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Lavoro Archive

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Focus group su conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro

Se qualcuna ha voglia di contribuire a questa ricerca, copiamo qui di seguito le parole con cui una delle ricercatrici la presenta:
Buongiorno,
 
sono Giulia Rodeschini, dottoranda all’Università degli Studi di Trento.
Sto collaborando a Bologna (dove vivo) ad una ricerca all’interno del , il cui obiettivo principale è quello di “analizzare come i sistemi di welfare in 11 città europee influenzino la partecipazione femminile al mercato del lavoro e come questa di conseguenza si ripercuota sul corso di vita di uomini e donne, sulla struttura delle ineguaglianze, sulla coesione sociale e sulla sostenibilità del modello sociale europeo”.
 
Vi scrivo perché il nostro gruppo di ricerca (coordinato dal prof. Costanzo Ranci del Politecnico di Milano) sta cercando alcune donne interessate a partecipare ad un focus-group (ovvero ad una discussione di gruppo della durata di circa un paio d’ore) dove si scambieranno opinioni e racconti sulla conciliazione tra il lavoro e le richieste della propria famiglia.
 
In particolare, le donne da coinvolgere devono essere occupate e residenti a Bologna e prendersi cura di:
- un bambino in età prescolare (sotto ai 6 anni)
- OPPURE di un anziano non auto-sufficiente.
 
Le persone interessate possono scrivere al mio indirizzo: giuliarodeschini@gmail.com
o telefonarmi al numero 3474014697
 
Grazie mille per la vostra disponibilità,
cordiali saluti
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Madri a perdere – Gli orfani della globalizzazione

 

Rilancio un articolo di Stefania Ragusa, uscito due giorni fa sul Corriere Immigrazione, che fa molto riflettere sui tragici paradossi della società in cui stiamo, su un ordine del mondo che, come scrive Diego Fusaro in Minima mercatalia, abbiamo “a tal punto interiorizzato da essere vissuto come legittimo, naturale e intrascendibile” (p. 166). Lo sarà poi davvero? Read the rest of this entry »

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 5


Frequenze di Genere è una trasmissione radiofonica, in onda su Radio Città Fujiko tutti i venerdì dalle 13.30 alle 14. Le puntate monografiche affrontano  diversi temi utilizzando un’ottica di genere, applicando cioè una chiave di lettura che analizza gli effetti che la cultura e le dinamiche interne alla società hanno sulle vite di donne e di uomini.
Frequenze di Genere è uno stimolo alla riflessione sullo status quo e sulle possibilità di cambiamento, mediante la segnalazione di buone pratiche nostrane e il confronto con politiche e iniziative adottate da altri Stati.
Frequenze di Genere è uno spazio di confronto aperto a tutti, in cui ascoltatrici e ascoltatori possono interagire suggerendo argomenti e partecipando attivamente alle rubriche.
Le relatrici di Frequenze di genere hanno per prima cosa spiegato la genesi del loro progetto e la struttura della trasmissione che conducono. Una particolarità della trasmissione radiofonica è quella di proporre dei dossier dove emergano delle figure femminili che solitamente non trovano spazio di rappresentazione: donne viaggiatrici, donne in politica, artiste, scienziate. L’intento è quello di contribuire a diffondere una nuova storia politica e cultura riscritta al femminile.
Oltre ai diversi temi che vengono di volta in volta affrontati in puntata le conduttrici sono solite porre una domanda al pubblico e la domanda che spesso suscita maggiori reazioni è: e se ti dico femminismo…? Il femminismo sembra aver assunto una valenza negativa e spesso viene associato, appunto in modo stereotipato, ad un’immagine di donna rabbiosa e arrabbiata che identifica nell’uomo un nemico da combattere.
Le relatrici hanno dimostrato cosa può essere un femminismo oggi: consapevole delle lotte storiche, delle vittorie e dei fallimenti, ma anche un femminismo aperto a tutto tondo sul presente delle lotte, ogni settimana infatti accolgono soggetti e propongono temi senza dogmatismi e teorie a priori di cosa sia una lotta al femminile, aperte al presente nella convinzione che sia necessario proporre nuove e future forme di rappresentazione del femminile.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 4

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Stefania Prestopino


 

 

Il terzo intervento è quello di Stefania Prestopino del collettivo Le Vocianti, che per l’Associazione Hamelin ha pubblicato un articolo che indaga sull’immaginario proposto alle giovani e ai giovani dalla cultura di massa.
Stefania ha introdotto il suo intervento ricordando quanto emerge dai dati comunicati dai centri antiviolenza: il fenomeno della violenza di genere è in costante aumento, e questo incremento si registra in particolare fra le giovani generazioni, ed è da attribuire all’influenza degli stereotipi che letteralmente invadono l’immaginario infantile e adolescenziale.
Lo stretto rapporto fra rappresentazione mediatica e violenza è una dinamica profonda e radicata che sta alla base della disparità fra uomo e donna, e che viene denunciata da chi affronta tutti i giorni in prima linea le conseguenze drammatiche della disparità fra i sessi.
E’ una chiave interpretativa della realtà che deve essere però portata alla consapevolezza di tutti, non solo degli “addetti ai lavori”.
Non è giusto in questo senso parlare di questione femminile: la degenerazione del rapporto fra i sessi, e i numeri lo testimoniano, è un problema di portata antropologica, un problema di relazione. Parlare di questione femminile è fuorviante.
Qual’è la posizione di bambine e bambini all’interno di queste relazioni? Se sono da un lato i testimoni più vulnerabili di queste dinamiche (quando non sono coinvolti in prima persona), dall’altro è proprio l’infanzia la possibile chiave di volta per il cambiamento, il territorio fertile su cui agire un’educativa basata sul rispetto di ogni unicità, di ogni individualità.
Ma è questa la prospettiva che effettivamente viene offerta alle generazioni in crescita?
Qual è il panorama culturale in cui i nostri bambini e le nostre bambine crescono, assorbendo i modelli di relazione fra i sessi? Sono davvero liberi di maturare la loro individualità a prescindere dai ruoli tradizionali di maschile e femminile?
Stefania ha analizzato in un primo tempo l’offerta di giocattoli e di attività che oggi vengono proposte alle bambine e ai bambini, facendo emergere una nettissima separazione fra giocattoli e attività rivolte alle une e agli altri. Se visivamente è chiaro a tutti che il reparto rosa e fucsia è la terra delle principesse e che quello dell’azzurro e del blu è il dominio dei cavalieri, è meno chiaro ad un primo sguardo, che alle bambine vengono proposte attività che hanno a che fare con la cura di sé e dell’altro (trucchi, specchiere, coroncine, bambolotti) e giocattoli che sembrano voler rinchiudere le bambine nelle mura domestiche in attività di cura della casa (aspirapolveri, cucine, scope e ferri da stiro), con una precoce ossessiva attenzione all’estetica e alla seduttività. Mentre ai bambini vengono proposte attività di scoperta, di avventura, attività tese a sviluppare le loro capacità fisiche e le loro doti psichiche, che li portano fuori dalle mura domestiche. Ancora una volta quindi per le bambine le porte si chiudono su un immaginario sempre più angusto e asfissiante, superficiale ed edonista, mentre appare che per i bambini la spinta sia verso l’esterno, l’avventura, la costruzione di una personalità curiosa e performante. Stefania Prestopino correda la sua indagine di veri e propri collages nei quali appare il sovraffollamento di oggetti per piccole donnine di casa e per piccole principesse.
Gli stessi modelli ritornano in altri prodotti destinati a bambini e adolescenti: dai diari scolastici alle fiction televisive, le riviste, l’abbigliamento.
Un altro settore di analisi sul quale punta la sua ricerca è infatti quello della moda junior, spiegandoci come ogni brand che si rispetti abbia una linea baby o junior e di come la tendenza sia ormai quella di adultizzare ed erotizzare le bambine, fino alla cancellazione completa della rappresentazione dell’infanzia per sfociare in un corollario raccapricciante in cui miniature volgari e grottesche di baby modelle ammiccano grottesche dalle pagine dei giornali di moda. Anche in questo caso le foto e i collages raccolti dall’autrice illustrano ampiamente il fenomeno e la tendenza.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 3

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Servidori
Associazione Hamelin

Il secondo intervento è quello dell’associazione Hamelin, rappresentata da Barbara Servidori.
Hamelin  è l’associazione culturale che a Bologna si occupa di promozione culturale con una  vocazione pedagogica e si rivolge a bambini, adolescenti e adulti  utilizzando la letteratura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema.
Hamelin elabora strategie di promozione della lettura per bambini e ragazzi, con un’attenzione particolare per l’età adolescenziale attraverso percorsi di lettura per classi elementari, medie e superiori, guide bibliografiche a tema, corsi di aggiornamento per bibliotecari, insegnanti di scuole medie e superiori.
L’universo del visivo, e soprattutto del fumetto e dell’illustrazione, è l’altro campo di azione privilegiata dell’Associazione che attraverso laboratori di fumetto per le scuole, incontri con ragazze e ragazzi, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, esposizioni per promuovere giovani artisti, si propone di educare piccoli e grandi ad “un certo sguardo”.
Hamelin è anche responsabile del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul, giunto alla sua quarta edizione.
In particolare, Barbara Servidori ha presentato l’ultimo numero della rivista “Questioni di genere” dell’Associazione Culturale Hamelin, che propone una serie di riflessioni e di proposte bibliografiche sul tema, nell’ambito dell’immaginario e della letteratura per ragazzi.
Nel suo intervento Barbara Servidori ha più volte sottolineato come dagli articoli pubblicati nell’ultimo numero della rivista, emerga come, nella produzione letteraria contemporanea per ragazzi, un’assoluta mancanza di modelli femminili complessi e diversificati, spiegando l’assenza di personaggi femminili avventurosi, coraggiosi, controcorrente che mettano in discussione il modello culturale imperante. Questo aspetto rappresenta una rottura con il recente passato in cui figure femminili variegate e articolate erano ancora presenti a lottare contro un appiattimento che oggi sembra ridurre i personaggi femminili narrati a soggetti livellati, la cui ossessione costante sembra essere solo l’attenzione all’abbigliamento, al gossip e all’omologazione, impedendo così di far emergere una qualsiasi forma di unicità nel personaggio rappresentato. Sembra, sottolinea Barbara Servidori, che sia il pubblico stesso a richiedere questo tipo di rappresentazione e che il mercato si adatti fornendo il prodotto richiesto. Si pone allora un interessante interrogativo, analizzato nell’articolo di Giordana Piccinini, su quale sia oggi lo statuto dell’autore che scrive storie per ragazze e ragazzi? L’autore deve andare nella direzione di ciò che il mercato gli richiede? La sua funzione è solo quella di rassicurare rafforzando i modelli imperanti del pubblico che lo legge?
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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 2

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Spinelli
Avvocata redattrice del Rapporto Ombra CEDAW

Barbara Spinelli, Avvocata e attivista per i diritti delle donne.
La sua attività è centrata sulla violenza contro le donne e sull’implementazione della legge nazionale dei diritti delle donne.
Nel 2011 ha scritto e presentato la sezione italiana del Rapporto Ombra in occasione della quarantanovesima sessione del CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, prodotta dalle Nazioni Unite nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985) come rappresentante dell’ONG Italiana “30 anni del CEDAW-lavori in corso”.
È inoltre autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”.
Il suo intervento si concentra sull’analisi delle raccomandazioni che la Commissione Cedaw  ha formulato nei confronti dell’Italia e sui principali aspetti emersi rispetto all’applicazione dei provvedimenti contenuti nell’articolo 5 della Convenzione Cedaw, che riguarda aspetti di pratiche culturali e responsabilità nell’allevamento dei figli.
Barbara Spinelli ha spiegato che il problema legato alla rappresentazione pubblica della donna è un problema di dignità e non di morale e che, come tale, diventa un problema di tipo giuridico, non personale, ma collettivo. Le pubblicità infatti sono costruite sulla rappresentazione del ruolo della donna nella società e non solo sull’immagine del loro corpo, questo significa che la violenza e la discriminazione di genere trovano terreno fertile nel ruolo tradizionale che viene attribuito alla donna nella nostra società.
Emerge dall’intervento di Barbara Spinelli, che passa in rassegna diversi aspetti della rappresentazione stereotipata delle donne da parte dei mezzi di comunicazione, che non siamo educati a riconoscere la discriminazione sulle donne, perché manca la percezione che certe pratiche siano lesive della dignità. In generale, in Italia, permane una grande adesione a certi tipi di immaginario che vedono la donna inscritta e imprigionata dentro un ruolo. In questo modo si rafforza e si ripropone un tipo di immaginario radicato anche se obsoleto che nel nostro paese viene largamente condiviso.
Fra i numerosi suggerimenti e raccomandazioni del Cedaw, emerge la necessità di realizzare uno studio per il rilevamento di come lo stereotipo di genere sia diffuso fra i giovani, gli anziani, i professionisti e i politici. Un’analisi di questo tipo permetterebbe di fare emergere numerosi aspetti sui quali lavorare per scardinare meccanismi che ledono le donne.
Le raccomandazioni del Cedaw incoraggiano inoltre l’Italia ad elaborare un programma di sensibilizzazione, che coinvolga il più possibile i fruitori dei messaggi, ma anche coloro che li producono (mass media , agenzie pubblicitarie, agenzie di comunicazione).
Resoconto di Valérie Donati
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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno

Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione
Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 

Introduzione di:
Valérie Donati – Collettivo Le Vocianti

Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.

Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?

Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.

La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.

Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.

Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?

Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.

Iniziamo i lavori con un brevissimo video che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.

Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.

C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.

Cosa vediamo in queste immagini?

1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.

2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.

3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.

4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.

Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale, giuridica o politica?

Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.

Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.

Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.

E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.

L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.

Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!

Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.

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Convegno: Gabbia di sguardi. Stereotipi di genere nella comunicazione

Il collettivo Le Vocianti dell’Associazione Donne Pensanti organizza

sabato 14 gennaio
Sala dello Zodiaco Via Zamboni 13 Bologna

Gabbia di sguardi.
Stereotipi di genere nella comunicazione

Ne parliamo con:

Barbara Spinelli
Avvocata redattrice del Rapporto Ombra CEDAW

Elisa Coco
Comunicattive

Mariangela De Gregorio, Anna Bestetti, Giulia Turrini
Frequenze di Genere

Barbara  Servidori, Stefania Prestopino
Associazione Hamelin – collettivo Le Vocianti

Ico Gasparri
Artista Sociale, Fotografo

Ilaria Caprioglio
Avvocata e scrittrice, ex-modella

coordina Valèrie Donati,

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Gratis o della cura del mondo

Tutto è iniziato leggendo questo articolo su Micromega http://temi.repubblica.it/micromega-online/uscire-al-femminile-dalla-crisi/, mi sono apparse due o tre linee di riflessione, che partono dall’articolo e si possono declinare in modo differente.

Lavoro di cura e maternità.

Molte blogger, me compresa, hanno iniziato a frequentare il web e i blog proprio in virtù di un tempo nuovo e liberato dal lavoro e dedicato alla cura.

Non piu’ tardi di qualche mese fa avevo inneggiato come possibilita’ intrinseca, da parte delle madri di riprendersi la propria narrazione, per elaborare l’uscita dai territori del materno più stereotipati, piu’ scontati; sfuggendo la prospettiva tecnicalizzata (detta e nominata dai tecnici) della maternita’, per iniziare ed imparare a ritessere questa storia: grazie alla rete. Magnifico strumento capace di connettere e permettere l’esplorazione tematica, la sua condivisione, la sua narrazione.

Per le donne e le madri una potenzialità di esercitarsi nella costruzione di un sapere collettivo e co-costruito dal basso. Mi sembrava e mi sembra, tutto sommato, una interessante prospettiva. Forse è la cura gentile al mondo, concetto introdotto dall’articolo. Un valore potente ed interessante. E’ certo.

C’è un altra prospettiva che va però considerata: la cura come sapere che va restituito alla cultura, alla società, e perchè no all’economia.

Lavoro di cura e professionalità

Più oltre, allungando lo sguardo prospettico sul tema della cura, si nota che il lavoro professionale di cura non ha narrazioni; basta chiedere alle/agli insegnanti dei propri figli che cosa stanno facendo o innovando, che sapere stanno producendo per la società: mediamente non lo sapranno. Non perché non producano saperi e innovazione anche sui diversi modi di cura, pensati ed adattati, per i molteplici figli di un mondo in transizione culturale.(L’atto di educare e di insegnare  sono alcune forme possibili delle pratiche di cura).

Poi fate la stessa domanda alle badanti, poi alle mamme, infine alle blogger. Nella maggioranza dei casi, forse, non saranno consapevoli del valore che producono “facendo” o narrando ciò che fanno, tanto meno sapranno teorizzarlo, o creare un processo per cui se ne abbia un ritorno economico.

Il fenomeno, però, accade trasversalmente nel mondo delle professioni di cura educativa, settore in cui la presenza femminile spesso è molto alta, e dove il sapere che il lavoro crea, il suo plusvalore culturale, sociale, economico si schiacciano e scompaiono. In altri contesti di cura (le pratiche terapeutiche, sanitarie, mediche ) che sono da maggior tempo,  saldamente in mano agli uomini, appare una maggiore competenza e propensione nel promuovere e vendere, monetizzandolo, anche quel sapere che genera professionalita’ e cultura.  In quei comparti anche le retribuzioni sono mediamente più alte rispetto ad altri ambititi di cura, siano esse scolastiche, educative, o assistenziali. Nella sanità si paga per il lavoro ma anche per questo sapere, e in “educazione” no. Sarà per via del fatto che alle donne, o a chi fa un lavoro da “donna”, spetta la cura (gratuita e) gentile del mondo?

Eppure nei contesti educativi/di cura/asssistenziali avviene invece un processo di elaborazione, talvolta inconsapevole, di modelli di sviluppo sostenibile, e di culture organizzative e/o cooperative e non competitive; e via via che ci si addentra nei modelli organizzativi (cfr. cooperative sociali onlus) si arriva a trovare modelli che prevedono interessanti processi di decisionalita’, anche economica, sviluppati in modo partecipato e responsabilizzante.Che è anche il presentarsi  la cura gentile del mondo e dell’economia attenta a tutti, concetti davvero intriganti in un tempo di crisi. Quindi questi saperi, almeno in teoria, potrebbero/dovrebbero avere un valore economico notevole.

Ma anche questo sapere “non vende”. Come non vendono le cure materne, come non lo fa il sapere delle mamme blogger. Ma, si sa, le mamme sono quelle che hanno nel dna, culturale di genere, il ruolo di coloro che sanno sfamare tutti i figli, curare tutti i figli, e aver cura del corpo di tutti. Anche del corpo del mondo.
Il materno, femminile, e capace di cure, e’ gratis.

Spesso per dare cura, tanto lungo e gratuitamente, una donna non lavora.

 E quindi?

Da queste premesse si potrebbero intuire alcune possibilità, non necessariamente felici e fortunate.

1 – Quel sapere delle mamme, invece ha un valore; lo sanno le blogger, piu’ colte digitalmente e/o fortunate che hanno saputo scrivere e pubblicare un libro, o frane un lavoro. Prendiamone nota, questo è interessante.

2 – Invece mediamente capita qualcosa di diverso: qualcuno di piu’ accorto riesce ad usare quel sapere per guadagnarci qualcosa (facendo studi di mercato), o in contest in cui le mamme creano una forma marketing gratuito o a favore di un guadagno irrisorio: un pacco di pannolini o di caramelle (o scrivere che sapore hanno le caramelle che ti inviano a casa, e ad esempio, questo me lo hanno proposto), o scrivendo un libro o un saggio sociologico o psicologico sulle storie altrui, raccolte in rete.

3 – Allora esser madri, moderne colte e consapavoli non basta, anzi è uno svantaggio. Per via di quell’essere ancora oggetto di sfruttamento economico: imparare a fare la madre (o il padre) è faticoso ma se sono una donna qualcun’altro si arricchirà sulla mia fatica. C’è da pensarci.

Basta consolarsi, pensando, alla necessaria cura del mondo? Oppure vuole dire rintracciare il plus valore prodotto da chi porta e promuove la cura, di quella cura che è anche culturale, sociale ed economica, e inserire un rapporto diretto di riconoscimento.

Vuole dire sostenere che la cure materne debbano essere monetizzabili?. Non esattamente, la scelta della cura è individuale e spesso oblativa, connotata da legami di amore. Forse vuole solo dire che occorre non fare sfruttare il proprio sapere, per un profitto altrui.

4 – Ancora una volta diamo credito agli uomini di saper gestire meglio il proprio plus valore. Gli uomini-padri, sono solo più fortunati perché, pure avendo in nuce nuove storie di paternita’, non provano nemmeno a raccontarle; hanno alle spalle una forte cultura che li sostiene. Loro lo sanno, che un reddito va prodotto, sempre, prima, a prescindere. Prima di tutto e di tutti. E una forma di cura della famiglia, della prole. Si dice: “Poche storie”. Infatti non le raccontano, le loro storie, le pensano, le vivono, ma prima si porta a casa la “pagnotta”.

Non è così casuale che anche il padre più attento ad aver cura della sua esperienza, del proprio figlio, della propria genitorialità, generalmente non diventa blogger, per raccontarsi. Oppure, come nel caso delle cura professionale, quando lo fa i modelli/saperi relativi alla cura maschile (in genere medica) viene pagato abbondantemente.

5 – E allora, ancora una volta perché non impariamo da loro, saper “vendere” ciò che abbiamo imparato; insegnare la cura gentile del mondo, la cura dei corpi, cosa sono le buone prassi e i modelli di sviluppo non competitivo e “femminile/materno”, come essi reggano meglio agli impatti delle crisi, come siano più inclusivi e capaci di sfamare molti “figli”, come sappiano proiettarsi su una vision economica di maggior respiro e sono. Ma impariamo a farci pagare, per questo.

6 – Una accortezza che possiamo sviluppare come donne, blogger, madri, citttadine è non dimenticare che la cura del mondo è un valore e ha un valore; se lo dimentichiamo ad un certo punto il meccanismo viene mitridatizzato e scompare ai nostri occhi come un fiume carsico. E qualcuno ci guadagna, in modo poco chiaro. Magari offrendoci l’illusione di una possibilità espressiva o della notorietà. A maggior ragione la rete, i blog, gli sharing, rischiano di essere uno specchio fallace, dandoci una sola una restituzione, un innaturale plus valore mediatico alla nostro saper di cura: la fama, gli accessi, la condivisione dei link. Come se questo ci ri-pagasse del sapere che mettiamo a disposizione di tutti.

Invece e’ solo gratis.

crediti | grazie infinte a m. per avermi dato gli stimoli e la possibilità di sviluppare il pensiero sul valore del plus valore

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Quei corpi di donne

Matilde, Giovanna, Antonella, Tina sono le operaie tessili rimaste uccise nel crollo della palazzina a Barletta, dove lavoravano in nero  retribuite meno di quattro euro all’ora. Insieme a loro è morta anche Maria la figlia dei titolari del maglificio. Solo un’altra operaia è sopravvissuta. Lavoravano senza ferie, malattia, maternità: alcune erano  ragazze madri lasciate senza futuro nel Paese de “i figli so pezze e core”,dove  le politiche a sostegno della maternità sono una sceneggiata, anzi una buffonata. Un lavoro in un maglificio ricavato in un sottoscala e  fatto con gioia,  una piccola porzione di futuro schiacciata dal crollo. Un lavoro che probabilmente non concedeva nemmeno sabati per stare a casa con i figli o i familiari.

Donne che forse non avevano nemmeno immaginato di percorrere grandi rotte nella loro vita ed erano felici di navigare a vista grazie a quel lavoro in quel piccolo sottoscala. Un progetto di vita prima del crollo, e poi dopo il crollo,  nemmeno più una vita. I funerali si sono svolti ieri e ho pensato a quei corpi giovani composti nelle bare. Eppoi mi sono venuti in mente altri corpi.

Corpi sfruttati col lavoro nero e mal pagato, corpi di donne che sentendosi senza futuro vorrebbero abortire perché incinte e costrette all’iter sfinente di trovare un medico che pratichi aborti nelle strutture pubbliche perché i medici sono diventati quasi tutti obiettori, e lo Stato, quella parodia che ne è rimasta, non si preoccupa più di garantire l’applicazione della legge 194; ho pensato ai corpi delle donne incinte, sole e senza un lavoro o con il marito disoccupato che  scelgono di avere un figlio e quando si rivolgono ai servizi sociali per ricevere aiuto, si sentono dire che farebbero meglio ad abortire: il welfare è stato ridotto all’osso dai tagli del Governo; corpi di donne stanchi e pieni di amarezza che fanno lo slalom tra le follie di una società meschina quanto schizofrenica;  ho pensato ai corpi delle donne e al loro correre affannoso per conciliare lavoro e cura dei figli, con una scuola che rende loro il compito sempre più difficile, il tempo pieno è  una rarità come i posti all’asilo o al nido; ho pensato ai corpi delle donne ricattate sessualmente dai datori di lavoro, soprattutto se straniere, perché tanto “le donne sono tutte in vendita” e c’è sempre un aspirante “utilizzatore finale” che le ricatta col lavoro di cui hanno bisogno per vivere; e poi ho pensato ai corpi delle donne cassintegrate o licenziate perché sono donne, ai corpi di quelle privilegiate che si laureano a pieni voti e finiscono nei call center o restano bloccate da tetti di cristallo.

Sono corpi stanchi e pieni di amarezza e sono donne dimenticate. Dovremmo scendere in piazza in un milione per rivendicare che le donne non siano dimenticate da una società che le sta mettendo sempre più ai margini con insofferenza, e che nega loro dignità, riconoscimento o rispetto. Le politiche per le donne sono un relitto affidato al passato. Ma siamo troppo spesso preoccupate della rappresentazione dei corpi delle donne per ricordarci dei corpi stanchi e pieni di amarezza delle donne.