Donne e Pizzica

In un’Italia ulteriormente inebetita dai luccicori del baraccone sanremese, sempre più fiacco a detta di chi lo ha guardato, continuiamo con le nostre narr-azioni da quell’universo-donna che viene per lo più zittito, quello che la televisione si dimentica di raccontare, preferendo alle “storie femminili complesse e autentiche”, “la donna semplificata, quella che nessuno incontra mai”, come scrive Francesco Merlo oggi su “Repubblica”, in un interessante articolo segnalato puntualmente sul nostro forum (grazie Sandra!).

Oggi Valentina ci porta in Salento, ai suoi ricordi d’infanzia, ai balli tradizionali che le risvegliano un senso di appartenenza carnale che si è costruito anche sui riti, su un senso magico che insieme sa proteggere e liberare, continuando a testimoniare una differenza che non si assoggetta alle maglie spesso troppo strette di una realtà mutilata e imposta come l’unica possibile.

Nonna Teresa era intenta nella raccolta dei “chiapperi”.

Curva con la fronte gronda di sudore mi diceva: “Questi poi la mamma te li mette nella carne alla pizzaiola”.

Io che la carne non l’ho mai amata, l’aiutavo con le manine bianche da bambina di 7 anni. Era forte mia nonna, aveva sopportato l’emigrazione del marito in Svizzera dopo la guerra. Dal Salento erano troppi i chilometri. Io non li sapevo rappresentare, così ricordo che univo

tutte le cioccolate che il nonno mi portava come un trenino, sopra i muretti di pietre. Era il mio metro di misurazione della distanza.

E quando nonna era stanca alzava lo sguardo e vedeva il mare azzurrino che si univa al cielo. Si raccomandava di non camminare scalza:

“Ci sono le tarante” diceva. “Ti mozzicano e ti fanno ballare tutto il tempo. Poi ci tocca chiamare Santu Paulu”.

La pizzica, uno scialle, un tamburo e due passi. Poi tre in un ritmo indemoniato che serve a scacciare il male della donna.

La femminilità repressa, ostentata, curata, addolcita.

Liscia e ruvida come la pelle di un tamburo in una serata sudata di agosto. In una lingua incomprensibile, traccio la linea di confine

tra il mio passato e il mio presente.

Capendo che origini non si dimenticano. “Vagnoni vaniti ca la pasta è pronta” gridava nonna Teresa. Sotto il sole cocente del mio Sud accorrevano i suoi figli, mentre le cicale spezzavano il silenzio dell’estate.

La sera di ferragosto, nonna decise di portarci alla sagra.

In un uliveto secolare, tra le rughe della terra rossa, eccoci a trattenere lo scialle tra le mani in una danza del corteggiamento color seppia.

Tagliate dal vento ecco la danza delle spade, le dita fremono su quel tamburo di pelle di asino, il ritmo diventa incalzante e rivedo gonne ampie e scure, scialli in movimento.

Gocce di sudore scivolano sulla pelle bruciata dal sole, che profuma di incenso e brezza marina. Rivedo un’identità frammentata, tamburi appassionati, dita doloranti.

Rivedo giri di pizzica nello specchio d’acqua cristallina.

I pescatori arrivano a riva sulle loro paranze,

portando il profumo del mare. Mani arse dal sole, dalla fatica e segnate da dolori. Ma la musica batte un ritmo assatanato, ferreo.

E’ l’ora dei brani in dialetto. Ho paura di non ricordare le parole esatte,

quando una vecchietta con solo due denti mi sussurra:

“Fia, Santu Paulu te sente lu stessu”.

E ancora un passo e un altro e un altro.

Rimbomba solo il ritmo del tamburo,

le gonne ampie, i sorrisi e le gocce di sudore

che, calde e sinuose, si infilano nel petto.

Alla ricerca del cuore che a volte credi di non avere.

Valentina

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