Le parole fanno male #2

Shut up, take 3 (Daniela Vladimirova, 2011)

foto di Daniela Vladimirova

Da qualche settimana è prepotentemente in auge una parola che ha una storia già lunga, cominciata prima che il nostro attuale presidente del consiglio pensasse bene di spararla pubblicamente con uno dei suoi allegri motti di spirito. Da allora, ho fatto caso, la parola è stata sdoganata – malgrado fosse da tempo patrimonio comune dei parlanti soprattutto in alcune regioni d’Italia – ed è di comune uso su tutti i giornali, radio, tranquillamente usata come una delle tante parole possibili.
Quella parola è gnocca. Ci dice il vocabolario Treccani che sta per “1. Organo sessuale femminile. 2. estens. Ragazza bella e vistosa”. E’ data come voce volg., ci dice il vocabolario, e anche che è “femm. improprio di gnocco”. Insomma, un sostanziale errore e pure volgare.

Rimane il fatto che, come accade spesso, il suo uso è molto diverso da quello che può registrare un vocabolario. Nell’uso comune la parola è sì usata estensivamente per indicare una ragazza conforme allo standard mediamente accettato di procacità sessuale, ma non è intesa né come errore grammaticale né come volgarità. Passi per l’errore – uno più uno meno – ma sulla volgarità vorrei soffermarmi, perché credo non sia intesa nel modo più corretto.

Gnocca è un evidente insulto sessista. E’ così che viene chiamiato il genere femminile attraverso una figura retorica, la sineddoche, per la quale con il nome di una parte si vuole indicare il tutto; e la parte scelta è l’organo sessuale, indicato con una similitudine. Il problema è che al maschile la similitudine rimane, ma la sineddoche non sta a indicare un “complimento” alla procacità, è anzi un insulto personale. Gnocco, gnoccolone è un individuo (maschio) stupido e ingenuo; e allo stesso modo, attraverso una sineddoche con i genitali maschili, nessuno si sognerebbe di fare un complimento a un uomo apostrofandolo coglione, minchia o minchione, o testa di cazzo. Invece gnocca passa per un complimento, un modo simpaticamente irriverente per dire a una donna che è molto attraente e conforme allo standard vigente di appetibilità sessuale – standard deciso solo dal pubblico maschile, ovviamente.

Gnocca è l’ennesimo uso linguistico che seziona il corpo delle donne per darne un (volgare) giudizio sulla loro appetibilità sessuale. Da sempre gli uomini linguisticamente esprimono quel tipo di giudizio con una sineddoche (“guarda che fica!”, “che culo!”, “che belle tette!”, e così via) riducendo l’essenziale di un corpo di donna agli attributi sessuali, mentre il contrario non s’è mai sentito: nessuna donna si sognerebbe, incrociando un uomo che l’attira sessualmente, di pensare o dire a voce alta “che bel cazzo!” – può succedere che pensi o dica “che bel culo!”, ma data la sua breve storia questa espressione è un evidente calco maschilista.

Il sessismo, occorre ricordarlo, è trasversale al pensiero e al genere, non è che le donne ne siano geneticamente immuni in quanto donne, purtroppo. La parola gnocca non è patrimonio esclusivo dei maschi, né dei sessisti. Ma bisogna ricordarsi che il linguaggio preesiste alle vite di ciascuno, e che non si può giustificare il proprio uso delle parole con le proprie intenzioni o i propri desideri. Non esiste un “linguaggio privato”, nessuno può arrogarsi il diritto di “intendere” in maniera diversa dall’uso e dall’etimo le parole. A me non interessa cambiare il linguaggio, a me interessa innalzare il livello di consapevolezza riguardo alcuni problemi tra generi. L’uso sconsiderato di un linguaggio sessista è uno di questi problemi, e dato che non esprimiamo i nostri pensieri altrimenti che nel linguaggio – assimilandolo come ogni altra abitudine del nostro corpo – mi pare un problema che ci coinvolge interamente, non solo con la nostra “mente” o con le nostre “parole”.

Nei fatti gnocca sta passando per un termine perbenista e politically correct per dire “fregna”, “sorca”, e altre meraviglie sottintese. Un recente esempio è come i giornali hanno riportato l’esistenza di un blog sessista, Hot chicks of Occupy Wall Street: tradotto con gnocche tra rispettose virgolette nel titolo, e con un ipocrita Le ragazze sexy di Occupy Wall Street nell’articolo. Chiunque sappia parlare inglese (americano) sa che quell’espressione è piuttosto pesante e affatto politically correct, dato che proprio nel mondo anglosassone si fa molta attenzione a questi aspetti del linguaggio. Hot chicks va tradotto con belle fiche e qualunque altro sinonimo volgare/regionale di questo tenore, perché questo è quello che è: un’espressione volgare (e sessista). Gnocca l’ho sentita usare in popolari programmi radiofonici, l’ho letta sui giornali, la trovo sui vocabolari; tutto ciò non cambia la sua natura.

Come non credo sarà mai possibile intendere “piuttosto che” come una congiunzione, oppure sostituire il congiuntivo con l’indicativo, allo stesso modo non credo che un’espressione sessista sia da considerare innocua solo perché è entrata da tempo nell’uso linguistico della maggioranza dei parlanti con un significato meno violento. Il linguaggio si modifica nel tempo con l’azione dei parlanti, ovviamente, che sono coloro che mantengono viva la lingua: ma tra essi sarà bene che rimangano, come in tanti altri aspetti della vita civile e sociale, quelli che resistono, resistono, resistono. Non usare espressioni sessiste non impoverisce il linguaggio, né limita l’espressione dei propri pensieri. Direi che invece ne libera molti di più.

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