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Figure Archive

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Eduardo Galeano e Camille Claudel

eduardo-galeano-1A raccontare il viaggio in Argentina e Cile, che ho fatto con la mia amica Beatrice e da cui sono tornata quattro giorni fa, comincio da una coincidenza che mi ha fatto contenta subito prima di partire, ultima di una serie così lunga che alla fine mi ero quasi abituata a quel concatenarsi fluido e amichevole di corriere che partivano proprio cinque minuti dopo il nostro rocambolesco arrivo in stazione, tunnel andini pieni di neve che si aprivano giusto quelle due ore in cui eravamo giunte su al passo pronte a passare la frontiera, incontri buffi, commoventi o altamente improbabili, casuali e necessari insieme. Read the rest of this entry »

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8 marzo. “Senza paura” – Lettura musicata dai “Monologhi della vagina”

IMMAGINE SENZA PAURADella incredibile dirompenza simbolica dei Monologhi della vagina di Eve Ensler ho già scritto la scorsa estate. L’effetto dilagante che ha avuto quest’opera, in continua trasformazione da un’idea semplice e rivoluzionaria – ognuna a raccontarsi a partire dalla sua vagina, crogiolo di sensazioni, odori, sapori, traumi e scoperte – è l’ennesima prova di come la narrazione sappia tanto spesso innescare la miccia della complicità creativa, di una condivisione trasformativa, che dal punto di vista politico favorisce orizzontalità e partecipazione. Perché il pensiero evolve nella parzialità e nell’incompletezza, e ogni pretesa di essere esaustivi ormai la vivo come un malcelato bluff: tanto vale prendere atto della nostra intrinseca perifericità e schiuderci dal nostro angolo, dai nostri anfratti più oscuri e dimenticati. Farli parola, con umiltà e coraggio. Non è più in un dibattito che troppo spesso finisce per parlarsi addosso che trovo vera comunicazione e stimoli evolutivi – forse perché il dibattito tante volte dimentica di farsi dialogo – ma nell’effetto intensificante che certa arte riesce a creare. Può stupire allora quello a cui uno sguardo che pensavamo irrelato può dare vita: in un effetto-domino di scala intercontinentale, l’esperimento di Eve Ensler è diventato, nell’attivismo globale del V-day, movimento sociale, azione politica concreta, di denuncia contro la violenza sulle donne e di sostegno ai luoghi dove le donne che hanno subito violenza vengono ospitate e curate. Perché, nell’arte, la parzialità e il convivere di pulsioni opposte non necessitano di riconciliazione  e questo ci dà la misura della sua intrinseca, preziosa complessità: “L’arte ha reso l’attivismo più creativo e audace, l’attivismo ha reso l’arte più mirata, più concreta, più pericolosa. Il trucco, in entrambi i casi, è stato quello di evitare da una parte l’ideologia e il fondamentalismo, e la frammentazione e l’irresponsabilità dall’altra. Il trucco è stato cominciare a gettare le fondamenta […] e poi sperare che gli individui e i gruppi portassero in quell’esperienza la loro visione, la loro cultura e la loro creatività. Il trucco è stato creare qualcosa che fosse concreto ma fluido, qualcosa che può propagarsi rapidamente e tuttavia ha solidità, qualcosa che possa essere posseduto e modificato da molti e ha certi ingredienti e leggi che permettono questa adattabilità. Il trucco è stato vivere nelle contraddizioni pur mantenendo fermi i principi, le convinzioni e gli scopi”, scrive l’autrice nella prefazione.

Ancora una volta abbiamo colto la disponibilità alla personalizzazione che i Monologhi propugnano, affiancando alla recitazione dei brani per noi più significativi, canzoni e danze che a nostro avviso li sottolineano, per contrasto o per analogia, continuando a farli risuonare più a lungo e più in profondità.

L’8 marzo porteremo il nostro spettacolo a Ca’ de Mandorli, vicino a Bologna. Qui i dettagli

Senza paura

con

Bianca Ferricelli, attrice
Ulduz Ashraf Gandomi, attrice
Jessica Cestaro, danzatrice
Beatrice Sarti, voce
Silvia Cavalieri, voce
Hugo Venturelli, chitarra e percussioni

“Mettere fine alla violenza contro le donne significa aprirsi al grande potere delle donne, al mistero delle donne, al cuore delle donne, alla sfrenata, infinita sessualità e creatività delle donne. E non avere paura.”
Storie di vita che si incarnano senza reticenze né eufemismi a costruire un intenso mosaico di voci, corpi e sonorità disparate.

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In ricordo di Chiara

Mercoledì sera è morta Chiara Stanghellini, dopo una lunga malattia. Chiara si era impegnata con grande generosità nel progetto di Donne Pensanti, aveva scritto due testimonianze per il nostro “Svegliatevi, bambine! – Voci dal pluriverso femminile“: molto belle, da ogni punto di vista, per l’intensità e il senso critico che esprimevano, per il mondo che racchiudevano e per come lo sapevano raccontare .

Bellezza, sensibilità, intelligenza: uno sguardo vivace e profondo insieme.

Aveva un viso aperto e luminoso e una voce vibrante, dal timbro potente, una voce che lasciava trasparire le emozioni e trascinare chi era lì ad ascoltarla dentro la sua magia. Ci ha regalato la sua voce per alcune delle letture musicate che abbiamo fatto per presentare il nostro libro, cantando brani di musica popolare accompagnata alla fisarmonica da un suo caro amico: Toscana, Romagna e il suo amato Sudamerica, che sapeva cantare con la sua pronuncia perfetta, da ispanista esperta.

Le dedichiamo questo brano che tante volte deve aver cantato e che ricongiunge due artiste che molto hanno significato nel suo sentito percorso di militanza e impegno: Gracias a la vida di Violeta Parra, interpretata da Mercedes Sosa.

Questo il bellissimo scritto che Chiara ci aveva mandato, poco più di tre anni fa:

“Essere bella? Una bella figlia? Ambire alle nozze con il principe? Fidarsi di Madama Doré?

Io non mi fido per niente. Non voglio il principe. Non mi interessa essere scelta solo perché sono bella.

Poi passano gli anni, e la fila di principi azzurri, fuori dalla porta, non c’è più. E essere figlia non ha mai dato grandi soddisfazioni. Se avessi puntato tutto sulla mia avvenenza, adesso sarei povera, e comunque sarei troppo vecchia. Troppo poco alla moda. Se avessi puntato sul principe ora mi ritroverei un marito che canticchia, infervorato dal successo facile e dal passaggio televisivo con altri mostriciattoli meno blasonati. Se avessi puntato su Madama Dorè, ahimè, adesso farei il suo mestiere: toccherebbe a me cercare altre belle figlie, per metterle in contatto con porci senza ali, utilizzatori finali di vergogna e umiliazione.

Come passare il tempo, allora? Come indirizzare la vita?

Senza ricette, con un po’ di sale. Senza aglio e con molto pepe. Senza uccidere animali e con molte verdure colorate. Con respiri profondi e qualche gatto. Vivendo come un dettaglio di un puzzle, come una tessera di un mosaico, che si incastra alla perfezione con altri dettagli, con altre tessere. Pezzi di me stessa in una volta stellata, infinita, buia, profonda e lucente. Puntino luminoso fra tante stelle. Alcune pulsanti, altre in via di estinzione, altre morte da miliardi di anni.

Osservando con tenerezza punti di forza e banalità, l’autonomia di pensiero e il ricordo dei cattivi maestri, le espressioni prevedibili e gli impeti sconosciuti. Mercedes Sosa, Coldplay e Sanremo, in un unico CD.

Attingendo a un serbatoio infinito di realtà, di ricordi, di relazioni finite o infinite, di momenti bui o di consapevolezza.

Osservando. Analogie o differenze, versioni successive dello stesso pensiero.

Meditando: studio, prove, esercizi. Impegno sui libri e sugli spartiti, ricerca del filo che lega gli avvenimenti, empatia e confidenza di persone affini, una realtà talvolta ostile, l’affermazione della natura selvaggia, la vita reale, il gioco. Saper fare mille cose e non poter fare quasi nulla. Sapendo di non sapere. Provando sempre. Credendoci.

Ancora mancano alcune tessere per completare il mio mosaico. So che sono un regalo, un mistero, una libertà. Me le hanno lasciate in eredità nonni romagnoli e la confusione del caso. Una responsabilità, un segreto prezioso. Per me è tutto, non c’è altro. Inaspettatamente trovo nuove soluzioni, sperimento le diverse strade della sopravvivenza, nel riconoscimento e nell’accettazione della realtà, spesso feroce e dura. Provando, cambiando i dettagli del puzzle. Il talento da rimettere in gioco. Un anagramma continuo di un nome che ancora non ho scoperto, un sogno che rivivo per incanto, la magia nel collegare mille piccoli frammenti di mondo, dando loro un senso.

Mi sorprende mentre scrivo una canzone o preparo un compito in classe. Procede per identiche direttrici, quando contemplo un vetruzzo vellutato sulla spiaggia o il cedro del Parco Talon, quando mi stupisco della perfezione delle Variazioni Goldberg o sogno una gita in bicicletta, canto per un pubblico o leggo un romanzo. Nell’emozione dell’incontro con le Madres de Plaza de Mayo o nel piangere mio padre.

Come un quadro che si dipinge da solo. Come una risata di mio figlio o una telefonata con mia sorella, come gli amici che mi vogliono bene, che mi insegnano lo yoga, mi invitano al mare, mi accompagnano con la chitarra, mi ascoltano e accolgono nella loro casa. Come i medici che mi curano con amore e mi regalano un portafortuna.

In questa evidenza sono, moderatamente, felice. E non c’è veramente nient’altro, oggi, che mi mantenga viva. Questo è il mio presente: unicamente questo strano, incomprensibile, limitato, a volte doloroso spazio fatto di energia, che agisce senza riconoscere padroni. E’ il fluire, il duende, il mistero.

Occorre fantasia per inventarsi la vita.”

Chiara Stanghellini

Marzo 2010

Nell’immagine un disco del Canzoniere delle Lame di Bologna, che Chiara ha frequentato da quando era giovanissima.

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“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”: presentazione a Bologna

Rilanciamo l’iniziativa del Vag61 di Bologna, ricopiando per intero l’invito che abbiamo ricevuto:

Venerdì 18 gennaio 2013, dalle ore 20

a Vag61 (via Paolo Fabbri 110, Bologna)
torna l’appuntamento mensile con i libri e i vini di produttori non omologati di “Fermento” (in collaborazione con Drogheria 53).

ore 20, 15
Cena sociale e degustazione di vini

ore 21,30
Presentazione del libro
“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”
di Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani
prefazione di Silvia Baraldini.
ed. DeriveApprodi

Saranno presenti le autrici
Reading con video e letture di Paola Staccioli Read the rest of this entry »

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LE PANTOFOLE DELL’ORCO

Le pantofole dell’orco: letto così, decontestualizzandolo, sembra il titolo di una fiaba: una di quelle con piccoli bambini che si salvano dando un calcio nel sedere ad una strega o rubando gli stivali dalle sette leghe al gigante cattivo che poi precipita giù dalla pianta dei fagioli magici.
Non è così.

L’orco di cui parla il libro a fumetti di Rosalind B. Penfold, è un orco molto più spaventoso di qualsiasi mostro si possa trovare nei racconti.
Anche adesso viene difficile parlarne, perché se leggendolo con gli occhi di una donna quel libro racconta una storia di violenza privata a volte tremendamente simile alla propria, leggendolo come uomo si viene presi da una paura tremenda, l’inquietudine di poter essere così o di poterlo diventare.
Si ripensa a quando magari si è vissuto situazioni simili da bambini e da come si è fatto di tutto per sfuggirvi, si guarda indietro e con lucidità si cerca di fare un’analisi dei propri comportamenti cercandoci una qualsiasi somiglianza.

E’ un libro terribile, per quanto è semplice e reale. Va letto.
Va letto come atto d’accusa, va letto come doverosa apertura d’occhi, va letto perchè quelle sono cose che rimangono e che non solo condannano chi le applica, ma, in maniera ben peggiore, chi le subisce.
Va letto con consapevolezza di non essere estranei, che pensare: “io non lo sarò mai” non basta.

Il libro è una graphic novel di 265 pagine edita in Italia da Sperling e Kupfer

Nel sito www.dragonslippers.com (Dragonslippers è il titolo originale del libro) l’autrice ha pubblicato, (si può scaricare anche in versione stampabile) una sezione che si chiama “impara i segnali dell’abuso”.

Sono tanti disegni che rappresentano situazioni che potenzialmente indicano una relazione affettiva pericolosa:

Learn the warning signs of abuse

 

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Gabbia di sguardi – Foto di Cristina

Foto di Cristina de Maria

 

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SocialArt#1-The Pink and Blue Project

Il numero 931 della rivista Internazionale pubblica alcune immagini tratte da The Pink and Blue Project dell’artista sudcoreana JeongMee Yoon. Incuriosita dalla spiccata preferenza di sua figlia per il colore rosa, ha messo insieme peluche, bambole, giocattoli, libri ed accessori rosa della sua bambina di 5 anni e li ha fotografati nella sua cameretta.

Dopo essersi resa conto che la preferenza per questo colore é di fatto comune a bambini di gruppi etnici e culture differenti, ha deciso di fotografare anche bambine di altri paesi, alcune a distanza di anni, come le gemelline Lauren e Carolyn.

Le vediamo nel 2006, così piccole da confondersi tra i pupazzi, perse in un mare di vestiti ed accessori rosa, alcuni dei quali assolutamente inutili, come il boudoir di plastica sulla sinistra. Le rivediamo tre anni dopo nella stessa cameretta dalle pareti verde pisello, in uno spazio saturo di oggetti e pressoché monocromatico.

Nel tripudio di abiti, nella ridondanza di accessori (tre paia di ciabattine a testa, due delle quali col tacco) manca l’aria. L’assenza di spazio è palpabile.

Quello che angoscia è il monocromatismo delle immagini e, più che la dominanza di un unico colore, l’assenza di tutti gli altri.

Secondo lo psicologo svizzero Max Lüscher, i colori sono emozioni dirette, una porta sul mondo interiore delle persone.  Scegliamo o rifiutiamo un colore in base al nostro stato psicofisiologico, Quindi, in base alle preferenze e ai rifiuti, e’ possibile dedurre lo stato psichico e fisiologico della persona. Nel test dei colori Lüscher le combinazioni con cui i colori possono essere scelti sono numerosissime ed e’ dall’analisi delle varie inter-relazioni che emerge l’individualita’ del soggetto.

La preferenza di molte bambine per lo stesso colore e la permanenza di questa preferenza nell’arco dell’intera infanzia allarmano non tanto perché quel colore è il rosa, ma per l’omologazione e la rinuncia ad esprimersi con tutti i colori, al variare dell’età o anche del proprio stato d’animo.

I colori sono associati ai generi in modo convenzionale e nello specifico, i binomi rosa-femmina e azzurro-maschio sono un’invenzione dell’ultimo secolo ed il risultato di un curioso rovesciamento delle convenzioni precedenti. Un tempo il rosa era un colore associato al maschile, essendo una versione annacquata del rosso, colore tradizionalmente associato al concetto di potenza. Il blu al contrario era associato al femminile e le numerose Madonne dal mantello blu lo confermano.

Nel 1914, The Sunday Sentinel, un giornale americano raccomandava alle mamme di usare il rosa per i maschi ed il blu per le femmine nel rispetto delle convenzioni.

Successivamente la moda e la pubblicità, con l’immenso potere di influenzare i gusti dei consumatori hanno imposto questi due colori come standard di genere. Anche se i ragazzi non hanno una preferenza marcata per il blu, si ritrovano circondati da oggetti e vestiti blu, per il semplice motivo che é ciò che trovano nei negozi.

Le foto di JeongMee Yoon sollevano altre domande. Nella prima foto é evidente che, vista l’età, le cose rosa di Lauren e Carolyn sono state acquistate da altri, genitori o adulti in genere, i quali hanno scelto, si fa per dire, l’ennesima cosa rosa in un negozio dove la merce in vendita é divisa per genere, cose rosa e cose blu. Viene da chiedersi allora se la supposta preferenza delle bambine per il colore rosa possa davvero dirsi spontanea o sia indotta dalla sovraesposizione ad un modello stereotipato di femminilità creato per vendere e rappresentato visivamente, e proprio per questo accessibile a qualsiasi età, dal colore rosa.

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La Vie en Rose


Prodotto dall’associazine Donne Pensanti per supportare la riflessione e il lavoro di elaborazione critica sul tema dell’uso del corpo femminile nelle pubblicità, è stato realizzato il primo di una serie di brevi video. Il video realizzato, dal titolo “La vie en rose”, ha come obiettivo di attirare l’attenzione su un certo tipo di pubblicità che utilizza immagini violente e suggerisce un modello di relazione fra uomini e donne basata sul potere e sulla sottomissione.

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Renzo Verdone, Angeli