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About Author: Silvia Cavalieri

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Nata a Modena nel 1973, abito a Bologna ormai da parecchi anni. Per la tesi di laurea in Lettere Moderne e poi per quella di dottorato ho approfondito, nell’ambito della letteratura portoghese contemporanea, alcune tematiche inerenti la costruzione dell’identità femminile attraverso la scrittura. Negli anni del dottorato sono nate le mie due figlie. Dal 2009 ho allargato il mio campo di studi alla letteratura mozambicana, sempre concentrandomi sulla condizione femminile, in opere scritte sia da donne che da uomini. Per alcuni anni mi sono spostata sulla linguistica, occupandomi della relazione fra lingua e cultura nelle aree di lingua portoghese, disciplina che ho insegnato all'università di Bologna tra 2011 e 2016. Ho partecipato con un breve saggio sulle donne nell’età del berlusconismo alla raccolta curata da Carlo Chiurco "Filosofia di Berlusconi – L’essere e il nulla nell’età del Cavaliere". Al lavoro in università ho dovuto affiancare altre professioni: tutte mi hanno fatto capire qualcosa. Ho lavorato come ufficio informazioni per Bolognafiere, ho fatto l'educatrice, la traduttrice e, rare volte, anche l'interprete per il portoghese. Da tre anni ho supplenze annuali alle scuole medie, dove insegno lettere. Mi piace cantare, in portoghese ma non solo: la voce è insieme unicità e guida e a me sta facendo trovare le mie sorelle e le mie antenate. Negli ultimi anni le mie tre passioni - le lettere, la musica e l'impegno femminista - sono confluite in un unico fiume ed è arrivata una cosa rara, molto bella. Di recente ho realizzato due spettacoli fra musica e teatro: "Cattiva - Storia di una scultrice", dedicato a Camille Claudel, e "Flor de la Cordillera", dedicato a Violeta Parra. La mia mail è silca73@gmail.com

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Le ruvide notti fumose: riti magici nell’ascolto, dal sud della Germania

rauhnacht2Questi appunti nascono per gioco, collaborazione istantanea fra me e la cara Giuliana Pellegrino, che ha colto con entusiasmo una mia curiosità, adoperandosi con le sue grandi qualità di ricercatrice e traduttrice (qui dal tedesco) per creare finalmente un po’ di materiale in italiano su una leggenda da noi quasi sconosciuta, eppur così densa di suggestioni. La pulce nell’orecchio me l’ha messa un’amica di Monaco di Baviera, qualche settimana fa, raccontandoci durante un bell’incontro fra donne, di queste Raunächte, le notti fra il 24 dicembre e il 5 gennaio, in cui le dee spazzano via tutto ciò che non è autentico: notti a cavallo fra la fine dell’anno e l’inizio del nuovo, precedute di poche ore da quel capovolgimento verso la luce che è il solstizio d’inverno, notti che sottendono silenziose una sottile trama di sensi nascosti, per chi ha voglia di ascoltarle. Un tempo di riposo, dove è bene non intraprendere nuove attività, ma poeticamente lasciarsi essere, magari sorseggiando birra e grappa e sgranocchiando nocciole. Lavoro invisibile per ricucire la nostra intesa col cosmo.

Questo scritto è sostanzialmente un mio rapido montaggio delle traduzioni che Giuliana mi ha spedito e anche la sitografia citata (qualcosa di minimo esiste anche in italiano) è frutto della sua indagine. In un articolo recente, leggiamo che la denominazione di queste notti rituali presenta, nella lingua tedesca, diverse grafie:  Rauhnächte, Raunächte o Rauchnächte, tutte comunque riferite alla stessa cosa, ossia alla preparazione spirituale e mentale al nuovo anno in arrivo.  Dodici notti fra Natale e l’Epifania ci preparano agli imminenti dodici mesi dell’anno nuovo. Qualsiasi grafia si scelga, il riferimento alla pratica della fumigazione è fondamentale (Rauch: fumo, räuchern: fumigare, ma anche rau: ruvido, generatore di attrito).  Nella fumigazione, degli spazi abitativi ma anche delle stalle degli animali, parti di piante ricche di oli eterici sono adagiate su carboni ardenti – ad esempio la resina. Ciò induce l’olio eterico ad abbandonare la pianta e a propagarsi nell’aria irrorandola del suo  profumo.

Rauhnächte come preparazione del nuovo anno solare.

Scrive Sepp Probst che le “Dodici Notti” che intercorrono dal primo giorno di Natale all’Epifania sono note anche come Losnächte, notti in cui l’animo attento potrà scorgere anticipazioni sull’anno a venire, giacché in esse è contenuto in nuce tutto il ciclo dei dodici mesi.  Si dice siano notti particolarmente dense, in cui il confine tra al di qua e al di là si fa più sottile e, se si affina a dovere l’orecchio, si potranno intendere gli animali parlare.

Ciascuna delle dodici notti corrisponde ad un mese del nuovo anno. La tradizione vuole che il fumo  liberato di notte porti alle persone chiarezza e visioni per ciascuno dei mesi corrispondenti , mentre la fumigazione diurna di una casa protegga e purifichi le persone che vi abitano.  Si tratta, naturalmente, di costumi non passibili di validazione scientifica, appartenenti ad un approccio di tipo essenzialmente soggettivo e personale. Chi esercita questi rituali con particolare sensibilità riferisce di un effetto inequivocabile generato dalle fumigazioni.  In ogni caso, è incontestabile che la fumigazione e l’uso di oli eterici agisca sull’atmosfera di un ambiente in maniera efficace. Con questo rito si vogliono cacciare le energie negative e gli spiriti maligni, per  far spazio alle nuove energie positive per un anno nuovo soddisfacente, come si può leggere nel  libro erboristico Kräuter, Hölzer, Harze für die Rauhnächte.

 

Le piante da bruciare a scopo di protezione sono: barba di bosco, assenzio, angelica, semi di frassino, resina di pino, sambuco, lavanda, vischio e salvia.  Ognuna di esse può essere utilizzata da sola o in combinazione con altre, a piacimento. Con questa pratica si percorre tre volte un cerchio in senso antiorario attraverso l’appartamento. Al termine bisognerebbe lasciar andare con amore tutto ciò che non serve più. A questo punto si può ripercorrere lo spazio abitativo tre volte in senso orario, con l’intento di colmarlo di luce e amore. Ciò serve a costruire una protezione energetica. Le piante per la divinazione sono:  radice di mandragola, artemisia, giusquiamo, alloro, vischio e achillea. 

Panoramica delle Rauhnächte

raunacht-1Il computo delle Rauhnächte inizia nella notte fra il 24 e il 25 dicembre, a mezzanotte.  L’ultima di Rauhnacht inizia il 5 gennaio 2017 a mezzanotte e finisce alle ore 24.  Vi sono poi, in questo lasso di tempo, alcune Rauhnächte particolarmente importanti, per così dire apicali, dotate di un significato speciale. Al di fuori di queste, vi è anche una specie di pre-Rauhnacht che può essere celebrata già prima di Natale, ossia il Solstizio d’inverno, il 22 dicembre.

Il solstizio d’inverno è la notte più lunga dell’intero calendario annuale. In questa notte, il corso annuale del sole raggiunge il suo punto più basso e la maggior parte del tragitto del sole si trova al di sotto dell’orizzonte. Nelle vicinanze del circolo polare artico vi è, in corrispondenza del solstizio d’inverno, un giorno senz’alba. In questo lasso di tempo, al polo nord l’intero tragitto quotidiano del sole si trova interamente al di sotto dell’orizzonte. Questa notte è del tutto particolare anche in ambito astronomico, pertanto si addice decisamente ad una prima fumigazione.

L’ultimo giorno delle Rauhnächte, il 5 Gennaio,  questo tempo magico si conclude e si può dare inizio al nuovo anno. Quest’ultimo giorno si addice all’esecuzione di un rituale conclusivo. Ripercorrete gli eventi e le annotazioni delle ultime 12 notti, ringraziando per  le indicazioni ottenute e per l’aver condotto l’intero processo. Volgete quindi lo sguardo con gioia e fiducia verso il nuovo anno, il futuro vicino.

Particolare attenzione meritano anche le condizioni meteorologiche delle Rauhnächte. Il meteo di ciascuna notte consente di prevedere il tempo che prevarrà in ciascuno dei mesi corrispondenti, poiché esso coinciderà. Le previsioni meteorologiche possono essere più precise, utilizzando cipolle e sale:  una cipolla cosparsa di sale e adagiata sul davanzale alla sera consente di prevedere tempo asciutto se rimane asciutta, piovoso se alla mattina risulta umida.

La coincidenza dei mesi  con le notti ed i giorni seguenti si ritiene  puntuale. Se la giornata è bella, lo sarà anche il mese corrispondente.  Variazioni di tempo nel corso della giornata possono implicare analoghe variazioni nel corso del mese.

Anche il giorno corrispondente a ogni notte, infatti, è importante: chi si è incontrato, com’era l’umore, ci sono stati conflitti, c’è stata gioia?

Rauhnächte e sogni

E pure ciò che si sogna in queste notti  è rilevante, e può avere funzioni oracolari. Si dice  sia presagio di quanto avverrà nei dodici mesi seguenti, in chiave analogica anche nei particolari: se il sogno è precedente alla mezzanotte, gli eventi si realizzeranno nella prima metà del mese; viceversa, nella seconda metà.

Chi volesse sfruttare al massimo le Rauhnächte può servirsi di un Libro dei sogni, annotando i sogni immediatamente dopo il risveglio, prima che si dimentichino i particolari. I sogni delle Rauhnächte mostrano in modo particolarmente intenso ciò che potrebbe realizzarsi nel mese corrispondente dell’anno solare. Quindi, carta e matita sul comodino, anche per i sogni che precedono un risveglio notturno! interessante sarà poi rileggere le annotazioni a fine anno per verificare l’attinenza con gli eventi effettivamente trascorsi.

Credenze correlate

In alcune zone della Foresta Bavarese vige la credenza che se nelle notti di Natale, Capodanno e Befana si lascia la biancheria stesa fuori tutta la notte, ciò possa comportare la morte di qualcuno in famiglia. È per questo che in quelle notti nessuno stende.

Si dice che la dodicesima notte sia la più grande e pericolosa, per cui è meglio non uscire di casa. In questa notte si spargono incensi in tutta la casa e ogni stanza è benedetta con acqua santa in vista dell’Epifania. Con l’intento di proteggersi in questa notte e nell’anno appena inziato, si getta sugli edifici (stalle incluse), una palla di neve spruzzata di acqua santa. In questa notte,  i contadini danno da mangiare agli animali nelle stalle del pane consacrato, al fine di proteggerli contro le malattie nel prossimo anno.

Due pagine in italiano

Qui, tra le altre cose, alcune curiose connessioni con saghe russe e tradizione persiana

e a Bolzano l’associazione Sagapoteatro ha dedicato uno spettacolo a questo tema

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Progressione delle notti
  Data Mese correlato Tematica
1 Notte dal 24 al 25 Dicembre 2016 (Natale) Gennaio 2017 Fondamento delle Rauhnächte
2 Notte dal 25 al 26 Dicembre 2016 Febbraio 2017 voce interiore, guida interiore, sé superiore
3 Notte dal 26 al 27 Dicembre 2016 Marzo 2017 Apertura del cuore, ammettere la meraviglia
4 Notte dal 27 al 28 Dicembre 2016 Aprile 2017 Rilascio di ciò che blocca
5 Notte dal 28 al 29 Dicembre 2016 Maggio 2017 Amicizia
6 Notte dal 29 al 30 Dicembre 2016 Giugno 2017 Purificazione
7 Notte dal 30 al 31 Dicembre 2016 Luglio 2017 Preparazione a ciò che viene
8 Notte dal 31 Dicembre 2016 al 1° Gennaio 2017 (S. Silvestro) Agosto 2017 Nascita del nuovo anno
9 Notte dal 1° al 2 Gennaio 2017 Settembre 2017 Benedizione, saggezza
10 Notte dal 2 al 3 Gennaio 2017 Ottobre 2017 Collegamento, Visioni, Ispirazioni
11 Notte dal 3 al 4 Gennaio 2017 Novembre2017 Lasciare andare, congedarsi
12 Notte dal 4 al  5 Gennaio 2017 Dicembre 2017 Purificazione, trasformazione

 

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Racconto di TERRA: il Cile dei Mapuche

[continua]

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Muriel

Ho rivisto Muriel dopo nove anni e mezzo, in uno degli ambulatori dove lavora, una posta de salud rural , che serve piccole cascine sparse nella campagna cilena, a qualche decina di chilometri da Temuco, capoluogo dell’Araucanía.

C’eravamo salutate nel gennaio del 2006: sono andata all’aeroporto con mia figlia Anita che aveva meno di un anno. Un giorno di gennaio: forse oggi.

Sono scesa giù fino a casa sua, dopo una tappa a San Carlos, il pueblo dove nel 1917 nacque Violeta Parra, e subito sono stata avvolta dalla sua quotidianità a Vilcún, un piccolo comune nella provincia di Cautín, circa 20.000 abitanti, più della metà dei quali vivono nell’area rurale, circostante il piccolo centro urbano. Molti di loro sono Mapuche, il popolo della terra: questo significa la parola.

E il secondo elemento a cui voglio tornare con questo nostro percorso, dopo l’acqua dell’Escuelita di Buenos Aires,  è proprio la terra: superficie e scavo, generosa se amata, sterile quando le ci si accanisce contro, mortificandola. Le parole del manifesto Terra viva si srotolano con spontanea pienezza dentro di me, che da poco le ho rilette insieme ai miei alunni di prima media, mentre imparo a conoscere questo popolo che ha resistito per diversi secoli alla colonizzazione degli spagnoli, giunti in terre così lontane con le loro armi da fuoco, le loro malattie, le loro pretese assurde. A portar dolore, brutture, lutti. Nel video Nación Mapuche – Donde se cultiva la palabra profunda , così viene descritta la condizione dell’essere mapuche, con parole che dovremmo ricominciare a condurre semplicemente allo stato di umanità, che è poi parola che condivide la sua radice etimologica proprio con l’humus, la terra: “essere parte di tutto il cosmo, l’universo, contemplarlo in armonia”, in un dialogo con la terra, parlando con la natura, puntando all’autosufficienza, non all’arricchimento (“a cosa serve tanta ricchezza?”). Alla terra, i Mapuche, “consacrano il loro amore e la loro parola”. La loro parola, sì, perché la terra è viva e interlocutrice mentre questo, dice uno dei mapuche intervistato nel video, non fa parte della mentalità degli winka, che poi saremmo noi: gli occidentali, gli stranieri, i diversi. Storicamente avulsi da certe armoniose evidenze.

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Alla Posta de Salud Rural

Allora parlerò della lingua-terra, di come la parola si faccia cosa, tutt’uno col cosmo, attraverso la musicalità del canto e della poesia.

 Le lingue sono schiavi che chiudono mondi/Le lingue sono chiavi che schiudono mondi.

L’estinzione delle lingue o la loro riduzione a funzioni minime e territori esigui cela spesso violenze sanguinarie. Le Americhe, che a tutt’oggi vengono narrate dai libri di storia delle nostre “buone scuole” come terre in cui la maggior parte delle popolazioni sopravvivevano in uno stato primitivo nemmeno troppo sottilmente connotato come menomato, all’arrivo degli europei, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, erano luoghi di straordinaria ricchezza linguistica. Molte lingue sono state discriminate poi addirittura represse attraverso politiche accentratrici ed eurocentriche: un vero e proprio processo di glottofagia, come lo ha chiamato Louis-Jean Calvet.

Una delle lingue native più coriacee la troviamo nelle terre mapuche e questa permanenza orgogliosa è riflesso dell’ostinata resistenza al colonialismo di questo popolo: fra la parte centro-meridionale del Cile e l’Argentina occidentale ancora oggi esistono circa 440mila persone (400+40mila) che parlano il mapudungun, di cui tre giorni fa si è riconosciuta l’ufficialità per la regione dell’Araucanía. Purtroppo esprimersi in questa lingua è stato a lungo stigmatizzato e solo dagli anni Novanta essa è stata rivalutata, grazie soprattutto ai giovani mapuche che, negli ultimi 20-30 anni, hanno cominciato a riappropriarsene e a infonderle nuova linfa, per riportare alla luce un patrimonio culturale che stava andando perduto. Man mano che le lingue scompaiono spariscono dei mondi e spesso questi mondi sono portatori di una sapienza necessaria: condivido in pieno quanto detto dall’ambientalista statunitense Klaus Toepfer, che “perdere un linguaggio e il suo contesto culturale è come bruciare un testo fondamentale relativo al mondo naturale”. È possibile allora passare proprio per la lingua per rigiocarsi il dialogo fra diversità e trasformare la connotazione dispregiativa che, per motivi storici facilmente intuibili, tradizionalmente ha in mapudungun la parola “lenguaraz, interprete, in una metafora finalmente positiva, di colui che riesce a creare un intimo scambio con l’alterità (e di nuovo pensiamo alla bella metafora di Berman, della traduzione come’albergo nella lontananza).

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Araucanía

E la lingua mapudungun è proprio manifestazione del legame che esiste fra i mapuche e la terra: è lei che dice il loro percepirsi come un popolo, con i suoi spazi, le sue storie, canzoni e riti. Tradizionalmente la sapienza mapuche era trasmessa oralmente nell’ambito del lof, la comunità, attraverso racconti e manufatti. La grafia ufficiale è stata creata dopo la loro sottomissione agli winka. Nella loro saggezza ancestrale troviamo infatti lo sguardo proprio dell’oralità, che è uno sguardo letteralmente più ampio, visto che, come ha scoperto l’antropologo Pierre Pica, alfabetizzandoci perdiamo la visione laterale dello spazio (1) .

Yo canto a la diferencia: rac-cantando i Mapuche insieme a Violeta Parra

(rapido excursus storico)

Interpretando Arauco tiene una pena di Violeta, il contatto con il mondo dei nativi si fa ravvicinato: il secolare sopruso degli uomini sugli uomini. Vi compaiono i nomi degli eroi mapuche, Lautaro Caupolicán Galvarino, che nel XVI° secolo combatterono con coraggio impressionante per preservare l’indipendenza delle loro genti , ma anche i nomi di quei mapuche che piegarono la testa, concedendo troppo ai bianchi o addirittura agevolandoli nel loro smisurato impeto di sopraffazione. A cento anni dall’arrivo di Pedro de Valdivia in Cile , nel 1641, gli Spagnoli firmarono con i mapuche, un trattato di rispetto dei territori indigeni che inaugurò 240 anni di orgogliosa indipendenza per il popolo nativo.

Il periodo tra il 1793 e il 1881, in cui cade anche l’indipendenza cilena dalla corona spagnola (18 settembre 1810),  possiamo considerarlo l’età d’oro dei mapuche. Nel 1861, Saavedra fece il suo piano di pacificazione dell’Araucanía, progettando di utilizzare il metodo nordamericano delle riserve, costruendo poi ferrovie e infrastrutture. È del 1881, anno della fondazione di Temuco, la prima legge che tentò di colonizzare i mapuche con le armi: le città si riempirono di coloni, le terre vennero date a latifondisti, gli indigeni furono confinati nelle riserve (reducciones) e si ritrovarono a poco a poco schiacciati dalla macchina del capitalismo neoliberista. Tra 1878 e 1884 si ordinò di cacciare gli indigeni come fossero “cinghiali selvaggi”: 20 anni ci vollero per assoggettare l’Araucanía. Nel 1930, con la cosiddetta radicación, le terre dei Mapuche – il leggendario territorio wallmapu – passarono da 10 milioni di ettari a 500 mila e gli indigeni vennero confinati in 3078 riserve. Gli eroi nazionali mapuche sono stati strumentalizzati a lungo dalla propaganda nazionalista cilena:  l’orgoglio per questi valorosi combattenti coesiste(va) acriticamente col disprezzo per gli indigeni coevi.

Al popolo della terra la terra viene brutalmente rubata.

Tra 1890 e 1895 ai Mapuche vennero inflitte traumatiche sconfitte: furono anni di paura, epidemie, gravissime crisi soggettive. Iniziò allora il processo di ridefinizione dell’identità dei Mapuche come minoranza etnica nell’ambito della società rurale cilena. Tra il 1884 e il 1919, circa 80mila nativi vennero confinati in 3000 reducciones, mentre 9 milioni di ettari vennero assegnati a stranieri e a coloni cileni. La storia ufficiale, come spesso accade, ha tentato di giustificare questo sopruso adducendo come scusa una sorta di difetto intrinseco degli Araucani, preferendo omettere la brama smodata con cui si puntava alle loro terre.

Qual è il motivo della persistente incapacità dello stato di consultarsi con i propri cittadini indigeni? L’autodeterminazione della popolazione indigena continua a essere motivo d’inquietudine per i governi di Cile e Argentina.

Tra 1927 e 1972, 800 comunità indigene (125mila ettari) vennero suddivise in unità familiari. La frammentazione delle terre mapuche conobbe un ulteriore incremento durante la dittatura di Pinochet. La parcellizzazione ha avuto effetti distruttivi per la coesione interna della nazione mapuche: i lonko, capi tradizionali dei lof, le comunità, vedono oggi drasticamente ridotta la loro autorità. Sempre più importante sul piano dell’identità collettiva diventa, allora, il ruolo della machi, protagonista nella canzone di Violeta El Guillatún.

VULCANO CILE

Natura cilena: gli opposti si toccano

Il guillatún è una delle più importanti cerimonie ancora oggi celebrate dalle comunità indigene. Nella cultura mapuche le donne hanno un ruolo di guida nel conservare e nel tramandare una cultura che affonda le sue radici nella natura stessa del luogo, decostruendo con istintiva semplicità un’altra delle dicotomie care alla mentalità esclusivista dell’aut/aut occidentale. Donne sono, nell’80% dei casi, le machi, che salvaguardano la salute della comunità grazie alle loro conoscenze delle proprietà terapeutiche delle piante e all’interpretazione dei segni che gli elementi naturali forniscono. Rappresentano anche il collegamento con la forza superiore, che vede ciò che sarà e che non dipende dalla volontà umana: non c’è mania di controllo. Si parte da una constatazione di umana impossibilità di dominio, che è la condizione della parità, dell’armonia. In questa canzone vediamo la relazione stretta che i Mapuche hanno con gli elementi, la centralità della voce e la fiducia nel potere performativo della parola: parole, suono ed elementi confluiscono in una straordinaria intesa, che nasce dalla concentrazione e dall’ascolto della natura.

Millelche, villaggio dell’Araucanía, è triste per il temporale che minaccia di rovinare la cerimonia. Gli indios piangono, poi si rivolgono sincretisticamente a varie divinità, cattoliche o cosmiche, tutti in piedi, anche gli infermi, battono sul kultrun, una specie di tamburo fatto con legno di alloro e cannella, il suo battito è il battito della terra e sotto la sua pelle tesa viene custodito il canto prezioso, perché curativo, della machi. Capiscono allora che devono cantare al ritmo del kultrun, mentre la machi ripete la parola “sole” col campo che la riecheggia finché “il re dei cieli” spinge i venti su un’altra regione e la cerimonia può avere inizio. Come in molti miti ancestrali, la parola ha valore performativo: fa essere.

Riprendiamo il filo della storia. Richiami all’integrazione fra l’etnia araucana e quella winka sono una tematica ricorrente tra gli artisti e intellettuali novecenteschi, ma fino al governo della Unidad Popular di Salvador Allende (1970-73) ben poco fu fatto per restituire ai Mapuche la terra che era stata loro sottratta. Sotto il suo governo il numero di tomas (riappropriazioni delle terre da parte dei nativi) aumentò notevolmente, in un’ottica di lotta di classe (proletariato rurale), non di etnie: 1700 solo nel primo anno di governo. Nel 1972 fu approvata la legge 17729 che includeva la normativa per la protezione delle terre degli indigeni e che prevedeva la creazione dell’Istituto per lo sviluppo indigeno, autorizzato a espropriare la terra di patrimoni privati a beneficio della comunità mapuche. Fra il 1972 e il settembre 1973 più di 700mila ettari furono trasferiti alle comunità. Diversamente da quanto previsto dalla legislazione precedente, la divisione della terra sarebbe stata possibile solo con il consenso del 100% dei membri della comunità. Le modalità con cui il governo di Unità Popolare di Allende trattò i Mapuche traspare dal suo programma, che prometteva “la difesa dell’integrità e dello sviluppo delle comunità indigene minacciate dall’usurpazione e la garanzia della pratica democratica, in modo che ai Mapuche e agli altri indigeni siano garantiti un territorio sufficiente, un’adeguata assistenza tecnica e un credito finanziario”. Nel 1964, quando era candidato alla presidenza, Allende aveva solennemente negoziato il Patto di Cautín, sul Cerro Ñielol, la collina cerimoniale mapuche che sovrasta Temuco, in cui riconobbe “la volontà del popolo araucano di mantenere e sviluppare tutti quegli aspetti positivi della sua cultura tradizionale che arricchiscono il bagaglio culturale della nazione cilena, quali la lingua, le leggende, le idee religiose e l’artigianato…”.

Un progetto particolarmente interessante, anche perché esempio d’integrazione fra i saperi occidentali e quelli mapuche, è il Programma di assistenza sanitaria interculturale, sostenuto da un team medico che includeva membri Mapuche nella zona di Malleco e Cautín e combinava le tecniche della medicina allopatica con  elementi di quella  ancestrale dei nativi, mettendo in primo piano il ruolo della machi nel processo terapeutico. La sua natura innovativa è evidente anche per il fatto che venne immediatamente percepito come potenzialmente sovversivo  progressista è evidente se si considera quanto lo percepissero come pericoloso Pinochet e i suoi seguaci. Con il colpo di stato dell’11 settembre 1973 circa 40 organizzazioni mapuche vennero dichiarate fuorilegge.

Il periodo in cui Pinochet comprese che il suo potere dittatoriale non sarebbe durato a lungo coincise con la formazione di una delle più importanti organizzazioni mapuche. Alla fine del 1989 fu creato l’Aukiñ Wallmapu Ngulam (Consiglio di tutte le terre), con molto socialisti dissidenti. (102) ecc.

La lotta per l’autodeterminazione mapuche è, a tutt’oggi, fortemente criminalizzata e ostracizzata.

 

Ancora sul potere della parola: la poesia per la natura

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Mural di Santiago, foto di Lucia Melotti

Rolf Foerster, uno dei più attenti conoscitori della cultura mapuche, è convinto che i poeti radicali abbiano oggi un ruolo centrale nel rinsaldare una percezione positiva dell’identità mapuche nel complesso contesto urbano. E si torna alla profonda sacralità della parola in queste culture. In queste poesie spesso ci si scaglia contro l’inquinamento e i disastri ecologici:

 

Mapurbe

E io sto qui immobile

fra pewen (2) fulminati

infettandomi del cancro

che erode la terra.

E io sto qui immobile

guardando da qualche parte e da nessuna

affogando con le verità

i fantocci della diga-ttatura.

La metropoli geme;

lacrime acide

cadono dalle nere nubi

e si rapprendono nel pensiero.

La poetessa Maria Huenuñir la usa per “far prendere coscienza alle persone che fanno abusi smisurati delle risorse naturali”, per tornare a curare il cuore di Madre Terra, ferito dall’ingiustizia, da menti obnubilate che cercano solo il lucro dentro a tutta la ricchezza che la natura offre, gratuitamente”.

Poeta preferito della bravissima cantante mapuche Beatriz Pichi Malen è Elicura Chihuailaf, profondamente legato alla spiritualità del suo popolo. Dice Beatriz di lui: “ scrive dell’azzurro, il colore del mistero e della rivelazione della vita. E lo fa in versi molto concreti. La biodiversità della Madre Terra è molto presente nel suo pensiero e questo è molto mapu e molto attuale”. “Veniamo dall’azzurro”, dice Elicura, “dal mistero dell’azzurro che si crea fra la fine della notte e l’inizio del giorno. L’azzurro è il nostro colore di vita, è un fiore di cui sempre ci prendiamo cura e che annaffiamo con la parola“. La parola non si limita a riflettere ma fa ed è.

 

Cile. mural Lucia3

Altro mural a Santiago, vicino al Sindicato Social e Cultural, Barrio Yungay

 

(1) Pierre Pica, facendo ricerca fra indios brasiliani munduruku, ha scoperto che, quando si entra nel mondo della scrittura, un muscolo che dà lateralità alla visione si atrofizza. Anche contare pare penalizzi il senso dell’orientamento: i munduruku contano fino a 5, per quantità superiori usano indicazioni generiche. Nel loro contesto non vi è la necessità di contare e, dice Pica, per farlo, il cervello perde altre abilità che, nel loro ambiente, sono quelle che possono salvarti la vita, come, appunto, il senso dell’orientamento.

(2) I pewen sono alberi sacri ai Mapuche.

 

Per la stesura di questo scritto, molto utile è stata la lettura di La lingua della terra. I Mapuche in Argentina e Cile di Leslie Ray. A Bologna lo trovate alla biblioteca del “Centro Amílcar Cabral“.

 

 

 

 

 

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Racconto dell’ACQUA: l’Escuelita fluvial di Buenos Aires

[continua]

OLYMPUS DIGITAL CAMERALo scorso Ferragosto, mentre navigavamo sulla lancha colectiva verso l’Escuelita Caraguatá – finalmente! – era come se tutte le cose fossero andate al loro posto, in un’istantanea di perfezione: l’attesa pronta a sciogliersi, la luce densa della mite umidità invernale, l’esattezza noncurante dei gesti del timoniere e del ragazzo dai tratti indigeni che aiutava i passeggeri a salire e scendere dalla piccola imbarcazione che ci stava conducendo laggiù.

 

La geografia è indissolubilmente storia da queste parti, lo si capisce bene leggendo la vissuta presentazione nel sito, dove si racconta che la famiglia dell’Escuelita è nata nel 2007, quando all’interno del delta del Paraná, poco fuori Buenos Aires, più esattamente nell’Arroyo Caraguatá, è stato riscoperto un edificio in stile indo-inglese del 1910, che fino agli anni Settanta aveva ospitato una scuola pubblica, poi abbandonata e lasciata andare in rovina. Dopo una serie di lavori di ristrutturazione alla casa, si è cominciato a coltivare un orto biologico e a raccogliere volumi in quella che è poi diventata la luminosa biblioteca popolare, all’interno del centro culturale comunitario.

Oggi l’Escuelita è una variegata comunità. Laboratori, merende, prove di giovani musicisti, registrazioni di gruppi affermati, feste, ritrovi: un confluire variopinto di vite, le cui traiettorie fantasiosamente si incrociano in mezzo alla natura e ai sorrisi, che all’escuelita sembrano riprodursi esponenzialmente, accantonando, anche se solo per un attimo, fatiche e preoccupazioni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ambiente del delta, lungo 320 chilometri, è unico e sfuggente. Qui le acque del Paraná si incontrano con quelle del Rio de la Plata, mescolando i rispettivi sedimenti, su cui cominciano a crescere i giunchi e, a volte, s’incagliano ostacoli che rimangono sul fondo per anni: dragare l’affluente è una spesa poco urgente nella lista dell’amministrazione locale, anche perché l’Arroyo si trova un po’ scostato rispetto alla zona più turistica. Le maree e la nebbia, che in certi periodi rende la navigazione poco sicura, fanno sì che l’escuelita non sempre sia raggiungibile.

Gli aborigeni di questo territorio si chiamavano Chaná ma sono stati sterminati. La zona è stata ripopolata con immigrati europei e, più tardi, ha visto arrivare famiglie di umili origini, soprattutto uruguayane. Molti occuparono proprietà abbandonate. Negli ultimi decenni, la bellezza del posto ha attratto molti villeggianti, soprattutto da Buenos Aires, che vi hanno collocato la loro seconda casa per i fine settimana fuori città. All’escuelita si ritrovano bimbi, ragazzi e adulti del luogo o che arrivano da Tigre, l’ultima cittadina sul continente, prima del fiume, o dalla capitale. Si fanno laboratori bellissimi: si costruiscono burattini che diventano i protagonisti di fiabe animate, si suona, si fa l’orto. Ognuno va portando quel che è, per condividere e scambiare il suo con altri saperi. L’Escuelita è attualmente frequentata da circa 400 persone, fra cui 80 bambini e adolescenti, molti dei quali discendenti da quegli índios che in Argentina sono ancora gravemente stigmatizzati.

Eppure sono proprio loro (toba, quechua e guaranì) che, attraverso dimostrazioni pacifiche e cerimonie propiziatorie, si stanno battendo affinché nel Delta una certa zona non troppo distante dall’Escuelita, detta Punta Querandí, venga riconosciuta come luogo di interesse culturale e sito archeologico e perché non venga completamente snaturata dalla febbre immobiliare . Le parole di uno dei protagonisti di questa battaglia pacifica ci rimandano a una consapevolezza profonda, che è la stessa a cui mi riferivo nella mia introduzione, qualche giorno fa: “Ciò che stiamo facendo non è per noi stessi. La ragione sono i bambini, ai quali chiediamo perdono per quello che gli stiamo lasciando. I governi sono responsabili però anche noi lo siamo. È per questo che insegniamo ai nostri bimbi che una pannocchia di granturco vale più di un anello d’oro, perché col mais possiamo riprodurre la vita mentre l’anello non possiamo mangiarlo […] vogliamo recuperare il paradigma che ci hanno fatto perdere che è quello di fare tutto in forma comunitaria. Noi non siamo violenti, non siamo venuti a distruggere nulla”. Alcune insegnanti portano qui le loro classi in visita d’istruzione – un vero e proprio cimitero archeologico con punte di lancia e oggetti della quotidianità di popolazioni cancellate dalla violenza cieca degli invasori europei – per contribuire a “decolonizzare la storia”, dice una di loro , perché è necessario un lavoro di rivalutazione delle origini indigene, troppo a lungo rimosse con vergogna dall’identità nazionale argentina: la parola “índios” è troppo spesso usata con connotazioni dispregiative, la loro cultura eliminata dai curriculum scolastici e dai libri di testo. L’Argentina ufficiale che, da secoli, si ritiene ed è ritenuta il baluardo della civiltà europea nel continente sudamericano, pare non voler rispecchiarsi nelle proprie radici autoctone: una tematica particolarmente urgente in questi giorni in cui il paese comincia già a risentire negativamente dell’elezione di Mauricio Macri, conservatore liberista, elezione che contribuisce a ribadire l’identità del continente sudamericano come “cortile di casa delle grandi corporazioni che detengono il potere […] anche politico”, come affermava pochi giorni fa lo scrittore cileno Luís Sepúlveda, riprendendo l’immagine del “cortile di casa”, che è il modo in cui, sprezzantemente, gli Stati Uniti trattano il Sudamerica ormai da due secoli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAscoltare certe sensibilità in contatto più immediato con l’ambiente naturale non significa ovviamente scadere in certa datata retorica del buon selvaggio o prospettare come idilliache realtà che presentano difficoltà ed elementi contraddittori (chiunque s’impegni attivamente in progetti comunitari conosce bene i dubbi, i momenti di sconforto, le difficoltà che nascono talora non solo all’esterno, le contraddizioni su cui ci si interroga, certi nervosi per l’impressione di “lottare contro i mulini a vento”) ma significa piuttosto procedere nella presa di coscienza che certe tendenze non vanno assecondate per inerzia soltanto perché sono quelle della maggioranza, che lo stile di vita che la parte più influente dell’umanità ha adottato non è sostenibile e che un primo passo per cominciare a contrastarlo è scegliere di vivere diversamente, recuperando un dialogo con l’ambiente, valorizzando le (bio)diversità e scegliendo chi ascoltare senza pensare che sia tutto incontrovertibilmente deciso. Scegliere chi essere.

 

 

lancha2Dell’escuelita aveva già raccontato, facendoci viaggiare con l’immaginazione, Valentina Timpani, che vive a Buenos Aires da ormai cinque anni, dove è maestra elementare e che è fra le persone che con più continuità ed entusiasmo si adoperano dentro a questa bella realtà (e che lì ci ha portate!!).

Pochi giorni fa, nel pieno dell’estate argentina (che invidia!), c’è andata anche Teresa Rossano, insegnante di passaggio a Buenos Aires per fare gli esami di maturità in una scuola bilingue, portandone una bellissima testimonianza.

 

[continua col Racconto della TERRA, dal Cile dei mapuche]

 

 

 

 

 

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Un canto alla differenza. Riflessioni di viaggio

arpillera sul viola

Arpillera di Violeta Parra

Il 14 dicembre sono andata a raccontare il mio viaggio in Sudamerica all’interno di un ciclo di conferenze, organizzate dal quartiere Savena e da Anffas di Bologna, intitolate Viaggiare la differenza – Un mondo da integrare. Stimolo comune per i nostri interventi, questa frase di Giuseppe Ferricelli:  ”Ogni persona è un pezzo insostituibile della realtà. Se non la comprendiamo, ci poniamo fuori dalla stessa”.

Condivido qua la mia riflessione, che si è concentrata in particolare su due luoghi che ho visitato l’agosto scorso: l’Escuelita Caraguatá di Tigre, in Argentina e Vilcún, in Cile, dove sono entrata in contatto, seppur fugace,  con i mapuche, discendenti delle popolazioni aborigene dell’Araucanía.

 

NUVOLE DISEGNATE 3

Nuvole a Buenos Aires

Sono partita con un sentiero, anche se non tracciato , per il mio viaggio fra Buenos Aires e il Cile, l’estate scorsa. Sono partita per Violeta Parra, perché non mi bastava più ascoltare le sue canzoni, scorrere le sue lettere, guardare le sue arpillera, leggere le sue biografie, vederla in un film. Non mi bastava più nemmeno cantare le sue canzoni. Volevo toccare la sua terra, respirare l’aria dei suoi luoghi, imprimermi sulle retine i suoi paesaggi. “Perché la vita, amico, è l’arte dell’incontro”, come disse Vinicius de Morães, e un’arte non s’improvvisa: serve un humus da coltivare giorno per giorno, una disponibilità all’ascolto, un’apertura che non è fugace curiosità ma ha dentro l’ostinazione amorosa della cura. Gli incontri migliori, poi, sono forse quelli che involontariamente abbiamo provocato, per dirla con un paradosso , che è figura che già ci introduce in un’ottica di lettura della realtà diversa da quella in cui molti di noi sono stati educati: quella del pensiero binario, che sempre ci pilota a gerarchizzare, discriminare, escludere. Il cortocircuito che da questa impostazione gnoseologica ci porta a una sostanziale incapacità di autentica accoglienza ci mette un attimo a scattare. Formatici nel pensiero lineare proprio dell’impostazione classica del sapere, siamo sempre proiettati in avanti, ansiosamente protesi verso un ipotetico traguardo sul cui aspetto nemmeno ci interroghiamo più o ripiegati in un passato idealizzato che avvertiamo come irrimediabilmente perduto. Ancora figli di un’impostazione scientifica classica, per cui l’anomalia è un fastidioso contrattempo, siamo poco abituati all’idea di lasciarci disorientare e di perderci. Di metterci davvero in ascolto.

Certi incontri, invece, arrivano per raccontarci storie diverse. E farci altrove.

FARFALLA TERESA

E Teresa manda farfalle dall’Argentina

Renderci disponibili a entrare in una logica paradossale, in cui il giudizio è sospeso a favore dell’ascolto, ci dà la misura di come l’integrazione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di adattamento di queste differenze al sistema globale)  possa evolvere in inclusione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di trasformazione del sistema stesso), arrivando addirittura a farci desiderare quel salto di paradigma ormai ineludibile e che, per forza d’inerzia, tanto temiamo: non stiamo benevolmente concedendo spazio in quello che consideriamo il nostro mondo, ma stiamo, piuttosto, prendendo atto della necessità di aprirci all’altro, che col suo sapere può darci una chiave di svolta per questioni di un certo peso, tipo, per dirne una, salvare il pianeta.

Come Violeta, che cantava alla differenza, ci sembra sempre più evidente che la diversità non è qualcosa da tollerare, ma “qualcosa da celebrare, in quanto condizione essenziale per la nostra esistenza”. Lo ha scritto Vandana Shiva nel suo acutissimo manifesto Terra viva. Direi, ancora meglio, che la diversità è qualcosa da stimolare. Questo manifesto che, in occasione della Conferenza sul Clima di Parigi, ho cercato di analizzare con i miei alunni di prima media, si definisce “una nuova visione per una cittadinanza planetaria”. E questo aggettivo, planetario, che poi non è trovata originale di Vandana Shiva ma termine scelto in un percorso di progressiva presa di coscienza a cui tante persone stanno contribuendo, mi ha fatto pensare alle parole di Gayatri Spivak che, nel 2003, scriveva in Morte di una disciplina: “Propongo di sovrascrivere il globo con il pianeta. La globalizzazione è l’imposizione dello stesso sistema di scambio ovunque. […] Il globo è nei nostri computer. Nessuno vive lì. Ci consente di pensare che possiamo mirare a controllarlo. Il pianeta rientra tra le specie di alterità, che appartengono ad un altro sistema; eppure lo abitiamo, a prestito. Non è effettivamente in netto contrasto con il globo. […] Essere umano è da intendersi verso l’altro. Noi forniamo a noi stessi raffigurazioni trascendentali di ciò che pensiamo sia l’origine di questo dono che ci anima: la madre, la nazione, Dio, la natura. Questi sono i nomi delle alterità, alcuni più radicali di altri. Il pensiero del pianeta si apre ad abbracciare un’inesauribile tassonomia di tali nomi, inclusi, ma non identici, nell’intera gamma degli universali umani: l’animismo aborigeno così come la mitologia spettrale bianca della scienza post-razionale. Se immaginiamo noi stessi come creature planetarie piuttosto che come entità globali, l’alterità resta non derivata da noi; non costituisce la nostra negazione dialettica, ci contiene così come ci scaglia lontano. E così, pensare ad essa è già trasgredire.” Il pianeta, poi, come scrive Paola Zaccaria in La lingua che ospita, è etimologicamente (dal greco) “ciò che va errando”, denota un corpo celeste che gira intorno al Sole, “pianeta/planetario/planetarietà è nucleo semantico che in quanto originato nelle acque amniotiche dell’erranza, del movimento, meglio si addice all’odierna storia di migrazioni intercontinentali ” (p. 202). L’idea della lingua ospitante che dà il titolo al saggio di Zaccaria, inoltre, mi permette di introdurre quella che considero una bellissima figura di questa rivoluzionaria relazione con l’alterità, ossia la figura della traduzione così come la delinea Antoine Berman nel suo saggio La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza: una pratica di intima frequentazione di un’alterità destinata a rimanere irriducibile, verso la quale abbiamo abbandonato qualsiasi velleità di addomesticamento. Una traduzione che, dopo aver finalmente rinunciato alle sue secolari tendenze etnocentriche, ipertestuali e platoniche, dovrebbe puntare a farsi etica, poetica e pensante. Impossibile realizzarla del tutto ma viaggiare in questa aporia è preziosa opportunità di dialogo.

arpillera VIOLETA FOTO DISCHI

Violeta. Fiori, dischi e colori

Siamo capaci di inaugurare una stagione umana fondata su questa accoglienza non fagocitante? Sulla complementarietà e non più sulle contrapposizioni binarie? Siamo pronti ad abitare un pianeta fatto di alberghi nella lontananza?

Si tratta di questioni cruciali. E urgenti. Scrive Vandana Shiva che l’umanità sta affrontando molte crisi: catastrofi climatiche, fame, povertà, disoccupazione, criminalità, conflitti e guerre. Tutto questo sembra spingerla al collasso.

Cosa alimenta questa distruttività e ci impedisce di fermarla?

Il modo di pensare di quella parte di esseri umani che hanno dominato la Terra per secoli e secoli. Vi sono in particolare tre percezioni ingannevoli, dice, che impediscono di correggere e trasformare il nostro modo di pensare il suolo e la terra, il cibo e il lavoro, l’economia e la democrazia:

• gli esseri umani sono separati dalla Terra;

• la formazione della ricchezza nel mercato è separata dal contributo di “altri”: la natura, le donne, i lavoratori, gli antenati e le generazioni future;

• le azioni sono separate dalle conseguenze e i diritti dalle responsabilità.

Occorre cambiare questo modo di pensare, occorre rapportarsi alla terra e alla vita, alle altre persone anche, in modo diverso da come gli uomini più potenti e le civiltà che essi hanno voluto imporre hanno fatto per tanto tempo. Molti di noi ci stanno già provando.

Tenendo presente questo canovaccio, ho scelto, dal mio viaggio, di parlare in particolare di due luoghi. Partendo dalla consapevolezza di essere all’inizio di un percorso di scoperta di terre per me nuove, anche se da sempre mi sembrava di sentirle vicine, scelgo un percorso che definirei elementare, nei due sensi di semplice e basico, ma anche di legato agli elementi.

Due in particolare: l’ACQUA e la TERRA.

 

[continua]

 

 

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“Il vestito di Ilda”, di Anna Fresu

ILDA ANNA FRESUEccola qui Ilda col suo vestito nuovo a quadretti bianchi e rossi e una tracollina di paglia con dentro un quaderno e una penna e pochi spiccioli caso mai passasse un autobus. Ma autobus ce ne saranno uno o due in tutta la città e non è detto che oggi abbiano trovato la benzina.

E infatti oggi non ne passa nessuno. Ilda abita a Matola, la scuola è a Maputo a 8 chilometri di distanza. Miracolosamente riesce ad arrivare con solo pochi minuti di ritardo.

All’uscita di scuola sarà un problema. Le lezioni finiscono alle 18 e a Maputo fa notte presto. Autobus non ce ne saranno, non ce ne sono mai.

Non ho detto delle scarpe di Ilda, scarpe di gomma, tipo giapponese, ricavate da vecchi pneumatici opera di normali africani artisti del riciclo. Forse resisteranno a tanti chilometri, forse no.

In classe Ilda parla pochissimo … ascolta, ascolta tutto, tutti: insegnanti, compagni.

Un giorno parlerà, non ancora.

Ogni giorno è così: la mattina una tazza di tè in fretta, con tanto zucchero per resistere fino alla sera, poi i chilometri a piedi con il sole, con la pioggia … E a scuola tacere, ascoltare. Poi la lunga strada per Matola.

Ogni sera Ilda lava il suo vestito con un pezzo di sapone quando c’è o solo con l’acqua, lo asciuga col ferro scaldato sul fuoco e lo indossa la mattina. Il rosso dei quadretti diventa sempre più rosa, poi beige, poi quasi sparisce. La stoffa è sempre più leggera, sottile. Ma il vestito è sempre pulito, stirato.

Stamattina Ilda non ha preso il suo tè, doveva rammendare il vestito che comincia a lacerarsi qua e là.

Stasera è troppo stanca sulla strada per Matola, le si è anche rotto l’infradito. Ilda si siede sul bordo della strada. Il sole che tramonta arrossa le saline che si vedono in lontananza. Fra un po’ sarà notte, cala presto la notte a Maputo. Un fuoristrada si ferma. È una macchina nuova, sulla portiera ha l’insegna di un’organizzazione umanitaria. Quei signori là dentro non parlano changana, parlano un portoghese stentato ma sono gentili, l’accompagneranno loro a casa.

Ilda sale sulla macchina, un altro strappo alla manica mentre si arrampica.

Oggi i minuti di ritardo diventano ore, si alternano gli insegnanti, finiscono le lezioni.

Domani ci sarà un posto vuoto e così domani e domani ancora.

Sulla strada di Matola qualcuno ha raccolto un vestito, (“con qualche rammendo andrà bene per Josina”) ma il vestito è troppo rotto e non basterà il sapone a far sparire tutte quelle macchie di fango e di sangue.

(da “Sguardi altrove” di Anna Fresu, ed. Vertigo, Roma, 2013)

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25 novembre: storia di Anna

scarpette rosseIeri sera, per chiudere la giornata della Società a Teatro di Ferrara, abbiamo letto questo testo, raccolto e rielaborato da un educatore per disabili. Alla fine, in un teatro comunale immerso nel silenzio, una dopo l’altra, una dozzina di persone si sono alzate dal pubblico e hanno depositato sul palco un oggetto femminile rosso, così abbiamo fatto anche noi Cantiga Caracol e, per ultima, Agnese Di Martino, la regia di questo bel progetto, ha lasciato sulla triste mucchia scarlatta un vestitino nero, da bimba. 

Questa storia è tragicamente vera. Una storia che ho raccolto facendo il mio lavoro, fortunatamente isolata ma purtroppo non unica (ricerche mirate sugli abusi in famiglia rilevano che le percentuali a danno di soggetti disabili sono almeno doppie rispetto agli altri casi, nonostante la difficoltà a monitorarle quando si tratta di disabilità psichica molto grave). Essa testimonia quanto sia difficile abitare la normalità quando si è donna e disabile e in questo caso figlia. Lascio la semplicità disarmante delle parole con cui mi è stata raccontata da Anna (nome di fantasia), una ragazza con deficit intellettivo e disturbo della personalità, ma fisicamente normale. Quella normalità (e semplicità) di cui non si è potuta mai rendere conto mentre fioriva, e che è stata oggetto di attenzioni particolari: quella normalità e integrità che non ha potuto difendere, specialmente nel contesto che doveva essere più tutelante, quello familiare.

“Sono nata nel 1970. E adesso, che siamo nel 2010, ho cinque anni. Non sono andata a scuola perché ero handicappata, e mio padre diceva che potevo fare brutti incontri. Però adesso ci vado a scuola, una scuola per quelle come me. Quando ero piccola sono andata al mare, qualche volta, ma non prendevo il sole perché mi faceva male. E poi mio padre diceva che non dovevo farmi vedere in giro nuda. Non devo parlare con le altre persone, ma solo con le donne. Tu sei un uomo, ma sei un maestro, e con i maestri ci posso parlare, se sono a scuola. Però non devo dire le cose che non devo dire. Mi piace mangiare i dolci ma non li posso mangiare perché sono grassa. E se divento grassa poi mi ammalo. E se mi ammalo poi prendo le medicine che mi fanno stare a letto. A me non piace stare a letto. Quando sono a letto deve venire il dottore. E siccome il dottore è un uomo, mio padre non lo fa venire, Le medicine che mi servono me le da sempre lui e a me non piace stare a letto nuda. Mio padre mi cura lui. E siccome sono malata deve fare le cose per guarire. Le cose per guarire le devo fare solo con lui. E’ un segreto che non deve saperlo nessuno. Alla mamma devo dire che sono guarita con le medicine. Certe volte mi sono ammalata tante volte. Quando avevo cinque anni venivano a trovarmi dei parenti che avevano le gonne, ma io portavo i pantaloni perché le gonne le mettono solo le donne cattive. Adesso mio padre è dovuto partire per lavorare e non mi cura più quando sono ammalata. Adesso non mi ammalo più. Non mi hanno detto quando torna mio padre, ma adesso che vado a scuola mi fanno mettere anche la gonna e poi posso portare i capelli lunghi. Quando faccio il compleanno mi fanno mangiare la torta …” … …

 

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Questa Cile di donna!

 

In Cile abbiamo rischiato di non arrivare. Sulle Ande continuava a nevicare e giù all’ostello di Mendoza, dove alloggiavamo, le notizie non erano buone: il tunnel del Cristo Redentor rimaneva chiuso. Un’eventualità che non avevo previsto neanche da lontano: e chi ci pensava all’inverno sudamericano, alla Cordigliera, al ghiaccio? Questo viaggio aveva preso forma così all’improvviso, luminosa nebulosa con pochi punti fissi, tante incognite… e dentro un invisibile magnete che da mesi, silenzioso e inesauribile, risucchiava laggiù la mia concentrazione. Read the rest of this entry »

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Le Madres de Plaza de Mayo: la politica che nasce dall’amore

 

A Chiara Stanghellini,

che, non so come, era riuscita a far venire le Madres a Bologna, nella scuola dove insegnava spagnolo, e mi aveva invitata a conoscerle ma poi la neve ce lo aveva impedito. Ricordando la sua bella voce generosa sempre al servizio dell’impegno e il suo contagioso entusiasmo.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAA Plaza de Mayo arriviamo camminando dalla stazione ferroviaria di Retiro il primo giorno che passiamo a Buenos Aires. Un mercoledì di fine luglio. Tutto sembra tranquillamente normale: la stranezza si dà come in un silenzio che mi si fa dentro, muta pregnanza.

Ci torno da sola un giovedì pomeriggio di pioggia. C’è il banchetto delle Madres, la loro auto. Donne di generazioni diverse, quella di mia madre o la mia o di qualche anno più giovani di me. Alcune delle anziane hanno in testa a raccogliergli i capelli il pañuelo, il pannolino di tela con cui, molti anni fa, hanno fasciato i loro piccoli. Penso a come portare la loro storia a casa alle mie figlie.

Il 13 agosto abbiamo appuntamento per visitare l’Esma, uno dei numerosissimi centri di detenzione in cui, durante l’ultima dittatura militare (1976-1983) – la più feroce – sono state imprigionate clandestinamente e torturate moltissime persone poi scomparse nel nulla, ma c’è stato un allarme-bomba e hanno lucchettato tutto lo stabile per qualche ora, sospendendo l’apertura al pubblico. Ci torno la sera dopo con i miei amici a vedere Viridiana di Buñuel e due concerti jazz: un’emozione toccare con mano come un intelligente uso della memoria ha saputo trasformare questo luogo dell’orrore in uno spazio di coscientizzazione attraverso la creatività artistica. Read the rest of this entry »

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Eduardo Galeano e Camille Claudel

eduardo-galeano-1A raccontare il viaggio in Argentina e Cile, che ho fatto con la mia amica Beatrice e da cui sono tornata quattro giorni fa, comincio da una coincidenza che mi ha fatto contenta subito prima di partire, ultima di una serie così lunga che alla fine mi ero quasi abituata a quel concatenarsi fluido e amichevole di corriere che partivano proprio cinque minuti dopo il nostro rocambolesco arrivo in stazione, tunnel andini pieni di neve che si aprivano giusto quelle due ore in cui eravamo giunte su al passo pronte a passare la frontiera, incontri buffi, commoventi o altamente improbabili, casuali e necessari insieme. Read the rest of this entry »

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Il sopruso della cancellazione. 17 novembre: Le Malamate al Festival della Violenza Illustrata

Ulduz Malamate

Siamo molto contente di riproporre, il prossimo 17 novembre, le nostre Malamate nell’ambito di un contenitore speciale: il FestivalLa violenza illustrata“, organizzato dalla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, dal 4 novembre al 6 dicembre (qui l’intero programma).

Saremo al Granata di via San Carlo 28/D  a Bologna, a partire dalle ore 21.

In scena:

Silvia Cavalieri     voce e testi

Francesca Colli    voce, testi e chitarra

Hugo Venturelli   chitarra e voce

Bianca Ferricelli    attrice

Ulduz Ashraf Gandomi attrice

Su come è nato questo progetto e sulle motivazioni che sottende ci siamo soffermate qualche mese fa, in questo articolo. Vorremmo ora proporvi alcune riflessioni a partire dalla tematica specifica del Festival, secondo una particolare curvatura che è quella della violenza come esclusione o mancato riconoscimento.

 

Che ticchettio scandisce il tempo dell’esclusione? Tempo dilatato all’infinito che minaccia di fagocitarci. L’idea della gabbia mi angoscia, l’impotenza generata da pareti che limitano le mie possibilità di movimento e mi rendono invisibile, cancellandomi dal mondo condiviso dove circola la vita, mi abita come una minaccia di cui fatico a rintracciare le origini. Pareti reali o metaforiche. Le parole di Camille Claudel dalla sua reclusione forzata in manicomio, dove rimase per trent’anni senza più riuscire a scolpire nulla, mi rimbombano dentro e sono la denuncia – flebile ma coriacea – di un sopruso che sento sulla mia pelle senza averlo vissuto in prima persona. Così scriveva a suo fratello Paul nel marzo del 1930, dopo diciassette anni di clausura prima nei pressi di Parigi poi a Montdevergues, vicino ad Avignone:

 

“C’è forse qualcuno che nutre almeno un po’ di riconoscenza per chi lo ha nutrito, che sa dare qualche risarcimento a colei che hanno depredata del suo genio? No! Un manicomio! Nemmeno il diritto di avere una casa mia!…

Perché devo restare alla loro mercè? È lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista a cui si vuol far sudar sangue.”

 

Riconoscenza, dice Camille Claudel. Una parola spaesante se non ci soffermiamo a meditarne il senso profondo, scomponendola: ri-conoscenza è il tornare a conoscere. Perché vi siete scordati di me, madre e fratello che tanto mi avevi amata? Perché non lucidate i vostri sguardi opachi e tornate a vedermi, a capire chi sono, a riflettermi un’immagine? Dannati specchi silenti. Riconoscenza e riconoscimento sono legati. Hanno dentro una noce preziosa che conferisce consistenza a un io che senza la percezione contenente dell’altro si fa aerea fluttuazione. Pulviscolo disperso.

 

Bianca MalamateViviamo tanti tipi di abbandono: certuni brutali, traumatici, altri fisiologici allo scorrere crudo e impermeabile dell’esistenza; alcuni sono distacchi reali, totali cambiamenti di rotta che ci vengono imposti senza che possiamo avere voce in capitolo, altri sono strane forme di ottusità, sguardi negati, mancati riconoscimenti che ci trasformano in estranee per qualcuno che sentivamo vicino, parente di vita per uno sguardo, una coincidenza, un odore che ci sapeva di casa. Qualcuno che, a volte senza nemmeno rendersene conto, ci aveva illuse di essere meno sole forse perché, come scrive incantata Laura Lamanda nell’Aeroracconto dell’amore fatale, ha un “mistero compatibile” con il nostro. E non è cosa ovvia né troppo comune: i misteri compatibili sono la condizione necessaria perché si inneschino quelle alchimie che fanno prendere corpo al mondo, conferendogli la bellezza di un raro fulgore.

 

Francesca MalamateQuanto bisogno abbiamo di essere viste e riconosciute? Con le mie figlie o nel mio lavoro di educatrice e insegnante, guardandomi attorno, confidandomi con le mie amiche e raccogliendo storie che mi sono arrivate soprattutto nel momento in cui ho deciso di dare forma alle mie eccedenze, provando a trasformare un’ipersensibilità scomposta in qualcosa di condivisibile, come una canzone o un testo, mi accorgo che quasi tutti in un modo o nell’altro cerchiamo questo, perché l’identità si dà nella relazione e lo sguardo dell’altro ci dà fondatezza. Può indispettirci questa vulnerabilità, ma siamo figli/e di uno sguardo innamorato: quello di nostra madre e di nostro padre che ci hanno tenute fra le braccia piccolissime o di chi per loro. Se quello sguardo ci è stato negato continueremo a cercarlo per tutta la vita, se lo abbiamo avuto ne sentiremo lo stesso l’atroce mancanza nei nostri momenti più bui. Salus è il saluto che ci porta salute e salvezza: quanta pregnanza in questa parola così breve. Chi ci saluta ci vede e ci riconosce, questo gesto ci restituisce un’immagine, è un riflesso che siamo: ci salva dall’abisso dell’irrelatezza.

 

Quanta sofferenza che circola nelle contrade del mondo è frutto di questo sguardo negato? Quanta cecità gratuita?

Trovo una sofferta riflessione a proposito della negazione in questo scritto, che ne mette in luce i vari gradi: dalla banalità quotidiana – ogni giorno subiamo piccole cancellazioni o le mettiamo in atto per affermarci a spese degli altri – alla violenza subdola e indenunciabile di chi ostentatamente ci rifiuta:

“Forse perché per donarsi senza filtri, per chi sa ancora farlo, ci vuole davvero solo un momento. Forse perché non c’è un tempo predefinito per amare, non ci sono regole, forme statiche e fisse che stabiliscano dopo quanto tempo o dopo quali esperienze condivise si possa amare. Quell’energia attraversa le case, i corpi e le anime (per chi più che crederci ne sente ancora l’esistenza) e si contagia come la più irrinunciabile e meravigliosa delle malattie-medicina  per nascere alla vita.

            È la malattia più potente che attraverso la negazione davvero uccide, è la medicina più potente che attraverso il Riconoscimento davvero può riportare in vita qualsiasi cosa dal limbo della non-vita, della cancellazione.”

 

Silvia Hugo MalamateEssere invisibili o anche diventarlo all’improvviso ci avvelena la vita, ma il silenzio non è detto che sia assoluto. E il veleno è un liquido che può circolare lungo rivoli inattesi, non solo nelle nostre vene. C’è un mito ancestrale sotteso a molti dei brani che interpretiamo nel nostro spettacolo delle Malamate: il mito della Llorona, una storia dilaniante, refrattaria a ogni facile ricomposizione. Un’amante abbandonata e condannata all’oblio senza appello impazzisce di dolore e uccide i suoi figli, avuti dall’uomo che a un certo punto l’ha rifiutata per sposare una donna ricca, e poi si suicida. Questo gesto la rende maledetta, senza requie perfino al di là della morte, la condanna a cercare disperatamente i suoi figli nel fiume in cui li ha gettati, senza mai una tregua. Simbolicamente in questo mito vediamo rappresentata la rabbia che è tormento inarrestabile, il furore che ci spinge a fare gesti estremi, che ci rigettino al centro di quella scena da cui siamo state violentemente strappate, nocivi per noi stesse e per ciò che più amiamo. Ma questo male non è solo nostro: nella celebre canzone popolare messicana chi parla è colui che è rimasto, l’amante che ha scelto di cancellare la Llorona e che ha visto la sua furia, marchiato indelebilmente da una passione a cui pensava di essersi sottratto, recidendola crudelmente, ma il cui veleno dolcissimo invece si infiltra, paralizzandogli ogni alternativa di vita. La rimozione non può cancellare ciò che è stato e tutto drammaticamente riaffiora. Gli scarti che galleggiano disordinati sul fiume delle nostre vite possiamo richiamarli appassionatamente dentro un disegno, frammentario e discontinuo ma sicuramente un gesto di dialogo.

 

Lhasa

Lhasa

Lhasa de Sela (1972-2010), una delle cantautrici  a cui vogliamo rendere omaggio con questo nostro spettacolo, ha scelto di dedicare un intero album alla Llorona: ferita, la ascoltiamo cantare il deserto del disamore, abitato da una donna che di questo deserto non si spaventa ma, anzi, vi legge riflesso il suo paesaggio interiore: Sono venuta nel deserto per andarmene dal tuo amore / che il deserto è più tenero e la spina è un bacio migliore […] Sono venuta nel deserto per bruciare / perché l’anima prende fuoco quando smette di amare.

 Capita che disprezziamo proprio il contatto che ci ha esposte troppo, allora ci neghiamo allo scambio per ricostruirci quella “verginità di ritorno” che, sola, pare in grado di proteggerci: soffochiamo la nostra naturale tensione verso l’altro per ritirarci, “disdegnose”, in un’esistenza altera, lottando per dimenticare la vergogna del nostro amore rifiutato, negandone sprezzanti la necessità.

Ma non sappiamo restare a lungo dormienti. Nel Pajaro è così lampante che il risveglio si dà solo sull’orlo dell’abisso: “Guardatemi”, dice, “son già qui che ritorno alla vita”, “ti ho aspettato nell’abisso e dell’abisso mi sono innamorata”, “tu mi hai risvegliata, ora insegnami a vivere”. Non sappiamo condannarci all’intransitività e ricadiamo nella disposizione allo scambio, in un carosello di doni e perdoni, come acrobate non troppo aggraziate in equilibrio su un filo: perché chi entra nel circo Firuliche – lo diceva Eduardo Galeano nel suo Libro degli abbracci non ne esce mica più.

 

E allora, come mi dice sempre la mia saggia amica Valentina, se proprio volete fare le funambole vedete almeno di non precipitare sul pubblico, per favore!

(Non si ricompongono i cocci ma lo stupore davanti alla vita può tornare intatto. Le Malamate vorrebbero raccontare questa magia)

Silvia Cavalieri