Come rinata dalle rovine

“Perché non reagiamo? Perché non ci presentiamo nella nostra verità? Perché accettiamo questa umiliazione continua? Perché non ci occupiamo dei nostri diritti? Di che cosa abbiamo paura?”: sono le ultime parole del Corpo delle donne. Giovedì scorso, alla presentazione bolognese di questo suo documentario, Lorella Zanardo diceva che spesso ciò che temiamo è la mancanza di consenso. Sono d’accordo: quante volte accettiamo situazioni sgradevoli, che non condividiamo ma da cui non abbiamo il coraggio di dissociarci, soltanto per paura di perdere l’approvazione? Dei nostri familiari, delle nostre amiche e amici, dei nostri figli o, semplicemente (ma mica tanto), di quella entità, impalpabile quanto potente, cha chiamiamo “la gente”. Quando facciamo una scelta drastica, seguendo un imperativo interiore forte, diceva la Zanardo, dobbiamo accettare che, almeno in un primo tempo, troveremo con grande probabilità scarso consenso. La testimonianza di Sonia, che pubblico oggi, racconta di una scelta sofferta, che le ha tolto molto del consenso di cui la sua immagine godeva in quell’altra sua vita, impeccabile e irreprensibile, una scelta di cui sta ancora pagando gli effetti, nel male ma anche nel bene, perché la sua decisione le ha complicato radicalmente la vita ma le ha anche restituito uno sguardo dimenticato sulle persone e sulle cose, insieme alla parte più autentica di sé.

Questa storia inizia dalla fine.

Inizia dall’ultimo viaggio fatto, segno di rinnovata curiosità e vitalità, ma portatore di una storia imperfetta e di una rinascita interiore che avviene, necessariamente, dopo una morte.

Guardando il libro di Chatwin sul comodino recito ad alta voce il titolo “ Che ci faccio qui?” . E’ Natale e sono in Bosnia, insieme al mio compagno decidiamo di visitare Sarajevo e Mostar in particolare.

Mostar ci appare come una città semi deserta di nuvole e ruderi, riempita dal fiume dalle acque verde bottiglia che la attraversa e da uno splendido, minuscolo, centro che ricorda un piccolo paese della Germania medioevale.

Mostar, prima assediata dai serbi e poi caduta vittima di una tremenda guerra civile tra musulmani e croati.

Sarajevo invece presenta un intrico di strade magnetiche e bellissime dallo stile arabo e austro-ungarico, crocevia di religioni di cui i volti della città sono evidente testimonianza. Colorata e variegata oggi, nei veli delle ragazze arabe e negli stili simil-europei delle vetrine, nelle tradizionali chiese ortodosse, fredde, e nelle vivide facciate delle case delle colline che circondano la città.

Tutto questo non nasconde le profonde cicatrici della città, sia sottoforma di buchi nelle case provocati dagli spari, spesso otturati con stucchi di fortuna, sia sottoforma di spazi aperti fitti di lapidi che siano orti, giardini pubblici e privati, colline intere…

Le macerie e la distruzione ancora visibili raccontano dell’assedio durato 4 anni, mentre l’Europa e il mondo stavano a guardare, quasi immobili, quel massacro di innocenti.

La sensazione di intensa empatia con il territorio, provata mentre passeggio per le strade, mi dà la risposta al quesito chatwiniano: forse sto solo camminando dentro me stessa e dentro la mia storia di questi ultimi anni.

E così rivivo il mio personalissimo assedio, anch’esso conseguente ad una scelta di indipendenza.

Una scelta che poteva parere normale, certo dolorosa, ma legittima. Ho scelto di separarmi dall’uomo con cui ero sposata da diversi anni e dal cui matrimonio è nata mia figlia.

La mia scelta di indipendenza, di cui non è stato da lui né ascoltato né ovviamente capito il motivo, ha portato ad una dichiarazione di guerra. Al posto delle bombe, insulti e minacce, aggressioni verbali silenti e urlate dalla finestra, appostamenti, e un’aggressione fisica.

Al posto dei cecchini, voci incontrollate sparse nel quartiere dove io e mia figlia viviamo, tentativi di inquinare la psiche di una bimba di 6 anni per cercare di convincerla che la madre le aveva rovinato la vita.

Il mio assedio è durato un anno e mezzo, interrotto solo nelle sue forme più plateali, da una brava avvocatessa che ha pensato di non intraprendere vie giudiziarie, con l’idea di paventargli le possibili conseguenze, prima di agire legalmente. Ella non ha esitato a definire stalking tutto questo.

Pochi hanno condannato questi atti, giustificando ciò con il dolore di un abbandono ( …e che cosa ti aspettavi?); pochissimi hanno cercato di capirne veramente le ragioni (io non sto dalla parte di nessuno); alcuni l’hanno giudicata da fuori, senza conoscere, ascoltando le lamentele e i pianti di un uomo che si spacciava per vittima mentre era aggressore, ricattante e violento.

Molti hanno giudicato le apparenze, senza nemmeno pensare a cosa possa significare assumersi la responsabilità di interrompere un matrimonio, senza capire che, se lo si fa, è perché ci sono motivi, ragioni. Senza pensare al dolore che inevitabilmente arriva addosso, pur consapevoli di non amare e di non essere più amati dal proprio partner.

I più sinceri me l’hanno detto, i più codardi no, mi guardano da lontano

Ho capito sulla mia pelle quanto lo stereotipo sociale e condiviso di una moglie che diventa madre la imbrigli, suo malgrado, dentro un destino quasi immodificabile e che se viene variato si fatica a capirne le ragioni.

C’entra tutto questo con lo stereotipo di donna dedita alla casa e alla famiglia, eventualmente al lavoro, e che dovrebbe essere disposta in nome di tutto ciò a sacrificare dignità e felicità? C’entra con la percezione distorta di un femminile che appartiene a un maschile? C’entra con un concetto di madre e moglie che ha autonomia decisionale, ma solo fino a un certo punto?

Ho capito solo ora quanto una moglie che diventa madre sia, nell’immaginario e nei pregiudizi collettivi, ancora proprietà dell’uomo. Ho sentito sulla mia pelle quante persone legittimano il comportamento maltrattante e perseguitante verso una donna che fa una scelta di indipendenza. Quanto questo ancora spaventi molte persone e non venga capito, né rispettato.

Ritorno con la mente a vagare per le strade ferite di Sarajevo, a quanto sia stata martoriata e perseguitata per la sua orgogliosa scelta di indipendenza, ma come abbia saputo rinascere oggi.

Qui mi trovo in cerca di tracce di strategie di sopravvivenza dei segreti che permettono l’integrazione tra persone di religioni così diverse.

Stimo l’orgoglio che ha caratterizzato questo popolo nel rivendicare la propria indipendenza e autonomia dall’idea di Grande Serbia, combattendo per non farne parte.

Ancora porto cicatrici, come Sarajevo, e come lei sono rinata.

L’assedio subito non ha fatto altro che fortificarmi e convincermi della bontà della mia scelta di indipendenza. Se ci fosse stato rispetto reciproco e qualcosa da salvare, sarebbero stati ben altri i comportamenti.

La guerra non è finita e spesso ora è guerra fredda, ma ciò che ho ora di nuovo sono doni meravigliosi: la forza nel parlare con mia figlia per fornirle strumenti per leggere e capire la complessità della nostra situazione, il coraggio di educarla secondo una logica che le permetta di non annullarsi mai di fronte a nessuno, l’amore per lei e per il mio attuale meraviglioso compagno, la vicinanza di sorelle amiche che non mi hanno lasciato mai sola.

Ma più di ogni altra cosa, ho me stessa, i colori del mondo, e la consapevolezza che posso dire no, finalmente, a ciò che non mi rappresenta.

Sonia

Condividi:
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • LinkedIn
  • Technorati
  • Tumblr

Articoli correlati: