Appunti di educazione al genere. 2. Attraversare il “focoso”

Scrive Silvia Leonelli, in un breve saggio che ho trovato molto interessante contenuto nella raccolta Femmine e maschi nei discorsi tra compagni di classe., che l’educazione di genere è l’insieme dei comportamenti, delle azioni e delle attenzioni messo in atto quotidianamente da chi ha responsabilità educative in merito al vissuto di genere, ai ruoli di genere e alle relazioni di genere di giovani e giovanissimi.  Nel momento in cui scarsa è in media la consapevolezza di chi ha responsablità educative in merito a questi temi è inevitabile che spesso l’educazione al genere corra il rischio di essere “mera pressione omologatrice alla tradizione”: di insinuarsi negli esempi, di passare nei giochi e nei giocattoli, nelle filastrocche e nelle fiabe, di strisciare attraverso attività ruolizzanti, mediante l’esposizione a esempi quotidiani che riproducono stereotipi segreganti o, in ognicaso, riduttivi, di trasparire dagli sguardi dei familiari degli adulti significativi o anche degli amici che valorizzano o respingono aspetti legati al maschile e al femminile, di parassitare i processi di osservazione e identificazione, di incunearsi nella storia infantile, adolescenziale, negli incontri, negli scontri, nelle relazioni: “ed è proprio nella nostra tradizione italiana che si nascondono le profonde asimmetrie di genere; lì si annidano gli atteggiamenti disconfermanti verso le bambine/ragazze/donne e il femminile, lì trovano una loro legittimazione simbolica le relazioni di dominio” (p. 46).

Esiste poi, continua Leonelli, un’educazione al genere in senso più stretto che prende forma nei piani di lavoro agiti da famiglie, scuola, enti del sistema formativo integrato, nei casi migliori con corsi costruiti ad hoc, finalizzati a evitare la cristallizzazione degli stereotipi legati alle identità e ai ruoli di genere e a promuovere la costruzione individuale del soggetto, riconosciuta nella sua infinita processualità. Così l’educazione al genere può essere definita come quella parte delle discipline pedagogiche in grado di introdurre significativi cambiamenti di atteggiamenti e comportamenti e sensibilità in singoli → gruppi → società → cultura.

Il contesto educativo è dunque fondamentale, come si diceva un paio di giorni fa, per promuovere un necessario cambiamento di prospettiva. Strumento centrale per fare educazione al genere in questo modo è, secondo Gamberi-Selmi-Maio, la vocazione alla decostruzione: offrire strumenti critici in un’ottica di sgretolamento dei modelli vigenti, perché il genere non è un destino scritto nei corpi ma è “frutto di un’ecologia di fattori” (p. 21).

Per educare al genere è necessario anche rivedere i curricula scolastici, tenendo presente che i saperi sono campi di tensione. Quello che va costruito, insieme, è un sapere trasformativo che sappia mettere in discussione i soggetti conoscenti, che non sono mai un unico soggetto neutro, ma una pluralità di soggetti parziali e situati, un sapere che sappia educare a diffidare dell’oggettività e dell’universalità e capace di far saltare gerarchie e binarismi.

Ma in Italia portare le problematiche di genere nel contesto educativo e, in particolare, nelle scuole, non è per niente facile. Tradizionalmente la scuola si è strutturata a partire dalla volontà di disciplinare i corpi, ha educato al consenso:  ha trasmesso un insegnamento in funzione del ruolo subalterno che per la donna si voleva (si voleva?) nella società. Oggi questo tratto del sistema scolastico non è più così marcato ma, in forme più subdole e meno visibili, continuano a incombere le minacce della modellizzazione di genere. Per contrastare i rischi di un’omologazione acritica, di un’adesione a modelli sessisti, penalizzanti e discriminanti occorre portare allo scoperto le diversità di genere a partire dall’adulto che ricopre il ruolo formativo, occorre uscire dalle contrapposizioni dualistiche. Perché, come ha scritto Ugo Cornia in non so più quale romanzo (ma fossi in voi ne leggerei il pù possibile), insegni ciò che sei, non ciò che sai.

Non si tratta tanto di fare educazione sessuale quanto di abituare le ragazze e i ragazzi a ragionare sulla relazione, sui vissuti, su sentimenti, paure, desideri, pregiudizi, si tratta, come scriveva Lea Melandri ormai 40 anni fa, di parlare alle vite, di raccontare le unicità: “Il focoso si aggira tra i banchi della scuola sempre meno clandestinamente”: occorre “portare allo scoperto tutta questa vitalità sotterranea” (pp. 195-196).

Questo si può cominciare a ottenere, parlando di sé alla presenza di altri: un gesto fertile che l’educatore può fare – cercando le strade più consone – per innescare un processo di progressivo rilascio, abbandono delle mascherei da parte anche dei ragazzi e delle ragazze.

Se si chiede ai ragazzi, ma anche agli adulti molto spesso, “che cos’è un uomo? Che cos’è una donna oggi?” le risposte di solito partono da elementi biologici, da quanto si è imparato nell’ora di scienze in cui le differenze tendono a essere rinaturalizzate. Si fa subito riferimento al corpo sessuato ma non ci si focalizza sulla questione del modellamento di maschile e femminile che sono frutto di fattori socio-culturali. Si tende a trascurare come si diventa uomini e donne nella nostra società e nelle nostre culture. Su questo, invece, si dovrebbe lavorare in un percorso di educazione al genere. [continua]



 



 



 

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