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L’Iliade in prima media: lasciar parlare l’antica ferita

 

achille-trionfo-ettoreIl vero salto qualitativo nella storia dell’umanità […] non sarà il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, come riteneva Marx, ma il passaggio dal regno della violenza al regno della non violenza. 

Norberto Bobbio, Prefazione a L’eresia di Aldo Capitini di Pietro Polito

 

achille-trionfo-ettore È soltanto dal 2015 che insegno alle medie su supplenze annuali e sia questo sia lo  scorso anno ho svolto la maggioranza delle mie ore con una prima. Non ho una formazione classica, a lungo ho lavorato in università come lusitanista; ritrovandomi a insegnare i poemi omerici, con cui abbiamo imparato che “nasce la letteratura occidentale”, ho provato un sottile disagio. Ho indagato su questa sensazione, provando a incanalarla in percorsi che, oltre a commentare in classe i brevi estratti proposti dal libro di testo, li utilizzassero come spunti per dibattere, anche in chiave decostruttiva, su tematiche attuali. Il disagio si è attutito, ma non è scomparso. Ho deciso allora di tornare al testo, abbandonandomi alla sua densità, e non ne sono stata delusa: si sono aperti anelli concentrici sempre più larghi, che mi hanno schiuso orizzonti insperati.  Con una coincidenza finale che mi è sembrata un po’ magica.

L’Iliade ci offre l’opportunità di fare tre cose molto importanti in classe:

  • affrontare il tema della violenza;
  • riflettere sul valore delle parole;
  • fare educazione al genere, correlandola a entrambe le istanze precedenti.

 1. La violenza che snatura la lingua

La letteratura occidentale si apre, in fin dei conti, con un terribile racconto di guerra, che indulge nei dettagli più rivoltanti: i personaggi si muovono in mezzo a mucchi di cadaveri, divorati da sciami di mosche, che spesso vengono calpestati come se fossero un tappeto oppure galleggiano sul fiume Scamandro, tingendone le acque di rosso. Il sangue bagna torri e parapetti, decine di corpi vengono sbudellati, cervelli che si spappolano, colli mozzati, teste che rotolano: un furore smisurato acceca questi guerrieri-burattini-senza-colpa, tanto che non abbiamo personaggi davvero protagonisti perché, come scrisse Simone Weil: “Il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza” (1), che rende cose le persone, disumanizzando chi uccide e sfigurando chi muore. La filosofa francese, che scriveva negli anni della guerra civile spagnola, avvertiva tragicamente nel poema il predominio della violenza che ha attraversato tremila anni di storia, pronta di nuovo a esplodere con la brutalità smisurata di quel secondo conflitto mondiale, che avrebbe fatto, come scrisse Elsa Morante, “cinquanta milioni di morti contro natura” (2): “Non appena la pratica della guerra rende sensibile la possibilità della morte racchiusa in ogni minuto, il pensiero è incapace di trascorrere i giorni senza attraversarne l’immagine. Lo spirito allora è in tensione e può tollerare questa condizione solo per breve tempo; ogni nuova alba ripropone la stessa necessità e, un giorno dopo l’altro, trascorrono gli anni. L’anima patisce violenza tutti i giorni. Al mattino soffoca ogni aspirazione perché il pensiero non può viaggiare nel tempo senza passare per la morte. La guerra quindi cancella ogni idea di scopo, persino l’idea degli scopi della guerra. Essa cancella anche il pensiero di porre fine alla guerra […] la mente dovrebbe predisporsi a trovare una via d’uscita, ma ne ha smarrito ogni capacità. È interamente occupata a farsi violenza. Che si tratti di schiavitù o di guerra, le sventure intollerabili, sempre presenti tra gli uomini, durano a causa del loro stesso peso e così dall’esterno sembrano facili da portare; durano perché sottraggono le risorse necessarie per uscirne.” (pp. 66-67)

La forza è il contrario di quella sospensione paziente, fiduciosa e fibrillante, di cui il pensiero creativo ha bisogno. E nella guerra, esercizio assoluto della forza, si perde proprio la capacità di partorire il pensiero. Weil rileggeva, dunque, l’Iliade guardando al suo tempo, di cui avvertiva le contraddizioni laceranti: cresceva l’infelicità, cresceva l’ingiustizia e – cosa per lei veramente angosciante – le parole erano colluse con quell’assurdo che prendeva sordamente forma, erano diventate “parole omicide”, complici della guerra che, dai tempi dell’assedio di Troia, è motore delle società patriarcali, che l’hanno formalizzata come naturale prosecuzione della politica: “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi” scriveva Karl von Clausewitz, generale prussiano vissuto tra 1780 e 1831, e ancora oggi, come scriveva pochi anni fa lo storico inglese Tony Judt dal suo osservatorio statunitense, la guerra rimane per troppa parte del potere qualcosa che “funziona” (3). Secondo Simone, occorreva rinnovare il valore delle parole: cercarne l’esattezza, soppesarne gli effetti per poi utilizzarle come ponti d’umanità. Viene da pensare alla proposta politica, di pochi anni posteriore, fatta da Hannah Arendt, la quale, dopo gli orrori dei totalitarismi, risalì indietro fino alla Grecia classica, riconoscendo l’urgenza di trovare un paradigma alternativo a quello tradizionale della politica come dominio:  “la politica come spazio condiviso dell’azione di una pluralità di esseri unici che, interagendo con atti e parole, mostrano l’un l’altro siffatta unicità e la loro capacità d’iniziativa” (4). Una proposta affascinante e rivoluzionaria, anche se forse, considerato quanto sia limitata (per motivi di classe e di genere) l’esperienza democratica nel mondo greco, sarebbe stato necessario attingere ancora più indietro.

2. L’amore fra le righe: un poema a cavallo fra due mondi

cnosso“Quasi tutta l’Iliade”, scrive Simone, “si svolge lontano dai bagni caldi” (p. 41): sugli esseri prevale un’entità, la forza appunto, che di umanità insaziabilmente si nutre. Rachel Bespaloff, filosofa francese di origine bulgara vissuta tra 1895 e 1949, rilegge il poema negli stessi anni di Weil scegliendo di soffermarsi su ciò che nei “bagni caldi” si rivela, di stare, in altre parole, negli interstizi di umanità da cui l’Iliade – immane carneficina – è sottilmente illuminata. Le opere delle due filosofe sono state accomunate (non si conoscevano): è certo che i loro commenti al poema condividono l’urgenza di universalizzarne la portata, dandone una lettura fortemente radicata in un presente cupo, ma le loro prospettive sono, a mio avviso, differenti e complementari.

La forza è l’unico eroe, sì, ma la sua bellezza deriva all’Iliade da quei brevi “momenti di grazia” “in cui gli uomini hanno un’anima” (5): su queste interazioni si concentra Rachel, scegliendo di lavorare per tracce e non per macrostrutture. Il testo di Bespaloff si focalizza sui personaggi nella loro umanità, fra i quali spicca Ettore, che la colpisce più di tutti perché in lui “la volontà di grandezza non contrasta mai la volontà di felicità” (p. 26). È significativo che Omero ci conduca più verso Ettore, l’eroe dei vinti, che verso Achille. Di quest’ultimo, Bespaloff sottolinea la mortifera negatività, ma anche in lui tenta di distillare i rari momenti di umanità, come il monologo in cui lo vediamo scagliarsi contro la guerra e i suoi orrori, nel nono canto, che sarebbe interessante da proporre nelle antologie per le medie. Subito prima è stato immortalato mentre sta suonando una bellissima cetra e cantando imprese gloriose di eroi, addirittura “con gioia” (e l’area semantica della felicità è veramente poverissima nel poema): Rachel era pianista e compositrice, aveva insegnato musica all’Opéra di Parigi nei primi anni Venti, e questo particolare ovviamente non le sfugge. Subito dopo aver suonato, Achille esplicita, nel suo monologo antibellico, un amore per la vita che non gli sospettavamo. Ed è proprio l’amore ciò che più interessa Rachel, fuggita negli Stati Uniti dalla Francia collaborazionista, dopo l’emanazione delle leggi razziali, nel 1941, e morta suicida nel 1949. Con il suo incedere tipicamente aporetico, che è quello della vita stessa, Bespaloff si sofferma sul modo di amare dei personaggi perché è lì, dice, e non nei loro atti, “che Omero svela la natura profonda degli esseri” (p. 38). Rachel non discute la struttura patriarcale della società di cui l’Iliade prospetta il trionfo – la dà per scontata, non la coglie come un dato importante, come non la colse Weil né le diede troppo peso Arendt nel suo ispirarsi alla democrazia ateniese – ma riesce a smascherare l’astratta dicotomia su cui troppo spesso questa struttura si fonda, camminando “fino al punto in cui non ci sono più incroci”, come scrive Jean Wahl nella prefazione. Questa libertà di sguardo, che sa smarcarsi con una scrittura così delicata e profonda dalle strette maglie del pensiero binario, denota un’abilità speciale nel ritrarre i personaggi femminili, anche quelli che sembrerebbero mere comparse.

3. Ostinata insofferenza. L’Iliade come malinconico addio alle civiltà gilaniche nel Mediterraneo

 Soffermandosi sull’amore più che sulla guerra, Rachel Bespaloff, si colloca in quella che potremmo definire una genealogia di studiose inappagate dalle interpretazioni classiche, di cui, per meravigliosa coincidenza,  ho scoperto pochi giorni fa un altro esempio, dentro un cerchio di donne nella campagna toscana.

Sono numerose le occasioni offerte dai poemi omerici, l’Iliade in particolare, per educare al genere. Tocca alle/agli insegnanti saperle scoprire e declinare in una didattica efficace; ma ciò che nessun testo scolastico davvero dice è che l’Iliade può essere letta come la testimonianza dolorosa del passaggio, nell’Europa mediterranea, dalla prevalenza di civiltà matrifocali al patriarcato, come dimostra Mirella Santamato in un saggio molto interessante uscito nel 2016: Quando Troia era solo una città (Unoeditori, 2016). Grande-Dea--Malta

Parlando della morte che la violenza perpetrata dalla forza infligge, Weil sottolinea come non si tratti sempre e soltanto di morte fisica. È significativo che nell’Iliade queste morti in vita riguardino soprattutto le donne: quelle che piangono disperatamente Ettore (la moglie Andromaca, destinata alla schiavitù, la madre Ecuba, indubbiamente Elena, che in lui, solo fra i cognati, aveva trovato affetto e protezione), quelle legate ad Achille (Briseide, fatta schiava-amante dal re dei Mirmidoni, che ne ha ucciso il marito, la madre Teti, onnisciente e impotente insieme), e poi Niobe, a cui gli dei uccidono i dodici figli, ma anche le donne anonime che “col pretesto di Patroclo” piangono “ognuna sulle proprie sciagure”, donne che “in una vita così cupa” (Weil, 48), non possono che asservirsi al loro padrone e inventarsi in quella schiavitù un simulacro dell’affetto, donne bottino di guerra, “premio d’onore”, valutate quattro buoi a patto che sappiano fare molti lavori, ancelle ubbidienti, spesso accoppiate a vecchi che le repellono (un uso perdurato nei secoli) oppure sono ammaliatrici ingannevoli, “femmine impossibili”, “cagne sfacciate”, che vanno frustate per la loro “malizia” o appese a testa in giù nel vuoto, con due incudini ai piedi e le braccia legate, come fa Zeus con Era (Canto XV). Alla donna si lega la colpa. Nonostante nessuno abbia mai veramente colpa, nell’Iliade, e la deresponsabilizzazione degli uomini sia totale perché il Fato tutto preordina, la responsabile della guerra è senza ombra di dubbio Elena, una donna. Questa la mentalità paradossale che il poema avalla: Achille, a un certo punto, arriva a maledirla perché non è morta prima, attaccandole definitivamente lo stigma della colpa atavica – lo stesso di Eva, nelle religioni giudaico-cristiane. Per Bespaloff, Elena è anche il simbolo della Grecia stessa, culla dell’Occidente, attratta e insieme respinta da quella componente orientale, simboleggiata dal troiano Paride, con cui curiosamente proprio Simone Weil, nello scritto Sul colonialismo, fin dal sottotitolo auspica un ricongiungimento (6), come possibile cura agli eccessi del suo tempo, di cui aveva preso coscienza così lucidamente nel saggio sull’Iliade. Continuare a interpretare testi-chiave per la nostra civiltà è estremamente fruttuoso anche per Santamato, che, a partire dalle ricerche dell’archeologa Marija Gimbutas sulla Dea Madre nell’Antica Europa, legge nel poema omerico la narrazione “sotto metafora [di] un cambiamento radicale del pensiero dell’umanità: il passaggio da una società collaborativa e sostanzialmente egualitaria a una società di dominanza di un piccolo gruppo, gerarchicamente e sessualmente connotato, sul resto dell’umanità intera” (15-16) e va oltre, affermando: “Quello che si lascia scorgere tra le rime dell’Iliade è quel mondo perduto, in cui gli esseri umani privilegiavano la condivisione dei beni e il rispetto dei cicli naturali della vita. In quel mondo magico tutta la natura era sacra e aveva un’anima, anzi, spesso gli elementi, come i fiumi, il mare, le montagne, erano personificati” (154). Era il mondo di quella che, con un neologismo coniato da Gimbutas, utilizzando le radici greche gy (donna) e an (uomo), è stata chiamata gilania, per indicare un’organizzazione sociale anteriore al patriarcato, caratterizzata dall’eguaglianza tra sessi e dalla sostanziale assenza di gerarchia e autorità centralizzata.

dea Creta SerpenteIn altre parole, nell’Iliade, messa per iscritto nell’VIII secolo, si consacra sul piano simbolico ciò che nei fatti esisteva nel Mediterraneo già da quattrocento anni: la società patriarcale, ossessivamente performatizzata nelle lunghissime liste di patronimici con cui talora l’autore sceglie di annoiarci. I dieci anni di guerra, di cui il poema racconta una cinquantina di giorni, sul finire del conflitto, sono per Mirella metafora del lunghissimo periodo che va dalla fine del Neolitico all’età storica vera e propria (p. 17). La guerra di Troia avvenne, come testimoniano gli scavi di Heinrich Schliemann, alla fine dell’età del bronzo, sul declinare della maggior parte delle antiche società matrilineari studiate da Gimbutas: “Agli albori dei tempi appariva logico ed elementare che tutto si concentrasse sulla cura e lo sviluppo della Vita. Era così difficile sopravvivere che il solo fatto di procreare, e quindi mantenere viva la vita, era considerato divino” (p. 24), ci si concentrava sull’abbondanza e sulla prosperità: si cercava di alimentare la vita. Questa epoca aurea la vediamo sullo scudo di Achille, ricostruito da Efesto su richiesta di Teti: lì sono rappresentate le scene della vita antica, pacifica e festosa. Non si tratta, dice l’autrice, di una rappresentazione utopica, ma della rievocazione di un passato reale, come dimostra lo studio dei resti del labirinto di Cnosso, esattamente rispondente alla descrizione di Omero. Queste società arcaiche, purtroppo, fino alla prima metà del Novecento sono state studiate solo da uomini (Bachofen, Engels, Morgan), che le hanno descritte con supponente paternalismo e un miope senso di superiorità. Solo dalla seconda metà del Novecento si è cominciata a intuire l’enorme saggezza che esse custodivano.

La lettura in filigrana attraverso cui Mirella ci conduce è estremamente affascinante e non può che utilizzare un metodo indiziario, nella consapevolezza che nessuna sistematicità è possibile quando si indaga su qualcosa che il sistema dominante per secoli ha voluto occultare e reprimere:

-          dagli scavi archeologici, risulta che Troia avesse una pianta circolare, con al centro un tempio dedicato a una dea: il cerchio è una figura estremamente significativa nelle civiltà matrifocali.

-          Tra i tre doni proposti dalle dee a Paride, nel banchetto mitico che è all’origine del conflitto, Santamato nota che le dee già completamente patriarcali, Atena ed Era, offrono doni legati al potere, alla ricchezza e alla gloria, mentre Afrodite, che Paride sceglie, offre l’amore e la bellezza, valori legati a questo antico mondo di cui l’Iliade canta malinconicamente la fine (ed ecco che torna anche l’intuizione di Bespaloff!). Per questa sua scelta, il giovane troiano viene sbeffeggiato in vari punti del poema: nella cornice di valori che l’Iliade incarna, Paride è, infatti, un pavido mollaccione ed Elena, già profondamente intrisa di valori patriarcali, per questo lo disprezza, anche se poi è attratta dalla sua meravigliosa sensualità (v. p. 60).

-          Nel canto III, Priamo evoca il mito delle Amazzoni, totalmente svuotato di senso dal patriarcato: Santamato ritiene, con altri, che l’etimologia del nome rimandi al vivere “insieme agli animali” tipico di molte di queste società matrilineari che, si noti, non si sono tutte estinte sul finire della Preistoria (7).

-          C’è poi una netta distinzione fra gli dei schierati con gli Achei, i più patriarcalizzati, e quelli che stanno coi Troiani (ovviamente Afrodite, ma anche i gemelli – non legati da un rapporto gerarchico, quindi – Apollo e Artemide);

-          Interessante è l’analisi di quelli che Mirella chiama “Animali totemici” (da p. 93): nel canto VIII, Zeus manda in campo due animali emblematici, un’aquila con un cerbiatto tra le zampe. L’aquila è simbolo delle forze patriarcali, rapaci, che incombono minacciose dall’alto, mentre il cerbiatto, caro ad Artemide, è animale amato dalle civiltà matrilineari. Nel canto XII (v. pp. 98-99), mentre i Troiani stanno subendo un violento assalto da parte degli Achei, nel cielo compare nuovamente un’aquila, questa volta con un serpente sanguinante tra gli artigli, uno dei simboli principali dell’antica religione della dea.

-          Nell’Iliade troviamo poi tracce della tradizione ancestrale per cui le donne, soprattutto le sacerdotesse, conoscevano le piante medicinali e il potere curativo del veleno dei serpenti (p. 122): nel canto XI è contenuto un lungo racconto del vecchio Nestore in cui, risalendo ai tempi della sua giovinezza, viene evocata la figura di Agamede, “la quale conosceva tutte quante le droghe che nutre la vasta terra” (canto XI). Queste donne sapienti, di tradizione così atavica, saranno a lungo perseguitate e uccise nei bui secoli del patriarcato, con picchi gravissimi nel lunghissimo periodo dell’Inquisizione.

Possiamo allora leggere l’Iliade come il poema dello scontro tra due mondi: quello tra gli dei del Cielo, sopra, e le divinità della Madre Natura, sotto. Come ben sappiamo, saranno i primi a vincere e l’Iliade è il canto struggente – quasi suo malgrado – di questa vittoria: l’ultimo libro è particolarmente triste e le donne sono centrali, qui. Achille continua nella sua furia: oltraggia, folle di rabbia, il cadavere di Ettore, morto ormai da dodici giorni, che però non marcisce, continua a rimanere bellissimo e incontaminato, segno della “cura che si prendono gli dei beati” di lui, a loro così caro (questo persistere dopo la morte, questo permanere coriaceo, seppur dopo la sconfitta, mi pare un’altra splendida immagine di queste società al tramonto). A un certo punto, però, Achille si trasforma e, di nascosto da Agamennone, riceve il padre di Ettore, Priamo, e gli concede di dare al figlio morto la sepoltura dei giusti. Il vecchio re di Troia bacia le mani del re dei Mirmidoni, “le terribili mani sterminatrici che gli avevano ucciso tanti figli”, in un contatto che mi sembra raddensare magistralmente il tragico momento ossimorico in cui i due mondi si intersecano, uno, incarnato dall’anziano, sta declinando, mentre l’altro è destinato a vittoria e morte insieme, come il biondo Achille (biondo come gli uomini che venivano a cavallo dalle lontane pianure dell’alto Volga e dalle gelide terre del nord, portatori di una civiltà fortemente maschilista e gerarchizzata). Nelle ultime pagine la scena è occupata dalle donne, in un’atmosfera elegiaca: Briseide che si corica muta accanto ad Achille, Cassandra, che per prima avvista Priamo rientrare col cadavere dell’eroe troiano, il pianto di Andromaca, il lamento di Ecuba, poi quello di Elena, infelice perché, ora che Ettore è stato ucciso, si sente odiata da tutti. Il popolo troiano si raccoglie all’aurora attorno alla “pira del grande Ettore”: lo piangono e in fretta innalzano un tumulo, per paura che gli Achei non rispettino il patto e attacchino prima del tempo.

 

I sentimenti guerreschi di cui l’Iliade pullula – ora ne sono ben consapevole – hanno provocato il netto disagio che mi ha spinto a guardare a fondo in quelli che sono i miti fondativi della civiltà a cui ci insegnano che apparteniamo. Ma prima che c’era? Siamo sicuri che non valga la pena scavare ancora più indietro o anche altrove? Da questa necessità di decentrarci nel tempo e nello spazio per trovare risposte più appaganti, utili a farci fare quel salto di paradigma che sta diventando necessario per salvare la Terra e, possibilmente, gli esseri umani nascono i miei percorsi di ricerca, che avvengono ormai su tanti piani: dalla scuola al canto, attraverso viaggi, studi e incontri che vanno facendosi sempre più appassionanti.

 

(1)    Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza (1943), Asterios, 2012, traduzione dal francese di Francesca Rubini, p. 39.

(2)    Nella Storia (1974).

(3)    Tony Judt, L’età dell’oblio – Sulle rimozioni del ‘900, Laterza, 2009, traduzione dall’inglese di Paolo Falcone, p. 8.

(4)    Adriana Cavarero, saggio critico in Hannah Arendt, Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale, Raffaello Cortina Editore, 2016, a cura di Simona Forti, pp. 148-9.

(5)    Rachel Bespaloff, Dell’Iliade (1943), Città Aperta, 2004, traduzione dal francese di Alessandro Paris e Armido Rizzi, pp. 76 e 73.

(6)    V. Simone Weil, Sul colonialismo. Verso un incontro tra Occidente e Oriente, Medusa, 2003, a cura di Domenico Canciani.

(7)    I conquistadores spagnoli e portoghesi ne incontrarono, nel XVI secolo, nelle selve all’interno del continente sudamericano, che denominarono, appunto, Amazzonia; Francesca Rosati Freeman ne ha scritto pochi anni fa in Benvenuti nel paese delle donne (2010), parlando del popolo Moso, che vive in Cina, ai piedi dell’Himalaya.

 

 


 

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“Il vestito di Ilda”, di Anna Fresu

ILDA ANNA FRESUEccola qui Ilda col suo vestito nuovo a quadretti bianchi e rossi e una tracollina di paglia con dentro un quaderno e una penna e pochi spiccioli caso mai passasse un autobus. Ma autobus ce ne saranno uno o due in tutta la città e non è detto che oggi abbiano trovato la benzina.

E infatti oggi non ne passa nessuno. Ilda abita a Matola, la scuola è a Maputo a 8 chilometri di distanza. Miracolosamente riesce ad arrivare con solo pochi minuti di ritardo.

All’uscita di scuola sarà un problema. Le lezioni finiscono alle 18 e a Maputo fa notte presto. Autobus non ce ne saranno, non ce ne sono mai.

Non ho detto delle scarpe di Ilda, scarpe di gomma, tipo giapponese, ricavate da vecchi pneumatici opera di normali africani artisti del riciclo. Forse resisteranno a tanti chilometri, forse no.

In classe Ilda parla pochissimo … ascolta, ascolta tutto, tutti: insegnanti, compagni.

Un giorno parlerà, non ancora.

Ogni giorno è così: la mattina una tazza di tè in fretta, con tanto zucchero per resistere fino alla sera, poi i chilometri a piedi con il sole, con la pioggia … E a scuola tacere, ascoltare. Poi la lunga strada per Matola.

Ogni sera Ilda lava il suo vestito con un pezzo di sapone quando c’è o solo con l’acqua, lo asciuga col ferro scaldato sul fuoco e lo indossa la mattina. Il rosso dei quadretti diventa sempre più rosa, poi beige, poi quasi sparisce. La stoffa è sempre più leggera, sottile. Ma il vestito è sempre pulito, stirato.

Stamattina Ilda non ha preso il suo tè, doveva rammendare il vestito che comincia a lacerarsi qua e là.

Stasera è troppo stanca sulla strada per Matola, le si è anche rotto l’infradito. Ilda si siede sul bordo della strada. Il sole che tramonta arrossa le saline che si vedono in lontananza. Fra un po’ sarà notte, cala presto la notte a Maputo. Un fuoristrada si ferma. È una macchina nuova, sulla portiera ha l’insegna di un’organizzazione umanitaria. Quei signori là dentro non parlano changana, parlano un portoghese stentato ma sono gentili, l’accompagneranno loro a casa.

Ilda sale sulla macchina, un altro strappo alla manica mentre si arrampica.

Oggi i minuti di ritardo diventano ore, si alternano gli insegnanti, finiscono le lezioni.

Domani ci sarà un posto vuoto e così domani e domani ancora.

Sulla strada di Matola qualcuno ha raccolto un vestito, (“con qualche rammendo andrà bene per Josina”) ma il vestito è troppo rotto e non basterà il sapone a far sparire tutte quelle macchie di fango e di sangue.

(da “Sguardi altrove” di Anna Fresu, ed. Vertigo, Roma, 2013)

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25 novembre: storia di Anna

scarpette rosseIeri sera, per chiudere la giornata della Società a Teatro di Ferrara, abbiamo letto questo testo, raccolto e rielaborato da un educatore per disabili. Alla fine, in un teatro comunale immerso nel silenzio, una dopo l’altra, una dozzina di persone si sono alzate dal pubblico e hanno depositato sul palco un oggetto femminile rosso, così abbiamo fatto anche noi Cantiga Caracol e, per ultima, Agnese Di Martino, la regia di questo bel progetto, ha lasciato sulla triste mucchia scarlatta un vestitino nero, da bimba. 

Questa storia è tragicamente vera. Una storia che ho raccolto facendo il mio lavoro, fortunatamente isolata ma purtroppo non unica (ricerche mirate sugli abusi in famiglia rilevano che le percentuali a danno di soggetti disabili sono almeno doppie rispetto agli altri casi, nonostante la difficoltà a monitorarle quando si tratta di disabilità psichica molto grave). Essa testimonia quanto sia difficile abitare la normalità quando si è donna e disabile e in questo caso figlia. Lascio la semplicità disarmante delle parole con cui mi è stata raccontata da Anna (nome di fantasia), una ragazza con deficit intellettivo e disturbo della personalità, ma fisicamente normale. Quella normalità (e semplicità) di cui non si è potuta mai rendere conto mentre fioriva, e che è stata oggetto di attenzioni particolari: quella normalità e integrità che non ha potuto difendere, specialmente nel contesto che doveva essere più tutelante, quello familiare.

“Sono nata nel 1970. E adesso, che siamo nel 2010, ho cinque anni. Non sono andata a scuola perché ero handicappata, e mio padre diceva che potevo fare brutti incontri. Però adesso ci vado a scuola, una scuola per quelle come me. Quando ero piccola sono andata al mare, qualche volta, ma non prendevo il sole perché mi faceva male. E poi mio padre diceva che non dovevo farmi vedere in giro nuda. Non devo parlare con le altre persone, ma solo con le donne. Tu sei un uomo, ma sei un maestro, e con i maestri ci posso parlare, se sono a scuola. Però non devo dire le cose che non devo dire. Mi piace mangiare i dolci ma non li posso mangiare perché sono grassa. E se divento grassa poi mi ammalo. E se mi ammalo poi prendo le medicine che mi fanno stare a letto. A me non piace stare a letto. Quando sono a letto deve venire il dottore. E siccome il dottore è un uomo, mio padre non lo fa venire, Le medicine che mi servono me le da sempre lui e a me non piace stare a letto nuda. Mio padre mi cura lui. E siccome sono malata deve fare le cose per guarire. Le cose per guarire le devo fare solo con lui. E’ un segreto che non deve saperlo nessuno. Alla mamma devo dire che sono guarita con le medicine. Certe volte mi sono ammalata tante volte. Quando avevo cinque anni venivano a trovarmi dei parenti che avevano le gonne, ma io portavo i pantaloni perché le gonne le mettono solo le donne cattive. Adesso mio padre è dovuto partire per lavorare e non mi cura più quando sono ammalata. Adesso non mi ammalo più. Non mi hanno detto quando torna mio padre, ma adesso che vado a scuola mi fanno mettere anche la gonna e poi posso portare i capelli lunghi. Quando faccio il compleanno mi fanno mangiare la torta …” … …

 

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Le Madres de Plaza de Mayo: la politica che nasce dall’amore

 

A Chiara Stanghellini,

che, non so come, era riuscita a far venire le Madres a Bologna, nella scuola dove insegnava spagnolo, e mi aveva invitata a conoscerle ma poi la neve ce lo aveva impedito. Ricordando la sua bella voce generosa sempre al servizio dell’impegno e il suo contagioso entusiasmo.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAA Plaza de Mayo arriviamo camminando dalla stazione ferroviaria di Retiro il primo giorno che passiamo a Buenos Aires. Un mercoledì di fine luglio. Tutto sembra tranquillamente normale: la stranezza si dà come in un silenzio che mi si fa dentro, muta pregnanza.

Ci torno da sola un giovedì pomeriggio di pioggia. C’è il banchetto delle Madres, la loro auto. Donne di generazioni diverse, quella di mia madre o la mia o di qualche anno più giovani di me. Alcune delle anziane hanno in testa a raccogliergli i capelli il pañuelo, il pannolino di tela con cui, molti anni fa, hanno fasciato i loro piccoli. Penso a come portare la loro storia a casa alle mie figlie.

Il 13 agosto abbiamo appuntamento per visitare l’Esma, uno dei numerosissimi centri di detenzione in cui, durante l’ultima dittatura militare (1976-1983) – la più feroce – sono state imprigionate clandestinamente e torturate moltissime persone poi scomparse nel nulla, ma c’è stato un allarme-bomba e hanno lucchettato tutto lo stabile per qualche ora, sospendendo l’apertura al pubblico. Ci torno la sera dopo con i miei amici a vedere Viridiana di Buñuel e due concerti jazz: un’emozione toccare con mano come un intelligente uso della memoria ha saputo trasformare questo luogo dell’orrore in uno spazio di coscientizzazione attraverso la creatività artistica. Read the rest of this entry »

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One Billion Rising. Un’iniziativa contro la violenza alle donne il 14 febbraio

 

 

In occasione del V day “One billion rising” scendiamo tutte in piazza a ballare!

La Casa delle donne di Bologna e La Corte delle Fate aderisce e partecipa alla campagna mondiale
“One Billion Rising. Dance, Strike, Rise” organizzata dal team internazionale della scrittrice statunitense Eve Ensler (autrice dei Monologhi della vagina)

 

La campagna, finalizzata al contrasto della violenza sulle donne, prevede che in data 14 febbraio 2013 si svolga un flashmob danzante il cui slogan è:

“Una donna su tre, nel mondo, è stata stuprata o picchiata nella sua vita. Un miliardo di donne violate è un’atrocità.
Un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione.”

 

Ci siamo immaginate una folla di donne in rosso che avanzano per le vie della città danzando al ritmo dei tamburi.
Appropriamoci di questa manifestazione mondiale, per dire la nostra.
Giovedì 14 febbraio troviamoci tutte in piazza san Francesco con qualcosa di rosso (se possibile i capelli spryati di rosso) e qualcosa da percuotere o da scuotere: tamburi, djambè, tablas, pentole, maracas, sonagli, cavigliere indiane…

Gridiamo con gioia chi siamo.
Balliamo con forza e passione per ricordare al mondo che ognuna di noi è la favolosa protagonista della propria vita.
Battiamo con energia i nostri piedi fino a far tremare la terra.

Scateniamoci
Giovedì 14 febbraio 2013
appuntamento in piazza san Francesco alle ore 17.00

 
Pagina dell’organizzazione italiana di One Billion Rising: http://obritalia.livejournal.com/

Pagina ufficiale dell’evento: http://www.onebillionrising.org/

 

 

Per informazioni e organizzazione: cortedellefatemail.com – 329 2569037
Ufficio stampa Casa delle donne: info.casadonne@women.it cell. 340 1247013

 

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Anatomia di un femminicidio. “Questo è il mio corpo”, di Filipa Melo

 

 

 

Questo è il mio corpo, pubblicato nel 2001 dalla scrittrice portoghese Filipa Melo, è un romanzo interamente costruito attorno al cadavere di una donna ammazzata dall’uomo con cui aveva una relazione. Non ha nessuna pretesa emblematica, come mai dovrebbe averne un’opera letteraria, nulla che possa essere utilizzato direttamente in una ricognizione sul fenomeno che finalmente si sta cominciando a chiamare col suo nome, femminicidio, e dico “finalmente” perché nominare significa distinguere, significa riconoscere una specificità, nonostante le pervicaci resistenze e gli attacchi piccati di chi ancora si ostina a negare l’esistenza di omicidi perpetrati sulle donne in quanto donne e, con essa, la profonda compromissione di questa tragica realtà con una cultura gravemente e colpevolmente sessista. Read the rest of this entry »

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Venerdì 23 novembre: doppio appuntamento con Le Vocianti

Continuano, all’interno del VII Festival La Violenza Illustrata organizzato dalla Casa delle donne per non subire violenza, gli eventi che vedono il nostro collettivo in prima linea. Venerdì prossimo, 23 novembre, l’appuntamento sarà doppio: alle 17 alla Biblioteca Italiana delle Donne di via del Piombo 5, a Bologna, presenteremo insieme all’Associazione Hamelin il documentario 2012: Comizi d’amore. Ricerche sul genere, frutto dell’omonimo progetto di educazione al genere realizzato nelle scuole superiori da Hamelin Associazione Culturale, Paper Moon Associazione, Valentina Greco e Stefania Voli. Read the rest of this entry »

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Violenza e rivalsa

Martedì 20 novembre,  ore 16,30
Sala dello Zodiaco – Palazzo della Provincia,
via Zamboni 13 BOLOGNA

VIOLENZA E RIVALSA

Riflessioni e osservazioni in merito ai possibili scenari futuri del quadro legislativo italiano in materia di affido condiviso,
separazione e riconoscimento della PAS (sindrome di alienazione parentale).
Intervengono
· Elena Tasca
Avvocata, Casa delle donne
· Luca Degiorgis
Giudice Onorario del Tribunale per i Minorenni di Bologna

(foto scattata da Cristina Demaria)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le parole fanno male #4

Dal sito dell’Ansa, riprendo questa notizia di cronaca nera a Roma di qualche settimana fa:

(ANSA) – ROMA, 12 SET – Una prostituta romena di 22 anni e’ ricoverata in gravissime condizioni dopo essere stata aggredita da due persone che, dopo averla picchiata, le hanno cosparso il corpo di liquido infiammabile per poi darle fuoco. L’episodio e’ avvenuto in strada a mezzanotte in via di Rocca Cencia, Borghesiana. La vittima, soccorsa da altre squillo, e’ stata trasportata al Sant’Eugenio dove e’ ricoverata in prognosi riservata con ustioni di terzo grado su piu’ della meta’ del corpo. Indagano i carabinieri.

Questa è la notizia, diciamo così, nuda e cruda. Riporto ora qui sotto il commento di un esponente politico della capitale, riportato da più quotidiani in quello stesso giorno:

Il grave fatto di sangue avvenuto questa notte alla Borghesiana è l’ennesima dimostrazione di come la prostituzione a Roma sia sempre più un fenomeno dilagante e in crescita. Ricordiamo appena un mese fa una manifestazione dei cittadini dell’Eur contro la prostituzione imperante nelle strade del quartiere, dopo quella svolta in IV municipio sullo stesso tema. Occorre prendere atto che la piaga della prostituzione è molto spesso legata alla criminalità organizzata e al racket. E’ necessario ora dare impulso alla lotta, che non è solo di ordine pubblico, contro questo fenomeno sempre più diffuso sulle strade di Roma. Intanto auspichiamo che le forze dell’ordine facciano luce sull’accaduto per risalire agli autori del barbaro gesto.

Sperando che non lo sappiate già, vi chiedo a bruciapelo: di quale partito (schieramento, orientamento) pensate che sia l’esponente politico che ha detto queste parole? Di destra, di sinistra, di centro? Extraparlamentare, o appartenente alla cosiddetta “antipolitica”? Intanto, pensateci: i link sono tutti in fondo, così se non lo sapete già non vi tolgo il gusto dell’indovinello.

Il giornale che ha riportato queste parole non ne riporta altre, né nei giorni seguenti ci sono state aggiunte, correzioni, smentite. Questo giornale è politicamente schierato in maniera netta; un giornale di sponda politica opposta (trovate anche questo link in fondo), non riporta la dichiarazione, ma neppure su questo quotidiano appaiono, nei giorni seguenti, smentite, aggiunte, correzioni o qualcosa che rimandi a quelle parole. In un certo senso, se ne può dedurre che la dichiarazione, così com’è formulata in quelle parole, è sostanzialmente avallata in maniera bipartisan.

Tenendo conto che:

- in quella dichiarazione non c’è un minimo di umana partecipazione nei confronti di una persona all’ospedale in prognosi riservata con ustioni di terzo grado. Da un esponente politico mi aspetto almeno due parole in questo senso, anche se di circostanza. Invece, niente. Mancanza da stigmatizzare a prescindere dall’appartenenza politica di chi l’abbia commessa;

- il fatto è evidentemente occasione, per la persona che parla, di portare avanti una ben strutturata visione del fenomeno della prostituzione: essa è “dilagante”, “imperante”, “legata alla criminalità organizzata”; si deve organizzare contro di essa una “lotta, che non è solo di ordine pubblico” (quindi è culturale? Sociale? Non è specificato). Non c’è l’accenno a un minimo di analisi del fenomeno, non ci sono prospettive diverse, non c’è – di nuovo – neanche un accenno alla componente umana, la quale potrebbe portare a individuare partecipazioni, atteggiamenti e responsabilità diverse. La prostituzione è pensata come un tutt’uno da combattere e arginare “in blocco”, alla ‘muoia Sansone con tutti i filistei’;

- l’episodio, di cui la notizia Ansa ricorda le modalità d’esecuzione, la presenza di altri attori, la nazionalità della vittima (e il fatto che ci sia, appunto, una vittima), non rammenta altro, all’esponente politico, che “una manifestazione dei cittadini dell’Eur” svolta poco tempo prima. Si può facilmente tradurre questo commento come una sorta di dietrologico ‘qualcuno lo aveva già detto’, parente stretto dell’altrettanto orribile ‘prima o poi ci scappa il morto’;

- non c’è neanche il minimo accenno, in questa dichiarazione, alla realtà politica opposta: se chi parla è al potere, non accenna all’eventuale strumentalizzazione da parte dell’opposizione; se chi parla è all’opposizione, manca un accenno di critica agli attuali organismi di governo locale. Questa mancanza, anche se certo non di un argomento obbligatorio, potrebbe far pensare a un esponente della “antipolitica”, di una forza extraparlamentare, di una lista civica indipendente e in nessuna coalizione;

vi chiedo, ancora: quelle parole sono più tipicamente avvicinabili a un esponente “di destra”, “di sinistra”, o “altro”?

Qui sotto i link che vi daranno la soluzione e qualche spunto di riflessione. Per quanto mi riguarda, saputo chi l’ha detto, m’è tornata alla memoria la scena morettiana nella quale si pronuncia la famosa battuta “le parole sono importanti!”. E poi ho pensato alle elezioni che stanno arrivando, all’importanza della comunicazione, e a cosa si è disposti a sacrificare per avere più voti degli avversari. E al fatto che in altri paesi si prendono iniziative come questa.

Repubblica; Libero; jumpingshark; Polvere da sparo; Femminismo a Sud.

 

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flash mob contro la violenza maschile sulle donne

Le pietre della piazza mi bruciano i polpacci, non pensavo si scaldassero così tanto, intanto guardo le nuvole che si chiudono lentamente sul cielo velato dallo smog.
Ci siamo trovate poco più di mezz’ora fa, davanti alla casa delle donne, in tante.

Più di settanta persone. Ci hanno dato dei cartelli e ci siamo incamminate, chi lungo via Castiglione, chi per il portico del Pavaglione, passando vicino ai negozi dell’alta moda Bolognese.

A tutte hanno regalato degli sguardi straniti, una donna seduta ad un tavolino davanti al bar si è chinata verso il compagno e ci ha indicate leggendo sottovoce i nomi che abbiamo sul petto.

Il mio è quello di una donna di 82 anni, si chiamava Giovanna, Stefania invece indossa quello di una ragazza di poco più di trenta. Intorno a noi sfilano donne di ogni età.

Arriviamo in piazza del Nettuno dove qualcuno ci chiede che cosa stiamo facendo, poi partono le percussioni e entriamo.

La piazza è grande, nel week end si riempe dei ragazzi che chiacchierano davanti alla sala borsa e del pubblico di Beppe Maniglia, quando ci apriamo la riempiamo tutta e la cosa mi impressiona

Iniziano a chiamare i nomi, e piano piano ci sdraiamo a terra.

“Giovanna Sfoglietta, 82 anni uccisa dal marito” è il mio, mi stendo e le pietre iniziano a bruciare come il peso che ho sul petto.

“DAL PRIMO GENNAIO 2012 IN ITALIA SONO STATE UCCISE 67 DONNE DALLA VIOLENZA MASCHILE”

   

   

   

 

 

le foto sono di Cristina De Maria