Le parole fanno male #3

Love slaves (foto di VanessaO)

Love slaves (foto di VanessaO)

 

A me la parola passione suscita sempre sensazioni positive. Come non potrebbe? Siamo da anni immersi in un fiume di passione: le passioni sono consolidate – la musica, il buon cibo, l’arte, la lettura, il calcio, il lavoro – oppure nuove: cosa c’è di più entusiasmante di farsi prendere da una passione “per” qualcosa di appena scoperto? Poi succede spesso di descriversi attraverso le passioni: “Ah, io ho la passione del…” e ci raccontiamo così. E chi non ne ha una, di passione? E chi non si stente vicino a chi “ha la stessa mia passione per…”?

La storia della parola però non è tanto allegra. Passione viene da “patire”; il suo etimo racconta di sofferenze, dolori, di una sensazione anche positiva ma talmente forte e intensa da avvicinarsi al dolore, alla fame, alla febbre. Tanto può essere forte, questa passione, che il suo aggettivo, “passionale“, è spesso accostato a un’altra parola decisamente e sicuramente negativa e funesta: “delitto”.

Cosa s’intende con l’espressione “delitto passionale”? Non c’interessa qui la definizione di legge; chi ci lavora, con la legge, ha il compito difficile e sgradevole di determinare con precisione le circostanze del delitto, e in particolare lo stato emotivo di chi l’ha commesso. A cosa vengono accostate queste parole sui giornali, sul web? Ecco un recente esempio.

E’ il linguaggio che presenta ciò che accaduto che dovrebbe permettere di distinguere tra la spiegazione di un evento e la sua giustificazione. La prima tenta di legare insieme i fatti con una causalità oggettiva; la seconda manifesta il grado e il modo di accettazione culturale di quei fatti – soprattutto quando sono presentati non da una persona che li racconta privatamente ma da un media che ne dà notizia al pubblico.

Cosa ci sia di “passionale” in questo delitto io non lo capisco, né l’ho mai capito. Nel senso: capisco a quale spiegazione vuole riferirsi il riferimento alla passione, ma non ho mai capito il motivo per cui questa dovrebbe giustificare una condotta omicida. Dico “giustificare” perché la presenza della passione è considerata un’attenuante dell’azione omicida – dalla legge – e dell’efferatezza dell’omicidio – per l’opinione pubblica.

Basta leggere le notizie di cronaca riportate in questo sito per accorgersi che la premeditazione è la regola, e la passione l’eccezione. Eppure la dicitura “delitto passionale” continua ad essere usata sui media nella stragrande maggioranza dei casi, ed è passata nell’uso a definire tutti i delitti nei quali c’è un movente riconducibile a un rapporto affettivo e/o sessuale tra i protagonisti, anche occasionale. E io non credo che dovrebbe essere così, perché quello che secondo la legge va rigorosamente (per quanto possibile) determinato ai fini di un giusto giudizio, sui media viene liquidato come già giudicato, in quanto “passionale”.

Insisto: che la legislazione abbia bisogno di distinzioni, di categorie, di classificazioni, nessuno lo mette in dubbio. Il fatto è che quando, nella divulgazione (banalizzazione?) di numerosi fatti di cronaca – e non delle complicate battaglie legali che ne seguono – si fa uso di alcuni termini come “delitto passionale”, si compie una operazione culturale molto ambigua, molto affine alla giustificazione del colpevole e alla colpevolizzazione della vittima. E’ stata proposta, per molti di questi casi, la parola “femminicidio”, e credo che sia una soluzione adeguata; soprattutto per salvaguardare l’onestà della comunicazione dei fatti accaduti.

Sempre che si voglia ancora chiamare le cose col loro nome; a me non sta affatto bene associare la mia passione politica o sportiva a una cultura che accorda ai fatti di sangue una comprensione particolare, perché compiuti in preda a una passione. Né mi pare corretto riferire a una situazione di scarsa lucidità mentale ancora da accertare la notizia stessa del fatto di sangue, che così trova già, presso l’opinione pubblica, una sentenza prima ancora che il processo sia istruito. Mi sembrerebbe assurdo cambiare nome alle passioni; fose, considerando l’evolversi delle questioni di genere nel nostro paese, sarebbe ora di dare un altro nome agli ancora così denominati “delitti passionali”.

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