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Racconto di TERRA: il Cile dei Mapuche

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Muriel

Ho rivisto Muriel dopo nove anni e mezzo, in uno degli ambulatori dove lavora, una posta de salud rural , che serve piccole cascine sparse nella campagna cilena, a qualche decina di chilometri da Temuco, capoluogo dell’Araucanía.

C’eravamo salutate nel gennaio del 2006: sono andata all’aeroporto con mia figlia Anita che aveva meno di un anno. Un giorno di gennaio: forse oggi.

Sono scesa giù fino a casa sua, dopo una tappa a San Carlos, il pueblo dove nel 1917 nacque Violeta Parra, e subito sono stata avvolta dalla sua quotidianità a Vilcún, un piccolo comune nella provincia di Cautín, circa 20.000 abitanti, più della metà dei quali vivono nell’area rurale, circostante il piccolo centro urbano. Molti di loro sono Mapuche, il popolo della terra: questo significa la parola.

E il secondo elemento a cui voglio tornare con questo nostro percorso, dopo l’acqua dell’Escuelita di Buenos Aires,  è proprio la terra: superficie e scavo, generosa se amata, sterile quando le ci si accanisce contro, mortificandola. Le parole del manifesto Terra viva si srotolano con spontanea pienezza dentro di me, che da poco le ho rilette insieme ai miei alunni di prima media, mentre imparo a conoscere questo popolo che ha resistito per diversi secoli alla colonizzazione degli spagnoli, giunti in terre così lontane con le loro armi da fuoco, le loro malattie, le loro pretese assurde. A portar dolore, brutture, lutti. Nel video Nación Mapuche – Donde se cultiva la palabra profunda , così viene descritta la condizione dell’essere mapuche, con parole che dovremmo ricominciare a condurre semplicemente allo stato di umanità, che è poi parola che condivide la sua radice etimologica proprio con l’humus, la terra: “essere parte di tutto il cosmo, l’universo, contemplarlo in armonia”, in un dialogo con la terra, parlando con la natura, puntando all’autosufficienza, non all’arricchimento (“a cosa serve tanta ricchezza?”). Alla terra, i Mapuche, “consacrano il loro amore e la loro parola”. La loro parola, sì, perché la terra è viva e interlocutrice mentre questo, dice uno dei mapuche intervistato nel video, non fa parte della mentalità degli winka, che poi saremmo noi: gli occidentali, gli stranieri, i diversi. Storicamente avulsi da certe armoniose evidenze.

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Alla Posta de Salud Rural

Allora parlerò della lingua-terra, di come la parola si faccia cosa, tutt’uno col cosmo, attraverso la musicalità del canto e della poesia.

 Le lingue sono schiavi che chiudono mondi/Le lingue sono chiavi che schiudono mondi.

L’estinzione delle lingue o la loro riduzione a funzioni minime e territori esigui cela spesso violenze sanguinarie. Le Americhe, che a tutt’oggi vengono narrate dai libri di storia delle nostre “buone scuole” come terre in cui la maggior parte delle popolazioni sopravvivevano in uno stato primitivo nemmeno troppo sottilmente connotato come menomato, all’arrivo degli europei, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, erano luoghi di straordinaria ricchezza linguistica. Molte lingue sono state discriminate poi addirittura represse attraverso politiche accentratrici ed eurocentriche: un vero e proprio processo di glottofagia, come lo ha chiamato Louis-Jean Calvet.

Una delle lingue native più coriacee la troviamo nelle terre mapuche e questa permanenza orgogliosa è riflesso dell’ostinata resistenza al colonialismo di questo popolo: fra la parte centro-meridionale del Cile e l’Argentina occidentale ancora oggi esistono circa 440mila persone (400+40mila) che parlano il mapudungun, di cui tre giorni fa si è riconosciuta l’ufficialità per la regione dell’Araucanía. Purtroppo esprimersi in questa lingua è stato a lungo stigmatizzato e solo dagli anni Novanta essa è stata rivalutata, grazie soprattutto ai giovani mapuche che, negli ultimi 20-30 anni, hanno cominciato a riappropriarsene e a infonderle nuova linfa, per riportare alla luce un patrimonio culturale che stava andando perduto. Man mano che le lingue scompaiono spariscono dei mondi e spesso questi mondi sono portatori di una sapienza necessaria: condivido in pieno quanto detto dall’ambientalista statunitense Klaus Toepfer, che “perdere un linguaggio e il suo contesto culturale è come bruciare un testo fondamentale relativo al mondo naturale”. È possibile allora passare proprio per la lingua per rigiocarsi il dialogo fra diversità e trasformare la connotazione dispregiativa che, per motivi storici facilmente intuibili, tradizionalmente ha in mapudungun la parola “lenguaraz, interprete, in una metafora finalmente positiva, di colui che riesce a creare un intimo scambio con l’alterità (e di nuovo pensiamo alla bella metafora di Berman, della traduzione come’albergo nella lontananza).

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Araucanía

E la lingua mapudungun è proprio manifestazione del legame che esiste fra i mapuche e la terra: è lei che dice il loro percepirsi come un popolo, con i suoi spazi, le sue storie, canzoni e riti. Tradizionalmente la sapienza mapuche era trasmessa oralmente nell’ambito del lof, la comunità, attraverso racconti e manufatti. La grafia ufficiale è stata creata dopo la loro sottomissione agli winka. Nella loro saggezza ancestrale troviamo infatti lo sguardo proprio dell’oralità, che è uno sguardo letteralmente più ampio, visto che, come ha scoperto l’antropologo Pierre Pica, alfabetizzandoci perdiamo la visione laterale dello spazio (1) .

Yo canto a la diferencia: rac-cantando i Mapuche insieme a Violeta Parra

(rapido excursus storico)

Interpretando Arauco tiene una pena di Violeta, il contatto con il mondo dei nativi si fa ravvicinato: il secolare sopruso degli uomini sugli uomini. Vi compaiono i nomi degli eroi mapuche, Lautaro Caupolicán Galvarino, che nel XVI° secolo combatterono con coraggio impressionante per preservare l’indipendenza delle loro genti , ma anche i nomi di quei mapuche che piegarono la testa, concedendo troppo ai bianchi o addirittura agevolandoli nel loro smisurato impeto di sopraffazione. A cento anni dall’arrivo di Pedro de Valdivia in Cile , nel 1641, gli Spagnoli firmarono con i mapuche, un trattato di rispetto dei territori indigeni che inaugurò 240 anni di orgogliosa indipendenza per il popolo nativo.

Il periodo tra il 1793 e il 1881, in cui cade anche l’indipendenza cilena dalla corona spagnola (18 settembre 1810),  possiamo considerarlo l’età d’oro dei mapuche. Nel 1861, Saavedra fece il suo piano di pacificazione dell’Araucanía, progettando di utilizzare il metodo nordamericano delle riserve, costruendo poi ferrovie e infrastrutture. È del 1881, anno della fondazione di Temuco, la prima legge che tentò di colonizzare i mapuche con le armi: le città si riempirono di coloni, le terre vennero date a latifondisti, gli indigeni furono confinati nelle riserve (reducciones) e si ritrovarono a poco a poco schiacciati dalla macchina del capitalismo neoliberista. Tra 1878 e 1884 si ordinò di cacciare gli indigeni come fossero “cinghiali selvaggi”: 20 anni ci vollero per assoggettare l’Araucanía. Nel 1930, con la cosiddetta radicación, le terre dei Mapuche – il leggendario territorio wallmapu – passarono da 10 milioni di ettari a 500 mila e gli indigeni vennero confinati in 3078 riserve. Gli eroi nazionali mapuche sono stati strumentalizzati a lungo dalla propaganda nazionalista cilena:  l’orgoglio per questi valorosi combattenti coesiste(va) acriticamente col disprezzo per gli indigeni coevi.

Al popolo della terra la terra viene brutalmente rubata.

Tra 1890 e 1895 ai Mapuche vennero inflitte traumatiche sconfitte: furono anni di paura, epidemie, gravissime crisi soggettive. Iniziò allora il processo di ridefinizione dell’identità dei Mapuche come minoranza etnica nell’ambito della società rurale cilena. Tra il 1884 e il 1919, circa 80mila nativi vennero confinati in 3000 reducciones, mentre 9 milioni di ettari vennero assegnati a stranieri e a coloni cileni. La storia ufficiale, come spesso accade, ha tentato di giustificare questo sopruso adducendo come scusa una sorta di difetto intrinseco degli Araucani, preferendo omettere la brama smodata con cui si puntava alle loro terre.

Qual è il motivo della persistente incapacità dello stato di consultarsi con i propri cittadini indigeni? L’autodeterminazione della popolazione indigena continua a essere motivo d’inquietudine per i governi di Cile e Argentina.

Tra 1927 e 1972, 800 comunità indigene (125mila ettari) vennero suddivise in unità familiari. La frammentazione delle terre mapuche conobbe un ulteriore incremento durante la dittatura di Pinochet. La parcellizzazione ha avuto effetti distruttivi per la coesione interna della nazione mapuche: i lonko, capi tradizionali dei lof, le comunità, vedono oggi drasticamente ridotta la loro autorità. Sempre più importante sul piano dell’identità collettiva diventa, allora, il ruolo della machi, protagonista nella canzone di Violeta El Guillatún.

VULCANO CILE

Natura cilena: gli opposti si toccano

Il guillatún è una delle più importanti cerimonie ancora oggi celebrate dalle comunità indigene. Nella cultura mapuche le donne hanno un ruolo di guida nel conservare e nel tramandare una cultura che affonda le sue radici nella natura stessa del luogo, decostruendo con istintiva semplicità un’altra delle dicotomie care alla mentalità esclusivista dell’aut/aut occidentale. Donne sono, nell’80% dei casi, le machi, che salvaguardano la salute della comunità grazie alle loro conoscenze delle proprietà terapeutiche delle piante e all’interpretazione dei segni che gli elementi naturali forniscono. Rappresentano anche il collegamento con la forza superiore, che vede ciò che sarà e che non dipende dalla volontà umana: non c’è mania di controllo. Si parte da una constatazione di umana impossibilità di dominio, che è la condizione della parità, dell’armonia. In questa canzone vediamo la relazione stretta che i Mapuche hanno con gli elementi, la centralità della voce e la fiducia nel potere performativo della parola: parole, suono ed elementi confluiscono in una straordinaria intesa, che nasce dalla concentrazione e dall’ascolto della natura.

Millelche, villaggio dell’Araucanía, è triste per il temporale che minaccia di rovinare la cerimonia. Gli indios piangono, poi si rivolgono sincretisticamente a varie divinità, cattoliche o cosmiche, tutti in piedi, anche gli infermi, battono sul kultrun, una specie di tamburo fatto con legno di alloro e cannella, il suo battito è il battito della terra e sotto la sua pelle tesa viene custodito il canto prezioso, perché curativo, della machi. Capiscono allora che devono cantare al ritmo del kultrun, mentre la machi ripete la parola “sole” col campo che la riecheggia finché “il re dei cieli” spinge i venti su un’altra regione e la cerimonia può avere inizio. Come in molti miti ancestrali, la parola ha valore performativo: fa essere.

Riprendiamo il filo della storia. Richiami all’integrazione fra l’etnia araucana e quella winka sono una tematica ricorrente tra gli artisti e intellettuali novecenteschi, ma fino al governo della Unidad Popular di Salvador Allende (1970-73) ben poco fu fatto per restituire ai Mapuche la terra che era stata loro sottratta. Sotto il suo governo il numero di tomas (riappropriazioni delle terre da parte dei nativi) aumentò notevolmente, in un’ottica di lotta di classe (proletariato rurale), non di etnie: 1700 solo nel primo anno di governo. Nel 1972 fu approvata la legge 17729 che includeva la normativa per la protezione delle terre degli indigeni e che prevedeva la creazione dell’Istituto per lo sviluppo indigeno, autorizzato a espropriare la terra di patrimoni privati a beneficio della comunità mapuche. Fra il 1972 e il settembre 1973 più di 700mila ettari furono trasferiti alle comunità. Diversamente da quanto previsto dalla legislazione precedente, la divisione della terra sarebbe stata possibile solo con il consenso del 100% dei membri della comunità. Le modalità con cui il governo di Unità Popolare di Allende trattò i Mapuche traspare dal suo programma, che prometteva “la difesa dell’integrità e dello sviluppo delle comunità indigene minacciate dall’usurpazione e la garanzia della pratica democratica, in modo che ai Mapuche e agli altri indigeni siano garantiti un territorio sufficiente, un’adeguata assistenza tecnica e un credito finanziario”. Nel 1964, quando era candidato alla presidenza, Allende aveva solennemente negoziato il Patto di Cautín, sul Cerro Ñielol, la collina cerimoniale mapuche che sovrasta Temuco, in cui riconobbe “la volontà del popolo araucano di mantenere e sviluppare tutti quegli aspetti positivi della sua cultura tradizionale che arricchiscono il bagaglio culturale della nazione cilena, quali la lingua, le leggende, le idee religiose e l’artigianato…”.

Un progetto particolarmente interessante, anche perché esempio d’integrazione fra i saperi occidentali e quelli mapuche, è il Programma di assistenza sanitaria interculturale, sostenuto da un team medico che includeva membri Mapuche nella zona di Malleco e Cautín e combinava le tecniche della medicina allopatica con  elementi di quella  ancestrale dei nativi, mettendo in primo piano il ruolo della machi nel processo terapeutico. La sua natura innovativa è evidente anche per il fatto che venne immediatamente percepito come potenzialmente sovversivo  progressista è evidente se si considera quanto lo percepissero come pericoloso Pinochet e i suoi seguaci. Con il colpo di stato dell’11 settembre 1973 circa 40 organizzazioni mapuche vennero dichiarate fuorilegge.

Il periodo in cui Pinochet comprese che il suo potere dittatoriale non sarebbe durato a lungo coincise con la formazione di una delle più importanti organizzazioni mapuche. Alla fine del 1989 fu creato l’Aukiñ Wallmapu Ngulam (Consiglio di tutte le terre), con molto socialisti dissidenti. (102) ecc.

La lotta per l’autodeterminazione mapuche è, a tutt’oggi, fortemente criminalizzata e ostracizzata.

 

Ancora sul potere della parola: la poesia per la natura

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Mural di Santiago, foto di Lucia Melotti

Rolf Foerster, uno dei più attenti conoscitori della cultura mapuche, è convinto che i poeti radicali abbiano oggi un ruolo centrale nel rinsaldare una percezione positiva dell’identità mapuche nel complesso contesto urbano. E si torna alla profonda sacralità della parola in queste culture. In queste poesie spesso ci si scaglia contro l’inquinamento e i disastri ecologici:

 

Mapurbe

E io sto qui immobile

fra pewen (2) fulminati

infettandomi del cancro

che erode la terra.

E io sto qui immobile

guardando da qualche parte e da nessuna

affogando con le verità

i fantocci della diga-ttatura.

La metropoli geme;

lacrime acide

cadono dalle nere nubi

e si rapprendono nel pensiero.

La poetessa Maria Huenuñir la usa per “far prendere coscienza alle persone che fanno abusi smisurati delle risorse naturali”, per tornare a curare il cuore di Madre Terra, ferito dall’ingiustizia, da menti obnubilate che cercano solo il lucro dentro a tutta la ricchezza che la natura offre, gratuitamente”.

Poeta preferito della bravissima cantante mapuche Beatriz Pichi Malen è Elicura Chihuailaf, profondamente legato alla spiritualità del suo popolo. Dice Beatriz di lui: “ scrive dell’azzurro, il colore del mistero e della rivelazione della vita. E lo fa in versi molto concreti. La biodiversità della Madre Terra è molto presente nel suo pensiero e questo è molto mapu e molto attuale”. “Veniamo dall’azzurro”, dice Elicura, “dal mistero dell’azzurro che si crea fra la fine della notte e l’inizio del giorno. L’azzurro è il nostro colore di vita, è un fiore di cui sempre ci prendiamo cura e che annaffiamo con la parola“. La parola non si limita a riflettere ma fa ed è.

 

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Altro mural a Santiago, vicino al Sindicato Social e Cultural, Barrio Yungay

 

(1) Pierre Pica, facendo ricerca fra indios brasiliani munduruku, ha scoperto che, quando si entra nel mondo della scrittura, un muscolo che dà lateralità alla visione si atrofizza. Anche contare pare penalizzi il senso dell’orientamento: i munduruku contano fino a 5, per quantità superiori usano indicazioni generiche. Nel loro contesto non vi è la necessità di contare e, dice Pica, per farlo, il cervello perde altre abilità che, nel loro ambiente, sono quelle che possono salvarti la vita, come, appunto, il senso dell’orientamento.

(2) I pewen sono alberi sacri ai Mapuche.

 

Per la stesura di questo scritto, molto utile è stata la lettura di La lingua della terra. I Mapuche in Argentina e Cile di Leslie Ray. A Bologna lo trovate alla biblioteca del “Centro Amílcar Cabral“.

 

 

 

 

 

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Racconto dell’ACQUA: l’Escuelita fluvial di Buenos Aires

[continua]

OLYMPUS DIGITAL CAMERALo scorso Ferragosto, mentre navigavamo sulla lancha colectiva verso l’Escuelita Caraguatá – finalmente! – era come se tutte le cose fossero andate al loro posto, in un’istantanea di perfezione: l’attesa pronta a sciogliersi, la luce densa della mite umidità invernale, l’esattezza noncurante dei gesti del timoniere e del ragazzo dai tratti indigeni che aiutava i passeggeri a salire e scendere dalla piccola imbarcazione che ci stava conducendo laggiù.

 

La geografia è indissolubilmente storia da queste parti, lo si capisce bene leggendo la vissuta presentazione nel sito, dove si racconta che la famiglia dell’Escuelita è nata nel 2007, quando all’interno del delta del Paraná, poco fuori Buenos Aires, più esattamente nell’Arroyo Caraguatá, è stato riscoperto un edificio in stile indo-inglese del 1910, che fino agli anni Settanta aveva ospitato una scuola pubblica, poi abbandonata e lasciata andare in rovina. Dopo una serie di lavori di ristrutturazione alla casa, si è cominciato a coltivare un orto biologico e a raccogliere volumi in quella che è poi diventata la luminosa biblioteca popolare, all’interno del centro culturale comunitario.

Oggi l’Escuelita è una variegata comunità. Laboratori, merende, prove di giovani musicisti, registrazioni di gruppi affermati, feste, ritrovi: un confluire variopinto di vite, le cui traiettorie fantasiosamente si incrociano in mezzo alla natura e ai sorrisi, che all’escuelita sembrano riprodursi esponenzialmente, accantonando, anche se solo per un attimo, fatiche e preoccupazioni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ambiente del delta, lungo 320 chilometri, è unico e sfuggente. Qui le acque del Paraná si incontrano con quelle del Rio de la Plata, mescolando i rispettivi sedimenti, su cui cominciano a crescere i giunchi e, a volte, s’incagliano ostacoli che rimangono sul fondo per anni: dragare l’affluente è una spesa poco urgente nella lista dell’amministrazione locale, anche perché l’Arroyo si trova un po’ scostato rispetto alla zona più turistica. Le maree e la nebbia, che in certi periodi rende la navigazione poco sicura, fanno sì che l’escuelita non sempre sia raggiungibile.

Gli aborigeni di questo territorio si chiamavano Chaná ma sono stati sterminati. La zona è stata ripopolata con immigrati europei e, più tardi, ha visto arrivare famiglie di umili origini, soprattutto uruguayane. Molti occuparono proprietà abbandonate. Negli ultimi decenni, la bellezza del posto ha attratto molti villeggianti, soprattutto da Buenos Aires, che vi hanno collocato la loro seconda casa per i fine settimana fuori città. All’escuelita si ritrovano bimbi, ragazzi e adulti del luogo o che arrivano da Tigre, l’ultima cittadina sul continente, prima del fiume, o dalla capitale. Si fanno laboratori bellissimi: si costruiscono burattini che diventano i protagonisti di fiabe animate, si suona, si fa l’orto. Ognuno va portando quel che è, per condividere e scambiare il suo con altri saperi. L’Escuelita è attualmente frequentata da circa 400 persone, fra cui 80 bambini e adolescenti, molti dei quali discendenti da quegli índios che in Argentina sono ancora gravemente stigmatizzati.

Eppure sono proprio loro (toba, quechua e guaranì) che, attraverso dimostrazioni pacifiche e cerimonie propiziatorie, si stanno battendo affinché nel Delta una certa zona non troppo distante dall’Escuelita, detta Punta Querandí, venga riconosciuta come luogo di interesse culturale e sito archeologico e perché non venga completamente snaturata dalla febbre immobiliare . Le parole di uno dei protagonisti di questa battaglia pacifica ci rimandano a una consapevolezza profonda, che è la stessa a cui mi riferivo nella mia introduzione, qualche giorno fa: “Ciò che stiamo facendo non è per noi stessi. La ragione sono i bambini, ai quali chiediamo perdono per quello che gli stiamo lasciando. I governi sono responsabili però anche noi lo siamo. È per questo che insegniamo ai nostri bimbi che una pannocchia di granturco vale più di un anello d’oro, perché col mais possiamo riprodurre la vita mentre l’anello non possiamo mangiarlo […] vogliamo recuperare il paradigma che ci hanno fatto perdere che è quello di fare tutto in forma comunitaria. Noi non siamo violenti, non siamo venuti a distruggere nulla”. Alcune insegnanti portano qui le loro classi in visita d’istruzione – un vero e proprio cimitero archeologico con punte di lancia e oggetti della quotidianità di popolazioni cancellate dalla violenza cieca degli invasori europei – per contribuire a “decolonizzare la storia”, dice una di loro , perché è necessario un lavoro di rivalutazione delle origini indigene, troppo a lungo rimosse con vergogna dall’identità nazionale argentina: la parola “índios” è troppo spesso usata con connotazioni dispregiative, la loro cultura eliminata dai curriculum scolastici e dai libri di testo. L’Argentina ufficiale che, da secoli, si ritiene ed è ritenuta il baluardo della civiltà europea nel continente sudamericano, pare non voler rispecchiarsi nelle proprie radici autoctone: una tematica particolarmente urgente in questi giorni in cui il paese comincia già a risentire negativamente dell’elezione di Mauricio Macri, conservatore liberista, elezione che contribuisce a ribadire l’identità del continente sudamericano come “cortile di casa delle grandi corporazioni che detengono il potere […] anche politico”, come affermava pochi giorni fa lo scrittore cileno Luís Sepúlveda, riprendendo l’immagine del “cortile di casa”, che è il modo in cui, sprezzantemente, gli Stati Uniti trattano il Sudamerica ormai da due secoli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAscoltare certe sensibilità in contatto più immediato con l’ambiente naturale non significa ovviamente scadere in certa datata retorica del buon selvaggio o prospettare come idilliache realtà che presentano difficoltà ed elementi contraddittori (chiunque s’impegni attivamente in progetti comunitari conosce bene i dubbi, i momenti di sconforto, le difficoltà che nascono talora non solo all’esterno, le contraddizioni su cui ci si interroga, certi nervosi per l’impressione di “lottare contro i mulini a vento”) ma significa piuttosto procedere nella presa di coscienza che certe tendenze non vanno assecondate per inerzia soltanto perché sono quelle della maggioranza, che lo stile di vita che la parte più influente dell’umanità ha adottato non è sostenibile e che un primo passo per cominciare a contrastarlo è scegliere di vivere diversamente, recuperando un dialogo con l’ambiente, valorizzando le (bio)diversità e scegliendo chi ascoltare senza pensare che sia tutto incontrovertibilmente deciso. Scegliere chi essere.

 

 

lancha2Dell’escuelita aveva già raccontato, facendoci viaggiare con l’immaginazione, Valentina Timpani, che vive a Buenos Aires da ormai cinque anni, dove è maestra elementare e che è fra le persone che con più continuità ed entusiasmo si adoperano dentro a questa bella realtà (e che lì ci ha portate!!).

Pochi giorni fa, nel pieno dell’estate argentina (che invidia!), c’è andata anche Teresa Rossano, insegnante di passaggio a Buenos Aires per fare gli esami di maturità in una scuola bilingue, portandone una bellissima testimonianza.

 

[continua col Racconto della TERRA, dal Cile dei mapuche]

 

 

 

 

 

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Un canto alla differenza. Riflessioni di viaggio

arpillera sul viola

Arpillera di Violeta Parra

Il 14 dicembre sono andata a raccontare il mio viaggio in Sudamerica all’interno di un ciclo di conferenze, organizzate dal quartiere Savena e da Anffas di Bologna, intitolate Viaggiare la differenza – Un mondo da integrare. Stimolo comune per i nostri interventi, questa frase di Giuseppe Ferricelli:  ”Ogni persona è un pezzo insostituibile della realtà. Se non la comprendiamo, ci poniamo fuori dalla stessa”.

Condivido qua la mia riflessione, che si è concentrata in particolare su due luoghi che ho visitato l’agosto scorso: l’Escuelita Caraguatá di Tigre, in Argentina e Vilcún, in Cile, dove sono entrata in contatto, seppur fugace,  con i mapuche, discendenti delle popolazioni aborigene dell’Araucanía.

 

NUVOLE DISEGNATE 3

Nuvole a Buenos Aires

Sono partita con un sentiero, anche se non tracciato , per il mio viaggio fra Buenos Aires e il Cile, l’estate scorsa. Sono partita per Violeta Parra, perché non mi bastava più ascoltare le sue canzoni, scorrere le sue lettere, guardare le sue arpillera, leggere le sue biografie, vederla in un film. Non mi bastava più nemmeno cantare le sue canzoni. Volevo toccare la sua terra, respirare l’aria dei suoi luoghi, imprimermi sulle retine i suoi paesaggi. “Perché la vita, amico, è l’arte dell’incontro”, come disse Vinicius de Morães, e un’arte non s’improvvisa: serve un humus da coltivare giorno per giorno, una disponibilità all’ascolto, un’apertura che non è fugace curiosità ma ha dentro l’ostinazione amorosa della cura. Gli incontri migliori, poi, sono forse quelli che involontariamente abbiamo provocato, per dirla con un paradosso , che è figura che già ci introduce in un’ottica di lettura della realtà diversa da quella in cui molti di noi sono stati educati: quella del pensiero binario, che sempre ci pilota a gerarchizzare, discriminare, escludere. Il cortocircuito che da questa impostazione gnoseologica ci porta a una sostanziale incapacità di autentica accoglienza ci mette un attimo a scattare. Formatici nel pensiero lineare proprio dell’impostazione classica del sapere, siamo sempre proiettati in avanti, ansiosamente protesi verso un ipotetico traguardo sul cui aspetto nemmeno ci interroghiamo più o ripiegati in un passato idealizzato che avvertiamo come irrimediabilmente perduto. Ancora figli di un’impostazione scientifica classica, per cui l’anomalia è un fastidioso contrattempo, siamo poco abituati all’idea di lasciarci disorientare e di perderci. Di metterci davvero in ascolto.

Certi incontri, invece, arrivano per raccontarci storie diverse. E farci altrove.

FARFALLA TERESA

E Teresa manda farfalle dall’Argentina

Renderci disponibili a entrare in una logica paradossale, in cui il giudizio è sospeso a favore dell’ascolto, ci dà la misura di come l’integrazione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di adattamento di queste differenze al sistema globale)  possa evolvere in inclusione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di trasformazione del sistema stesso), arrivando addirittura a farci desiderare quel salto di paradigma ormai ineludibile e che, per forza d’inerzia, tanto temiamo: non stiamo benevolmente concedendo spazio in quello che consideriamo il nostro mondo, ma stiamo, piuttosto, prendendo atto della necessità di aprirci all’altro, che col suo sapere può darci una chiave di svolta per questioni di un certo peso, tipo, per dirne una, salvare il pianeta.

Come Violeta, che cantava alla differenza, ci sembra sempre più evidente che la diversità non è qualcosa da tollerare, ma “qualcosa da celebrare, in quanto condizione essenziale per la nostra esistenza”. Lo ha scritto Vandana Shiva nel suo acutissimo manifesto Terra viva. Direi, ancora meglio, che la diversità è qualcosa da stimolare. Questo manifesto che, in occasione della Conferenza sul Clima di Parigi, ho cercato di analizzare con i miei alunni di prima media, si definisce “una nuova visione per una cittadinanza planetaria”. E questo aggettivo, planetario, che poi non è trovata originale di Vandana Shiva ma termine scelto in un percorso di progressiva presa di coscienza a cui tante persone stanno contribuendo, mi ha fatto pensare alle parole di Gayatri Spivak che, nel 2003, scriveva in Morte di una disciplina: “Propongo di sovrascrivere il globo con il pianeta. La globalizzazione è l’imposizione dello stesso sistema di scambio ovunque. […] Il globo è nei nostri computer. Nessuno vive lì. Ci consente di pensare che possiamo mirare a controllarlo. Il pianeta rientra tra le specie di alterità, che appartengono ad un altro sistema; eppure lo abitiamo, a prestito. Non è effettivamente in netto contrasto con il globo. […] Essere umano è da intendersi verso l’altro. Noi forniamo a noi stessi raffigurazioni trascendentali di ciò che pensiamo sia l’origine di questo dono che ci anima: la madre, la nazione, Dio, la natura. Questi sono i nomi delle alterità, alcuni più radicali di altri. Il pensiero del pianeta si apre ad abbracciare un’inesauribile tassonomia di tali nomi, inclusi, ma non identici, nell’intera gamma degli universali umani: l’animismo aborigeno così come la mitologia spettrale bianca della scienza post-razionale. Se immaginiamo noi stessi come creature planetarie piuttosto che come entità globali, l’alterità resta non derivata da noi; non costituisce la nostra negazione dialettica, ci contiene così come ci scaglia lontano. E così, pensare ad essa è già trasgredire.” Il pianeta, poi, come scrive Paola Zaccaria in La lingua che ospita, è etimologicamente (dal greco) “ciò che va errando”, denota un corpo celeste che gira intorno al Sole, “pianeta/planetario/planetarietà è nucleo semantico che in quanto originato nelle acque amniotiche dell’erranza, del movimento, meglio si addice all’odierna storia di migrazioni intercontinentali ” (p. 202). L’idea della lingua ospitante che dà il titolo al saggio di Zaccaria, inoltre, mi permette di introdurre quella che considero una bellissima figura di questa rivoluzionaria relazione con l’alterità, ossia la figura della traduzione così come la delinea Antoine Berman nel suo saggio La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza: una pratica di intima frequentazione di un’alterità destinata a rimanere irriducibile, verso la quale abbiamo abbandonato qualsiasi velleità di addomesticamento. Una traduzione che, dopo aver finalmente rinunciato alle sue secolari tendenze etnocentriche, ipertestuali e platoniche, dovrebbe puntare a farsi etica, poetica e pensante. Impossibile realizzarla del tutto ma viaggiare in questa aporia è preziosa opportunità di dialogo.

arpillera VIOLETA FOTO DISCHI

Violeta. Fiori, dischi e colori

Siamo capaci di inaugurare una stagione umana fondata su questa accoglienza non fagocitante? Sulla complementarietà e non più sulle contrapposizioni binarie? Siamo pronti ad abitare un pianeta fatto di alberghi nella lontananza?

Si tratta di questioni cruciali. E urgenti. Scrive Vandana Shiva che l’umanità sta affrontando molte crisi: catastrofi climatiche, fame, povertà, disoccupazione, criminalità, conflitti e guerre. Tutto questo sembra spingerla al collasso.

Cosa alimenta questa distruttività e ci impedisce di fermarla?

Il modo di pensare di quella parte di esseri umani che hanno dominato la Terra per secoli e secoli. Vi sono in particolare tre percezioni ingannevoli, dice, che impediscono di correggere e trasformare il nostro modo di pensare il suolo e la terra, il cibo e il lavoro, l’economia e la democrazia:

• gli esseri umani sono separati dalla Terra;

• la formazione della ricchezza nel mercato è separata dal contributo di “altri”: la natura, le donne, i lavoratori, gli antenati e le generazioni future;

• le azioni sono separate dalle conseguenze e i diritti dalle responsabilità.

Occorre cambiare questo modo di pensare, occorre rapportarsi alla terra e alla vita, alle altre persone anche, in modo diverso da come gli uomini più potenti e le civiltà che essi hanno voluto imporre hanno fatto per tanto tempo. Molti di noi ci stanno già provando.

Tenendo presente questo canovaccio, ho scelto, dal mio viaggio, di parlare in particolare di due luoghi. Partendo dalla consapevolezza di essere all’inizio di un percorso di scoperta di terre per me nuove, anche se da sempre mi sembrava di sentirle vicine, scelgo un percorso che definirei elementare, nei due sensi di semplice e basico, ma anche di legato agli elementi.

Due in particolare: l’ACQUA e la TERRA.

 

[continua]

 

 

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“Il vestito di Ilda”, di Anna Fresu

ILDA ANNA FRESUEccola qui Ilda col suo vestito nuovo a quadretti bianchi e rossi e una tracollina di paglia con dentro un quaderno e una penna e pochi spiccioli caso mai passasse un autobus. Ma autobus ce ne saranno uno o due in tutta la città e non è detto che oggi abbiano trovato la benzina.

E infatti oggi non ne passa nessuno. Ilda abita a Matola, la scuola è a Maputo a 8 chilometri di distanza. Miracolosamente riesce ad arrivare con solo pochi minuti di ritardo.

All’uscita di scuola sarà un problema. Le lezioni finiscono alle 18 e a Maputo fa notte presto. Autobus non ce ne saranno, non ce ne sono mai.

Non ho detto delle scarpe di Ilda, scarpe di gomma, tipo giapponese, ricavate da vecchi pneumatici opera di normali africani artisti del riciclo. Forse resisteranno a tanti chilometri, forse no.

In classe Ilda parla pochissimo … ascolta, ascolta tutto, tutti: insegnanti, compagni.

Un giorno parlerà, non ancora.

Ogni giorno è così: la mattina una tazza di tè in fretta, con tanto zucchero per resistere fino alla sera, poi i chilometri a piedi con il sole, con la pioggia … E a scuola tacere, ascoltare. Poi la lunga strada per Matola.

Ogni sera Ilda lava il suo vestito con un pezzo di sapone quando c’è o solo con l’acqua, lo asciuga col ferro scaldato sul fuoco e lo indossa la mattina. Il rosso dei quadretti diventa sempre più rosa, poi beige, poi quasi sparisce. La stoffa è sempre più leggera, sottile. Ma il vestito è sempre pulito, stirato.

Stamattina Ilda non ha preso il suo tè, doveva rammendare il vestito che comincia a lacerarsi qua e là.

Stasera è troppo stanca sulla strada per Matola, le si è anche rotto l’infradito. Ilda si siede sul bordo della strada. Il sole che tramonta arrossa le saline che si vedono in lontananza. Fra un po’ sarà notte, cala presto la notte a Maputo. Un fuoristrada si ferma. È una macchina nuova, sulla portiera ha l’insegna di un’organizzazione umanitaria. Quei signori là dentro non parlano changana, parlano un portoghese stentato ma sono gentili, l’accompagneranno loro a casa.

Ilda sale sulla macchina, un altro strappo alla manica mentre si arrampica.

Oggi i minuti di ritardo diventano ore, si alternano gli insegnanti, finiscono le lezioni.

Domani ci sarà un posto vuoto e così domani e domani ancora.

Sulla strada di Matola qualcuno ha raccolto un vestito, (“con qualche rammendo andrà bene per Josina”) ma il vestito è troppo rotto e non basterà il sapone a far sparire tutte quelle macchie di fango e di sangue.

(da “Sguardi altrove” di Anna Fresu, ed. Vertigo, Roma, 2013)

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Le Madres de Plaza de Mayo: la politica che nasce dall’amore

 

A Chiara Stanghellini,

che, non so come, era riuscita a far venire le Madres a Bologna, nella scuola dove insegnava spagnolo, e mi aveva invitata a conoscerle ma poi la neve ce lo aveva impedito. Ricordando la sua bella voce generosa sempre al servizio dell’impegno e il suo contagioso entusiasmo.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAA Plaza de Mayo arriviamo camminando dalla stazione ferroviaria di Retiro il primo giorno che passiamo a Buenos Aires. Un mercoledì di fine luglio. Tutto sembra tranquillamente normale: la stranezza si dà come in un silenzio che mi si fa dentro, muta pregnanza.

Ci torno da sola un giovedì pomeriggio di pioggia. C’è il banchetto delle Madres, la loro auto. Donne di generazioni diverse, quella di mia madre o la mia o di qualche anno più giovani di me. Alcune delle anziane hanno in testa a raccogliergli i capelli il pañuelo, il pannolino di tela con cui, molti anni fa, hanno fasciato i loro piccoli. Penso a come portare la loro storia a casa alle mie figlie.

Il 13 agosto abbiamo appuntamento per visitare l’Esma, uno dei numerosissimi centri di detenzione in cui, durante l’ultima dittatura militare (1976-1983) – la più feroce – sono state imprigionate clandestinamente e torturate moltissime persone poi scomparse nel nulla, ma c’è stato un allarme-bomba e hanno lucchettato tutto lo stabile per qualche ora, sospendendo l’apertura al pubblico. Ci torno la sera dopo con i miei amici a vedere Viridiana di Buñuel e due concerti jazz: un’emozione toccare con mano come un intelligente uso della memoria ha saputo trasformare questo luogo dell’orrore in uno spazio di coscientizzazione attraverso la creatività artistica. Read the rest of this entry »

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Perché sono andata all’escuelita?, di Valentina Timpani

escuelita 4

Facendo educazione al genere con ragazze e ragazzi delle scuole medie mi accorgo sempre più di quanto per me, come per molte persone ormai, il discorso sul riconoscimento delle differenze, delle specificità e delle unicità legate anche alla propria identità sessuale, si declini in un contesto più ampio che ha a che fare con la relazione, con le scelte, con il nostro sguardo sulle cose e sugli eventi, su un certo modo di intendere la società e la vita. Per questo credo che pubblicare qui questo bellissimo articolo di Valentina Timpani su una “piccola scuola fluviale” ai margini di Buenos Aires non sia affatto fuori luogo, anche se il discorso sul genere non viene affrontato direttamente, perché la escuelita è per me uno di quei posti dove la rivoluzione semplicemente si dà.

“L’escuelita è una signora in lamiera che ha vissuto l’abbandono negli anni ’70 smettendo di essere scuola pubblica, finché sette anni fa è stata riscoperta, tesoro sommerso da selva e fantasmi. Riempita, ma questa volta in veste di centro culturale e biblioteca popolare. Spunta da dietro gli alberi subito dopo una curva attorno alla quale si avvolge stretto il battello per avvicinarsi al molo e permettere ai bambini di scendere. Questi arrivi o partenze dalla palafitta sono sempre pieni di saluti e gesti rituali anche da parte dei cani, che insieme a Omar, unica presenza maschile costante, accolgono o salutano i visitanti. La signora escuelita somiglia alla casa di Pippi Calzelunghe, genera la stessa allegria alla vista, simile a quella che trasmettono le signore anziane con un vestito a fiori troppo giovanile, spettinate e con i capelli viola a causa della tinta sbagliata.

Ci sono tornata tante volte in questo posto e per varie ragioni. Sento di poter condividerne oggi due. escuelita 2Un’indiscutibile ragione è che le torte di Delia, una delle nonne comunitarie con il sorriso più lunare e l’energia più esplosiva che abbia conosciuto, sono incredibilmente buone. Sopra hanno una glassa di colori psichedelici che ogni volta, prima di mangiare la mia fetta, mi fermo alcuni secondi a immaginare cosa stesse pensando Delia durante la sua creazione, che lei era un’alunna dell’escuelita quando tanto tempo fa funzionava come scuola pubblica, e quei colori zuccherati devono aver a che fare con i suoi ricordi oltre che con la voglia che quel posto continui a essere familiare e stimolante per i bambini del ruscello che non hanno altri spazi, nè comunitari nè solitari. Che poi lei le torte le prepara sempre per un compleanno, ogni sabato si festeggia il compleanno di qualcuno, addirittura del gatto se non c’è alternativa, e tutti cantiamo Tanti auguri a te a squarciagola e in tutte le lingue del mondo che ci vengono in testa, pure in cinese. Io dico che una signora che genera ciò solo con una torta ha del carisma. Poi certi giorni quando sale sul battello dopo aver lavorato molte ore nella cucina di un ristorante per turisti, con la classe della presidentessa di un paese importante o come fosse il Papa del Caraguatá, distoglie tutti i passeggeri dai loro pensieri, e chiede a tutti, uno a uno, come vanno le cose e poi bacia dolcemente, avvolgendo anche gli uomini più bruti perché evidentemente restii al contatto umano in generale, figuriamoci se femminile, con il suo profumo di rosa. Quando scende al molo di casa sua, suo marito la aspetta con le mani incrociate dietro la schiena e il cagnolino nero pazientemente seduto al suo fianco.

 

La seconda ragione forse discutibile per cui continuo a viaggiare verso quest’isoletta nell’acqua marrone è che è divertente condividere con bambini energie creative, disposizioni morali (come l’amore) e percezioni, senza una sola finalità prestabilita. Se sei uno a cui questa affermazione sembra discutibile allora dovresti mangiare prima possibile la torta di Delia, perché evidentemente il tuo sangue monocolore ha perso un po’ di psichedelia allegrifica e bambinifica propria dello zucchero pastoso.escuelita

La condivisione avviene quando si vive spontaneamente uno stesso posto autentico. Vivere allegramente corrisponde a convivialità, amicizia e sviluppo di virtù. Un posto autentico è un posto in cui prevale la possibilità per ognuno di usare strumenti precisi per realizzare desideri precisi, un posto al servizio della persona integrata alla collettività, nella quale ognuno abbia il suo prezioso e unico ruolo. La felicità dei bambini sarà poi il segno chiaro di autenticità dell’educazione.

Quotidianamente frequento posti molto diversi dal Delta del Paranà, geograficamente e socialmente. Mi piace l’idea di uscire così intensamente da questi luoghi quotidiani per raggiungerne altri solo con un’ora di barca. Lavoro in qusto momento come maestra in una scuola privata paritaria italiana.

Ho pensato, al di là della scuola, di cercare altri posti che io considero autentici e che per altri sono marginali perché, per quanto trovi interessante la didattica di una scuola bilingue, non credo nemmeno un po’ nella scuola privata. Insegnare la mia lingua all’escuelita è avvenuto solo quando, dopo feste e giochi musicali insieme ai bambini che al centro comunitario vanno dopo la scuola ufficiale, loro stessi si son mostrati interessati alla mia italianità, come se fosse la cosa più esotica del mondo. All’inizio ero stupita per l’attenzione e la curiosità dei bambini rispetto a qualsiasi proposta effettiva, pensavo fossero spugne più dei bambini della mie classi “ufficiali”. Ora riconosco che questa curiosità è avidità di competenze tecniche, valori etici e beni materiali. Necessità di mangiare compulsivamente il pranzo comunitario offerto con cure e attenzioni, rispettando i gusti di tutti e le maniere di tutti (oggi però non si tollera più che Facundo mangi sotto il tavolo e con le mani o che ci si metta i panini bianchi in tasca per portarli a casa senza chiedere), così come la necessità di mangiare compulsivamente i contenuti più concettuali.

Un esempio: l’altro giorno io, Santiago e Guadalupe di cinque e otto anni, avevamo sparsi sul tavolo almeno trenta libri nuovi e belli. Santiago non smetteva di cambiare libro, stavamo per entrare nella magia dei disegni e del racconto che già ne prendeva un altro e mi chiedeva piangendo di cambiare libro (inutilmente dal momento che lo seguivo senza esitare, ma ormai tutti danno per scontato che Santiago pianga e a lui tocca mantenere con dignità il suo ruolo) infastidito dal fatto che la sua amica Guadalupe avesse espresso un paio di volte di voler finire una storia che le piaceva. Come trasferire un valore materiale acquisito (trenta libri nuovi) a un valore personale e spirituale realizzato (leggerne almeno uno approfittando del piacere della lettura)? Questo è il primo compito in un posto autentico: trasferire valori, con destrezza. Quel poco che si propone a questi bambini, con un minimo sforzo si può trasformare in una strumento efficace e durevole.

In quanti posti tra quelli che frequentano tutti i giorni questi bambini hanno la possibilità di gestire le proprie libertà e di conoscere semplicemente influenzati dall’ambiente circostante? D’altra parte, quanti posti ci danno la possibilità di sentirci creativamente necessari? Questo è il primo regalo che abbiamo in cambio del nostro lavoro al centro comunitario. Trovo assolutamente innecessario il concetto di volontariato dall’alto, dalla posizione di chi ha avuto più fortuna nella vita (quasi sempre economicamente parlando). Credo invece in un volontariato che si basa sullo scambio reciproco e sull’idea che tutti abbiamo le stesse possibilità di cercare e trovare libertà individuali, tutti ne abbiamo bisogno. Solo alcuni hanno disposto dei mezzi per cercare e trovare il proprio talento, di ampliare la coscienza in un ambiente favorevole, di trovare all’improvviso riflesso nell’acqua un cigno, in tutto il suo splendore, al posto del conosciuto e maltrattato brutto anatroccolo. Tutti abbiamo capacità creative. Non esistono persone più o meno abili in assoluto. I posti che si chiamano popolari, comunitari, condivisi e autogestiti sono quasi sempre provvisti di macchine in carne e ossa capaci di definire alcuni talenti e di dare a tutti la possibilità di acchiappare farfalle con il retino e poi lasciarle libere di nuovo, che c’è sempre tempo per imparare, fare e disfare. Tutte le stagioni a nostra disposizione. Ipotizziamo che io suoni bene uno strumento, forse la persona che vive con me non è un buon musicista ma è un incredibile cuoco, come possiamo condividere le nostre concrete capacità? Dove va a finire il timido che non ha la possibilità di esprimere la sua opinione in pubblico ma che ha in sordina la capacità di proiettare le sue emozioni senza parole? Un posto comunitario dà il tempo di riconoscere la propria indole, svilupparla e metterla al servizio dell’altro. Questa è l’analisi di un piccolo sistema condiviso, niente di astratto. Essere creativo significa avere la capacità di guardarsi attorno usando molti punti di vista, utilizzando tutti i sensi ed esplorando distinti e imprevedibili universi percettivi. Canalizzare le emozioni e le percezioni è il secondo compito. Le arti canoniche praticate trasversalmente danno maggiori possibilità di ottenere una risposta che sia meno stereotipata possibile.

escuelita 3Per questo l’anno scorso durante il laboratorio L’italiano suonato, si è cercato a un livello basico di usare come principale strumento didattico la musica. Grazie al lavoro di molti volontari donatori di grandi allegrie e piccole conoscenze, più o meno trenta bambini della marginalità sociale e geografica pur non avendo idea di cosa sia un congiuntivo, di cosa sia un emisfero o di come si facciano i calcoli, tutti compiti delegati dall’istituzione scuola non si sa a chi, da sette anni suonano a orecchio almeno uno strumento, ballano scioltamente diversi generi, recitano intere opere di teatro, dipingono e costruiscono prendendo a occhio le misure.

Buona scuola al rovescio a tutti!”

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Talco e cera, di Valentina Timpani

barbie_Continuano i racconti di Vale dall’Argentina.  Oggi di quando si è avventurata lei di persona in un “centro di produzione di principesse”. Preparatevi a soffrire.

“Quando sono arrivata a Buenos Aires, la strada più grande vicino casa mia è tanto lunga che mi perdo, sembra impossibile perdersi in una strada tutta dritta. L’unico riferimento dicevo, quando sono arrivata a Bs As, per non perdermi vicino casa, erano i negozi. In realtà lo sono ancora, anche ora che sento mia la strada oltre che la casa, il fatto è che ci sono solo negozi in queste tipiche strade infinite di periferia, voglio dire che non ci sono fontane, vicoletti, finestrelle, aiuole, terrazzini, parcheggi e spiazzaletti tra un negozio e l’altro. Quando sono arrivata allora ho iniziato a prestare più attenzione ai negozi, cosa che non avevo mai fatto in altre città. E mi son resa conto che nella strada infinita ci sono tantissimi centri estetici, e sono sempre pieni di donne, anzi, prima dei giorni di festa, quando io vado al supermercato “chino” a fare la spesa, davanti alla porta del centro estetico più vicino a casa, che si chiama PRINCESAS (gli argentini sono un po’ all’antica in certe cose, da noi si sarebbe chiamato  BEAUTY), c’è la fila che fuoriesce dalla sala d’aspetto e arriva alla strada. Una volta ci sono andata anch’io da PRINCESAS, quando le mie colleghe italiane mi dicevano ripetutamente che si poteva considerare poco intelligente non approfittare dell’offerta smodata e dei prezzi molto bassi dei centri estetici vivendo a Bs As.

La prima volta ci sono andata sola, la seconda ho accompagnato un’amica in viaggio in Sud America desiderosa di esperienze forti, mentre l’aspettavo cercavo dei peli sulle gambe delle signore in attesa, ma secondo me erano tutte lì per accompagnare un’amica, perché non ne avevano nemmeno uno.

La prima volta invece la signora Nilda mi ha spinto verso una cabina minuscola dove c’è un lettino bianco ed è andata via, allora io non sapevo bene che fare ed ho aspettato. Poi dopo un po’ una ragazza molto grassa mi ha salutato velocemente e mi ha chiesto di spogliarmi e stendermi, ovvio. Lei aveva in mano un secchio pieno di cera fumante con dentro un bastone lungo di legno. Mi ha cosparso di talco e in pochi secondi ha spalmato una mano di cera bollente su tutta la parte inferiore del mio corpo. Poi ha acceso il ventilatore (in quel momento mi sono accorta che c’era e ho capito perché) e girandosi di scatto come se io stessi per scapparle tra le mani, si è attaccata al lembo sporgente di cera dura e ha strappato in un unico gesto, con faccia rabbiosa, appoggiandomi le tette sulla pancia, e via tutto il bollentume ormai secco. Io urlo dentro e capisco rotondamente perché non mi sono mai piaciute le principesse. 

Quando sono andata via nessuno mi ha salutato, non so perché, ho pensato che fosse perché io mi rado con gilette e questo causa molto lavoro alle produttrici di principesse. O forse perché sono straniera.

Poi sempre le mie colleghe italiane mi dicevano che loro hanno iniziato a depilarsi con la definitiva e che a Bs As le donne eliminano tutto ciò che si può eliminare in ogni recondito angolo del corpo e che la sensazione dopo è meravigliosa.

A quando la genesi del piacere prodotto nello sbiancamento delle parti del corpo naturalmente nere?”

Valentina Timpani

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Bambine a Buenos Aires, di Valentina Timpani

Explendidas-Spa-ninas-Argentina Da tre anni Valentina vive a Buenos Aires, dove lavora come insegnante in una scuola elementare, con bambini di origine italiana. Non solo, fa moltissime altre cose e pian piano vorremmo lasciarne testimonianza anche qui sul nostro sito. Per continuare a ragionare sugli stereotipi di genere, da altre coordinate geografiche. Per continuare a parlare di infanzia, dei tanti modi in cui si può crescere. Anche noi.

 ESTETICHE     SPA/PAS (Z)

“Nei quartieri ricchi della Gran Bs As può succedere che se fai la maestra, una bambina tanto carina ti dica che domani è il suo compleanno e dovrebbe distribuire gli inviti della sua festa ma solo alle sue compagne, e allora tu le dici sì, ma prima, quasi in automatico, leggi dove si svolgerà la festa. La bimba è figlia di una tua collega, di una maestra, che però vive in un quartiere più povero, a Olivos viene solo a lavorare. Appuntamento alla SPA tal dei tali di Olivos. Ora, io non sapevo prima di venire a vivere a Olivos, che una SPA è una specie di paradiso del benessere, la parola credo che già al tempo dell’antica Roma si riferisse a una città del nord Europa dove gli aristocratici facevano bagni termali e ritrovavano nella cura del corpo la Dottrina Magna o qualcosa di supremo, avranno saputo loro che, io non sto qui a fare ricostruzioni storiche, men che meno sulle origini delle spa e la diffusione a livello mondiale perché non ho studiato abbastanza. Bene, di fatto in una pubblicità delle SPA di oggi si può vedere oltre che una signorina, una bambina bionda, con bigodini anacronistici, cremine e unghie caleidoscopiche, visibilimente felice e fresca, te ne accorgi per il sorriso, il bianco dell’accappatoio e i petali di gelsomino attorno, tutto illuminato da candele.

Che fanno le mie alunne di sette anni il giorno del compleanno? Afflosciano le membra, inviscidiscono la pelle, si scambiano pantofole rosa o gialle, si lasciano allungare le ciglia e disegnare firmamenti splendenti sulle labbra, dimenticano la stanchezza e lo stress quotidiano, si sentono come la mamma, la zia, la figlia grande di papà.

Chi, tra me e le mie amiche, non ha giocato di nascosto, da piccola, al cambio di ruoli provandosi i tacchi della mamma e passandosi il rossetto rosa gelatina alla fragola della cugina adolescente? 

La mamma e il papà hanno ancora una volta affidato ai migliori specialisti il compito di far dei propri figli delle persone migliori, facendoli divertire e accudendoli indirettamente, al passo coi tempi. Io alla ricreazione a volte devo far finta di essere in una SPA, che mi si avvicinano tutte in cerchio e poi si organizzano in una fila per far rilassare la maestra, accarezzandole viso e capelli. A mensa chiacchiero con Mora, che mi si siede sempre vicino, e tra le urla di duecento affamati di otto anni, mi dice che andrà a Miami con la famiglia quest’anno, perché la mamma ha mandato le sue foto e quelle di suo fratello a un’importante rivista di moda, e siccome son stati presi come modelli, si son guadagnati la vacanza.

Nella classe che mi avevano dato l’anno scorso per i compleanni giocavano tutti insieme, maschi e femmine. Andavano in un posto che si chiama LASER GAME dove, mi hanno spiegato, in uno spazio completamente buio, ognuno con la sua pistola che spara una luce laser appunto, deve uccidere un suo compagno di classe, che tanto, come mi ha detto il nanetto Ivo sgranando gli occhi azzurri di fronte al mio disappunto: prima o poi tutti dobbiamo morire.”

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“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”: presentazione a Bologna

Rilanciamo l’iniziativa del Vag61 di Bologna, ricopiando per intero l’invito che abbiamo ricevuto:

Venerdì 18 gennaio 2013, dalle ore 20

a Vag61 (via Paolo Fabbri 110, Bologna)
torna l’appuntamento mensile con i libri e i vini di produttori non omologati di “Fermento” (in collaborazione con Drogheria 53).

ore 20, 15
Cena sociale e degustazione di vini

ore 21,30
Presentazione del libro
“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”
di Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani
prefazione di Silvia Baraldini.
ed. DeriveApprodi

Saranno presenti le autrici
Reading con video e letture di Paola Staccioli Read the rest of this entry »

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Madri a perdere – Gli orfani della globalizzazione

 

Rilancio un articolo di Stefania Ragusa, uscito due giorni fa sul Corriere Immigrazione, che fa molto riflettere sui tragici paradossi della società in cui stiamo, su un ordine del mondo che, come scrive Diego Fusaro in Minima mercatalia, abbiamo “a tal punto interiorizzato da essere vissuto come legittimo, naturale e intrascendibile” (p. 166). Lo sarà poi davvero? Read the rest of this entry »