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Politica Archive

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Le Madres de Plaza de Mayo: la politica che nasce dall’amore

 

A Chiara Stanghellini,

che, non so come, era riuscita a far venire le Madres a Bologna, nella scuola dove insegnava spagnolo, e mi aveva invitata a conoscerle ma poi la neve ce lo aveva impedito. Ricordando la sua bella voce generosa sempre al servizio dell’impegno e il suo contagioso entusiasmo.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAA Plaza de Mayo arriviamo camminando dalla stazione ferroviaria di Retiro il primo giorno che passiamo a Buenos Aires. Un mercoledì di fine luglio. Tutto sembra tranquillamente normale: la stranezza si dà come in un silenzio che mi si fa dentro, muta pregnanza.

Ci torno da sola un giovedì pomeriggio di pioggia. C’è il banchetto delle Madres, la loro auto. Donne di generazioni diverse, quella di mia madre o la mia o di qualche anno più giovani di me. Alcune delle anziane hanno in testa a raccogliergli i capelli il pañuelo, il pannolino di tela con cui, molti anni fa, hanno fasciato i loro piccoli. Penso a come portare la loro storia a casa alle mie figlie.

Il 13 agosto abbiamo appuntamento per visitare l’Esma, uno dei numerosissimi centri di detenzione in cui, durante l’ultima dittatura militare (1976-1983) – la più feroce – sono state imprigionate clandestinamente e torturate moltissime persone poi scomparse nel nulla, ma c’è stato un allarme-bomba e hanno lucchettato tutto lo stabile per qualche ora, sospendendo l’apertura al pubblico. Ci torno la sera dopo con i miei amici a vedere Viridiana di Buñuel e due concerti jazz: un’emozione toccare con mano come un intelligente uso della memoria ha saputo trasformare questo luogo dell’orrore in uno spazio di coscientizzazione attraverso la creatività artistica. Read the rest of this entry »

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One Billion Rising. Un’iniziativa contro la violenza alle donne il 14 febbraio

 

 

In occasione del V day “One billion rising” scendiamo tutte in piazza a ballare!

La Casa delle donne di Bologna e La Corte delle Fate aderisce e partecipa alla campagna mondiale
“One Billion Rising. Dance, Strike, Rise” organizzata dal team internazionale della scrittrice statunitense Eve Ensler (autrice dei Monologhi della vagina)

 

La campagna, finalizzata al contrasto della violenza sulle donne, prevede che in data 14 febbraio 2013 si svolga un flashmob danzante il cui slogan è:

“Una donna su tre, nel mondo, è stata stuprata o picchiata nella sua vita. Un miliardo di donne violate è un’atrocità.
Un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione.”

 

Ci siamo immaginate una folla di donne in rosso che avanzano per le vie della città danzando al ritmo dei tamburi.
Appropriamoci di questa manifestazione mondiale, per dire la nostra.
Giovedì 14 febbraio troviamoci tutte in piazza san Francesco con qualcosa di rosso (se possibile i capelli spryati di rosso) e qualcosa da percuotere o da scuotere: tamburi, djambè, tablas, pentole, maracas, sonagli, cavigliere indiane…

Gridiamo con gioia chi siamo.
Balliamo con forza e passione per ricordare al mondo che ognuna di noi è la favolosa protagonista della propria vita.
Battiamo con energia i nostri piedi fino a far tremare la terra.

Scateniamoci
Giovedì 14 febbraio 2013
appuntamento in piazza san Francesco alle ore 17.00

 
Pagina dell’organizzazione italiana di One Billion Rising: http://obritalia.livejournal.com/

Pagina ufficiale dell’evento: http://www.onebillionrising.org/

 

 

Per informazioni e organizzazione: cortedellefatemail.com – 329 2569037
Ufficio stampa Casa delle donne: info.casadonne@women.it cell. 340 1247013

 

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“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”: presentazione a Bologna

Rilanciamo l’iniziativa del Vag61 di Bologna, ricopiando per intero l’invito che abbiamo ricevuto:

Venerdì 18 gennaio 2013, dalle ore 20

a Vag61 (via Paolo Fabbri 110, Bologna)
torna l’appuntamento mensile con i libri e i vini di produttori non omologati di “Fermento” (in collaborazione con Drogheria 53).

ore 20, 15
Cena sociale e degustazione di vini

ore 21,30
Presentazione del libro
“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”
di Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani
prefazione di Silvia Baraldini.
ed. DeriveApprodi

Saranno presenti le autrici
Reading con video e letture di Paola Staccioli Read the rest of this entry »

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Venerdì 23 novembre: doppio appuntamento con Le Vocianti

Continuano, all’interno del VII Festival La Violenza Illustrata organizzato dalla Casa delle donne per non subire violenza, gli eventi che vedono il nostro collettivo in prima linea. Venerdì prossimo, 23 novembre, l’appuntamento sarà doppio: alle 17 alla Biblioteca Italiana delle Donne di via del Piombo 5, a Bologna, presenteremo insieme all’Associazione Hamelin il documentario 2012: Comizi d’amore. Ricerche sul genere, frutto dell’omonimo progetto di educazione al genere realizzato nelle scuole superiori da Hamelin Associazione Culturale, Paper Moon Associazione, Valentina Greco e Stefania Voli. Read the rest of this entry »

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Violenza e rivalsa

Martedì 20 novembre,  ore 16,30
Sala dello Zodiaco – Palazzo della Provincia,
via Zamboni 13 BOLOGNA

VIOLENZA E RIVALSA

Riflessioni e osservazioni in merito ai possibili scenari futuri del quadro legislativo italiano in materia di affido condiviso,
separazione e riconoscimento della PAS (sindrome di alienazione parentale).
Intervengono
· Elena Tasca
Avvocata, Casa delle donne
· Luca Degiorgis
Giudice Onorario del Tribunale per i Minorenni di Bologna

(foto scattata da Cristina Demaria)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le parole fanno male #4

Dal sito dell’Ansa, riprendo questa notizia di cronaca nera a Roma di qualche settimana fa:

(ANSA) – ROMA, 12 SET – Una prostituta romena di 22 anni e’ ricoverata in gravissime condizioni dopo essere stata aggredita da due persone che, dopo averla picchiata, le hanno cosparso il corpo di liquido infiammabile per poi darle fuoco. L’episodio e’ avvenuto in strada a mezzanotte in via di Rocca Cencia, Borghesiana. La vittima, soccorsa da altre squillo, e’ stata trasportata al Sant’Eugenio dove e’ ricoverata in prognosi riservata con ustioni di terzo grado su piu’ della meta’ del corpo. Indagano i carabinieri.

Questa è la notizia, diciamo così, nuda e cruda. Riporto ora qui sotto il commento di un esponente politico della capitale, riportato da più quotidiani in quello stesso giorno:

Il grave fatto di sangue avvenuto questa notte alla Borghesiana è l’ennesima dimostrazione di come la prostituzione a Roma sia sempre più un fenomeno dilagante e in crescita. Ricordiamo appena un mese fa una manifestazione dei cittadini dell’Eur contro la prostituzione imperante nelle strade del quartiere, dopo quella svolta in IV municipio sullo stesso tema. Occorre prendere atto che la piaga della prostituzione è molto spesso legata alla criminalità organizzata e al racket. E’ necessario ora dare impulso alla lotta, che non è solo di ordine pubblico, contro questo fenomeno sempre più diffuso sulle strade di Roma. Intanto auspichiamo che le forze dell’ordine facciano luce sull’accaduto per risalire agli autori del barbaro gesto.

Sperando che non lo sappiate già, vi chiedo a bruciapelo: di quale partito (schieramento, orientamento) pensate che sia l’esponente politico che ha detto queste parole? Di destra, di sinistra, di centro? Extraparlamentare, o appartenente alla cosiddetta “antipolitica”? Intanto, pensateci: i link sono tutti in fondo, così se non lo sapete già non vi tolgo il gusto dell’indovinello.

Il giornale che ha riportato queste parole non ne riporta altre, né nei giorni seguenti ci sono state aggiunte, correzioni, smentite. Questo giornale è politicamente schierato in maniera netta; un giornale di sponda politica opposta (trovate anche questo link in fondo), non riporta la dichiarazione, ma neppure su questo quotidiano appaiono, nei giorni seguenti, smentite, aggiunte, correzioni o qualcosa che rimandi a quelle parole. In un certo senso, se ne può dedurre che la dichiarazione, così com’è formulata in quelle parole, è sostanzialmente avallata in maniera bipartisan.

Tenendo conto che:

- in quella dichiarazione non c’è un minimo di umana partecipazione nei confronti di una persona all’ospedale in prognosi riservata con ustioni di terzo grado. Da un esponente politico mi aspetto almeno due parole in questo senso, anche se di circostanza. Invece, niente. Mancanza da stigmatizzare a prescindere dall’appartenenza politica di chi l’abbia commessa;

- il fatto è evidentemente occasione, per la persona che parla, di portare avanti una ben strutturata visione del fenomeno della prostituzione: essa è “dilagante”, “imperante”, “legata alla criminalità organizzata”; si deve organizzare contro di essa una “lotta, che non è solo di ordine pubblico” (quindi è culturale? Sociale? Non è specificato). Non c’è l’accenno a un minimo di analisi del fenomeno, non ci sono prospettive diverse, non c’è – di nuovo – neanche un accenno alla componente umana, la quale potrebbe portare a individuare partecipazioni, atteggiamenti e responsabilità diverse. La prostituzione è pensata come un tutt’uno da combattere e arginare “in blocco”, alla ‘muoia Sansone con tutti i filistei’;

- l’episodio, di cui la notizia Ansa ricorda le modalità d’esecuzione, la presenza di altri attori, la nazionalità della vittima (e il fatto che ci sia, appunto, una vittima), non rammenta altro, all’esponente politico, che “una manifestazione dei cittadini dell’Eur” svolta poco tempo prima. Si può facilmente tradurre questo commento come una sorta di dietrologico ‘qualcuno lo aveva già detto’, parente stretto dell’altrettanto orribile ‘prima o poi ci scappa il morto’;

- non c’è neanche il minimo accenno, in questa dichiarazione, alla realtà politica opposta: se chi parla è al potere, non accenna all’eventuale strumentalizzazione da parte dell’opposizione; se chi parla è all’opposizione, manca un accenno di critica agli attuali organismi di governo locale. Questa mancanza, anche se certo non di un argomento obbligatorio, potrebbe far pensare a un esponente della “antipolitica”, di una forza extraparlamentare, di una lista civica indipendente e in nessuna coalizione;

vi chiedo, ancora: quelle parole sono più tipicamente avvicinabili a un esponente “di destra”, “di sinistra”, o “altro”?

Qui sotto i link che vi daranno la soluzione e qualche spunto di riflessione. Per quanto mi riguarda, saputo chi l’ha detto, m’è tornata alla memoria la scena morettiana nella quale si pronuncia la famosa battuta “le parole sono importanti!”. E poi ho pensato alle elezioni che stanno arrivando, all’importanza della comunicazione, e a cosa si è disposti a sacrificare per avere più voti degli avversari. E al fatto che in altri paesi si prendono iniziative come questa.

Repubblica; Libero; jumpingshark; Polvere da sparo; Femminismo a Sud.

 

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Quel che hanno da insegnarci le Pussy Riot

Pubblichiamo queste interessanti riflessioni che Igor Giussani fa a partire dal caso Pussy Riot:

(Premessa fondamentale – Gli utenti del sito conosceranno la vicenda giudiziaria delle tre ragazze del collettivo punk-femminista russo Pussy Riot, che hanno ricevuto la solidarietà di svariate celebrità internazionali, da pop star come Madonna a maître à penser contemporanei come Slavoj Žižek. In questa sede vorrei soffermarmi sul carattere dell’azione politica del collettivo, per capire se forse abbia qualcosa da insegnare a noi nel lontano e democratico Occidente. Per ragioni di spazio, posso aver dato un immagine stereotipata dello SNOQ e può sembrare che abbia scoperto l’acqua calda parlando di una ‘visione sistemica’ già ampiamente sostenuta ad esempio dai movimenti eco-femministi: ho preferito di gran lunga anteporre la sostanza alla forma per cercare di animare la discussione, quindi mi scuso per qualche indebita semplificazione)

 

Ci si può accostare all’azione del collettivo russo Pussy Riot – la ‘preghiera punk’ nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca per protestare contro il regime di Putin e la connivenza della Chiesa Ortodossa – sostanzialmente in tre modi:

1) derubricare tutto a una carnevalata controproducente di ragazzine sognatrici;

2) ritenerla una forma di lotta valida per uno stato semi-autoritario come l’attuale repubblica russa;

3) riflettere sull’approccio di queste donne per capire se è applicabile a prescindere dal contesto russo.

La visione 1) è sostenuta anche da alcune persone sedicenti di sinistra persino ‘radicali’ o ‘comuniste’ che rigettano le azioni dirette e spontanee in nome di un non meglio precisato  pragmatismo. Queste persone generalmente sono ossessionate dal ‘filo-americanismo’ e sospettano che in realtà dietro le ragazze ci siano la CIA e il Dipartimento di Stato allo scopo di indebolire il nemico Putin, sviare l’attenzione sul caso Assange ecc. Oltre a un sorriso di compatimento, aggiungerei soltanto che su di una cosa hanno ragione: tecnicamente quello che hanno fatto le Pussy Riot è davvero una ‘carnevalata’, in quanto il carnevale è la festa del rovesciamento e della dissacrazione delle gerarchie e dei valori dominanti, e per questo è sempre stata la festività più temuta dalle autorità.

Esaminiamo allora le due opzioni rimaste. L’accettazione della 1) prevede un’implicazione importante, ossia che la cornice del liberal-liberismo rappresenti la condizione ideale per combattere la discriminazione, che quindi può attuarsi attraverso forme di lotta meno radicali di quelle adottate dalle Pussy Riot. A torto o a ragione, questa posizione mi fa venire alla mente lo SNOQ e in particolare le proposte per la pari presenza femminile nelle liste elettorali, negli organi di governo e nei consigli di amministrazione delle aziende. Proposte apparentemente ineccepibili e sicuramente ispirate a un sincero principio di uguaglianza dei sessi, ma che mi fanno balenare un dubbio atroce: non è che forse queste iniziative, più che combattere la discriminazione, contribuiscono a renderla meno evidente e più tollerabile? Tutto il problema si risolverebbe semplicemente aumentando il numero di Angela Merkel, Elsa Fornero, Emma Marcegaglia e di altre degne epigoni di figure maschili? E poi una carriera politica e manageriale può riguardare principalmente le donne istruite della classe media e nel nostro paese le donne laureate sono poco meno del 10% (più o meno la stessa percentuale degli uomini): che cosa deve fare il restante 90%? Ivan Illich malignerebbe che il loro compito sarebbe di fare da domestiche alle ‘sorelle maggiori’ ringraziando per l’interesse paternalista mentre queste si spartiscono la loro fetta di torta con il potere maschile.

Anche evitando le provocazioni, si pongono delle criticità evidenti. Non c’è nulla di male nel considerare i diritti delle donne autoreferenziali, ossia meritevoli di sostegno a prescindere da considerazioni di ogni tipo, ma si pone un piccolo problema: in questo mondo di autoreferenziale non c’è nulla, neppure la morte. Gli ecosistemi, le società, le economie, il cyberspazio… sono il risultato di connessioni sistemiche strettamente intrecciate tra loro, che sarebbe fuorviante trattare separatamente. E qui, secondo me  emerge la superiorità dell’approccio delle Pussy Riot.

Le Pussy Riot sono state ‘radicali’ nel senso autentico del termine, perché sono intervenute alla radice del problema senza limitarsi alle manifestazioni superficiali. Nella dichiarazione di chiusura del processo - un vero capolavoro, – si evince chiaramente come il femminismo e l’anti-sessismo abbiano origine non da semplici constatazioni ma da una profonda critica del potere. Le loro accuse sono diverse dalle solite tirate anti-Putin (le elezioni truccate, la retorica dei diritti umani, ecc.) e svelano la natura più intima del meccanismo di consenso del regime, ragion per cui sono risultate particolarmente indigeste. Invece di criticare con occhi occidentali – cosa che fa abitualmente un altro contestatore di Putin, l’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov pure lui arrestato in una manifestazione pro-Pussy Riot -  lo hanno fatto da un punto di vista femminile e autenticamente russo e il regime non ha potuto replicare blaterando le solite accuse di ingerenza in affari interni da parte di misteriose entità straniere. I gruppi come le Pussy Riot non reclamano poltrone e non rivolgono proposte “a partiti, sindacati e istituzioni” (auspicio del comitato promotore SNOQ, che si è concretizzato in diversi incontri con esponenti dell’attuale governo, con leader del centro-sinistra e con Susanna Camusso, segretario della CGIL) perché la loro idea di democrazia è basata sull’azione diretta. Ma al di là dell’atteggiamento anarchico, mi preme sottolineare come il femminismo delle russe si basi su di una interpretazione molto più vasta del concetto di discriminazione, che chiamerei ‘sistemica’ per distinguerla da quella autoreferenziale del “50 e 50” che vede la soluzione nell’accesso di qualche donne ai vertici del potere.

Immagino che pochi, pur rallegrandosene, ritengano un progresso per la condizione femminile eventi recenti come la chiusura dell’allevamento di beagle Green Hill o dell’acciaieria ILVA di Taranto (quest’ultima per opera di una donna magistrato, il GIP Patrizia Todisco, gentilmente ribattezzata da Libero “zitella rossa” e linciata in modo bipartisan in quanto affossatrice dell’economia italiana e affamatrice di lavoratori). Io ritengo invece che si tratti di colpi importanti inferti all’ideologia meccanicista che domina l’ultimo secolo e mezzo, basata sull’idea che la natura e la cittadinanza debbano immolarsi sull’altare della mega-macchina capitalista, un precetto causa di sofferenza per intere generazioni di donne fin dagli albori della rivoluzione industriale. Per allargare il discorso, in una società talmente mercificata da aver riesumato forme di lavoro strette parenti dello schiavismo, si può davvero pensare di ovviare alla cultura degenere della donna-oggetto solo con qualche codice di autoregolamentazione? Può avere successo il tentativo di creare ‘isole felici’ nella marcescenza generale?

D’altra parte, se in Italia avviene un femminicidio ogni tre giorni (120 morte solo nel 2011 – dato di un rapporto di Casa delle donne – a titolo di paragone, più dei soldati italiani e tedeschi caduti in dieci anni di guerra in Afghanistan) come ci si può stupire di discorsi all’insegna del “tumore in cambio di lavoro” e del più totale disprezzo di ogni tutela ambientale?

Le Pussy Riot, vista l’ingiusta condanna, hanno bisogna della solidarietà più estesa possibile. Ma forse, più che povere vittime, queste ragazze devono essere considerate un faro per illuminare la nostra condotta politica, troppo spesso sospesa tra difese di nicchia.

  Igor Giussani

 

 

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flash mob contro la violenza maschile sulle donne

Le pietre della piazza mi bruciano i polpacci, non pensavo si scaldassero così tanto, intanto guardo le nuvole che si chiudono lentamente sul cielo velato dallo smog.
Ci siamo trovate poco più di mezz’ora fa, davanti alla casa delle donne, in tante.

Più di settanta persone. Ci hanno dato dei cartelli e ci siamo incamminate, chi lungo via Castiglione, chi per il portico del Pavaglione, passando vicino ai negozi dell’alta moda Bolognese.

A tutte hanno regalato degli sguardi straniti, una donna seduta ad un tavolino davanti al bar si è chinata verso il compagno e ci ha indicate leggendo sottovoce i nomi che abbiamo sul petto.

Il mio è quello di una donna di 82 anni, si chiamava Giovanna, Stefania invece indossa quello di una ragazza di poco più di trenta. Intorno a noi sfilano donne di ogni età.

Arriviamo in piazza del Nettuno dove qualcuno ci chiede che cosa stiamo facendo, poi partono le percussioni e entriamo.

La piazza è grande, nel week end si riempe dei ragazzi che chiacchierano davanti alla sala borsa e del pubblico di Beppe Maniglia, quando ci apriamo la riempiamo tutta e la cosa mi impressiona

Iniziano a chiamare i nomi, e piano piano ci sdraiamo a terra.

“Giovanna Sfoglietta, 82 anni uccisa dal marito” è il mio, mi stendo e le pietre iniziano a bruciare come il peso che ho sul petto.

“DAL PRIMO GENNAIO 2012 IN ITALIA SONO STATE UCCISE 67 DONNE DALLA VIOLENZA MASCHILE”

   

   

   

 

 

le foto sono di Cristina De Maria

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#apply 194

La consulta ha dichiarato inammissibile la richiesta di incostituzionalità su l’articolo 4 della legge 194.

Bene, quindi tutto a posto?

Assolutamente no.

Quel diritto è posto costantemente sotto attacco, basta leggere come la notizia viene commentata sull’avvenire di oggi da Lucio Romano (presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita), che rilancia la necessità di arrivare ad una modifica che tenga conto del diritto all’obiezione di coscienza, ma che evidentemente ignori il diritto delle donne, sancito dalla legge.

Si mette quindi, ancora una volta, la confessione davanti alle persone.

 

Bisogna quindi attivarsi perché l’attenzione e le azioni per la salvaguardia e l’applicazione della 194 continuino.

Per questo rilanciamo il post firmato da Blogger Unite(D) e condiviso da :

Vita da streghe,  Giovanna CosenzaMarina TerragniAssociazione Pulitzer Loredana Lipperini 

E’ accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove l’hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.
Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.
Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.
Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.
Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.
Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).
Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi  ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.
Occorre difenderla e rilanciare:
– con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione
– con il rafforzamento dei consultori
– con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo
– con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486
– con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.

Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.

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#save194

Quello che segue è un post che compare su diversi blog a partire da Lipperatura, che vogliamo rilanciare anche noi.

Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo, allora, e partiamo da una domanda. Questa: “tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no.
Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.

Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194.

Quella legge è, con crescente protervia, posta sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum.
L’articolo 4 di quella legge sarà all’esame della Corte Costituzionale – il prossimo 20 giugno – che dovrà esaminarne la legittimità, in quanto violerebbe ” gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.

Inoltre,  quella legge è svuotata dal suo interno da anni. Secondo il Ministero della Salute sono obiettori sette medici su dieci (per inciso, i cattolici praticanti in Italia, secondo i dati Eurispes 2006, sono il 36,8%): in pratica, si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009 per quanto riguarda i ginecologi, per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento. Secondo la Laiga, l’associazione che riunisce i ginecologi a difesa della 194, i “no” dei medici arriverebbero quasi al 90% del totale, specie se ci si riferisce agli aborti dopo la dodicesima settimana. Nei sette ospedali romani che eseguono aborti terapeutici, i medici disponibili sono due; tre (su 60) al Secondo Policlinico di Napoli. Al Sud ci sono ospedali totalmente “obiettanti”. In altre zone la percentuale di chi rifiuta di interrompere la gravidanza sfiora l’80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. Siamo sopra l’85% in Basilicata. Da un’inchiesta dell’Espresso di fine 2011, risulta che i 1.655, non obiettori hanno effettuato nel solo 2009, con le loro scarse forze, 118.579 interruzioni di gravidanza, con il risultato che più del 40% delle donne aspetta dalle due settimane a un mese per accedere all’intervento, e non è raro che si torni all’estero, alla clinica privata (o, per le immigrate soprattutto, alle mammane). Oppure, al mercato nero delle pillole abortive.

Dunque, è importante agire. Vediamo come.

Intanto, queste sono alcune delle iniziative che sono state prese:

1) Lo scorso 8 giugno, Aied e Associazione Luca Coscioni hanno inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge. “Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge”, hanno detto.

Le proposte sono:

Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;
Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;
Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;
Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;
Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

2) La scorsa settimana ha preso il via la campagna contro l’obiezione della Consulta di Bioetica Onlus: qui trovate le informazioni e qui il video.

Diffondere queste informazioni è un primo passo. Ce ne possono essere altri. Fra quelli a cui, discutendo insieme, abbiamo pensato, ci sono:

1) Raccogliere testimonianze. Regione per regione, città per città, ospedale per ospedale, segnalateci gli ostacoli nell’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza. Potete farlo anche in forma anonima, nei commenti al blog. Ma è importante: perché solo creando una mappa dello svuotamento della legge è possibile informare su quanto sta avvenendo ed eventualmente pensare ad azioni anche legali.

2) Tenere alta l’attenzione in prossimità del 20 giugno. Lanciate su Twitter l’hashtag #save194, fin da ora.
L’intenzione di questo post è quella di informare. Non è che il primo passo: perché la libertà di scelta continui a essere tale, per tutte le donne.

Postato in contemporanea da:

Marina Terragni

Giorgia Vezzoli

Giovanna Cosenza

Lola

Chiara Lalli

Lorella Zanardo

Dol’s.it

Si fa presto a dire mamma

Femminismo a Sud