Donne e politica, di Nicola Orichuia

caterina-sofficiIn Italia, il binomio donne e politica è sempre stato caratterizzato da una notevole conflittualità. Nonostante le battaglie per i diritti vinte negli anni ’70, resta ancora molta strada da percorrere per raggiungere una rappresentanza adeguata all’interno del Parlamento.

La popolazione femminile in Italia, oggi, è attestata al 51,6 per cento del totale, secondo i dati più recenti dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat). In Parlamento, però, il numero di donne è molto inferiore rispetto a questo dato. Su 315 senatori solo 58 sono donne (il 18 per cento). I numeri migliorano di poco alla Camera dei Deputati, dove un quinto dei 630 rappresentanti è donna.

Andando a scomporre i numeri per ogni partito, i risultati variano molto a seconda dello schieramento. I partiti di governo, ossia il Partito della Libertà del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la Lega Nord di Umberto Bossi, mantengono quote molto più basse rispetto all’opposizione. Sembra infatti chiaro lo sforzo fatto dal Partito Democratico, che punta ad avere almeno un terzo dei propri parlamentari donna.

Del PD, sono donne 35 su 114 senatori (30,7%) e 62 su 217 deputati (28,6%). Il partito di Berlusconi insegue dalla lunga distanza, con 57 donne su 279 rappresentanti alla Camera (20,4%) ed un imbarazzante 13 su 144 al Senato (9%). La Lega pure non sembra sforzarsi più di tanto per portare le donne in Parlamento: Soltanto quattro donne su 26 senatori (15,4%) e 12 su 62 deputati (19,4%).

Anche se questi numeri sono bassi se paragonati con quelli di altri paesi europei, la presenza delle donne in tutti i settori più importanti della società italiana sta aumentando negli ultimi anni. Molto probabilmente è solo una questione di tempo prima che le donne raggiungano il traguardo della rappresentanza dovuta. Le tendenze alla crescita sono visibili in quasi ogni aspetto della società: dai dati dell’occupazione a quelli sugli studi universitari, le donne stanno pian piano facendo sentire la propria presenza.

I livelli di impiego delle donne, ossia il numero di donne in grado di lavorare con un’occupazione, sono cresciuti negli ultimi dodici anni. Secondo l’Istat, nel 1998 le donne italiane impiegate erano il 37,3 per cento, mentre nel 2008 il dato era cresciuto fino a raggiungere il 47,2 per cento. Sono dati certamenti incoraggianti, che però restano distanti da quelli di altri paesi europei. Il ritmo della Spagna, per esempio, è impressionante: dal 35,8 per cento del 1998, le donne oggi impiegate raggiungono il 54,9 per cento.

Restano comunque in testa i paesi nord-europei, dove è da tempo consolidata una più paritaria cultura del lavoro. Germania (65,4%), Francia (60,4%) e Gran Bretagna (65,8%) hanno tutte elevate percentuali di impiego femminile. Un settore in cui le donne italiane stanno cominciando ad eccellere in massa è quello degli studi universitari. La popolazione universitaria è infatti in maggioranza composta di donne (56%), sempre secondo dati Istat. Le donne dominano nei campi umanistici (tra il 60 ed 80 per cento in facoltà come Linguistica, Psicologia ed Insegnamento) ed in quello medico (63,7% sul totale degli iscritti a Medicina e Chirurgia).

Altre facoltà più scientifiche, come Ingegneria, mantengono invece una forte componente maschile, anche se il numero complessivo di studentesse iscritte a queste specialità è seconda in Europa, dietro al Portogallo. Ma, tornando al discorso delle donne in politica, non si può limitare l’analisi soltanto a dati quantitativi. Senza qualità la quantità può assumere significati relativi.

Per Caterina Soffici, autrice del libro “Ma le Donne No”, pubblicato dalla Feltrinelli, la situazione “è peggiorata negli ultimi anni”. In un’intervista per Fra Noi, Soffici fa luce su una tendenza pericolosa che si è insinuata nella politica italiana: quella che lei chiama “velinismo politico”. Nel 2009, “il partito di Berlusconi ha voluto candidare veline, conduttrici e gente che sculettava in televisione”, dice Soffici. Poi è venuta la lettera indignata della moglie Veronica Lario che ha posto un blocco a molte candidature. “All’interno dello stesso partito si mugugnava per il fatto di candidare queste ragazze che non sapevano nulla di politica ma che erano state convocate un giorno a Roma per seguire uno stage che gli desse un’infarinatura generale di politica. Insomma, per capire la situazione basta guardare l’attuale ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, un ex-velina le cui foto in topless sono ovunque su internet.

Il problema è che nessuno si ribella, tranne qualche voce sporadica. Le donne italiane hanno smesso di lottare, di impegnarsi. Stanno retrocedendo dalle conquiste degli anni ’70”. Dal punto di vista politico, Soffici è a favore delle cosiddette “quote rosa” che obblighino i partiti a candidare almeno una donna ogni tre uomini, sia oggi necessaria. Una proposta di legge sulle quote rosa era già naufragata all’inizio del 2006, facendo addirittura scoppiare in lacrime l’allora ministro per le Pari Opportunità, Stefania Prestigiacomo. “Inizialmente ero contraria alle quote rosa, perché mi faceva pensare ad una sorta di ghetto femminile”, fa sapere Soffici. “Invece poi ho realizzato che sono assolutamente necessarie. Senza quote non cambierà mai sistema.

Si è infatti instaurata una lobby trasversale tra gli uomini dei vari partiti che non si darebbe certo la zappa sui piedi”. Molti dei guai delle donne sembrano però da ricondurre alla televisione di oggi ed ai modelli distorti che subdolamente vengono imposti al pubblico italiano. Adrian Michaels, il corrispondente del Financial Times a Milano, lo scrisse con chiarezza nel luglio 2007, quando criticava le tecniche sessiste che venivano perpetrate nella pubblicità in Italia: “In Gran Bretagna o gli Stati Uniti, la reazione a certe tattiche potrebbe variare dallo scuotere la testa  all’irritazione fino alla rabbia.

Quando una campagna pubblicitaria della Miller, la birra, apparve nel 2003 con due donne che lottavano e si toglievano i vestiti, la compagnia ricevette centinaia di lamentele. In Italia, nessunodice niente”. Le cose potrebbero iniziare a cambiare una volta che le giovani generazioni di donne specializzate avranno modo di cambiare in maniera dinamica la società italiana dall’interno. Fino ad allora, la battaglia resta in salita, ma certo non impossibile da vincere.

(Questo articolo di Nicola Orichuia è stato pubblicato sulla rivista italo-americana Fra noi, nel giugno 2010)

Condividi:
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • LinkedIn
  • Technorati
  • Tumblr

Articoli correlati: