove alloggiavamo, le notizie non erano buone: il tunnel del Cristo Redentor rimaneva chiuso. Un’eventualità che non avevo previsto neanche da lontano: e chi ci pensava all’inverno sudamericano, alla Cordigliera, al ghiaccio? Questo viaggio aveva preso forma così all’improvviso, luminosa nebulosa con pochi punti fissi, tante incognite… e dentro un invisibile magnete che da mesi, silenzioso e inesauribile, risucchiava laggiù la mia concentrazione. Read the rest of this entry »

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Il sopruso della cancellazione. 17 novembre: Le Malamate al Festival della Violenza Illustrata

Ulduz Malamate

Siamo molto contente di riproporre, il prossimo 17 novembre, le nostre Malamate nell’ambito di un contenitore speciale: il FestivalLa violenza illustrata“, organizzato dalla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, dal 4 novembre al 6 dicembre (qui l’intero programma).

Saremo al Granata di via San Carlo 28/D  a Bologna, a partire dalle ore 21.

In scena:

Silvia Cavalieri     voce e testi

Francesca Colli    voce, testi e chitarra

Hugo Venturelli   chitarra e voce

Bianca Ferricelli    attrice

Ulduz Ashraf Gandomi attrice

Su come è nato questo progetto e sulle motivazioni che sottende ci siamo soffermate qualche mese fa, in questo articolo. Vorremmo ora proporvi alcune riflessioni a partire dalla tematica specifica del Festival, secondo una particolare curvatura che è quella della violenza come esclusione o mancato riconoscimento.

 

Che ticchettio scandisce il tempo dell’esclusione? Tempo dilatato all’infinito che minaccia di fagocitarci. L’idea della gabbia mi angoscia, l’impotenza generata da pareti che limitano le mie possibilità di movimento e mi rendono invisibile, cancellandomi dal mondo condiviso dove circola la vita, mi abita come una minaccia di cui fatico a rintracciare le origini. Pareti reali o metaforiche. Le parole di Camille Claudel dalla sua reclusione forzata in manicomio, dove rimase per trent’anni senza più riuscire a scolpire nulla, mi rimbombano dentro e sono la denuncia – flebile ma coriacea – di un sopruso che sento sulla mia pelle senza averlo vissuto in prima persona. Così scriveva a suo fratello Paul nel marzo del 1930, dopo diciassette anni di clausura prima nei pressi di Parigi poi a Montdevergues, vicino ad Avignone:

 

“C’è forse qualcuno che nutre almeno un po’ di riconoscenza per chi lo ha nutrito, che sa dare qualche risarcimento a colei che hanno depredata del suo genio? No! Un manicomio! Nemmeno il diritto di avere una casa mia!…

Perché devo restare alla loro mercè? È lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista a cui si vuol far sudar sangue.”

 

Riconoscenza, dice Camille Claudel. Una parola spaesante se non ci soffermiamo a meditarne il senso profondo, scomponendola: ri-conoscenza è il tornare a conoscere. Perché vi siete scordati di me, madre e fratello che tanto mi avevi amata? Perché non lucidate i vostri sguardi opachi e tornate a vedermi, a capire chi sono, a riflettermi un’immagine? Dannati specchi silenti. Riconoscenza e riconoscimento sono legati. Hanno dentro una noce preziosa che conferisce consistenza a un io che senza la percezione contenente dell’altro si fa aerea fluttuazione. Pulviscolo disperso.

 

Bianca MalamateViviamo tanti tipi di abbandono: certuni brutali, traumatici, altri fisiologici allo scorrere crudo e impermeabile dell’esistenza; alcuni sono distacchi reali, totali cambiamenti di rotta che ci vengono imposti senza che possiamo avere voce in capitolo, altri sono strane forme di ottusità, sguardi negati, mancati riconoscimenti che ci trasformano in estranee per qualcuno che sentivamo vicino, parente di vita per uno sguardo, una coincidenza, un odore che ci sapeva di casa. Qualcuno che, a volte senza nemmeno rendersene conto, ci aveva illuse di essere meno sole forse perché, come scrive incantata Laura Lamanda nell’Aeroracconto dell’amore fatale, ha un “mistero compatibile” con il nostro. E non è cosa ovvia né troppo comune: i misteri compatibili sono la condizione necessaria perché si inneschino quelle alchimie che fanno prendere corpo al mondo, conferendogli la bellezza di un raro fulgore.

 

Francesca MalamateQuanto bisogno abbiamo di essere viste e riconosciute? Con le mie figlie o nel mio lavoro di educatrice e insegnante, guardandomi attorno, confidandomi con le mie amiche e raccogliendo storie che mi sono arrivate soprattutto nel momento in cui ho deciso di dare forma alle mie eccedenze, provando a trasformare un’ipersensibilità scomposta in qualcosa di condivisibile, come una canzone o un testo, mi accorgo che quasi tutti in un modo o nell’altro cerchiamo questo, perché l’identità si dà nella relazione e lo sguardo dell’altro ci dà fondatezza. Può indispettirci questa vulnerabilità, ma siamo figli/e di uno sguardo innamorato: quello di nostra madre e di nostro padre che ci hanno tenute fra le braccia piccolissime o di chi per loro. Se quello sguardo ci è stato negato continueremo a cercarlo per tutta la vita, se lo abbiamo avuto ne sentiremo lo stesso l’atroce mancanza nei nostri momenti più bui. Salus è il saluto che ci porta salute e salvezza: quanta pregnanza in questa parola così breve. Chi ci saluta ci vede e ci riconosce, questo gesto ci restituisce un’immagine, è un riflesso che siamo: ci salva dall’abisso dell’irrelatezza.

 

Quanta sofferenza che circola nelle contrade del mondo è frutto di questo sguardo negato? Quanta cecità gratuita?

Trovo una sofferta riflessione a proposito della negazione in questo scritto, che ne mette in luce i vari gradi: dalla banalità quotidiana – ogni giorno subiamo piccole cancellazioni o le mettiamo in atto per affermarci a spese degli altri – alla violenza subdola e indenunciabile di chi ostentatamente ci rifiuta:

“Forse perché per donarsi senza filtri, per chi sa ancora farlo, ci vuole davvero solo un momento. Forse perché non c’è un tempo predefinito per amare, non ci sono regole, forme statiche e fisse che stabiliscano dopo quanto tempo o dopo quali esperienze condivise si possa amare. Quell’energia attraversa le case, i corpi e le anime (per chi più che crederci ne sente ancora l’esistenza) e si contagia come la più irrinunciabile e meravigliosa delle malattie-medicina  per nascere alla vita.

            È la malattia più potente che attraverso la negazione davvero uccide, è la medicina più potente che attraverso il Riconoscimento davvero può riportare in vita qualsiasi cosa dal limbo della non-vita, della cancellazione.”

 

Silvia Hugo MalamateEssere invisibili o anche diventarlo all’improvviso ci avvelena la vita, ma il silenzio non è detto che sia assoluto. E il veleno è un liquido che può circolare lungo rivoli inattesi, non solo nelle nostre vene. C’è un mito ancestrale sotteso a molti dei brani che interpretiamo nel nostro spettacolo delle Malamate: il mito della Llorona, una storia dilaniante, refrattaria a ogni facile ricomposizione. Un’amante abbandonata e condannata all’oblio senza appello impazzisce di dolore e uccide i suoi figli, avuti dall’uomo che a un certo punto l’ha rifiutata per sposare una donna ricca, e poi si suicida. Questo gesto la rende maledetta, senza requie perfino al di là della morte, la condanna a cercare disperatamente i suoi figli nel fiume in cui li ha gettati, senza mai una tregua. Simbolicamente in questo mito vediamo rappresentata la rabbia che è tormento inarrestabile, il furore che ci spinge a fare gesti estremi, che ci rigettino al centro di quella scena da cui siamo state violentemente strappate, nocivi per noi stesse e per ciò che più amiamo. Ma questo male non è solo nostro: nella celebre canzone popolare messicana chi parla è colui che è rimasto, l’amante che ha scelto di cancellare la Llorona e che ha visto la sua furia, marchiato indelebilmente da una passione a cui pensava di essersi sottratto, recidendola crudelmente, ma il cui veleno dolcissimo invece si infiltra, paralizzandogli ogni alternativa di vita. La rimozione non può cancellare ciò che è stato e tutto drammaticamente riaffiora. Gli scarti che galleggiano disordinati sul fiume delle nostre vite possiamo richiamarli appassionatamente dentro un disegno, frammentario e discontinuo ma sicuramente un gesto di dialogo.

 

Lhasa

Lhasa

Lhasa de Sela (1972-2010), una delle cantautrici  a cui vogliamo rendere omaggio con questo nostro spettacolo, ha scelto di dedicare un intero album alla Llorona: ferita, la ascoltiamo cantare il deserto del disamore, abitato da una donna che di questo deserto non si spaventa ma, anzi, vi legge riflesso il suo paesaggio interiore: Sono venuta nel deserto per andarmene dal tuo amore / che il deserto è più tenero e la spina è un bacio migliore […] Sono venuta nel deserto per bruciare / perché l’anima prende fuoco quando smette di amare.

 Capita che disprezziamo proprio il contatto che ci ha esposte troppo, allora ci neghiamo allo scambio per ricostruirci quella “verginità di ritorno” che, sola, pare in grado di proteggerci: soffochiamo la nostra naturale tensione verso l’altro per ritirarci, “disdegnose”, in un’esistenza altera, lottando per dimenticare la vergogna del nostro amore rifiutato, negandone sprezzanti la necessità.

Ma non sappiamo restare a lungo dormienti. Nel Pajaro è così lampante che il risveglio si dà solo sull’orlo dell’abisso: “Guardatemi”, dice, “son già qui che ritorno alla vita”, “ti ho aspettato nell’abisso e dell’abisso mi sono innamorata”, “tu mi hai risvegliata, ora insegnami a vivere”. Non sappiamo condannarci all’intransitività e ricadiamo nella disposizione allo scambio, in un carosello di doni e perdoni, come acrobate non troppo aggraziate in equilibrio su un filo: perché chi entra nel circo Firuliche – lo diceva Eduardo Galeano nel suo Libro degli abbracci non ne esce mica più.

 

E allora, come mi dice sempre la mia saggia amica Valentina, se proprio volete fare le funambole vedete almeno di non precipitare sul pubblico, per favore!

(Non si ricompongono i cocci ma lo stupore davanti alla vita può tornare intatto. Le Malamate vorrebbero raccontare questa magia)

Silvia Cavalieri

 

 

 

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Noi siamo emozione: in scena “Le Malamate”

Le malamate- ScenaNel suo prologo a Vite sbobinate di Alfredo Gianolio, Ugo Cornia dice che le vite delle persone sono come dei lenzuoli stesi sulla terra: dentro ci può finire di tutto, “un po’ di prati, pioppeti, lavori, hobby, nuvole, carriole del nonno, automobili, mamme”, lavatrici anche, poi a un certo punto quei lenzuoli vengono annodati in fagotti, che sono appunto le vite di ognuno. Con dentro tutta quella roba, ogni fagotto, si capisce, sta in bilico come può, certe volte “diventa uno sfacelo” e si può anche rompere, ma ci son dei momenti, invece, che ci sembra che quel nostro fagotto “abbia una sua armonia incredibile”.
E armonia è relazione sincronica: il nostro fagotto ha dentro anche suoni e parole che non sono stati creati direttamente da noi ma che abbiamo sentito combaciare a tal punto con il nostro stare al mondo da farli nostri, attualizzandoli – agendoli quasi – dentro di noi. La nostra qualunquità si fa così insieme unica e transitiva, perché dialogante. È confidando in questo che portiamo in scena Le Malamate, che afferma la convinzione che quell’ingorgo emotivo che tante volte ci siamo sentite non è necessariamente vicolo cieco ma può farsi espressione condivisa, a partire da un palcoscenico che diventa così teatro di quelle emozioni che bisogna imparare a non occultare e a trasformare in gesto comunicativo. Senza vergogna siamo partite dal nostro vissuto più intimo, da quel nostro sentirci esposte e in balia degli eventi e abbiamo assecondato la nostra predilezione per poesie e voci che ci sembravano narrare proprio il nostro senso di sconforto, che plasmavano il magma confuso dell’abbandono da parte di chi pensavamo avrebbe dovuto amarci e non ne era stato capace, cominciando finalmente a fargli prendere una forma e una direzione. Le Malamate potrei chiamarle allora una specie di autodiscografia e di autobibliografia collettiva, perché a volte ho come l’impressione che siamo una trama e nel cercarci troviamo molto di più che noi stesse: certe parole, certe voci ci risuonano dentro con particolare persuasione. Troppa per essere totalmente altro da noi. E allora capiamo che fanno parte del nostro “fagotto di vita”: l’innocenza tragica di Violeta Parra, la sottile contraddittoria filosofia della rinascita femminile cantata da Lhasa de Sela, l’autoironia di Sofía Viola, la visceralità tellurica delle poesie di Goliarda Sapienza, l’asincronia crudele degli incontri sfiorati e perduti raccontata da Wisława Szymborska e da Edith Piaf. Nell’ascoltare loro, noi stesse ci siamo ritrovate e allora abbiamo scritto anche noi: canzoni, pensieri e poesie. Il risultato è una lettura-concerto drammatizzata, in cui non c’è vera soluzione di continuità fra un testo e l’altro perché attraverso parole e suoni di altre donne abbiamo scoperto le nostre voci più autentiche: i nostri testi originali e le nostre interpretazioni si intrecciano in un unico paesaggio sonoro, sottolineato dai nostri gesti e dagli oggetti evocativi che mettiamo in scena.

Fra-LE MalamateDa una volta all’altra c’è sempre qualcosa che cambia: non portiamo mai sul palco esattamente gli stessi brani né i nostri gesti sono identici ogni volta, a sottolineare la natura intrinsecamente rapsodica – rapsodia etimologicamente è un cucire insieme canti diversi – di ogni processo di costruzione del sé, sempre frammentario e in trasformazione.
Siamo consce che questo prendere parola in quanto creature emozionali è un gesto politico: la passione che cantiamo e recitiamo non è in fondo che un pretesto per sottrarci all’omologazione e per contrastare ogni tentativo di indocilimento. Il sistema patriarcale preferisce espungere l’imprevedibilità di questa schiettezza: non a caso tradizionalmente il femminile è stato relegato all’intimità domestica. Un gesto politico che libera energia contagiosa, Le Malamate è anche
un invito ad accompagnarci nel viaggio, ognuna e ognuno a partire dalle sue ferite e dal suo desiderio, ma anche dalla volontà di ridere insieme e di cercare forme convincenti per dirle, queste ferite e questo desiderio. La lacerazione rammendata con la bellezza, come scrive Carol Gilligan nella sua prefazione a Io sono emozione di Eve Ensler, rinnovando proprio questa immagine del rammendo, che ritrovo in una bellissima poesia di una nativa americana regalatami da una ragazza l’8 marzo, dopo la nostra lettura musicata dai Monologhi della vagina:

Cammino fra i cocci
e ho paura di lacerarmi
devo avere il coraggio di sanguinare
devo avere il coraggio di tagliarmi
per amputare la mia ferita purulenta.

La Donna Antica sta guardando
veglia su di voi
nel buio della tempesta
sta guardando
veglia su di voi
tessete e rammendate
tessete e rammendate
la Donna Antica sta guardando
veglia su di voi
con le sue ossa fatevi telaio
lei sta tessendo
veglia su di voi
tessete e rammendate,
sacre sorelle,
tessete e rammendate. 

Sono andata alla ricerca
perduta
sola
Sono andata alla ricerca
per molti anni

Sono andata alla ricerca
della Donna Antica

e l’ho trovata dentro di me.

Con Le Malamate saremo domenica 13 aprile, ore 21, alla Scuola Popolare di Musica “Ivan Illich”, in via Giuriolo 7, Bologna

Bianca e Ulduz

Questa volta saremo

Silvia Cavalieri     voce e testi

Francesca Colli    voce, testi e chitarra

Hugo Venturelli   chitarra

Bianca Ferricelli    attrice

Amelia Bagalà attrice

Le fotografie sono tutte di Regazzi Photograpghy. Altre le trovate qui