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About Author: Silvia Cavalieri

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Nata a Modena nel 1973, abito a Bologna ormai da parecchi anni. Per la tesi di laurea in Lettere Moderne e poi per quella di dottorato ho approfondito, nell’ambito della letteratura portoghese contemporanea, alcune tematiche inerenti la costruzione dell’identità femminile attraverso la scrittura. Negli anni del dottorato sono nate le mie due figlie. Dal 2009 ho allargato il mio campo di studi alla letteratura mozambicana, sempre concentrandomi sulla condizione femminile, in opere scritte sia da donne che da uomini. Ora mi occupo in particolare della relazione fra lingua e cultura nelle aree di lingua portoghese. Ho partecipato con un breve saggio sulle donne nell’età del berlusconismo alla raccolta curata da Carlo Chiurco Filosofia di Berlusconi – L’essere e il nulla nell’età del Cavaliere http://www.anobii.com/books/Filosofia_di_Berlusconi/9788895366814/01821b1d69f5fc8911/ Colleziono lavori, tutti estremamente precari: all’impegno in università, affianco il lavoro di educatrice nelle scuole medie, di supplente in un paese che da anni impedisce agli insegnanti di abilitarsi e di traduttrice. Mi piace cantare, in portoghese ma non solo: mi affascina l’unicità della voce e quello che riesce a dire al di là di ogni maschera che indossiamo. La mia mail è silvia@donnepensanti.net

Posts by Silvia Cavalieri

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Perché sono andata all’escuelita?, di Valentina Timpani

escuelita 4

Facendo educazione al genere con ragazze e ragazzi delle scuole medie mi accorgo sempre più di quanto per me, come per molte persone ormai, il discorso sul riconoscimento delle differenze, delle specificità e delle unicità legate anche alla propria identità sessuale, si declini in un contesto più ampio che ha a che fare con la relazione, con le scelte, con il nostro sguardo sulle cose e sugli eventi, su un certo modo di intendere la società e la vita. Per questo credo che pubblicare qui questo bellissimo articolo di Valentina Timpani su una “piccola scuola fluviale” ai margini di Buenos Aires non sia affatto fuori luogo, anche se il discorso sul genere non viene affrontato direttamente, perché la escuelita è per me uno di quei posti dove la rivoluzione semplicemente si dà.

“L’escuelita è una signora in lamiera che ha vissuto l’abbandono negli anni ’70 smettendo di essere scuola pubblica, finché sette anni fa è stata riscoperta, tesoro sommerso da selva e fantasmi. Riempita, ma questa volta in veste di centro culturale e biblioteca popolare. Spunta da dietro gli alberi subito dopo una curva attorno alla quale si avvolge stretto il battello per avvicinarsi al molo e permettere ai bambini di scendere. Questi arrivi o partenze dalla palafitta sono sempre pieni di saluti e gesti rituali anche da parte dei cani, che insieme a Omar, unica presenza maschile costante, accolgono o salutano i visitanti. La signora escuelita somiglia alla casa di Pippi Calzelunghe, genera la stessa allegria alla vista, simile a quella che trasmettono le signore anziane con un vestito a fiori troppo giovanile, spettinate e con i capelli viola a causa della tinta sbagliata.

Ci sono tornata tante volte in questo posto e per varie ragioni. Sento di poter condividerne oggi due. escuelita 2Un’indiscutibile ragione è che le torte di Delia, una delle nonne comunitarie con il sorriso più lunare e l’energia più esplosiva che abbia conosciuto, sono incredibilmente buone. Sopra hanno una glassa di colori psichedelici che ogni volta, prima di mangiare la mia fetta, mi fermo alcuni secondi a immaginare cosa stesse pensando Delia durante la sua creazione, che lei era un’alunna dell’escuelita quando tanto tempo fa funzionava come scuola pubblica, e quei colori zuccherati devono aver a che fare con i suoi ricordi oltre che con la voglia che quel posto continui a essere familiare e stimolante per i bambini del ruscello che non hanno altri spazi, nè comunitari nè solitari. Che poi lei le torte le prepara sempre per un compleanno, ogni sabato si festeggia il compleanno di qualcuno, addirittura del gatto se non c’è alternativa, e tutti cantiamo Tanti auguri a te a squarciagola e in tutte le lingue del mondo che ci vengono in testa, pure in cinese. Io dico che una signora che genera ciò solo con una torta ha del carisma. Poi certi giorni quando sale sul battello dopo aver lavorato molte ore nella cucina di un ristorante per turisti, con la classe della presidentessa di un paese importante o come fosse il Papa del Caraguatá, distoglie tutti i passeggeri dai loro pensieri, e chiede a tutti, uno a uno, come vanno le cose e poi bacia dolcemente, avvolgendo anche gli uomini più bruti perché evidentemente restii al contatto umano in generale, figuriamoci se femminile, con il suo profumo di rosa. Quando scende al molo di casa sua, suo marito la aspetta con le mani incrociate dietro la schiena e il cagnolino nero pazientemente seduto al suo fianco.

 

La seconda ragione forse discutibile per cui continuo a viaggiare verso quest’isoletta nell’acqua marrone è che è divertente condividere con bambini energie creative, disposizioni morali (come l’amore) e percezioni, senza una sola finalità prestabilita. Se sei uno a cui questa affermazione sembra discutibile allora dovresti mangiare prima possibile la torta di Delia, perché evidentemente il tuo sangue monocolore ha perso un po’ di psichedelia allegrifica e bambinifica propria dello zucchero pastoso.escuelita

La condivisione avviene quando si vive spontaneamente uno stesso posto autentico. Vivere allegramente corrisponde a convivialità, amicizia e sviluppo di virtù. Un posto autentico è un posto in cui prevale la possibilità per ognuno di usare strumenti precisi per realizzare desideri precisi, un posto al servizio della persona integrata alla collettività, nella quale ognuno abbia il suo prezioso e unico ruolo. La felicità dei bambini sarà poi il segno chiaro di autenticità dell’educazione.

Quotidianamente frequento posti molto diversi dal Delta del Paranà, geograficamente e socialmente. Mi piace l’idea di uscire così intensamente da questi luoghi quotidiani per raggiungerne altri solo con un’ora di barca. Lavoro in qusto momento come maestra in una scuola privata paritaria italiana.

Ho pensato, al di là della scuola, di cercare altri posti che io considero autentici e che per altri sono marginali perché, per quanto trovi interessante la didattica di una scuola bilingue, non credo nemmeno un po’ nella scuola privata. Insegnare la mia lingua all’escuelita è avvenuto solo quando, dopo feste e giochi musicali insieme ai bambini che al centro comunitario vanno dopo la scuola ufficiale, loro stessi si son mostrati interessati alla mia italianità, come se fosse la cosa più esotica del mondo. All’inizio ero stupita per l’attenzione e la curiosità dei bambini rispetto a qualsiasi proposta effettiva, pensavo fossero spugne più dei bambini della mie classi “ufficiali”. Ora riconosco che questa curiosità è avidità di competenze tecniche, valori etici e beni materiali. Necessità di mangiare compulsivamente il pranzo comunitario offerto con cure e attenzioni, rispettando i gusti di tutti e le maniere di tutti (oggi però non si tollera più che Facundo mangi sotto il tavolo e con le mani o che ci si metta i panini bianchi in tasca per portarli a casa senza chiedere), così come la necessità di mangiare compulsivamente i contenuti più concettuali.

Un esempio: l’altro giorno io, Santiago e Guadalupe di cinque e otto anni, avevamo sparsi sul tavolo almeno trenta libri nuovi e belli. Santiago non smetteva di cambiare libro, stavamo per entrare nella magia dei disegni e del racconto che già ne prendeva un altro e mi chiedeva piangendo di cambiare libro (inutilmente dal momento che lo seguivo senza esitare, ma ormai tutti danno per scontato che Santiago pianga e a lui tocca mantenere con dignità il suo ruolo) infastidito dal fatto che la sua amica Guadalupe avesse espresso un paio di volte di voler finire una storia che le piaceva. Come trasferire un valore materiale acquisito (trenta libri nuovi) a un valore personale e spirituale realizzato (leggerne almeno uno approfittando del piacere della lettura)? Questo è il primo compito in un posto autentico: trasferire valori, con destrezza. Quel poco che si propone a questi bambini, con un minimo sforzo si può trasformare in una strumento efficace e durevole.

In quanti posti tra quelli che frequentano tutti i giorni questi bambini hanno la possibilità di gestire le proprie libertà e di conoscere semplicemente influenzati dall’ambiente circostante? D’altra parte, quanti posti ci danno la possibilità di sentirci creativamente necessari? Questo è il primo regalo che abbiamo in cambio del nostro lavoro al centro comunitario. Trovo assolutamente innecessario il concetto di volontariato dall’alto, dalla posizione di chi ha avuto più fortuna nella vita (quasi sempre economicamente parlando). Credo invece in un volontariato che si basa sullo scambio reciproco e sull’idea che tutti abbiamo le stesse possibilità di cercare e trovare libertà individuali, tutti ne abbiamo bisogno. Solo alcuni hanno disposto dei mezzi per cercare e trovare il proprio talento, di ampliare la coscienza in un ambiente favorevole, di trovare all’improvviso riflesso nell’acqua un cigno, in tutto il suo splendore, al posto del conosciuto e maltrattato brutto anatroccolo. Tutti abbiamo capacità creative. Non esistono persone più o meno abili in assoluto. I posti che si chiamano popolari, comunitari, condivisi e autogestiti sono quasi sempre provvisti di macchine in carne e ossa capaci di definire alcuni talenti e di dare a tutti la possibilità di acchiappare farfalle con il retino e poi lasciarle libere di nuovo, che c’è sempre tempo per imparare, fare e disfare. Tutte le stagioni a nostra disposizione. Ipotizziamo che io suoni bene uno strumento, forse la persona che vive con me non è un buon musicista ma è un incredibile cuoco, come possiamo condividere le nostre concrete capacità? Dove va a finire il timido che non ha la possibilità di esprimere la sua opinione in pubblico ma che ha in sordina la capacità di proiettare le sue emozioni senza parole? Un posto comunitario dà il tempo di riconoscere la propria indole, svilupparla e metterla al servizio dell’altro. Questa è l’analisi di un piccolo sistema condiviso, niente di astratto. Essere creativo significa avere la capacità di guardarsi attorno usando molti punti di vista, utilizzando tutti i sensi ed esplorando distinti e imprevedibili universi percettivi. Canalizzare le emozioni e le percezioni è il secondo compito. Le arti canoniche praticate trasversalmente danno maggiori possibilità di ottenere una risposta che sia meno stereotipata possibile.

escuelita 3Per questo l’anno scorso durante il laboratorio L’italiano suonato, si è cercato a un livello basico di usare come principale strumento didattico la musica. Grazie al lavoro di molti volontari donatori di grandi allegrie e piccole conoscenze, più o meno trenta bambini della marginalità sociale e geografica pur non avendo idea di cosa sia un congiuntivo, di cosa sia un emisfero o di come si facciano i calcoli, tutti compiti delegati dall’istituzione scuola non si sa a chi, da sette anni suonano a orecchio almeno uno strumento, ballano scioltamente diversi generi, recitano intere opere di teatro, dipingono e costruiscono prendendo a occhio le misure.

Buona scuola al rovescio a tutti!”

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Talco e cera, di Valentina Timpani

barbie_Continuano i racconti di Vale dall’Argentina.  Oggi di quando si è avventurata lei di persona in un “centro di produzione di principesse”. Preparatevi a soffrire.

“Quando sono arrivata a Buenos Aires, la strada più grande vicino casa mia è tanto lunga che mi perdo, sembra impossibile perdersi in una strada tutta dritta. L’unico riferimento dicevo, quando sono arrivata a Bs As, per non perdermi vicino casa, erano i negozi. In realtà lo sono ancora, anche ora che sento mia la strada oltre che la casa, il fatto è che ci sono solo negozi in queste tipiche strade infinite di periferia, voglio dire che non ci sono fontane, vicoletti, finestrelle, aiuole, terrazzini, parcheggi e spiazzaletti tra un negozio e l’altro. Quando sono arrivata allora ho iniziato a prestare più attenzione ai negozi, cosa che non avevo mai fatto in altre città. E mi son resa conto che nella strada infinita ci sono tantissimi centri estetici, e sono sempre pieni di donne, anzi, prima dei giorni di festa, quando io vado al supermercato “chino” a fare la spesa, davanti alla porta del centro estetico più vicino a casa, che si chiama PRINCESAS (gli argentini sono un po’ all’antica in certe cose, da noi si sarebbe chiamato  BEAUTY), c’è la fila che fuoriesce dalla sala d’aspetto e arriva alla strada. Una volta ci sono andata anch’io da PRINCESAS, quando le mie colleghe italiane mi dicevano ripetutamente che si poteva considerare poco intelligente non approfittare dell’offerta smodata e dei prezzi molto bassi dei centri estetici vivendo a Bs As.

La prima volta ci sono andata sola, la seconda ho accompagnato un’amica in viaggio in Sud America desiderosa di esperienze forti, mentre l’aspettavo cercavo dei peli sulle gambe delle signore in attesa, ma secondo me erano tutte lì per accompagnare un’amica, perché non ne avevano nemmeno uno.

La prima volta invece la signora Nilda mi ha spinto verso una cabina minuscola dove c’è un lettino bianco ed è andata via, allora io non sapevo bene che fare ed ho aspettato. Poi dopo un po’ una ragazza molto grassa mi ha salutato velocemente e mi ha chiesto di spogliarmi e stendermi, ovvio. Lei aveva in mano un secchio pieno di cera fumante con dentro un bastone lungo di legno. Mi ha cosparso di talco e in pochi secondi ha spalmato una mano di cera bollente su tutta la parte inferiore del mio corpo. Poi ha acceso il ventilatore (in quel momento mi sono accorta che c’era e ho capito perché) e girandosi di scatto come se io stessi per scapparle tra le mani, si è attaccata al lembo sporgente di cera dura e ha strappato in un unico gesto, con faccia rabbiosa, appoggiandomi le tette sulla pancia, e via tutto il bollentume ormai secco. Io urlo dentro e capisco rotondamente perché non mi sono mai piaciute le principesse. 

Quando sono andata via nessuno mi ha salutato, non so perché, ho pensato che fosse perché io mi rado con gilette e questo causa molto lavoro alle produttrici di principesse. O forse perché sono straniera.

Poi sempre le mie colleghe italiane mi dicevano che loro hanno iniziato a depilarsi con la definitiva e che a Bs As le donne eliminano tutto ciò che si può eliminare in ogni recondito angolo del corpo e che la sensazione dopo è meravigliosa.

A quando la genesi del piacere prodotto nello sbiancamento delle parti del corpo naturalmente nere?”

Valentina Timpani

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Noi siamo emozione: in scena “Le Malamate”

Le malamate- ScenaNel suo prologo a Vite sbobinate di Alfredo Gianolio, Ugo Cornia dice che le vite delle persone sono come dei lenzuoli stesi sulla terra: dentro ci può finire di tutto, “un po’ di prati, pioppeti, lavori, hobby, nuvole, carriole del nonno, automobili, mamme”, lavatrici anche, poi a un certo punto quei lenzuoli vengono annodati in fagotti, che sono appunto le vite di ognuno. Con dentro tutta quella roba, ogni fagotto, si capisce, sta in bilico come può, certe volte “diventa uno sfacelo” e si può anche rompere, ma ci son dei momenti, invece, che ci sembra che quel nostro fagotto “abbia una sua armonia incredibile”.
E armonia è relazione sincronica: il nostro fagotto ha dentro anche suoni e parole che non sono stati creati direttamente da noi ma che abbiamo sentito combaciare a tal punto con il nostro stare al mondo da farli nostri, attualizzandoli – agendoli quasi – dentro di noi. La nostra qualunquità si fa così insieme unica e transitiva, perché dialogante. È confidando in questo che portiamo in scena Le Malamate, che afferma la convinzione che quell’ingorgo emotivo che tante volte ci siamo sentite non è necessariamente vicolo cieco ma può farsi espressione condivisa, a partire da un palcoscenico che diventa così teatro di quelle emozioni che bisogna imparare a non occultare e a trasformare in gesto comunicativo. Senza vergogna siamo partite dal nostro vissuto più intimo, da quel nostro sentirci esposte e in balia degli eventi e abbiamo assecondato la nostra predilezione per poesie e voci che ci sembravano narrare proprio il nostro senso di sconforto, che plasmavano il magma confuso dell’abbandono da parte di chi pensavamo avrebbe dovuto amarci e non ne era stato capace, cominciando finalmente a fargli prendere una forma e una direzione. Le Malamate potrei chiamarle allora una specie di autodiscografia e di autobibliografia collettiva, perché a volte ho come l’impressione che siamo una trama e nel cercarci troviamo molto di più che noi stesse: certe parole, certe voci ci risuonano dentro con particolare persuasione. Troppa per essere totalmente altro da noi. E allora capiamo che fanno parte del nostro “fagotto di vita”: l’innocenza tragica di Violeta Parra, la sottile contraddittoria filosofia della rinascita femminile cantata da Lhasa de Sela, l’autoironia di Sofía Viola, la visceralità tellurica delle poesie di Goliarda Sapienza, l’asincronia crudele degli incontri sfiorati e perduti raccontata da Wisława Szymborska e da Edith Piaf. Nell’ascoltare loro, noi stesse ci siamo ritrovate e allora abbiamo scritto anche noi: canzoni, pensieri e poesie. Il risultato è una lettura-concerto drammatizzata, in cui non c’è vera soluzione di continuità fra un testo e l’altro perché attraverso parole e suoni di altre donne abbiamo scoperto le nostre voci più autentiche: i nostri testi originali e le nostre interpretazioni si intrecciano in un unico paesaggio sonoro, sottolineato dai nostri gesti e dagli oggetti evocativi che mettiamo in scena.

Fra-LE MalamateDa una volta all’altra c’è sempre qualcosa che cambia: non portiamo mai sul palco esattamente gli stessi brani né i nostri gesti sono identici ogni volta, a sottolineare la natura intrinsecamente rapsodica – rapsodia etimologicamente è un cucire insieme canti diversi – di ogni processo di costruzione del sé, sempre frammentario e in trasformazione.
Siamo consce che questo prendere parola in quanto creature emozionali è un gesto politico: la passione che cantiamo e recitiamo non è in fondo che un pretesto per sottrarci all’omologazione e per contrastare ogni tentativo di indocilimento. Il sistema patriarcale preferisce espungere l’imprevedibilità di questa schiettezza: non a caso tradizionalmente il femminile è stato relegato all’intimità domestica. Un gesto politico che libera energia contagiosa, Le Malamate è anche
un invito ad accompagnarci nel viaggio, ognuna e ognuno a partire dalle sue ferite e dal suo desiderio, ma anche dalla volontà di ridere insieme e di cercare forme convincenti per dirle, queste ferite e questo desiderio. La lacerazione rammendata con la bellezza, come scrive Carol Gilligan nella sua prefazione a Io sono emozione di Eve Ensler, rinnovando proprio questa immagine del rammendo, che ritrovo in una bellissima poesia di una nativa americana regalatami da una ragazza l’8 marzo, dopo la nostra lettura musicata dai Monologhi della vagina:

Cammino fra i cocci
e ho paura di lacerarmi
devo avere il coraggio di sanguinare
devo avere il coraggio di tagliarmi
per amputare la mia ferita purulenta.

La Donna Antica sta guardando
veglia su di voi
nel buio della tempesta
sta guardando
veglia su di voi
tessete e rammendate
tessete e rammendate
la Donna Antica sta guardando
veglia su di voi
con le sue ossa fatevi telaio
lei sta tessendo
veglia su di voi
tessete e rammendate,
sacre sorelle,
tessete e rammendate. 

Sono andata alla ricerca
perduta
sola
Sono andata alla ricerca
per molti anni

Sono andata alla ricerca
della Donna Antica

e l’ho trovata dentro di me.

Con Le Malamate saremo domenica 13 aprile, ore 21, alla Scuola Popolare di Musica “Ivan Illich”, in via Giuriolo 7, Bologna

Bianca e Ulduz

Questa volta saremo

Silvia Cavalieri     voce e testi

Francesca Colli    voce, testi e chitarra

Hugo Venturelli   chitarra

Bianca Ferricelli    attrice

Amelia Bagalà attrice

Le fotografie sono tutte di Regazzi Photograpghy. Altre le trovate qui

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8 marzo. “Senza paura” – Lettura musicata dai “Monologhi della vagina”

IMMAGINE SENZA PAURADella incredibile dirompenza simbolica dei Monologhi della vagina di Eve Ensler ho già scritto la scorsa estate. L’effetto dilagante che ha avuto quest’opera, in continua trasformazione da un’idea semplice e rivoluzionaria – ognuna a raccontarsi a partire dalla sua vagina, crogiolo di sensazioni, odori, sapori, traumi e scoperte – è l’ennesima prova di come la narrazione sappia tanto spesso innescare la miccia della complicità creativa, di una condivisione trasformativa, che dal punto di vista politico favorisce orizzontalità e partecipazione. Perché il pensiero evolve nella parzialità e nell’incompletezza, e ogni pretesa di essere esaustivi ormai la vivo come un malcelato bluff: tanto vale prendere atto della nostra intrinseca perifericità e schiuderci dal nostro angolo, dai nostri anfratti più oscuri e dimenticati. Farli parola, con umiltà e coraggio. Non è più in un dibattito che troppo spesso finisce per parlarsi addosso che trovo vera comunicazione e stimoli evolutivi – forse perché il dibattito tante volte dimentica di farsi dialogo – ma nell’effetto intensificante che certa arte riesce a creare. Può stupire allora quello a cui uno sguardo che pensavamo irrelato può dare vita: in un effetto-domino di scala intercontinentale, l’esperimento di Eve Ensler è diventato, nell’attivismo globale del V-day, movimento sociale, azione politica concreta, di denuncia contro la violenza sulle donne e di sostegno ai luoghi dove le donne che hanno subito violenza vengono ospitate e curate. Perché, nell’arte, la parzialità e il convivere di pulsioni opposte non necessitano di riconciliazione  e questo ci dà la misura della sua intrinseca, preziosa complessità: “L’arte ha reso l’attivismo più creativo e audace, l’attivismo ha reso l’arte più mirata, più concreta, più pericolosa. Il trucco, in entrambi i casi, è stato quello di evitare da una parte l’ideologia e il fondamentalismo, e la frammentazione e l’irresponsabilità dall’altra. Il trucco è stato cominciare a gettare le fondamenta […] e poi sperare che gli individui e i gruppi portassero in quell’esperienza la loro visione, la loro cultura e la loro creatività. Il trucco è stato creare qualcosa che fosse concreto ma fluido, qualcosa che può propagarsi rapidamente e tuttavia ha solidità, qualcosa che possa essere posseduto e modificato da molti e ha certi ingredienti e leggi che permettono questa adattabilità. Il trucco è stato vivere nelle contraddizioni pur mantenendo fermi i principi, le convinzioni e gli scopi”, scrive l’autrice nella prefazione.

Ancora una volta abbiamo colto la disponibilità alla personalizzazione che i Monologhi propugnano, affiancando alla recitazione dei brani per noi più significativi, canzoni e danze che a nostro avviso li sottolineano, per contrasto o per analogia, continuando a farli risuonare più a lungo e più in profondità.

L’8 marzo porteremo il nostro spettacolo a Ca’ de Mandorli, vicino a Bologna. Qui i dettagli

Senza paura

con

Bianca Ferricelli, attrice
Ulduz Ashraf Gandomi, attrice
Jessica Cestaro, danzatrice
Beatrice Sarti, voce
Silvia Cavalieri, voce
Hugo Venturelli, chitarra e percussioni

“Mettere fine alla violenza contro le donne significa aprirsi al grande potere delle donne, al mistero delle donne, al cuore delle donne, alla sfrenata, infinita sessualità e creatività delle donne. E non avere paura.”
Storie di vita che si incarnano senza reticenze né eufemismi a costruire un intenso mosaico di voci, corpi e sonorità disparate.

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Bambine a Buenos Aires, di Valentina Timpani

Explendidas-Spa-ninas-Argentina Da tre anni Valentina vive a Buenos Aires, dove lavora come insegnante in una scuola elementare, con bambini di origine italiana. Non solo, fa moltissime altre cose e pian piano vorremmo lasciarne testimonianza anche qui sul nostro sito. Per continuare a ragionare sugli stereotipi di genere, da altre coordinate geografiche. Per continuare a parlare di infanzia, dei tanti modi in cui si può crescere. Anche noi.

 ESTETICHE     SPA/PAS (Z)

“Nei quartieri ricchi della Gran Bs As può succedere che se fai la maestra, una bambina tanto carina ti dica che domani è il suo compleanno e dovrebbe distribuire gli inviti della sua festa ma solo alle sue compagne, e allora tu le dici sì, ma prima, quasi in automatico, leggi dove si svolgerà la festa. La bimba è figlia di una tua collega, di una maestra, che però vive in un quartiere più povero, a Olivos viene solo a lavorare. Appuntamento alla SPA tal dei tali di Olivos. Ora, io non sapevo prima di venire a vivere a Olivos, che una SPA è una specie di paradiso del benessere, la parola credo che già al tempo dell’antica Roma si riferisse a una città del nord Europa dove gli aristocratici facevano bagni termali e ritrovavano nella cura del corpo la Dottrina Magna o qualcosa di supremo, avranno saputo loro che, io non sto qui a fare ricostruzioni storiche, men che meno sulle origini delle spa e la diffusione a livello mondiale perché non ho studiato abbastanza. Bene, di fatto in una pubblicità delle SPA di oggi si può vedere oltre che una signorina, una bambina bionda, con bigodini anacronistici, cremine e unghie caleidoscopiche, visibilimente felice e fresca, te ne accorgi per il sorriso, il bianco dell’accappatoio e i petali di gelsomino attorno, tutto illuminato da candele.

Che fanno le mie alunne di sette anni il giorno del compleanno? Afflosciano le membra, inviscidiscono la pelle, si scambiano pantofole rosa o gialle, si lasciano allungare le ciglia e disegnare firmamenti splendenti sulle labbra, dimenticano la stanchezza e lo stress quotidiano, si sentono come la mamma, la zia, la figlia grande di papà.

Chi, tra me e le mie amiche, non ha giocato di nascosto, da piccola, al cambio di ruoli provandosi i tacchi della mamma e passandosi il rossetto rosa gelatina alla fragola della cugina adolescente? 

La mamma e il papà hanno ancora una volta affidato ai migliori specialisti il compito di far dei propri figli delle persone migliori, facendoli divertire e accudendoli indirettamente, al passo coi tempi. Io alla ricreazione a volte devo far finta di essere in una SPA, che mi si avvicinano tutte in cerchio e poi si organizzano in una fila per far rilassare la maestra, accarezzandole viso e capelli. A mensa chiacchiero con Mora, che mi si siede sempre vicino, e tra le urla di duecento affamati di otto anni, mi dice che andrà a Miami con la famiglia quest’anno, perché la mamma ha mandato le sue foto e quelle di suo fratello a un’importante rivista di moda, e siccome son stati presi come modelli, si son guadagnati la vacanza.

Nella classe che mi avevano dato l’anno scorso per i compleanni giocavano tutti insieme, maschi e femmine. Andavano in un posto che si chiama LASER GAME dove, mi hanno spiegato, in uno spazio completamente buio, ognuno con la sua pistola che spara una luce laser appunto, deve uccidere un suo compagno di classe, che tanto, come mi ha detto il nanetto Ivo sgranando gli occhi azzurri di fronte al mio disappunto: prima o poi tutti dobbiamo morire.”

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In ricordo di Chiara

Mercoledì sera è morta Chiara Stanghellini, dopo una lunga malattia. Chiara si era impegnata con grande generosità nel progetto di Donne Pensanti, aveva scritto due testimonianze per il nostro “Svegliatevi, bambine! – Voci dal pluriverso femminile“: molto belle, da ogni punto di vista, per l’intensità e il senso critico che esprimevano, per il mondo che racchiudevano e per come lo sapevano raccontare .

Bellezza, sensibilità, intelligenza: uno sguardo vivace e profondo insieme.

Aveva un viso aperto e luminoso e una voce vibrante, dal timbro potente, una voce che lasciava trasparire le emozioni e trascinare chi era lì ad ascoltarla dentro la sua magia. Ci ha regalato la sua voce per alcune delle letture musicate che abbiamo fatto per presentare il nostro libro, cantando brani di musica popolare accompagnata alla fisarmonica da un suo caro amico: Toscana, Romagna e il suo amato Sudamerica, che sapeva cantare con la sua pronuncia perfetta, da ispanista esperta.

Le dedichiamo questo brano che tante volte deve aver cantato e che ricongiunge due artiste che molto hanno significato nel suo sentito percorso di militanza e impegno: Gracias a la vida di Violeta Parra, interpretata da Mercedes Sosa.

Questo il bellissimo scritto che Chiara ci aveva mandato, poco più di tre anni fa:

“Essere bella? Una bella figlia? Ambire alle nozze con il principe? Fidarsi di Madama Doré?

Io non mi fido per niente. Non voglio il principe. Non mi interessa essere scelta solo perché sono bella.

Poi passano gli anni, e la fila di principi azzurri, fuori dalla porta, non c’è più. E essere figlia non ha mai dato grandi soddisfazioni. Se avessi puntato tutto sulla mia avvenenza, adesso sarei povera, e comunque sarei troppo vecchia. Troppo poco alla moda. Se avessi puntato sul principe ora mi ritroverei un marito che canticchia, infervorato dal successo facile e dal passaggio televisivo con altri mostriciattoli meno blasonati. Se avessi puntato su Madama Dorè, ahimè, adesso farei il suo mestiere: toccherebbe a me cercare altre belle figlie, per metterle in contatto con porci senza ali, utilizzatori finali di vergogna e umiliazione.

Come passare il tempo, allora? Come indirizzare la vita?

Senza ricette, con un po’ di sale. Senza aglio e con molto pepe. Senza uccidere animali e con molte verdure colorate. Con respiri profondi e qualche gatto. Vivendo come un dettaglio di un puzzle, come una tessera di un mosaico, che si incastra alla perfezione con altri dettagli, con altre tessere. Pezzi di me stessa in una volta stellata, infinita, buia, profonda e lucente. Puntino luminoso fra tante stelle. Alcune pulsanti, altre in via di estinzione, altre morte da miliardi di anni.

Osservando con tenerezza punti di forza e banalità, l’autonomia di pensiero e il ricordo dei cattivi maestri, le espressioni prevedibili e gli impeti sconosciuti. Mercedes Sosa, Coldplay e Sanremo, in un unico CD.

Attingendo a un serbatoio infinito di realtà, di ricordi, di relazioni finite o infinite, di momenti bui o di consapevolezza.

Osservando. Analogie o differenze, versioni successive dello stesso pensiero.

Meditando: studio, prove, esercizi. Impegno sui libri e sugli spartiti, ricerca del filo che lega gli avvenimenti, empatia e confidenza di persone affini, una realtà talvolta ostile, l’affermazione della natura selvaggia, la vita reale, il gioco. Saper fare mille cose e non poter fare quasi nulla. Sapendo di non sapere. Provando sempre. Credendoci.

Ancora mancano alcune tessere per completare il mio mosaico. So che sono un regalo, un mistero, una libertà. Me le hanno lasciate in eredità nonni romagnoli e la confusione del caso. Una responsabilità, un segreto prezioso. Per me è tutto, non c’è altro. Inaspettatamente trovo nuove soluzioni, sperimento le diverse strade della sopravvivenza, nel riconoscimento e nell’accettazione della realtà, spesso feroce e dura. Provando, cambiando i dettagli del puzzle. Il talento da rimettere in gioco. Un anagramma continuo di un nome che ancora non ho scoperto, un sogno che rivivo per incanto, la magia nel collegare mille piccoli frammenti di mondo, dando loro un senso.

Mi sorprende mentre scrivo una canzone o preparo un compito in classe. Procede per identiche direttrici, quando contemplo un vetruzzo vellutato sulla spiaggia o il cedro del Parco Talon, quando mi stupisco della perfezione delle Variazioni Goldberg o sogno una gita in bicicletta, canto per un pubblico o leggo un romanzo. Nell’emozione dell’incontro con le Madres de Plaza de Mayo o nel piangere mio padre.

Come un quadro che si dipinge da solo. Come una risata di mio figlio o una telefonata con mia sorella, come gli amici che mi vogliono bene, che mi insegnano lo yoga, mi invitano al mare, mi accompagnano con la chitarra, mi ascoltano e accolgono nella loro casa. Come i medici che mi curano con amore e mi regalano un portafortuna.

In questa evidenza sono, moderatamente, felice. E non c’è veramente nient’altro, oggi, che mi mantenga viva. Questo è il mio presente: unicamente questo strano, incomprensibile, limitato, a volte doloroso spazio fatto di energia, che agisce senza riconoscere padroni. E’ il fluire, il duende, il mistero.

Occorre fantasia per inventarsi la vita.”

Chiara Stanghellini

Marzo 2010

Nell’immagine un disco del Canzoniere delle Lame di Bologna, che Chiara ha frequentato da quando era giovanissima.

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Vulnerabili dee. Lettura musicata

 

Sheela na Gig

 Sabato 13 luglio alla Locanda della Canonica di Montalbano di Zocca (MO), h 21

Beatrice Sarti – voce (contralto)
Silvia Cavalieri – voce
Laura Francaviglia – chitarra e percussioni

 

Abbiamo letto I monologhi della vagina di Eve Ensler e abbiamo colto il suo invito a trasformare questo testo per farlo ancora più nostro, inserendoci poesie di altre scrittrici refrattarie ai codici condivisi, che parlano una lingua aspra e petrosa.

E poi ci abbiamo messo la musica intorno e addosso: musica che racconta di margini e abbandoni, ma anche delle gioie della carne e del piacere che sta nel riso e nell’oblio.

Storie di vulnerabilità e potenza, nel cortile della Locanda della Canonica: in cima al borgo medievale, tra le rocce e il cielo stellato.

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Focus group su conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro

Se qualcuna ha voglia di contribuire a questa ricerca, copiamo qui di seguito le parole con cui una delle ricercatrici la presenta:
Buongiorno,
 
sono Giulia Rodeschini, dottoranda all’Università degli Studi di Trento.
Sto collaborando a Bologna (dove vivo) ad una ricerca all’interno del , il cui obiettivo principale è quello di “analizzare come i sistemi di welfare in 11 città europee influenzino la partecipazione femminile al mercato del lavoro e come questa di conseguenza si ripercuota sul corso di vita di uomini e donne, sulla struttura delle ineguaglianze, sulla coesione sociale e sulla sostenibilità del modello sociale europeo”.
 
Vi scrivo perché il nostro gruppo di ricerca (coordinato dal prof. Costanzo Ranci del Politecnico di Milano) sta cercando alcune donne interessate a partecipare ad un focus-group (ovvero ad una discussione di gruppo della durata di circa un paio d’ore) dove si scambieranno opinioni e racconti sulla conciliazione tra il lavoro e le richieste della propria famiglia.
 
In particolare, le donne da coinvolgere devono essere occupate e residenti a Bologna e prendersi cura di:
- un bambino in età prescolare (sotto ai 6 anni)
- OPPURE di un anziano non auto-sufficiente.
 
Le persone interessate possono scrivere al mio indirizzo: giuliarodeschini@gmail.com
o telefonarmi al numero 3474014697
 
Grazie mille per la vostra disponibilità,
cordiali saluti
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“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”: presentazione a Bologna

Rilanciamo l’iniziativa del Vag61 di Bologna, ricopiando per intero l’invito che abbiamo ricevuto:

Venerdì 18 gennaio 2013, dalle ore 20

a Vag61 (via Paolo Fabbri 110, Bologna)
torna l’appuntamento mensile con i libri e i vini di produttori non omologati di “Fermento” (in collaborazione con Drogheria 53).

ore 20, 15
Cena sociale e degustazione di vini

ore 21,30
Presentazione del libro
“Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste”
di Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani
prefazione di Silvia Baraldini.
ed. DeriveApprodi

Saranno presenti le autrici
Reading con video e letture di Paola Staccioli Read the rest of this entry »

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Anatomia di un femminicidio. “Questo è il mio corpo”, di Filipa Melo

 

 

 

Questo è il mio corpo, pubblicato nel 2001 dalla scrittrice portoghese Filipa Melo, è un romanzo interamente costruito attorno al cadavere di una donna ammazzata dall’uomo con cui aveva una relazione. Non ha nessuna pretesa emblematica, come mai dovrebbe averne un’opera letteraria, nulla che possa essere utilizzato direttamente in una ricognizione sul fenomeno che finalmente si sta cominciando a chiamare col suo nome, femminicidio, e dico “finalmente” perché nominare significa distinguere, significa riconoscere una specificità, nonostante le pervicaci resistenze e gli attacchi piccati di chi ancora si ostina a negare l’esistenza di omicidi perpetrati sulle donne in quanto donne e, con essa, la profonda compromissione di questa tragica realtà con una cultura gravemente e colpevolmente sessista. Read the rest of this entry »