Ni una más: va in scena il femminicidio

“Ed eri solo tu. Luisa. Con i tuoi occhi verdi. Hai dimenticato, l’ho visto, l’ho sentito. I calli delle sue mani sul tuo viso, e le grida soffocate, le lacrime negli occhi gonfi. Hai smesso di maledirti e maledirti ancora per essere rimasta fino alla fine, fino alla fine della sopportazione e oltre. Ed eri solo tu. Luisa. Niente costole incrinate, niente denti rotti, niente ginocchio da riabilitare.

Niente amore che si tramuta in bestia. L’ho visto. Ad un tratto ti sei voltata, verso sinistra, non guardavi niente di particolare, e sei rimasta così, sospesa di fronte ad un futuro possibile. Niente famiglia che ti dice sopporta, niente amiche che ti dicono sopporta, niente vicini che ti biasimano e voltano la testa dall’altra parte. Solo tu. Sospesa di fronte ad un futuro possibile. Ed io ti guardavo e pensavo che ce l’avresti fatta. Ho pensato che in un anno da quando ti avevo visto la prima volta avevi fatto dei progressi inimmaginabili. Ho pensato che tutto sarebbe andato a posto.”

E invece no.

Nulla va a posto e neanche Luisa ce la fa.

Non le è permesso scegliersi finalmente la propria vita, sottraendosi al ricatto subdolo della violenza che si spaccia per intensità incontenibile, per prova suprema di amore. L’uomo che la picchiava a sangue, da tumefarle il viso, fracassarle le ossa fino a farla zoppicare, non tollera l’affronto della sua scelta di indipendenza e la ammazza.

Ma non ha fatto i conti con Cesca, la fisioterapista della casa di accoglienza per donne maltrattate a cui Luisa si era rivolta, dopo l’ennesima scarica di botte, per curarsi e trovare la forza di dire no. Non ha considerato che l’assassinio di Luisa, per Cesca, è la goccia che fa traboccare il vaso.

Così racconta Mia Parissi nel suo racconto Non c’è, pubblicato nella raccolta Il tarlo ippopotamo e altri racconti a miccia corta.

Io ne ho sentito parlare per la prima volta ieri, da Nerina Cocchi, la regista che ha deciso di trasformare questo racconto in un’opera teatrale. Ci siamo incontrate alla Scuola Popolare di Musica Ivan Illich, prima periferia bolognese. Nerina era con Daniel Pinheiro, artista visuale e performer, anche lui coinvolto in questo progetto che mi ha subito conquistata, per il valore dell’idea e per le sinergie che queste belle persone ti fanno sentire che hanno saputo innescare, creando una miscela di competenze articolate, ideali agiti, capacità di ascolto reciproco e collaborazione, volontà di mettersi in gioco e cercare insieme, in un obiettivo comune che non offuschi – ma piuttosto potenzi – le unicità.

Quando Nerina, grazie al suo compagno che conosce Mia dai tempi del liceo, legge il racconto, viene immediatamente avvolta dal suo ritmo, dalla sua visceralità scarna, dalle sue immagini esatte, e l’idea di farne uno spettacolo teatrale le viene naturale. Contatta Mia che ha la bella idea di mandarle delle frasi frante, apparentemente irrelate, frasi che sono voci, da anteporre alla rappresentazione tratta da Non c’è. Voci di donne che si accavallano nella loro quotidianità spezzata, raccontando secche la loro morte violenta, già avvenuta o imminente, in un intreccio di tempi verbali passati e futuri che ci avvolgono nelle maglie di ferro di una tradizione apparentemente ineluttabile, di un’attualità bruciante, che però ci interroga. Un appello discreto e dilaniante. Perché la vivezza delle voci senza corpi dà violentemente il senso della mancanza e della perdita: me ne sono accorta davvero solo pochi giorni fa, visitando con mio fratello Il museo per la memoria di Ustica. Si passeggia attorno alla carcassa fatiscente del dc-9 attorniati da voci sussurrate che dicono le cose più normali di chi sta andando in vacanza o sta tornando a casa sua mentre dal soffitto pendono 81 lampadine che si accendono e si spengono ognuna col suo tempo come gli 81 cuori che si dilatavano e si stringevano ognuno al ritmo del proprio respiro e che si sono innaturalmente fermati all’unissono il 27 giugno del 1980.

La voce è il veicolo della nostra unicità (lo abbiamo scritto anche nel nostro manifesto quando abbiamo scelto di chiamarci Le Vocianti) ed è bello che l’attrice scelta per interpretare Cesca, Giovanna Scardoni, sia anche cantante e che nel suo lavoro in scena voglia sottolineare proprio le potenzialità di scoperta ed espansione, orizzontale e verticale, che il vocalico incarna.

Nerina, Mia, Giovanna, Daniel, la costumista Giulia Pecorari, il fotografo Andrea Messana e il compositore Davide Fensi hanno lavorato insieme sul testo di Mia e sulla sua resa scenica durante una residenza molto intensa, a Spoleto ai primi d’ottobre, dove sono state fatte anche le foto che vedete.

Ieri e oggi Nerina e Daniel sono andati in giro per le strade di Bologna a intervistare le persone a proposito di femminicidio e nei prossimi giorni, se qualcuno vuole incontrarli, saranno a Verona, a Ferrara e a Milano. Non tutti, mi diceva Nerina, collegano la parola femminicidio agli assassinii di donne che con una frequenza sconsolante insanguinano le pagine dei quotidiani italiani. È un neologismo che, formalizzato dai media, si va consolidando pian piano nell’uso, necessariamente brutto, come scriveva pochi giorni fa Adriano Sofri, respingente come dovremmo respingere tutto ciò che ne nutre i presupposti.

“Ni una más” è mai più.”, scrive Nerina, “Che mai più una donna sia toccata dalla violenza, a parole e a fatti. Non perché è donna, e quindi debole. Non perché l’uomo in quanto uomo è violento. Non si tratta di una lotta tra i sessi, ma di andare oltre le parole “vittima”, “abuso” e “superiorità”. Si tratta di capire che se qualcuno picchia, insulta, ammazza, siamo tutti responsabili.”

E mentre Nerina mi spiegava questo progetto così importante, sentivo che pian piano mi nasceva dentro un grande entusiasmo generato dalla persuasione di trovarmi davanti una prova di quanto potente sia la passione che osi farsi politica. Ne ho scritto qui e lo ribadisco: credo sia questa una delle strade più fertili da percorrere oggi, dare voce e corpo, respiri e gesti alle nostre potenti dissonanze, a quell’indocilità che è sempre stata estromessa dalla società patriarcale perché eccessiva e imprevedibile, dissidente e polemica. Orgogliosamente altra.

Ed è proprio questa alterità che troppe volte viene annientata perché non veniamo educati (e nemmeno educate!) a riconoscerla e a valorizzarla, ma piuttosto ci inculcano di rimuoverla, ignorarla. E quando non si può più farlo allora questa dissonanza viene stigmatizzata, colpevolizzata, attaccata da un sistema che ingrassa l’humus capace di giustificarne l’annientamento e la soppressione.

È per questo che Luisa muore. Lui non sa accettare la sua “ribellione”, che poi è la decisione forse per la prima volta di non tradire se stessa: “Voglio mi sia restituito ciò di cui sono fatta” è l’appello accorato della donna-foca nel racconto Pelle di foca, pelle d’anima in Donne che corrono coi lupi, un testo che a noi Vocianti è subito venuto in mente leggendo la storia di questo laboratorio collettivo che è la costruzione dello spettacolo di Ni una más. Quante donne pagano con la vita questa fedeltà al loro io più intimo? La scelta di finire una relazione che è sottrazione e sopruso, troppo spesso mascherati da una strana forma di solerzia, un distorto concetto di premura.

Così scrive infatti Mia, in Non c’è:

“Il non aver voluto accettare.

Di questo si tratta.

Volontà.

Di colpire, ferire, massacrare. Questo è. Volontà di annientare, sottomettere ciò che per natura è indipendente. Ciò che per natura può essere triste quando tu la vuoi sorridente. Ciò che per natura può essere stanca quando invece tu vuoi che pulisca il tuo sporco. Ciò che per natura può fare rumore quando invece tu hai imposto il silenzio. Ciò che per natura non ti appartiene quando invece pensi che sia solo cosa tua. Ciò che per natura parla quando la vorresti muta. Ciò che per natura respira e vive, quando tu la vorresti morta. Volontà di frantumare ciò che per natura è specchio che ti restituisce l’immagine tua, sporca e vigliacca. Debole.”

Come decostruire gli automatismi oggettivizzanti, l’inerzia del sopruso, la violenza facile ancora troppo spesso percepita con sguardo assolutorio? Come lavorare per una società che questa alterità potente sappia accoglierla e valorizzarla?

 

 

 

 

Per questo progetto è in corso una campagna di raccolta fondi che trovate spiegata dettagliatamente qui  Le donazioni saranno ricompensate, a seconda della loro entità, con dei doni.

 

Foto 1, 3 e 4 by ©Andrea Messana.

Foto 2 by ©Daniel Pinheiro.

 

 

Condividi:
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • LinkedIn
  • Technorati
  • Tumblr

Articoli correlati: