Potenza di corpi dissonanti. Della passione come valore politico

 

È da un po’ che ho in mente di tornare a parlare del corpo delle donne per proseguire una riflessione a cui avevo accennato nel saggio che ho scritto sul fallimento dell’emancipazione femminile nella cornice del berlusconismo, declinazione italiana, insieme unica e ridondante, di quel sistema neoliberista che di tutto fa merce e tutto come merce concepisce. I rischi di collusione, anche inconscia, sono altissimi e di questo parlano con particolare consapevolezza due bellissimi interventi che ho letto di recente: il primo di Cristina Morini che recensisce un libro molto interessante, La donna a una dimensione di Nina Power e il secondo di Olivia Guaraldo, che abbiamo rilanciato pochi giorni fa anche dal nostro sito.

Interrogandomi sulle possibili pratiche per contrastare questo modello tendenzialmente disumanizzante, sottolineavo l’importanza di ridare voce a corpi il meno possibile addomesticati e mi chiedevo se si possa riuscire a trasformare questa ostinata indocilità in una pratica condivisa, capace di suscitare progetto politico. L’incapacità di adattamento mi affascina perché innesca ragionamenti: in fondo non è altro che un continuo porre domande al sistema, denunciandone la pochezza, gettando sotto gli occhi di chi vuole vedere che il modo in cui siamo indotti a portare avanti le nostre vite fa acqua da tutte le parti. Ed è così che le reticenze, gli sguardi sghembi, le insofferenze e le inettitudini diventano l’anelato “anello che non tiene”, lasciano baluginare un’opportunità di riscatto schiudendo possibilità non evidenti. Sono ombre preziose nel luccichio farlocco che ci avvolge abbagliandoci, in cui anche la capacità di mediazione è diventata una merce da vendere (e penso ai furbi pacchetti per la “gestione dei conflitti” con cui ci bombardano ovunque, dai luoghi di lavoro alle scuole: perché tutta questa necessità di insegnarci a obbedire, a essere docili? Quanta paura fanno i dissidenti, quelli che non ci stanno?).

Mi chiedo se l’atteggiamento ambivalente che la nostra società continua ad avere nei confronti del corpo femminile – iperostensione ossessiva delle sue forme nelle rappresentazioni dominanti, da un lato, e azzittimento delle sue istanze più profonde e dei suoi vissuti raccontabili, così come dei suoi percorsi verso l’equilibrio, l’armonia e il godimento, dall’altro – non porti iscritta in sé proprio questa paura. Per far capire anche quanto poco fondate siano le accuse di moralismo e perbenismo che spesso vengono fatte contro chi, come noi, intende stigmatizzare una rappresentazione stereotipata e spesso brutalmente o sottilmente violenta, e quanto l’imperversare di immagini ripetitive e banalizzanti finisca per amputare l’opportunità di portare alla luce immaginari avvincenti, densi e avventurosi, impoverendo la nostra civiltà, proporrò, a rate, una serie di riflessioni che ho sviluppato dopo aver letto alcuni libri e ascoltato certe esperienze.

La filosofa Elena Pulcini, che si è occupata a lungo del soggetto moderno a partire soprattutto dal tema delle passioni e della vita emotiva ( non a caso lasciato ai margini del pensiero dominante), nomina la peculiare posizione che le donne occupano nella dicotomia tutta occidentale di ragione vs passione “differenza emotiva”. La potenza della fisicità femminile e la saggezza che un corpo pienamente vissuto conferisce storicamente hanno creato terrore, tanto che in epoca moderna, scrive Pulcini nel Potere di unire, mentre si rivaluta la femminilità, al tempo stesso la si addomestica. La passione si sbiadisce in una “cultura del sentimento”, com’è evidente nella concezione di Rousseau, in cui la donna è valorizzata in quanto madre, moglie, depositaria degli affetti più puri e capace di intessere e alimentare quei fili che tengono unite le persone. Dalla sfera intima e privata che le compete, irradia il suo calore rassicurante, contribuendo a dare solidità ed equilibrio al compagno che può così esercitare le sue funzioni nella sfera pubblica con più serenità e meno distrazioni “spicciole”. In età moderna, in altre parole, la donna ha la prima grande occasione di vedere riconosciuta la sua identità e la sua funzione, ma ciò avviene alla condizione che accetti due esclusioni simultanee: la prima dal contratto sociale, dalla vita pubblica quindi, la seconda dalla sfera delle passioni, rinunciando così all’insostituibile processo di configurazione identitaria che nel loro attraversamento si dà. La modernità costruisce in sostanza un modello femminile edulcorato, da cui sono espunti quegli eccessi di páthos che incepperebbero la fluidità necessaria perché la sfera pubblica proceda dentro i binari in cui la si vuole mantenere. È così che, nel momento in cui le viene riconosciuto un potere, alla donna viene anche imposto di sacrificare una parte di sé: la sua ammissione nella società consacrata dal suo ruolo di dea del focolare, regina della sfera privata, si basa su una grave mutilazione sul piano identitario. Questa “euforia dell’identità” nel percorso di Pulcini, come la autodefinisce la filosofa stessa, è nata da una duplice insoddisfazione: nei confronti, da una parte, di una prospettiva puramente emancipatoria, tutta focalizzata su politiche di conquista di cittadinanza e pari diritti ma che trascurava un aspetto invece sostanziale come la mutilazione dell’interiorità femminile operata nel sistema patriarcale, dall’altra, di una quasi esclusiva focalizzazione di un certo femminismo storico sul materno.

Sono anch’io molto convinta che sia necessario restituire all’“essere in relazione” che le donne portano inscritto nel loro corpo la “potenza dinamica e appassionata dell’eros” (p. XI  del libro sopraccitato), ambivalente come Giano dalle due teste, vita pulsante che alberga in sé “la forza scardinante e rinnovatrice di thánatos” (XII). La passione è ammissione di insufficienza, la confessione di una vulnerabilità che è un esporsi irrimediabile all’altro, con cui l’io entra in costante e inquieto dialogo. Ma questa vulnerabilità che traspare non è forse una forma di realistica saggezza? Ostinatamente contraria, per altro, ai deliri di onnipotenza e di crescita in impennate esponenziali di cui il corso delle cose sta ormai smascherando le contraddizioni nefaste.

Mi ero ripromessa anche di tornare sulle pagine appassionate di Marina Cvetaeva: non è l’oggetto del suo desiderio e delle sue parole d’amore che mi preme – puro pretesto che sempre sappiamo inventarci quando la normalità ci opprime – ma la potenza che questa sovraesposizione delle proprie intense fragilità riesce a scatenare.Voce da una tenebra che scalda, fatta di sensualità ed erotismo, “creatura di effluvi” che percepisce “l’universo con la pelle”, scrive la Cvetaeva:

voglio gioire di voi e delle forze oscure che da me estraete come uno stregone, un rabdomante. Un rabdomante non è necessariamente conscio: né della propria forza, né del valore delle sorgenti che scopre. È un dono come un altro, e dunque il più delle volte concesso agli ignoranti e agli ingrati […] Voi mi ammorbidite (mi umanizzate, femminilizzate, animalizzate) come una pelliccia. […]

Voi liberate in me il mio essere femminile, il mio essere più oscuro e recondito. Non per questo vedo peggio. Tutta la mia chiaroveggenza intatta con, in più, il beato diritto alla cecità. […]

Chiaro dell’alba. Calma come una morta, in questa assoluta chiarezza di cielo e mente, ti dico: “con te ho bisogno di tutta l’intimità della tana, di tutto lo spazio della notte. Tutta la notte fuori e tutta la notte dentro.

 

Parole che possono farci inorridire, perché sembrano offendere la nostra volontà di essere autonome e risolte: per la vulnerabilità che mettono a nudo, appunto. Ma parole che dentro hanno, io credo, una forza rara: sono confessione di dipendenza e al tempo spesso rivelazione di uno spirito indomito, insubordinabile. Si nutrono, cioè, di una logica aliena dalle contrapposizioni esclusive, in cui la liberazione può darsi soltanto nel contatto contaminante con l’altro, perché è proprio nel vortice del contatto con l’altro che prendiamo coscienza dei nostri limiti mentre stiamo allargando la nostra pecrezione, è nel contatto profondo con l’altro che si liberano le nostre forze più oscure e più sincere. Sarà che sento sempre più spesso attorno a me una fretta noncurante e indifferente, ma gli sguardi che sanno soppesare, carichi di senso, lenti e individuanti, gli sguardi che non temono di scendere nelle viscere, mi riempiono di una gioia antica.

Tutto questo senza eludere il fatto, tornando a citare Elena Pulcini, che “il desiderio è dotato di una sua intrinseca opacità, di una “cecità” che ci impone di non accoglierlo tout court, in maniera acritica e indifferenziata, ma di assumerlo criticamente, al fine di distillarne quegli aspetti che possano incrementare la “potenza” dell’Io.” (XX) Credo che sia proprio questa ambivalenza a spaventare nel desiderio, a indurci a lasciarlo ai margini dei sistemi costituiti: siamo poco abituati ad accogliere quell’aporia che invece è intrinseca all’essere, è nello stato di quasi tutte le cose. La capacità di abbandonarsi a questo dato di fatto – l’abbandono non è un sentimento puramente passivo, come ci ha spiegato anche Heidegger -  è più viva in civiltà, come quelle dell’Africa nera per esempio, in cui non si pretende di ragionare cartesianamente per “idee chiare e distinte” ma si accetta che siamo calati dentro una “canzone d’ombre”, come scrive Achille Mbembe in Postcolonialismo. Ecco, tutto questo per dire che se siamo capaci di riconoscerne le oscurità e le insidie, il desiderio sa funzionare come spinta propulsiva e trasformatrice (XXI). Le oscurità andrebbero allora guardate con coraggio: tutto ciò che di distruttivo, di troppo vincolante, di potenzialmente assoggettante c’è nel desiderio e nello stare nelle passioni non va rimosso, non va obliterato, come invece pare accada coi tanti ritratti femminili che ci vengono somministrati, troppo spesso anche quelli che pretendono di avere una funzione critica nei confronti degli stereotipi egemoni. Va guardato e attraversato. [continua]

 

La fotografia in alto è di Leo Hartshorn e s’intitola Tree meditation.

 

 

 

 

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