Qualche pensiero di passaggio

Ciao a tutti, prendo il testimone in corsa e vi trascrivo alcune riflessioni che facevo un po’ di giorni fa a proposito di questa iniziativa di testimoniare il femminile attraverso le storie che stiamo raccogliendo. Riprenderò tra pochissimi giorni a pubblicare i vostri post, quelli che avete già mandato (non preoccupatevi che Panz mi ha mandato tutto!) e quelli che mi farete avere al mio indirizzo: silvia@donnepensanti.net.

Ah, per la cronaca, io e LaLena che ha lasciato qualche commento qua e là, in giro per il blog, siamo poi la stessa persona.

Mi è capitato negli ultimi giorni di avere diversi riscontri su “Donne Pensanti”, da persone a cui ho segnalato il sito e che ho invitato a scrivere e a diffondere l’iniziativa. Ho pensato di condividerle con voi perché potrebbero essere utili a chiarire qualche dubbio o magari farvi venir voglia di trovare il tempo per mettervi lì e scrivere.

Sonia mi ha ringraziata – lei con gli occhi è capace di ridere – perché, mi ha detto, le ho offerto un’occasione per fermarsi a riflettere su se stessa, in questa fase di cambiamenti sostanziali – inattesi, dolorosi e, insieme, vivificanti – in cui, per la prima volta, le sembra di avere finalmente preso in mano il timone della sua vita, dopo tanti anni spesi nello sforzo di corrispondere: a delle attese più o meno tacite, a modelli imposti, anche da chi ci ama, e in cui finiamo per “credere”, come per inerzia, ma che, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, soffocano una parte importante di noi, forse la più viva.

Ha tanta voglia di scriversi ma in questi giorni è piena di lavoro: approfitterà della pausa natalizia per raccontarsi a Donne Pensanti. Mi chiede però se è necessario firmarsi col proprio nome e cognome: cambiare pelle è faticoso, non tutti i contesti sono pronti ad accoglierti e ad accettare questa tua trasformazione che è poi una nuova nascita, un venire alla luce di una te stessa dimenticata, messa da parte, per tanti motivi che, all’improvviso, hanno perso importanza, davanti a priorità più grandi.

No, non è necessario firmarsi col proprio nome e cognome. Quel che preme è la testimonianza che si fa racconto. L’intento è quello di adoperarci per immaginare alternative possibili al ritratto frettoloso e sommario della donna che ormai ci rintrona da tutte le parti e che ci fa sentire sminuite, ci mortifica, ci preoccupa: una figura unidimensionale, noiosa, un involucro vuoto dentro a una società sempre più incapace di concepire le diversità, le sfumature, di leggere la bellezza dell’inaspettato, la poesia delle voci disforiche.

Ci pare che per immaginare questa femminilità più fantasiosa non sia necessario inventarsi nulla, ma sia sufficiente tornare a far caso alla realtà che ci circonda, brulicante e vivace quanto inascoltata, sostituita da simulacri: caricature, manierismi, rappresentazioni stereotipate, tutti quei falsi modelli a cui le stesse donne finiscono per credere, tentano di adeguarsi, perdendo di vista loro stesse, vivendosi spesso inutili, quanto mutilanti, frustrazioni.

Con Angela ne abbiamo parlato a cena, con le bimbe che scalpitavano perché, quando viene a trovarci, loro la vorrebbero tutta per sé. Angela fa l’educatrice, in Italia ora, ma ha lavorato anche a Città del Messico, in un quartiere dove molti messicani non metterebbero mai piede. Angela è un pozzo di storie che tutti dovrebbero conoscere: la sua vita, le persone che conosce, hanno solo bisogno di un narratore. Michela non ha risposto al mio messaggio ma ho visto che si è iscritta al social forum di Donne Pensanti e, chissà, magari scriverà anche lei, che di solito si racconta ballando. Guido aveva preso la questione di petto, che voleva mandarmi subito un suo pezzo. Ma adesso ha smesso di pensarci: qualcosa mi capiterà nella mente quando meno me lo aspetto, ed è proprio da quel dettaglio che partirò a raccontare, mi ha scritto in una mail.

Gabriella la incontro sotto i portici, all’uscita dell’università, e subito mi parla della nostra iniziativa. È la prima volta che la scopro timida – lei così esuberante, te la immagini sempre al centro di un palcoscenico, col suo corpo accogliente e il suo sorriso furbetto – quando mi dice che non è tanto brava a scrivere, che ci mette un po’, le idee si accavallano, poi si perde, ma che l’idea è bellissima e le piacerebbe tanto partecipare. Prova a pensarti da un’angolatura qualsiasi, qualcosa verrà, basta un pensiero da cui partire, un’idea, o anche un odore, un colore, un ricordo lontano, le dico.

Ma scrivere di sé può essere complicatissimo e allora perché non raccontare un’altra? E mi viene in mente il libro che “mi ha dato il la” per cominciare a scrivere la mia tesi di dottorato: Tu che mi guardi, tu che mi racconti di Adriana Cavarero, dove viene descritta la bellezza delle amicizie narrative che spesso le donne riescono a intessere. L’altra che ci racconta e attraverso il suo sguardo ci vediamo prendere forma, la nostra vita assume un’ulteriore sfumatura, un senso che ci era sfuggito. Il “tenace rapporto di desiderio” (così lo chiama la filosofa) che esiste tra identità e narrazione: abbiamo bisogno di storie, perché il pensiero torni a sporcarsi di vita, a sfiorare una qualche verità.

Ci sono donne che non hanno nessuna familiarità con la scrittura ma le cui storie possono anch’esse diventare preziose – che non significa straordinarie, non è questo che stiamo cercando (anche se i contributi che riguardano percorsi o figure particolari sono ugualmente benvenuti) – allora perché non raccontare la loro, di storia? Io ho già in mente varie persone di cui vorrei parlare: una di loro, Beatrice, quando gliel’ho detto, mi ha mandato un messaggio dove diceva che l’ho fatta felice.

Il racconto dà piacere, vedere la propria vita caotica – talora convulsa – che prende forma in un ritratto di parole, può fare molto. E intanto stiamo lanciando un segnale importante, stiamo lasciando una traccia, stiamo provando a creare un futuro meno angusto per le nostre figlie, per le loro amiche, per i loro amici anche, per i bambini che verranno.

Una società che svilisce le donne, le usa, le banalizza, non è un bel posto in cui vivere, per nessuno, donna o uomo che sia.

Mi raccomando, mandate la vostra testimonianza entro l’8 MARZO!!!

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